martedì 16 ottobre 2007

Le ultime 24 ore di Pio IX statista

“L'ultimo giorno del Papa Re”
IL VELINO CULTURA, 16 ottobre del 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - È uscito in questi giorni il libro di Roberto Di Pierro L’ultimo giorno del Papa Re. 20 settembre 1870: la breccia di Porta Pia (Mondadori), un volume che racconta come i romani vissero la drammatica giornata che pose fine allo Stato della Chiesa e al potere temporale dei papi. Di Pierro ha concepito un libro scorrevole, raccontando gli eventi di quel giorno come se si svolgessero al presente, descrivendoci ora dopo ora la situazione dentro e fuori le mura di Roma. L’assenza delle note è compensata da un’ampia bibliografia finale e dalla descrizione dei luoghi della memoria romana del 20 settembre 1870. Di Pierro aveva scelto lo stesso tipo di narrazione anche per il suo precedente libro: Il sacco di Roma. 6 maggio 1527: l’assalto dei Lanzichenecchi (Mondadori, 2002). Da cronista corretto e puntuale, Di Pierro esce fuori dalla retorica patriottica del Risorgimento per descrivere i fatti di quel giorno come avvennero realmente. Lo stesso autore ammette che il “20 settembre non ci fu affatto nulla di eroico anche se i pontifici e l’esercito del Regno fecero di tutto per parlare”. La Roma di Di Pierro è la città che ci hanno presentato tanti storici che hanno avuto modo di raccontare i drammi della Capitale nei momenti difficili, come fece egregiamente Aurelio Lepre in Via Rasella: leggenda e realtà della Resistenza a Roma (Laterza, 1996). Città più sporca d’Italia dopo Napoli, come narrano le cronache di allora, Roma assistette immobile e quasi indifferente all’ingresso dei bersaglieri a Porta Pia. Lo testimoniano in qualche modo le parole del cardinale Gioacchino Pecci che irruppe gridando nel palazzo della Consulta la sera del 19 settembre del 1870 in una sala dove alcuni alti prelati erano impegnati a giocare a calabresella: “Ma che calabresella, altro che calabresella. Domani gli italiani entrano e voi giocate a carte”. Gli alti prelati non si scomposero più di tanto pensando che il giorno dopo non sarebbe accaduto nulla. Chi non rimase sorpreso dall’attacco fu il generale Hermann Kanzler, comandante dell’esercito pontificio, che non ci stava a compiere una difesa puramente simbolica della capitale. Dal suo quartier generale di Palazzo Wedekind (oggi sede del quotidiano Il Tempo), Kanzler cercò in ogni modo di ritardare l’ordine di resa delle truppe pontificie e aveva studiato anche un piano di contrattacco con un sogno proibito: sconfiggere l’odiato Nino Bixio che aveva promesso vendetta contro il clero romano dopo la disfatta della Repubblica romana nel 1849. Del resto, il Vaticano temeva il suo arrivo e pensavano che con lui ci fosse anche l’odiato Garibaldi. Tra le vicende meno conosciute ricordate da Di Pierro va sottolineata quella riguardante il capitano Enrico Roversi e il maggiore Fortunato Rivalta, alti ufficiali dell’esercito pontificio che nel 1849 avevano combattuto con i garibaldini per poi essere riammessi nei quadri delle truppe papaline. In particolare, Roversi aveva avuto l’onore di ricevere una lettera di elogi dallo stesso Garibaldi nella quale l’eroe dei due mondi scrisse “che il cittadino tenente Roversi merita singolare considerazione”. Quel 20 settembre 1870 Roversi e Rivalta si trovarono schierati contro Nino Bixio. Viene ricordata anche la vicenda del fante italiano Giuseppe Spagnolo, catturato dai soldati pontifici e portato all’ospedale Santo Spirito dopo aver combattuto la sera del 19 nella zona di San Lorenzo. Prima di morire, Spagnolo si confessò al sacerdote dicendo di essersi pentito di aver attaccato la città del papa: “Che cosa volete padre mio, non ero forse costretto?”. L’assalto dei bersaglieri a Porta Pia fu l’immagine dell’incertezza del nascente Regno d’Italia. I soldati spuntarono fuori dalle radure intorno a Porta Pia e finirono per arrivare sotto la breccia in maniera disordinata. Per gli zuavi del papa fu un gioco da ragazzi uccidere e ferire quei bersaglieri che cercavano confusamente di entrare nella città. Non appena fu decretata la resa, inoltre, alcuni patrioti romani improvvisarono una manifestazione di gioia in largo di Santa Susanna con il rischio di essere uccisi dai soldati pontifici in ritirata verso piazza San Pietro. Li salvò la delegazione pontificia che si stava recando a villa Albani per trattare la resa con il generale Raffaele Cadorna. Ma per capire il clima che regnava nella Città Eterna bisogna andare in Campidoglio. La mattina del 20 settembre non si presentò nessuno negli uffici dell’amministrazione romana. Su ordine di Nino Costa, capo provvisorio dell’amministrazione capitolina, i soldati italiani andarono a prelevare nelle loro abitazioni i funzionari e i dipendenti del Comune invitandoli a continuare il loro lavoro per il bene della città. “Nessuno ha battuto ciglio, né ha detto verbo”, scrisse lo stesso Nino Costa in seguito. E la città riprese a vivere anche senza il Papa Re. (pal)