lunedì 3 dicembre 2007

Il degrado ferroviario della linea Roma-Ancona

"Il Velino" del 3 dicembre del 2007
Il disagio del viaggiatore corre sulla linea Roma-Ancona
Di Lanfranco Palazzolo
(A destra la scrittrice Dacia Maraini. Sulla Ancona-Roma non ha liberato il posto di un passeggero che aveva occupato con le valigie).

Roma, 3 dic (Velino) - Ancora non sappiamo se Trenitalia riuscirà a ottenere l’aumento del 15 per cento sulle tariffe di alcune tra le più importanti tratte ferroviarie. Ci auguriamo che questo non avvenga sull’antichissima linea Roma-Ancona. È da diverso tempo che i viaggiatori sono sul piede di guerra contro le ferrovie per i disagi incontrati su questa tratta. Qualcuno ha addirittura evocato Pio IX che la fece inaugurare nel lontano 1866. Mastai Ferretti aveva in cuor suo il sogno di vedere Roma collegata con Senigallia attraverso la strada ferrata, e fece di tutto per unire la sponda tirrenica con quella adriatica. La Società generale delle strade ferrate romane (detta anche Società Pio centrale) si mise al lavoro nel 1856 per completare i lavori nell’aprile del 1866. Ma a quel tempo Pio IX era avvilito perché non avrebbe potuto percorrere quella linea per arrivare a Senigallia: dopo la battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860) le Marche, infatti, erano passate al Regno d’Italia. Sei anni dopo, l’inaugurazione della tratta passò sotto silenzio a causa della difficile situazione internazionale che aveva portato allo scoppio della terza guerra d’Indipendenza. La situazione economica di quella linea fu da subito disastrosa. Nei pochi mesi della sua gestione lo Stato pontificio non riuscì a far fronte ai debiti maturati con i creditori ai quali erano stati espropriati i terreni. Così questi fecero sequestrare gli incassi delle biglietterie delle poche stazioni pontificie nella tratta tra Roma e Orte.
Forse oggi non arriviamo a tanto ma i viaggiatori che percorrono questa linea trovano sempre più spesso le biglietterie chiuse o rischiano di soffocare in carrozza. Sul Corriere della sera del 28 luglio del 2007 lo scrittore-saggista Vittorio Emiliani denuncia di aver viaggiato, il 20 luglio del 2007, in una vettura della tratta Ancona-Roma senza aria condizionata: “In quell’afoso pomeriggio non siamo stati avvertiti tempestivamente, non abbiamo potuto aprire i finestrini ovviamente sigillati, né ci sono state date alternative di sorta alla calura. Una tortura durata oltre tre ore che ha provocato alcuni malori. Una mia vicina mi aveva raccontato che la stessa sorte le era capitata, sempre sulla vettura 4, una settimana prima”. Il 25 luglio, un altro lettore del quotidiano, tale Gianpaolo Sicuro, aveva denunciato lo stesso problema nella vettura numero 4 sulla stessa linea. Il problema della tratta in questione è che le vetture che vengono utilizzate sono quelle degli ex pendolini per i quali si pagano le stesse tariffe degli eurostar delle cosiddette linee di serie. Ma sulla Roma-Ancona i problemi non si fermano qui. È del 28 novembre scorso la notizia, riportata dall’Adnkronos, che la Polfer di Ancona ha assicurato alla giustizia un pluripregiudicato di 28 anni, il quale all’interno di un bagno dell’eurostar aveva occultato due valigie, un lettore mp3 e le chiavi di tre diverse autovetture. In questa circostanza le forze dell’ordine sono riuscite a fare qualcosa. Ma in altre circostanze non possono fare nulla per garantire ai viaggiatori una permanenza tranquilla.
È il caso verificatosi venerdì scorso sulla linea da Rimini a Roma. Al termine dello sciopero di quel giorno chi ha viaggiato nella carrozza numero tre del treno 9337 si è dato alla fuga perché un gruppo di napoletani ha cominciato ad ascoltare le musichette del cellulare e a cantarci sopra. I controllori che si sono alternati nei vari tratti di quella linea non hanno avuto il coraggio di dire niente ai cantanti napoletani e hanno invitato le vittime della sinfonia partenopea ad andare in un’altra carrozza. Il treno era pienissimo. Molti hanno preferito continuare il viaggio in piedi in un’altra carrozza piuttosto che sentire quel concerto. E ancora: Giuseppe tornava lunedì 26 novembre da Jesi per andare a Roma. Una volta arrivato alla stazione della città marchigiana, ha trovato la biglietteria chiusa e quella automatica guasta. In cambio, erano funzionanti quelle per i biglietti regionali. Ma non gli servivano perché doveva prendere l’eurostar 9331 delle 15.31. Un altro caso riguarda una passeggera che viaggia tutte le settimane in questa linea. Ha raccontato di aver trovato nel 2005 il suo posto in prima classe occupato dalla scrittrice Dacia Maraini che ha riempito di valigie la poltrona dirimpetto alla sua. Morale: si è dovuta accomodare in un altro posto. Michele, universitario di 26 anni, venerdì 23 novembre voleva lavorare alla sua tesi durante il viaggio sulla linea Roma-Rimini (treno 9332). Ha trovato il suo posto senza tavolino. Il biglietto non gli è stato rimborsato.

(pal) 3 dic 2007 13:54

Quante cittadinanze onorarie per la Baraldini

Tutti gli intellettuali per Silvia
IL VELINO CULTURA, 4 dicembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma - L’ultimo comune che le ha concesso questo titolo è l’amministrazione di Venaria, in provincia di Torino. Ma prima di questa città erano state altre le amministrazioni locali che avevano dato all’ex terrorista Silvia Baraldini la cittadinanza onoraria. Si tratta dei comuni di Palermo, Venezia, Grosseto, Bologna, L’Aquila, Napoli, Rovigo, Teramo, Caserta, Lecce, San Benedetto del Tronto, Fidenza, Cesena, Torremaggiore, Eboli e Pieve Emanuele. Nata nel 1949 a Roma, condannata nel 1984 a 43 anni (poi ridotti a 22) per associazione sovversiva negli Stati Uniti, la Baraldini passerà alla storia come il detenuto italiano che ha goduto della maggiore attenzione della sinistra italiana, dei suoi intellettuali e degli aiuti più sfrontati. Il nostro paese non si è fatto scrupolo pur di ingannare il dipartimento della Giustizia americano, al quale aveva garantito che la nostra cittadina avrebbe scontato per intero la pena comminatale, per poi liberarla dopo aver ottenuto la sua estradizione durante il primo governo D’Alema nell’agosto del 1999. Edmondo Berselli, un pensatore vicino a Romano Prodi è sempre rimasto perplesso nei confronti dell’atteggiamento della sinistra nei confronti della Baraldini definendola come “santa terrorista”. In un articolo sul Sole 24 ore scrive: “Silvia Baraldini è riuscita a diventare un simbolo. Simbolo di che cosa non si sa” (25 agosto del 1999). Ma non ci vuole molto a capire di cosa sia il simbolo la Baraldini. Lo spiega meglio Sergio Romano che riesce a darsi una spiegazione sul perché la sinistra ideologica è riuscita a farsi sentire sulla vicenda che ha riguardato l’ex terrorista: “Non credo che i Ds al Governo condividano ora i sentimenti della sinistra perdonista antiamericana. Ma alcuni di essi li hanno probabilmente condivisi negli anni della gioventù e non possono comunque, anche per ragioni elettorali, rompere del tutto i vincoli familiari che li uniscono all’ala più massimalista del loro schieramento” (Panorama, 10 maggio 2001). Ecco perché autorevoli esponenti del mondo della cultura come Leonardo Mondadori hanno messo 30 mila dollari a disposizione per la liberazione della Baraldini. Altrettanto ha fatto l’imprenditrice Marialina Marcucci che ha dato quattromila dollari per l’ex terrorista. Ma a chiarire meglio quali sono state le cifre per la cauzione che ha dato il via libera all’estradizione della Baraldini dagli Stati Uniti all’Italia ci pensa l’allora ministro della Giustizia Oliviero Diliberto. Secondo quanto riporta il quotidiano Milano Finanza del 14 gennaio del 2001, lo Stato italiano ha versato 25.600 dollari per la cauzione che si sommano ai 23.400 dollari raccolti da alcuni degli amici della Baraldini e dai suoi familiari. Ad aiutare la Baraldini ci pensa anche il Comune di Roma che dà all’ex terrorista una consulenza di dodicimila euro lordi l’anno. Il caso di questa consulenza viene sollevato dal consigliere comunale in Campidoglio di Alleanza nazionale Marco Marsilio (La Repubblica, 20 giugno del 2003). Dopo Diliberto, un altro Guardasigilli rivolge la propria attenzione alla vicenda: si tratta di Piero Fassino che risponde direttamente alla Baraldini dalle pagine della Stampa. Al taccuino di Guido Ruotolo, Fassino dà garanzie all’ex terrorista sulla qualità della sua detenzione: “Vorrei però, assicurare la detenuta che, dal primo settembre, con l’entrata in vigore del nuovo regolamento carcerario, anche lei usufruirà dei benefici previsti” (26 agosto del 2000). Eppure la Baraldini nelle patrie galere era sembrata una persona ritrovata , come aveva spiegato il senatore dei Verdi Athos De Luca: “Non credevo di trovare la signora Baraldini così perfettamente integrata nella realtà del carcere di Rebibbia. M’è parsa una donna felice” (Corriere della Sera, 3 settembre del 1999). Ma qualche mese dopo il suo avvocato, Grazia Volo, illustra una nuova realtà: “Negli Stati Uniti Silvia era una segregata di lusso, come lo si può essere in un paese ricco. Qui è una segregata e basta” (Corriere della Sera, 14 febbraio del 2000). Bastano queste condizioni per far mobilitare decine di intellettuali. Nel marzo del 2001 scendono in campo Norberto Bobbio, Rita Levi Montalcini, Dacia Maraini, Roberto Benigni e Carla Fracci per chiedere al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi un atto di grazia che non arriva (La Repubblica, 28 marzo del 2001). Ma è questione di tempo per la fine della pena. Quando nel settembre del 2006 la Baraldini beneficia dell’indulto il presidente della commissione Giustizia della Camera Gaetano Pecorella è sorpreso: “L’indulto non poteva essere concesso (alla Baraldini, ndr) in relazione a condanne inflitte da uno Stato straniero, anche se l’esecuzione avviene in Italia” (Messaggero, 27 settembre 2006). Ma per la Baraldini tutto è possibile. E in fondo chi se ne frega se avevamo dato assicurazioni agli Stati Uniti che la pena sarebbe stata scontata secondo la condanna che le era stata inflitta. Di questa comportamento discutibile ne avrebbero fatto le spese altri nostri connazionali che non hanno ottenuto l’estradizione dagli Stati Uniti all’Italia. Se ne accorge il ministro della Giustizia Clemente Mastella nell’ottobre del 2006 quando, ai sensi della convenzione di Strasburgo chiede l’estradizione di 25 connazionali detenuti in Usa per reati comuni. La risposta del dipartimento della Giustizia non è confortante: “Il meccanismo di recente si è bloccato perché gli americani non sono contenti di come si è concluso il caso di Silvia Baraldini” (Corriere della Sera, 22 ottobre del 2006). (pal)