lunedì 12 novembre 2007

Mamma Rai: ultime balle sul mito di Carosello

--IL VELINO CULTURA--12 novembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni, Espresso e Repubblica stanno pubblicizzando una serie di dvd nei quali vengono riproposti gli spot più famosi di Carosello, la pubblicità serale della Rai che, tra il 1957 e il 1977, ha caratterizzato una parte della storia della televisione italiana. Per ovvie ragioni pubblicitarie, il settimanale non ha mancato di tessere le lodi di questi siparietti con l’intervento di un fine intellettuale: Edmondo Berselli. Tessendone la magnificenza delle scenette, nel suo articolo pubblicato sull’Espresso dello scorso 8 novembre, Berselli scrive che “Carosello detta modelli di comportamento, a cui la società via via si adegua, mentre la pubblicità provvederà poi a rafforzare comportamenti e atteggiamenti dei ceti medi presenti e futuri, e a programmare modalità comportamentali ulteriori, ancora più ‘avanzate’”. Berselli parla della fine del Carosello con termini simili a quelli in voga nel Ventennio: “Il solco è stato tracciato, la semina è stata abbondante, e i frutti sono sotto gli occhi di tutti noi”. È difficile tuttavia accodarsi alla tesi di Berselli sul progresso dettato dalla pubblicità di Stato di Carosello: il pensatore cult del Partito democratico sa benissimo che non aveva questo ruolo. In un articolo che avevamo pubblicato il 3 gennaio del 2007 avevamo spiegato quale fosse il valore, nei giochi di spartizione, della pubblicità di Carosello gestita dalla Sipra in collaborazione con i partiti politici. Così, mentre oggi tutti si affannano a lodarne lo spettacolo, pochi si sono preoccupati di raccontare e spiegare quali meccanismi si nascondevano dietro quel sistema di veicolare la pubblicità autorizzata dai vertici Rai nei limiti temporali stabiliti sempre da loro, al quale anche i registi di sinistra si erano adeguati senza particolari travagli interiori. La realtà è che la Rai, attraverso la Sipra, gestiva da monopolista il mercato della pubblicità discriminando questa o quella azienda, questo o quel produttore di messaggi pubblicitari. Una sorta di incubo per alcuni degli aspiranti inserzionisti di quegli anni. Eppure, di questa sorta di repressione della libertà non esiste traccia nei resoconti di quella stagione. Nessuno sembra si sia mai ribellato a un sistema di spartizione pubblicitaria come quello. Neppure i cosiddetti registi impegnati: tutti, o quasi, schierati con il magnifico mondo di Carosello a cominciare dai fratelli Taviani, autori del film pubblicitario per la Leacril. Quegli stessi registi che non avrebbero esitato a schierarsi con Walter Veltroni alla fine degli anni ‘80 per lanciare la crociata contro gli spot di Berlusconi all’interno dei film prima che questo metodo, in voga ovunque nel mondo dove si è sviluppato il pluralismo televisivo grazie alla nascita della televisione commerciale, divenisse una consuetudine anche per la Rai. Chissà, forse molti dei registi che producevano le scenette per le aziende ammesse a Carosello pensavano di frenare sin da allora l’arrivo degli spot brevi, del pluralismo che avrebbe consentito l'apertura del mercato televisivo e anche di quello della pubblicità, rendendo più liberi i consumatori e più liberale la società italiana. Carosello è l’icona della pubblicità gestita dallo Stato e anche di Stato. E questo aveva forse risolto i dubbi di coscienza di comici come Dario Fo e Franca Rame che probabilmente non si sarebbero prestati a fare la pubblicità per un’azienda petrolifera come invece fecero per Supercortemmaggiore alla fine degli anni ‘50. Comunque, sbagliava certamente il suo giudizio John O’Toole quando scriveva nel suo saggio dal titolo The trouble with adversiting (Times books, 1981) che “non appena l’influenza del Partito comunista sull’attività governativa aumentò Carosello fu tolto di mezzo”. In realtà fu tolto di mezzo dal presidente socialista della Rai Beniamino Finocchiaro che in una lettera del 14 aprile del 1976, quindi prima delle elezioni politiche di quell’anno, annunciò l’intenzione di farla finita con quelle trasmissioni. Ugo Gregoretti ha ammesso nel 1976 su Repubblica che “i piccoli telespettatori di Carosello sono invece quelli che hanno fatto il sessantotto, sono gli stessi protagonisti della ‘nuova sinistra’”. E non solo. Tra gli attori di quei lunghi spot comparve anche Giusva Fioravanti, terrorista dei Nuclei armati rivoluzionari, che nello spot della Kraft gioca a tirassegno. Uno “sport” che diventerà una tragica realtà per le sue vittime. Fuori dal coro erano i cattolici di Civiltà cattolica. Nel 1976, il periodico dei gesuiti scrisse: “Non lo rimpiangeranno quanti ritengono che è tutt’altro compito di un’azienda praticamente di Stato avallare, per vent’anni, come servizio pubblico una pubblicità quale Carosello che, più di altre rubriche, ha identificato l’essere con il sembrare, il dovere con il piacere, la felicità col possesso, il senso sociale con il consumismo”. Eppure, quando Ninetto Davoli chiese a Pier Paolo Pasolini se fosse giusto girare i Caroselli della Saiwa il regista lo incoraggiò parlando di esperienza carina. A Bruno Bozzetto fu vietato invece di far vedere il finale della pubblicità della Perugina nella quale un cosacco, pago di aver mangiato i cioccolatini, se ne andava in vacanza alle Hawaii. Per la censura non era possibile far vedere un cosacco che andava a spassarsela negli Stati Uniti. Ferdinando Camon non utilizza lo stesso stereotipo di Berselli per parlare di Carosello ricordando che “Carosello è la menzogna sociale ridotta a sistema. E quindi è uno strumento politico di straordinaria efficacia: esso ha spostato e attenuato le rivendicazioni operaie, che invece di chiedere un cambiamento di condizione per star meglio chiedevano più denaro per comprare di più” (Il Giorno, 25 agosto, 1976). Ecco perché forse è meglio dimenticare quell’Italia che ci aveva dato un’immagine diversa da quello che era il Paese reale, dove i registi di sinistra avevano un ruolo di primo piano e gli inserzionisti erano discriminati se non indirizzavano la pubblicità in favore di certi partiti. Chi voleva pianificare la pubblicità di una penna alla televisione si sentiva chiedere dieci milioni per la pubblicità sui quotidiani, e dodici milioni per dei periodici. In un sistema monopolistico e ricattatorio come quello della Rai degli anni ‘70 i clienti si trovavano, nei confronti della Sipra, nella spiacevole condizione di “prendere o lasciare”, così molte aziende erano costrette a vedersi destinare la propria pubblicità su spazi per i quali non avevano interessi. Quel sistema aveva permesso quello che spesso viene rimproverato alla Sipra: il finanziamento occulto dei partiti. Infatti, nel cartello delle testate gestite dalla Sipra, fino alla fine di fatto del monopolio, vi erano organi ufficiali di partito: Il Popolo, L’Unità e Rinascita, L’Avanti! e Mondoperaio, L’Umanità e Ragionamenti; la pubblicità in esubero nel sistema televisivo indirizzata verso queste testate favoriva economicamente i partiti interessati. Se questo era il magnifico mondo di Carosello allora forse è meglio non ricordarlo o ricordarlo, comunque, per quello che realmente era. (pal)