giovedì 27 dicembre 2007

Lamberto Dini e il sogno delle grandi intese

La proposta di Lamberto Dini
IL VELINO SERA, 22 dicembre 2007
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - Che cosa si augura Lamberto Dini auspicando la caduta del governo di Romano Prodi non è certo un mistero e nemmeno una sorpresa. Già nell’intervista rilasciata il 13 dicembre del 2007 al Corriere della Sera, l’ex ministro degli Esteri aveva spiegato chiaramente: “Quello che servirebbe al paese è un governo di larghe intese appoggiato da tutte le grandi forze politiche e dalle forze vive della nazione, con un programma chiaro e semplice per affrontare il declino. Vedremo quello che succede”. Questa mattina lo ha ribadito, ma l’ex premier aveva fatto la stessa analisi anche più di un anno fa, nell’autunno del 2006. In quella circostanza Dini fu intervistato dal Giorno. Ad Andrea Cangini, Dini aveva detto: “Spero che Prodi non cada. Ma se ciò capitasse, la nostra Costituzione dice che il capo dello Stato dovrà verificare la possibilità che in parlamento si crei una nuova maggioranza. Dopo il risultato elettorale mi augurai invano che questa prospettiva potesse realizzarsi. Per cui, nella malaugurata ipotesi di una crisi, bisognerà valutare se il clima politico consentirà la nascita di un governo istituzionale di programma. Certo, un governo che poggia su un consenso trasversale potrebbe fare quelle riforme di cui il paese ha un disperato bisogno. E dovrebbe modificare, in senso maggioritario, l’attuale legge elettorale” (27 ottobre del 2006). Il tema delle larghe intese era stato evocato da Dini anche durante la discussione sul Documento di programmazione economica e finanziaria approvato nell’estate del 2006. In quella circostanza Dini aveva detto: “Il rischio del tirare a campare (per Prodi) è reale. Ed è certo che solo un governo di larghe intese potrebbe permettersi di sciogliere quei nodi che ostacolano la crescita e la modernizzazione del paese” (Il Giorno, 19 luglio 2006). Ma ci sono altri aspetti da valutare per comprendere le cause della sfiducia consolidata di Dini nel governo e in Prodi. L’ex ministro degli Esteri non ha mai accettato di buon grado il sacrificio di non far parte del governo, mentre altri non si sono fatti scrupolo di entrare da ministri e sottosegretari conservando il seggio senatoriale. In pratica, Dini si è sacrificato fidandosi che tutti avrebbero rispettato le regole sull’incompatibilità tra i due incarichi enunciate da Prodi. Del resto, lo stesso Dini ha spiegato a Libero del 26 maggio del 2007: “Il dodecalogo di Prodi prevede le dimissioni (dal Governo o dal Senato) di chi ha il doppio incarico e io sono deluso che lui (Prodi) non lo porti avanti”. Ma il punto di maggiore dissenso è legato alla politica fiscale attuata dal Governo Prodi e dall’uomo che l’ha messa in pratica: Vincenzo Visco. Alla vigilia del voto delle elezioni politiche del 2006, Dini aveva criticato Berlusconi per le sue accuse alla sinistra sulle tasse: “Questo è solo terrorismo. Lo fanno per mettere paura ai cittadini” (La Nazione del 23 marzo del 2006). Ma interpellato sul decreto Visco il 29 ottobre del 2006 dal Sole 24 Ore, Dini ha risposto così: “Da liberale dico che lo Stato non si può intromettere nei diritti individuali delle persone, nei fatti più privati delle famiglie come i conti correnti bancari. Se lo chiede anche l’authority della privacy. Si tratta di norme onnicomprensive che la stessa pubblica amministrazione non sarà in grado di gestire. Per questo dico che sono vessatorie e non necessariamente efficaci”. Un altro aspetto che Dini ha messo in discussione della politica prodiana è stato l’atteggiamento del presidente del Consiglio sulla legge elettorale. Già nella citata intervista al Giorno dell’ottobre del 2006 Dini aveva chiesto un ritorno al maggioritario. Poi è stato un crescendo in parallelo alla scelta di segno opposto di Prodi che ha invece deciso di porsi, e lo ha ribadito anche questa mattina, come il garante dei “nanetti”, che considera ormai quasi un’assicurazione sulla vita. Inevitabile la rotta di collisione. (pal)