venerdì 16 novembre 2007

L'Urss e la parola uccisa

Biennale Venezia 1977, le origini del dissenso
IL VELINO SERA del 16 novembre del 2007

di Lanfranco Palazzolo
(A sinistra la poetessa Anna Achmatova nel 1927)


Roma, 16 nov (Velino) - “Scrivete la verità perché la parola viva, perché nascosto sotto il velo, il pensiero, avvolto come una molla, scattando all’improvviso, uccida”. Con questa frase gli intellettuali sovietici volevano mettere in evidenza il difficile rapporto che avevano con il potere negli anni Sessanta in Urss. Questa epigrafe era contenuta in Feniks 66, una raccolta realizzata da Juri Galanksov nel 1966. Erano i primi anni del potere di Leonid Breznev. E per gli intellettuali la questione intorno al termine “verità” ebbe un valore enorme. Va ricordato che il dissenso sovietico non nacque come una battaglia di carattere politico, ma i suoi sviluppi primordiali furono esclusivamente di carattere letterario. Il 14 agosto del 1946 il Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica approvò una risoluzione contro due riviste sovietiche. Si trattava di Zvedza e di Leningrad. L’accusa nei confronti di queste due pubblicazioni era “gravissima”. Avevano osato pubblicare delle opere che venivano definite “apolitiche”. Per un regime come quello comunista era impensabile che esistessero opere che parlassero di temi privati e superficiali. Il Congresso degli scrittori dell’Unione Sovietica si schierò immediatamente contro gli autori incriminati: Michail Zoschenko e Anna Achmatova. Negli anni Ottanta il poeta Josif Brodskij, che fu premiato con il Nobel della letteratura, spiegò agli accademici svedesi che il Pcus non poteva sopportare che l’arte sovietica potesse in qualche modo insegnare qualcosa nella dimensione privata dell’uomo. In una realtà finalizzata in ogni suo settore alla realizzazione dell’uomo attraverso il lavoro, questo concetto non era gradito alla politica ufficiale del Pcus. Ecco perché l’Unione Sovietica ha conosciuto per decenni intellettuali che praticarono l’autocensura. Questo metodo però non poteva restare nel dna della cultura sovietica abituata a spaziare più in alto. La morte di Stalin fu l’occasione di un risveglio della cultura sovietica. Nel 1953, alla scomparsa del dittatore, gli intellettuali mostrarono un insospettato rinvigorimento. Al centro di questa attività si pose la rivista Novji Mir. Il direttore di questa rivista, Aleksandr Tvardovskij non era un dissidente. Anzi, era un uomo del realismo sovietico che non si discostava molto dai dettami del partito come dimostrò nelle sue opere pubblicate nel corso della seconda guerra mondiale. Eppure, Tvardovskij fu allontanato da quella rivista dopo aver pubblicato un articolo dal titolo “Della sincerità in letteratura”. Questi fatti sono un passaggio fondamentale per comprendere quali furono le motivazioni della protesta di molti intellettuali sovietici che sfociò negli anni Settanta nella cosiddetta Biennale del dissenso. Gli scrittori e gli artisti del dissenso avevano idee profondamente diverse tra loro. I principi comuni che li univano possono essere sintetizzati nel rispetto dei diritti civili, nella libertà di movimento e nell’applicazione del trattato della Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo del 1948 e dell’atto finale della conferenza di Helsinki del 1975 sui diritti umani. Il termine più giusto per definire il dissenso sovietico è questo: inakomysljascie, coloro che la pensano in modo diverso. Ed è proprio intorno a coloro che la pensavano in modo diverso che la rivista Cronaca degli avvenimenti correnti riuscì a coagulare intorno a sé un gruppo nuovo di intellettuali. Quella rinascita fu senza dubbio frutto della segreteria del Pcus di Nikita Chruscev che abbandonò la strategia del terrore. Era un passo indietro del Pcus. Ma non era abbastanza. Lo fu per far dar fuoco alla miccia del dissenso. Naturalmente questo non impedì a Breznev, che fu il successore di Chruscev di mandare in galera intellettuali di grande rilievo come i due scrittori Julij Daniel e Andrei Sinjavsky, semisconosciuti in Urss. Questi due arresti aprirono un fronte di polemica vastissimo che provocò un dibattito internazionale molto ampio. Ma fu Andrej Sacharov con la sua opera “Considerazioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libertà intellettuale” a dare un colpo alla dirigenza del Pcus che nel 1972 uscì allo scoperto con una serie di arresti di massa. Per molti intellettuali sovietici sembrò essere giunto l’oblio. Ma il premio Nobel della letteratura a Sacharov e la conferenza di Helsinki aprirono lo spazio per nuovi argomenti di polemica che Carlo Ripa di Meana riuscì a mettere in evidenza nella Biennale. Argomenti che avrebbero messo in crisi l’Urss e tanti intellettuali italiani che di questi temi evitavano di parlarne.

(pal) 16 nov 2007 20:06