martedì 6 novembre 2007

E' morto Enzo Biagi

La scomparsa di Biagi, una vita tra Rai e carta stampata
--IL VELINO SERA--di Lanfranco Palazzolo


Roma - Nato nel 1920 a Pianaccio, un paese sugli appennini bolognesi, Enzo Biagi è stato probabilmente il giornalista più prolifico della storia dell’informazione italiana. I problemi cardiaci che lo hanno accompagnato per tutta la vita e che non gli hanno permesso di svolgere il servizio militare non sono stati mai un ostacolo per l’autorevole giornalista. Nel dicembre del 1993, Biagi fu colpito da una crisi anginosa alla vigilia di un’importante intervista con Silvio Berlusconi sulla sua possibile discesa in campo in politica. Una delle sue prime frasi dopo il malore fu questa: “Chiamate Panorama e dite che comunque il mio pezzo è pronto, il compito l'ho fatto”. Biagi vedeva nello svolgimento della professione un ruolo salvifico: “Ho sempre sognato di fare il giornalista: lo immaginavo come un ‘vendicatore’ capace di riparare torti e ingiustizie”. I suoi esordi giornalistici sono legati al quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia. Ma nel 1940 passa al quotidiano bolognese Il Resto del Carlino. L’anno successivo diventa professionista. In quegli anni, Biagi collabora anche con il periodico quindicinale di cultura Il Primato di Bruno Bottai. Biagi approda alla rivista culturale attraverso il gruppo dei Giovani universitari fascisti (GUF) che si raccoglievano attorno alla testata bolognese Architrave che nel 1940 apre le pubblicazioni esprimendo una grande fiducia nel corporativismo fascista come nuova civiltà del lavoro per ripiegare poi su posizioni critiche verso la dittatura mussoliniana. Fu proprio sulla scia di queste critiche che Biagi maturò la scelta di combattere contro nazisti e fascisti nelle brigate di Giustizia e libertà del Partito d’Azione. E sarà proprio lui nell’aprile del 1945 ad annunciare a Radio Bologna Libera la cacciata dei nazisti della città. Subito dopo la guerra, Biagi riprende a lavorare al Carlino che, come molti giornali del ventennio, aveva cambiato testata chiamandosi Il Giornale dell’Emilia. Fu proprio durante questo secondo periodo nel quotidiano bolognese che Biagi fu cacciato per la sua adesione all’appello di Stoccolma del marzo del 1950, promosso dai partigiani della pace, contro la bomba atomica. Quel documento raccolse nel mondo 16 milioni di firme. La cacciata dal giornale bolognese fu la sua fortuna. Negli anni Cinquanta Biagi si trasferì a Milano per dirigere il settimanale Epoca, trasformandolo nel primo autorevole rotocalco italiano. Ci resta fino a quando non pubblica un articolo critico nei confronti del governo di centrodestra guidato da Fernando Tambroni e degli scontri di Modena del 1960 che seguirono il congresso del Msi a Genova. Biagi ricorda così il suo abbandono e la successiva assunzione alla Stampa come inviato speciale: “I grandi giornali erano tutti filoliberali, confindustriali e anticomunisti perché, non dimentichiamoci, allora il mondo era diviso in due blocchi, da una parte i comunisti, dall'altra quelli che non li volevano. Però questo fronte stampa non era monolitico. La Stampa, giornale degli Agnelli, doveva essere sempre filogovernativa perché la Fiat lo è sempre stata. Ma io, licenziato da Epoca nel 1960 per intervento del presidente del Consiglio Tambroni, sono stato assunto il mattino dopo da Giulio De Benedetti, il grande direttore del quotidiano torinese”. Biagi arrivò nel 1961 in televisione. Quell’anno, a ottobre, fu nominato direttore del telegiornale nazionale per volontà di Ettore Bernabei che voleva dare un segno di apertura a sinistra con l’arrivo di Biagi. Insieme a quell’incarico arrivò anche il settimanale Rotocalco Televisivo. Il nuovo direttore del telegiornale del primo canale restò in sella meno di un anno (la Dc non gli perdonò un reportage di Ugo Gregoretti sulle raccomandazioni di un deputato democristiano). Ma il suo nemico numero uno fu Giuseppe Saragat che non perdonava a Nenni di averlo sostenuto alla guida del tg e anche perché Biagi tagliava puntualmente le inaugurazioni alle quali partecipava il leader del Psdi. Ma si trattò di una parentesi lampo, prima dell'avvento dei direttori filogovernativi degli anni Sessanta. Tuttavia, il suo Tg porta nelle case degli italiani la mafia e anche molta cronaca nera. Nel 1963 ritorna a La Stampa e inizia a scrivere per il Corriere della Sera e per il settimanale Europeo. Alla fine degli anni Sessanta Ettore Bernabei lo richiama. In questi anni Biagi realizza strordinarie trasmissioni di approfondimento giornalistico come “Dicono di lei” (1969) e "Terza B, facciamo l'appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe. Nel 1972 Biagi torna al Carlino dopo la cacciata del 1950. Ma ci resta solo pochi mesi: “Credo di non essere piaciuto al ministro delle finanze Luigi Preti, molto vicino al cavalier Monti, l'editore”. Ogni giorno appariva sul Carlino un parere, un'intervista, e al lunedì il punto sul calcio del ministro Preti. Una volta la settimana Preti scriveva l'articolo di fondo: “A me sembra troppo”, annuncia Biagi alla redazione. Da quel momento cominciano i fastidi, addirittura una lettera con la quale il ministro critica il direttore troppo disinvolto. Biagi la pubblica, ma non resiste a sorridere di Luigi Preti in un corsivo intitolato “Grand'Hotel”. Negli anni successivi continua a scrivere sul Corriere e sostiene Indro Montanelli nello sforzo di fondare Il Giornale. Gli anni Ottanta di Biagi sono caratterizzati dallo scontro con il Psi di Bettino Craxi e dalle collaborazione con Panorama e Repubblica. Ma è nel 1986 che Silvio Berlusconi cerca di portarlo a Mediaset provando a sottoporgli un contratto nel quale è Biagi a stabilire il compenso. Il giornalista rifiuta. Nei primi anni Novanta, Biagi realizza soprattutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come "Che succede all'Est?" (1990), "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), "Una storia" (1992), sulla lotta alla mafia. Ottiene un particolare successo con "Processo al processo su tangentopoli", (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi" (1993-1994). La trasmissione "Il Fatto" è il suo ultimo grande successo. Nella trasmissione Rai tra il 1995 e il 2001 Biagi intervista i personaggi più noti del momento. Ma nella fase conclusiva della campagna per le elezioni politiche del 2001 provoca le ire del centrodestra intervistando Indro Montanelli e Roberto Benigni. Quello di Benigni, in particolare, fu un vero e proprio comizio di chiusura, contro Berlusconi. Che non se ne stette zitto e denunciò l’infrazione delle regole. Il 18 aprile del 2002, parlò di uso “criminoso” del mezzo televisivo da parte di Enzo Biagi e di altri conduttori televisivi. Nella stagione televisiva successiva (2002-2003) "Il Fatto" non è stato incluso nel palinsesto. Gli anni passati lontano dalla Rai hanno ferito il giornalista. In quel periodo, Biagi ha tenuto un diario nel quale ha annotato tutti gli eventi che avrebbe voluto trattare se Il Fatto fosse ancora andato in onda regolarmente, trasponendo queste annotazioni in un libro dal titolo Quello che non si doveva dire (Rizzoli, pagg. 317, euro 18). Nel 2007 era tornato in Rai con Rotocalco Televisivo, lo stesso nome della fortunata trasmissione del 1961. Aveva aperto il suo ultimo ciclo di trasmissioni così: “Scusate, sono tanto contento di rivedervi. E confesso che sono anche commosso. Ma c' è stato qualche inconveniente tecnico che ci ha impedito di continuare il nostro lavoro. L'intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica”. Aveva appena fatto in tempo a vederla diradare. E anche a ricevere i complimenti di Berlusconi. "Ho assistito alla prima delle due puntate e l'ho trovata veramente avvincente, quindi complimenti al dottor Biagi per questa nuova trasmissione", disse il Cavaliere dai microfoni di Radio anch' io. In quell'occasione, pur negando di aver mai chiesto la chiusura de "Il fatto", Berlusconi concesse: "Forse ho calcato la mano quando dissi che Biagi e gli altri facevano un uso criminoso della tv pubblica". Asciutto il ringraziamento di Biagi rivolto a "tutti quelli che hanno apprezzato il nostro lavoro e in particolare Silvio Berlusconi per il giudizio lusinghiero espresso su RT rotocalco televisivo". (pal)