mercoledì 12 dicembre 2007

Il sistema giudiziario e penitenziario di Adolf Hitler

Recensione de “Le prigioni di Hitler” di Nikolaus Wachsmann
IL VELINO CULTURA del 12 dicembre del 2007,
di Lanfranco Palazzolo
(A destra il giurista nazista Otto Georg Thierack, 1889-1946. Si suicidò dopo essere stato catturato dagli alleati)

Roma - Sotto la toga l’orrore. Ogni volta che si parla del regime nazista si pensa sempre ai campi di concentramento che il Reich hitleriano aveva messo in piedi per sterminare gli ebrei. Forse è stato un grossolano errore non parlare anche del sistema ordinario dell’amministrazione tedesca della giustizia. Ci offre questa opportunità Nikolaus Wachsmann che ha pubblicato in Italia il volume dal titolo “Le prigioni di Hitler” (Mondadori). L’autore è un docente universitario tedesco di storia contemporanea che insegna all’università di Sheffield. Il merito di Wachsmann è stato quello di aprire un varco su un argomento su cui la storiografia europea si era cimentata ben poco. Eppure, nel sistema penitenziario nazista, tra il 1933 e il 1945 finirono molte più persone di quante caddero nella rete dei campi di concentramento finalizzati allo sterminio delle minoranze religiose. Anche i criminali comuni non ebbero vita facile nel Terzo Reich e il sistema penitenziario si occupò duramente di loro definendoli “elementi estranei alla collettività”. Queste persone furono oggetto di un piano di sterminio di massa molto diverso da quello che sarebbe toccato agli ebrei. Il sistema penale nazista si divideva in due tipi di pena: quello del carcere e quello della durissima detenzione nel penitenziario. La seconda era molto più grave. In questo caso il carcerato era totalmente annientato al punto da diventare pazzo. Lo scopo di queste strutture era di marchiare a vita i condannati e di disonorarli. Molto spesso, però, la condizione dei carcerati era determinata dal mutamento delle condizioni politiche e civili all’esterno del carcere al quale l’amministrazione della giustizia era sensibilissima. Ecco perché lo scoppio della guerra radicalizzò moltissimo la durezza e l’efferatezza del sistema giudiziario e penitenziario tedesco. Forse non si è studiato abbastanza quale sia stata l’influenza di Hitler riguardo a questo processo e nemmeno quale fu il comportamento del ministro della Giustizia del Reich Franz Gurter che diede spaziò alla legislazione repressiva delle SS senza rendersi conto che lo scopo della polizia nazista era quello di rendere permanenti delle norme infami. La polizia prese il sopravvento in un sistema dove i giuristi avevano sempre meno la possibilità di decidere come avrebbe dovuto essere amministrata la giustizia. Ma i tedeschi approvarono quel tipo di amministrazione della giustizia: “Molti tedeschi comuni non si limitavano ad appoggiare in modo passivo il terrore nazista, ma contribuivano in concreto a renderlo possibile con una marea di denunce”. Lo studio “Le prigioni di Hitler” non si limita solo a questi aspetti, ma indaga anche su un’altra pagina bianca della storia tedesca, quella del sistema carcerario della Repubblica di Weimar, mai studiato abbastanza. Anche gli studiosi che hanno cercato di analizzare questa realtà non sono mai entrati nel merito di quel tipo di sistema. Non lo ha fatto Lothar Grauchmann che si è prodotto in un lungo saggio di circa 1.300 pagine, “Justiz im Dritten Reich” (“La giustizia nel Terzo Reich”). Gli studiosi hanno sempre cercato di scagionare da ogni colpa i membri del sistema penitenziario tedesco. Hermann Weinkauff, ex presidente della Corte suprema tedesca federale, ebbe a dire nel 1968 che ogni dipendente del sistema giudiziario tedesco era stato “preda inerme della pressione terroristica dello Stato e del partito”. Weinkauff però non era credibile perché era stato nominato nel 1937 alla guida della Corte suprema e restò in quella carica anche dopo la fine della guerra e del regime nazista. Egli si guardò bene dal descrivere quali fossero le condizioni dei confinati di sicurezza, che per aver commesso reati comuni come il furto furono messi nella condizione di non uscire mai più dal carcere. È il caso della povera Magdalena S., trasferita nel 1936 nell’istituto di Aichach. A 33 anni questa donna aveva accumulato 16 condanne per furto e prostituzione. Magdalena fu nutrita di solo pane e acqua e deperì anche dal punto di vista mentale giungendo a comportamenti sempre più disturbati, come lanciare le feci contro le guardie, gridare e stracciarsi le vesti. Per tutta risposta, i funzionari inasprirono le pene contro di lei. La prostituta Rosa S. rubò nel 1934 ben 40 marchi dalle tasche di un operaio con il quale aveva avuto un rapporto sessuale a pagamento. Il procuratore la condannò sulla base di una sentenza del 1927 nella quale veniva definita come una “puttana di strada sradicata e pericolosa”. La condanna ufficiale al confino di sicurezza fu di 16 mesi. Le chiesero cosa avrebbe voluto fare una volta uscita di prigione. La donna rispose: “In primo luogo non voglio tornare qui... Mi comprerò una macchina per cucire e un letto... Voglio rattoppare, cucire e ricamare”. Invece morì in carcere di stenti. L’uomo che portò alle estreme conseguenze questo sistema fu il ministro della Giustizia Otto Georg Thierack, nominato nel 1942 da Adolf Hitler. Il 20 agosto di quell’anno, non appena lo aveva nominato nel governo, il Fuhrer aveva detto a Thierack che era “estremamente pericoloso proteggere i truffatori e le canaglie”. Neanche un mese dopo il ministro, morto suicida durante la sua permanenza in un carcere alleato nel 1946, aveva messo in atto quell’ordine consegnando alla polizia un ingente numero di detenuti per “l’eliminazione mediante il lavoro”. Al termine del conflitto, la corte di Norimberga riuscì a coniare una definizione veritiera di quello che fu quel sistema giudiziario: “Il pugnale dell'assassino era nascosto sotto la toga del giurista”. Una definizione azzeccatissima per “Le prigioni di Hitler”. (pal)