sabato 26 gennaio 2008

Arrigo Boldrini, il partigiano che voleva occupare la Camera

Boldrini / Il partigiano moderato che fece arrabbiare Pertini
IL VELINO CULTURA del 26 gennaio del 2008
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Martedì scorso la Camera dei deputati ha commemorato, con un minuto di raccoglimento, la figura dell’onorevole Arrigo Boldrini, medaglia d’oro della Resistenza e per undici legislature parlamentare. A Montecitorio lo hanno ricordato come un deputato che non amava le cariche importanti. Tutti quelli che lo hanno conosciuto ricordano che Boldrini non voleva affatto diventare vicepresidente della Camera. Accettò solo dopo molte esitazioni. Da presidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia è stato sempre un moderato, cercando di far andare d’accordo tutte le correnti della Resistenza. Del resto, il capitano Bulow, il suo nome di battaglia, fu uno degli uomini che rimase sull’attenti di fronte a Umberto II di Savoia quando il 16 maggio del 1945 i reparti della divisione Cremona lo contestarono. Boldrini, che partecipava a quella manifestazione nelle file della ventottesima Brigata Garibaldi, non sentì la necessità di unirsi a quella protesta. Questa disciplina da coraggioso capo partigiano non gli mancò nemmeno da uomo politico. Nel Pci fu un perfetto stalinista fino all’avvento di Luigi Longo. Da quel momento le sue posizioni furono considerate più centriste. Nelle sedute alla Camera, il giovane partigiano aveva il compito di interrompere gli avversari politici. Arrivò persino a salire con i piedi sugli scranni. I colleghi parlamentari e gli amici di partito ricordano che amava molto il gusto per la battuta. Ma questo “amore” in politica può rappresentare un problema. Nel gennaio del 1969 fu protagonista di una polemica politica che fece arrabbiare molto il presidente della Camera Sandro Pertini. Il 30 gennaio del 1969 il capitano Bulow partecipò a una riunione del Partito comunista italiano in Sicilia insieme ad alcuni consiglieri regionali del Psiup. In quei giorni i consiglieri dei due partiti avevano occupato l’aula dell’Assemblea regionale siciliana. Boldrini aveva commentato quell’iniziativa così: “La lezione siciliana è di grande attualità. Forse non è lontano il tempo in cui dovremmo occupare Camera e Senato”. La notizia finì su tutti i quotidiani nazionali del 31 gennaio del 1969 tranne che su l’Unità. Arrivato a Roma, si rese conto delle polemiche che avevano sollevato quelle parole. Il parlamentare del Pci cercò di rettificare il suo pensiero spiegando che l’occupazione “non è da escludersi in sede nazionale anche per impegnare tutti a una nuova funzione del Parlamento e anche se può sembrare un gesto clamoroso”. I giornalisti che avevano seguito il suo incontro a Palermo confermarono quelle parole. Lo stesso gruppo parlamentare del Pci chiese una rettifica più chiara. Boldrini fu convocato da Pertini smentendo di aver detto quelle parole. Dopo l’incontro con il presidente della Camera, il parlamentare comunista pubblicò una smentita che terminava con queste parole: “Se ad esempio dieci di noi decidessero di non abbandonare l’aula di Montecitorio fino a che non sia messo all’ordine del giorno il tema delle pensioni, non sarebbe questo certo un gesto clamoroso? Ma non si potrebbe parlare certo di occupazione del Parlamento”. I repubblicani non la presero bene. Boldrini era di Ravenna ed era un avversario politico di Ugo La Malfa in quella circoscrizione. La Voce Repubblicana lo attaccò: “C’è da chiedersi se per caso il deputato comunista non abbia idea che le Camere siano sorde e grigie e debbano essere trasformate in un bivacco di guardie rosse”. Fu più realista Antonio Giolitti che minimizzò spiegando che quella di Boldrini era “una battuta e non un programma politico”. Aveva ragione. (pal)

I coniugi Mastella e Pablo Neruda

Il “legame” non casuale con i coniugi Mastella
IL VELINO CULTURA del 26 gennaio del 2008
Di Lanfranco Palazzolo
(Nella foto a sinistra la poetessa Marha Medeiros)

Roma - I quotidiani hanno annotato con una certa diffidenza la citazione di Clemente Mastella della poesia di Pablo Neruda “Lentamente muore”, nel corso dell’intervento del leader dell’Udeur a Palazzo Madama. In effetti si tratta di un errore, corretto dall’ex senatore Stefano Passigli, che pubblica in Italia le opere di Neruda in qualità di editore. Non è la prima volta che il poeta cileno viene citato dall’ex Guardasigilli. Quindi abbiamo ragione di pensare che questa sua “passione” non sia casuale, anche se è viziata da un equivoco sul quale molti cadono negli ultimi anni. Il leader dell’Udeur aveva tirato in ballo il poeta anche nel corso di un’intervista con la Repubblica dello scorso 14 giugno 2007. E proprio in quella occasione Mastella aveva chiamato in causa Neruda e il famoso componimento. A Liana Milella che aveva evocato una possibile crisi del governo Prodi, Mastella aveva risposto: “Io, come Neruda, non ci sto a ‘morire lentamente’ perché così consegniamo il paese a Berlusconi, che mi sta pure simpatico, ma sta seduto sulla riva del fiume e aspetta di veder passare il nostro cadavere. In cinque anni non ha fatto niente, ma è tale la nostra incapacità che viene invocato come il salvatore. Potremmo farcela anche con un solo voto in più, ma manca un disegno politico. O c’è uno scatto di reni o è meglio andare a un governo di larghe intese che guidi il paese fino al 2009 quando si voterà per europee e politiche”. Tuttavia, il leader dell’Udeur ha commesso un errore che è molto frequente. Ha citato una poesia della giovane Martha Medeiros, nata nel 1961, che si intitola “Ode alla vita”. Il componimento era stato oggetto di una disputa sul blog del quotidiano El Pais l’8 luglio 2007, quando era stato spiegato ai lettori l’equivoco di questa opera, che troppo spesso viene attribuita erroneamente a Pablo Neruda. (Vedi in http://lacomunidad.elpais.com/corotos/2007/7/8/apocrifos). Lo stesso equivoco si è verificato lo scorso luglio a Sorrento nel corso di un recital di poesie del poeta cileno quando è stata evocata erroneamente l’opera della Medeiros (Vedi in http://riflettiamo.blog.espresso.repubblica.it/pensiamoci_su/2006/09/ode_alla_vita.html ). Nel suo intervento al Senato, Mastella non ha citato interamente la poesia, omettendone l’ultimo capoverso: “Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”. Per far comprendere quanto sia comune questo errore è il caso di andare a rileggere l’edizione del quotidiano l’Unità dell’11 luglio 2004, quando il componimento della Medeiros è stato pubblicato per intero dal quotidiano dei Ds attribuendolo a Neruda. L’errore dell’Unità è stato clamoroso perché è apparso nella pagina della cultura ed è stato inserito nel quadro delle commemorazioni dei 100 anni dalla nascita del poeta sudamericano. Ma per capire meglio il reale legame di Clemente Mastella con lo scrittore è il caso di risalire a tre anni prima. E si scopre che il merito di questo amore si deve anche alla moglie dell’ex ministro della Giustizia. Nell’aprile del 2004 Sandra Lonardo Mastella venne nominata alla guida dell’azienda autonoma del turismo di Capri, isola nella quale Neruda visse in esilio nel 1952 in una villa, La casa di Arturo, messagli a disposizione da Edwin Cerio. In quel periodo lo scrittore pubblicò “Los versos del capitán” (Arte Tipografica – Napoli), opera che fu stampata solo in 50 copie per gli amici più stretti e poi ripubblicata qualche anno fa. Lo stretto legame del poeta cileno con l’isola di Capri e con la Campania fu suggellato anche dalla nascita del suo amore con Matilde Urrutia, la donna che gli rimase accanto fino alla sua morte nel 1973. Nel periodo successivo alla sua nomina all’azienda autonoma del turismo dell’isola, che avvenne in occasione del centenario della nascita di Neruda, Sandra Lonardo Mastella spiegò alla stampa i suoi progetti per Capri, dove contava di avviare una serie di iniziative per valorizzarla. Il 20 agosto 2004 lady Mastella confidò di amare lo scrittore latinoamericano e la sua Capri più di Platone: “Neruda, certo. Ha detto bene”, rispose Sandra Lonardo Mastella a una giornalista che – nel corso di una conferenza stampa – gli chiedeva conto della sua passione per il poeta. Infatti è proprio per merito di Sandra Lonardo Mastella che nel luglio del 2004 fu organizzato a Capri un concerto spettacolo di Mauro Di Domenico dal titolo “Nati in riva al mondo”. Pochi giorni dopo fu rappresentato anche “Il postino di Neruda” di Antonio Skarmeta. Il 13 agosto del 2004 l’azienda di soggiorno dell’isola organizzò all’hotel San Michele di Anacapri un incontro per ricordare i 100 anni dalla nascita del poeta. Questo, tanto per dimostrare che il legame tra Neruda e la famiglia Mastella esiste. Il problema è stato che il leader dell’Udeur non si è consultato con la moglie prima di svolgere l’intervento in aula. Se lo avesse fatto non avrebbe commesso quell’errore. (pal)

La fine ingloriosa di Italia.it


Italia.it / Come (e perché) è finita la lunga agonia
IL VELINO CULTURA del 26 gennaio del 2008
(Nella foto a sinistra l'orrendo logo di Italia.it).

Roma - Resterà forse un mistero la ragione per la quale il governo di centrosinistra non sia stato in grado di mettere in piedi un sito internet decente che promuova il turismo italiano. La chiusura definitiva del portale www.italia.it è un perfetto manuale per mettere in evidenza l’improvvisazione italiana, l’inutile concorrenza tra i diversi enti della pubblica amministrazione. E così, se la Spagna ha www.spain.info, la Francia può contare su www.franceguide.com, l’Australia su www.australia.com, l’Italia vanta un fallimento senza precedenti. Del resto, il ministro dell’Innovazione tecnologica Lucio Stanca è stato chiaro fin dalla scorsa legislatura. Il progetto è stato frenato dalle Regioni proprio nel 2005, dopo la vittoria del centrosinistra alle elezioni regionali. Sul Sole 24 Ore del 22 maggio 2005 il ministro Stanca denuncia: “Indubbiamente da parte di alcune Regioni o di enti locali c’è stata della diffidenza. In qualche caso qualche assessore regionale ha anche consigliato enti locali di non avere rapporti con questo progetto”. Il 7 luglio 2006 il quotidiano di Confindustria riferisce che il sito è ancora bloccato dai veti locali. E il giorno successivo, ancora dallo stesso quotidiano, l’ex ministro spiega che nel 2005 “in alcune regioni i governi locali hanno cambiato colore e sono cominciati i problemi. In Italia è difficile fare squadra se si è di colore diverso”. Lucio Stanca non avrebbe mai immaginato che la squadra del centrosinistra fosse in grado di combinare tanti guai. Infatti, il governo ha impiegato almeno 10 mesi dall’inizio della legislatura per varare il sito, operazione completata il 22 febbraio del 2006. Nel corso della Bit 2006 il vicepresidente del Consiglio Francesco Rutelli è raggiante per il nuovo portale. Eppure, in poche settimane si verifica una rivolta dei blogger contro il portale www.italia.it. I blogger organizzano un’iniziativa dal nome RItaliaCamp per cercare di tappare le numerose carenze del sito che consegna ai navigatori della rete informazioni sbagliate e fuorivianti. Nei partiti del centrosinistra sono tutti preoccupati di insultare l’ex ministro Lucio Stanca. Come fa ad esempio Paolo Zocchi, presidente dell’osservatorio Ict della Margherita: “Non c’è dubbio che il precedente governo abbia gestito questa cosa in modo bizzarro (…) Ma ci sono tutti gli spazi per poter effettuare dei miglioramenti significativi” (La Stampa, 8 marzo 2007). Il ministro dei Beni culturali con delega al Turismo Francesco Rutelli fa una promessa che non mantiene: “Ci diamo un anno di tempo per rendere il portale definitivo (…) sarà aperto al contributo di tutti (…) per correggere ciò che nel portale potrebbe essere migliorato” (Ivi). L’apertura rutelliana si dimostra un immediato fallimento. Il giorno dopo il Sole 24 Ore denuncia che su italia.it il Monte Bianco viene “spostato” dalla Valle D’Aosta in Piemonte. Il vicepresidente della Regione Veneto Luca Zaia chiede al ministro Rutelli di oscurare le pagine che si occupano della regione del nord-est: “Ci sono errori grossolani e vistosi”. Ad aprile ci si mettono anche gli hacker che associano la parola “merda” al portale. Chi digita infatti la parola “merda” su Google si vede spuntare al primo posto proprio il sito del turismo italiano (vedi Libero del 24 aprile del 2007). Il 4 aprile il senatore di Alleanza nazionale Domenico Gramazio propone a Luigi Nicolais, ministro delle Riforme e dell’innovazione nella pubblica amministrazione, di chiudere il portale. Ma il 14 giugno successivo Nicolais risponde su italia.it in modo rassicurante: “Le problematiche sorte in merito a una impostazione eccessivamente centralistica rilevata in passato possono ritenersi ormai superate”, annunciando per luglio “la piena operatività” del portale (vedi fascicolo 034 del Senato su interrogazione 4-01702). La conclusione di Nicolais è da incorniciare: “Risulta quindi di tutta evidenza che, al contrario di quanto auspicato dal senatore interrogante, il governo ritiene che il portale www.italia.it non debba essere chiuso”. E le figuracce proseguono. Da quanto risulta al deputato Giorgio Jannone (Forza Italia), nell’interrogazione del 30 ottobre 2007, sul sito si parla di 110 province italiane, numero che sarà effettivo solo nel 2009, quando le ultime tre amministrazioni diventeranno operative. Sempre secondo Jannone, dal portale manca la Repubblica di San Marino a favore della “rinascita” dello Stato Pontificio. Il deputato denuncia inoltre la sparizione delle località marittime in Abruzzo. Un pasticcio senza fine. A quel punto il ministro Rutelli dichiara che il sito “non è salvabile” e annuncia di aver dato “il fischio di fine partita” (vedi “Il Sole 24 Ore del 25 ottobre 2007). Il giorno dopo, l’ex ministro Stanca denuncia sulla Stampa: “È mancata la capacità di questo governo di portare avanti un progetto così complesso nonché il gioco di squadra tra tutti gli attori (Regioni, Province, enti, operatori turistici, fornitori)”. Ma il peggio deve venire. Italia Oggi del 31 ottobre 2007 annuncia il ripescaggio del portale, deciso dall’Enit nel Consiglio di amministrazione del 30 ottobre 2007, attraverso un “presidio internet partecipativo” che avrebbe avuto lo scopo di affidare all’Enit il coordinamento del sito con le Regioni. Ma questa decisione è solo servita a prolungare il suo coma. (pal)

lunedì 21 gennaio 2008

Mosca apre un ufficio per i diritti umani a New York

Quando i russi danno lezioni di democrazia

di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 21 gennaio 2008

Roma, 21 gen (Velino) - La scorsa settimana The Moscow Times ha pubblicato una notizia molto insolita. Secondo quanto scrive il giornale, il 14 gennaio la fondazione russa The Institute of Democracy and Co-operation, che monitorizza la situazione dei diritti umani e dello stato della democrazia, ha aperto un suo ufficio negli Stati Uniti per promuovere la democrazia nella patria di George Washington. L’avvocato Anatoli Kucherena, che ha fatto registrare la presenza di questo ufficio a New York lo scorso 31 dicembre, ha spiegato che l’obiettivo della sua iniziativa è quello di migliorare la percezione della Russia in Occidente e negli Stati Uniti. Questa fondazione sembra comunque un tentativo di penetrare nella società americana attraverso i “soft power”, i mezzi di persuasione leggera. Il Cremlino avrebbe anche aperto una sorta di Radio Londra negli Stati Uniti che trasmette 24 ore al giorno in lingua inglese dalla Russia. Tutto era nato lo scorso ottobre, quando il presidente Vladimir Putin aveva fatto sapere di voler contrastare la continua apertura di sedi di organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani e di fondazioni internazionali che ficcano il naso a Mosca. E da qui è nata una nuova offensiva rivolta verso l’Europa e gli Stati Uniti. Putin aveva accusato queste organizzazioni non governative di aver guastato l’immagine di Mosca in Georgia e in Ucraina. Tuttavia, Kucherena ha fatto sapere subito che lui non c’entra proprio niente con le iniziative di Putin e che The Institute of Democracy and Co-operation non è finanziato dal governo ma da soldi di uomini di affari russi. Anzi, ha negato che quella messa in piedi a New York sia la versione russa della Freedom House, che aveva recentemente condannato la Russia come un paese carente nella difesa dei diritti umani. Per adesso la fondazione è in cerca di nuovi funzionari per la sede di New York e per quella di Parigi. Rose Goettmoeller, direttore del Carnegie Moscow Center, con sede a Mosca, spiega che il nuovo istituto potrebbe avere dei grossi problemi a farsi notare a New York dove la concorrenza nel settore è molto agguerrita e la presenza degli esperti nel settore è molto qualificata. Ma a quanto pare il guanto della sfida “democratica” made in Russia è stato lanciato. Adesso sarà curioso vedere se ci saranno anche dei risultati. Molti ne dubitano.
Tutto era nato lo scorso ottobre, quando il presidente Vladimir Putin aveva fatto sapere di voler contrastare la continua apertura di sedi di organizzazioni non governative di difesa dei diritti umani e di fondazioni internazionali che ficcano il naso a Mosca. E da qui è nata una nuova offensiva rivolta verso l’Europa e gli Stati Uniti. Putin aveva accusato queste organizzazioni non governative di aver guastato l’immagine di Mosca in Georgia e in Ucraina. Tuttavia, Kucherena ha fatto sapere subito che lui non c’entra proprio niente con le iniziative di Putin e che The Institute of Democracy and Co-operation non è finanziato dal governo ma da soldi di uomini di affari russi. Anzi, ha negato che quella messa in piedi a New York sia la versione russa della Freedom House, che aveva recentemente condannato la Russia come un paese carente nella difesa dei diritti umani. Per adesso la fondazione è in cerca di nuovi funzionari per la sede di New York e per quella di Parigi. Rose Goettmoeller, direttore del Carnegie Moscow Center, con sede a Mosca, spiega che il nuovo istituto potrebbe avere dei grossi problemi a farsi notare a New York dove la concorrenza nel settore è molto agguerrita e la presenza degli esperti nel settore è molto qualificata. Ma a quanto pare il guanto della sfida “democratica” made in Russia è stato lanciato. Adesso sarà curioso vedere se ci saranno anche dei risultati. Molti ne dubitano.

(pal) 21 gen 2008 12:26

sabato 19 gennaio 2008

Torna la storia della Dc di Giorgio Galli

Torna la "Storia della Dc" di Giorgio Galli
IL VELINO CULTURA, 19 gennaio del 2008
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni gli ex parlamentari della Democrazia cristiana, ancora presenti alla Camera e al Senato, hanno guardato con una certa curiosità al ritorno nelle librerie della “Storia della Dc” (Kaos edizioni) di Giorgio Galli. Il volume ritorna per la terza volta nelle librerie italiane, era uscito infatti in due momenti cruciali della storia del partito: nella primavera del 1978 e poi nel gennaio del 1993, durante la fase terminale dell’esistenza della “Balena bianca”, alla vigilia dei referendum elettorali di Mario Segni. Ma è la prima volta che il libro esce dopo la fine dello scudocrociato avvenuta nel gennaio 1994. Nel suo schema del cosiddetto bipolarismo imperfetto, Galli ha sempre identificato la Democrazia cristiana con il polo di destra, mentre un altro autorevole storico della Dc, Agostino Giovagnoli, autore de Il partito italiano. La Democrazia cristiana dal 1942 al 1994 (Laterza), ha invece ritenuto che “la scelta tra destra e sinistra la Dc non l’ha mai definitivamente compiuta in tutta la sua storia”. Del resto, lo storico Piero Craveri ha sempre sottolineato che Alcide De Gasperi non amava l’espressione “cattolico liberale” riferita alla sua persona. Lo statista democristiano amava sottolineare la futura azione politica della Dc in questi termini nel 1942, mentre il fascismo stava entrando in crisi: “Se ne fossimo convinti, non ci dispiacerebbe certo, né avremmo timore di innalzare finalmente una bandiera conservatrice (C’è tanto da conservare quanto da distruggere)”. Ma c’è di più. Alcuni storici affermati, che godono della grande stima degli ambienti liberaldemocratici del centrosinistra, come Paolo Pombeni e Gustavo Corni,hanno dipinto De Gasperi come un uomo politico tenuto a distanza dal Vaticano, il quale giunge ai vertici della Dc per una sorta di autoinvestitura a leader dello scudocrociato in qualità di ultimo segretario del vecchio Partito popolare prefascista. Per Galli la realtà era che il futuro presidente del Consiglio era giunto alla riunione del Comitato di liberazione nazionale del 9 settembre 1943 già da forte leader della Democrazia cristiana. E dopo la riunione del Cln del 16 ottobre successivo definì “un pasticcio di contraddizioni” l’odg avanzato dalle forze di sinistra che chiedevano le immediate dimissioni di Pietro Badoglio e la nascita di un nuovo governo che assumesse tutti i poteri costituzionali dello Stato. Già questo atteggiamento delineava le scelte che avrebbe preso in seguito il leader della Dc. Giorgio Galli ha deciso di pubblicare questa edizione completa della storia della Democrazia cristiana dopo aver fatto uscire un libro su Giulio Andreotti dal titolo Il prezzo della Democrazia – La carriera politica di Giulio Andreotti (Kaos edizioni - 2002) e aver aggiornato Storia dei partiti politici italiani (Bur - 2004). Questo libro è servito come base per riprendere il discorso sulla Dc dal 1978 in poi. Galli si sofferma anche sul “mito” di Aldo Moro non condividendo la scelta delle istituzioni di rappresentare la giornata delle vittime degli “anni di piombo” con il 9 maggio del 1978, giorno dell’assassinio dello statista. Per l’autore della Storia della Dc, “le vulgate massmediatiche fanno di Aldo Moro (…) l’immaginario protagonista di arditi progetti di trasformazione del sistema politico italiano, progetti che gli avrebbero attirato l’avversione di mezzo mondo, dalla Casa bianca al Cremlino, impegnando la Cia e il Kgb a strumentalizzare le Brigate rosse”. Galli ritiene sbagliato questo “mito” lasciando il dubbio ai posteri che “per mezzo secolo non la Dc ma i comunisti abbiano governato l’Italia”. Ecco, il libro di Galli è interessante e sta riscuotendo un certo successo tra gli ex parlamentari della Dc proprio perché non è influenzato dalle interpretazioni di parte che purtroppo hanno trasformato la storia della Dc in un’altra storia che non è mai esistita. (pal)

I diritti d'autore di Mao chi se li prende?

Col suo famoso “Libretto rosso” guadagnò 17 milioni di dollari
IL VELINO CULTURA del 19 gennaio del 2008,
di Lanfranco Palazzolo,

Roma - Scrivere un libro per stamparne un miliardo di copie e guadagnare una fortuna. È quanto ha realizzato Mao Zedong che nel corso di anni di onorata carriera, mentre perseguitava migliaia di scrittori, artisti e intellettuali per le loro idee capitaliste, ha accumulato una ragguardevole ricchezza con il noto “Libro delle guardie rosse”. Nel corso degli anni si è parlato addirittura di 130 milioni di yuan, pari a 17 milioni di dollari. Il corrispondente della Bbc a Pechino Michael Bristow ci ha recentemente informato che in Cina si è riaperto il dibattito su chi debba ereditare questa somma. Come è noto il “Libro delle guardie rosse”, venne pubblicato in Italia negli anni Sessanta dalla casa editrice Feltrinelli. Come suggerisce il titolo, il piccolo volume è una raccolta di pensieri del dittatore comunista sui principali temi della vita politica e della società cinese. Di questo testo ne sono state stampate almeno un miliardo di copie. Il valore del “Libro delle guardie rosse” nel 1967 era di ben 780 mila dollari. La cifra è salita a 17 milioni e 800 mila dollari nel 2001. Il partito comunista cinese ha dibattuto a lungo su chi avrebbe dovuto ereditare quella fortuna. A rastrellare questa somma ci ha provato la quarta moglie di Mao, Jiang Qing, leale sostenitrice della Rivoluzione culturale. Per ben cinque volte Jiang Qing ha provato a fare il grande balzo verso il deposito dei diritti d’autore ma non c’è riuscita. Il partito comunista ha scelto politicamente di non dare soldi agli eredi della famiglia ritenendo che quei libri fossero stati scritti per il popolo cinese, per la “saggezza collettiva” e non per fare la fortuna dei familiari di Mao. Roderick McFarquhar, docente universitario ad Harvard e autore di numerosi saggi sul dittatore cinese come “Mao’s last revolution” spiega che il vero problema è che il “Pcc ha permesso a Mao di incassare somme enormi. Dal momento che Mao era il presidente del partito, posso dire che vi è stata per il capo del partito una sorta di conflitto di interesse”. Ma in Cina parecchie persone sostengono che questi guadagni non sono una contraddizione perché sono finiti nelle tasche dei poveri. L’ex giornalista Liu Tieyng, spiega che Mao è stato un vero leader ed è “molto diverso dai responsabili del Pcc di oggi. Egli ha dato tutto per la rivoluzione e ha fatto morire suo figlio in guerra”. Ma avrà dato veramente “tutto” per la rivoluzione? Stando alle ingenti somme prodotte dal “Libro delle guardie rosse”che si stanno disputando gli eredi, pare proprio di no. (pal)

martedì 15 gennaio 2008

Frosini, difficile che la consulta bocci i referendum


Referendum, Frosini: Difficile che Consulta bocci i quesiti
IL VELINO SERA del 15 gennaio del 2008
di Lanfranco Palazzolo
(Nella foto a destra il costituzionalista Tommaso Edoardo Frosini).

Roma - "Boccio la bozza Bianco in fieri perché le finalità di questa legge non sono chiare". Lo dice il professor Tommaso Edoardo Frosini, docente di Diritto costituzionale comparato all’istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli. Frosini, autore di numerosi saggi (Sovranità popolare e costituzionalismo, Forme di governo e partecipazione popolare), commenta, quindi, la sortita del numero due del Pd, Dario Franceschini, sul doppio turno alla francese: “Devo dire che da studioso ho molto apprezzato l’intervento dell’onorevole Franceschini. Ha detto quello che in fondo molti ritengono, quello che molti pensano possa essere il meccanismo elettorale migliore, quello che in fondo venne votato nella commissione D’Alema nel 1998. Ricordo che molti partiti hanno messo questo sistema nel loro programma alle ultime elezioni politiche. Lo ha fatto l’Ulivo, Alleanza nazionale e in parte Forza Italia. Questi partiti – spiega Frosini – hanno pensato che ci possa essere un sistema in cui il corpo elettorale possa essere messo in condizione di partecipare alla scelta del governo. Il limite della proposta Franceschini è stato quello di aver fatto questa iniziativa in un momento molto delicato e forse per sparigliare. Ma Franceschini non ha fatto altro che manifestare quello che è il desiderio represso di tutti, cioè l’idea di introdurre un meccanismo simile a quello francese in cui si possa prevedere una legge di stampo maggioritario a doppio turno. E si possa, parimenti, introdurre l’elezione diretta del capo dello Stato. Questa seconda riforma, però, dovrebbe essere realizzata con il meccanismo della riforma costituzionale. E cioè quanto di più irrealistico si possa pensare in una situazione politica ingessata com’è quella attuale”. Frosini ha apprezzato il lavoro tecnico sulla legge elettorale: “Trovo che sia politicamente apprezzabile che la commissione Affari costituzionali del Senato si sia occupata di questa legge. Il giudizio sulla bozza di riforma elettorale, invece, è un altro. Si è cercato di trovare una soluzione compromissoria tra tutte le forze politiche che ha certo danneggiato una certa chiarezza e linearità del metodo elettorale perché si è cercato di trovare dei meccanismi per non penalizzare le forze politiche minoritaria. La mia valutazione sul ‘prodotto legislativo’ in fieri vorrei esprimere delle riserve. Le finalità di questa legge non sono chiare. Secondo me, una legge elettorale serve a dare un governo al paese e non a rappresentare la massima varietà delle forze politiche. La mia impressione è che il lavoro di queste settimane svolto dai collaboratori di Veltroni e dalla bozza Bianco serva solo a rappresentare una maggioranza plurima invece di dare un governo e una maggioranza al paese”. Qual è il suo giudizio sul “Mattarellum” rimasto in vigore dal 1993 al 2006? “Era una legge che aveva dei difetti come la bislacca tecnica dello scorporo. Ma – dice Frosini – centrava in pieno l’obiettivo di far votare per una maggioranza e per un governo. L’elettore votava non solo per la rappresentanza parlamentare, ma anche per la scelta di un governo. Questo è anche quello che accade a livello comunale, provinciale e regionale. Ora dobbiamo porci l’obiettivo di portare a livello nazionale quello che già esiste a livello locale e regionale”. Questa settimana la consulta si pronuncerà sui referendum elettorali. Teme interventi impropri di pressione sui giudici? “Ritengo che non ci sia alcun rischio. Credo che la Corte costituzionale rappresenti – tanto per usare un’espressione nota in dottrina – l’isola della ragione. Noi dobbiamo ritenere che la Consulta sia un organo neutrale e indipendente. Così è stata sempre la corte rappresentata da insigni giuristi i quali rispondono alla loro coscienza”. Un pronostico sulla decisione dei giudici? “Conoscendo la giurisprudenza della Corte mi pare difficile che possa bocciare questi quesiti. Ma se lo dovesse fare ci arriverebbe tramite l’argomentazione e il ragionamento giuridico. Non per altro”. Che ruolo avrà il presidente della Consulta in assenza di un giudice della Consulta che attualmente manca al plenum? “In caso di parità, il voto del presidente vale doppio. Quindi se ci dovesse essere un sette pari, il voto del presidente è decisivo perché conta come duplice voto”. Il presidente Franco Bile infatti può votare. “Noi siamo abituati a vedere il presidente della Camera e quello del Senato che non votano perché sono presidenti di organi assembleari rappresentativi dove hanno il precipuo compito di rappresentare l’istituzione dentro la quale ci sono una molteplicità di forze politiche. Quindi non possono essere partigiani perché rappresentano un’istituzione dove sono rappresentate forze politiche diverse. Il presidente della Corte costituzionale è componente della Consulta. Gli stessi giudici lo hanno eletto quale presidente. Ma ha un compito di presiedere il collegio che giudica. E pertanto è tenuto anch’egli a contribuire al giudizio. Non può astenersi. Il presidente della Consulta non rappresenta la pluralità delle forze politiche. E pertanto – conclude Frosini – deve contribuire al giudizio attraverso il suo voto. Non può chiamarsi fuori di fronte a una decisione la cui incidenza sulla norma. A questa valutazione non può non concorrere chi è il presidente”. (pal)

sabato 12 gennaio 2008

Churchill e l'Europa. Fu vero amore?

IL VELINO CULTURA del 12 gennaio del 2008
(Winston Churchill, europeista solo quando era all'opposizione)

Roma - Quando si parla di Europa e di integrazione politica ed economica dei paesi del Vecchio continente si cerca sempre di evitare di parlare della Gran Bretagna. Questo paese è stato sempre la croce dell’integrazione europea. Rileggere la storia dell’ingresso del Regno Unito nella Comunità economica europea è un vero e proprio incubo per chi ha seguito queste delicate vicende. Tuttavia, alcune delle idee brillanti sul futuro dell’Europa sono proprio venute da Londra. Fu un oscuro deputato laburista, un certo E. G. MacKay a proporre il primo agosto del 1950 l’adozione di una moneta europea accanto alla nascita di una Banca europea e di un Consiglio industriale europeo. Sull’argomento va segnalata la recente uscita del libro “Winston Churchill – L’idea dell’Europa unita” (Bruno Mondadori). In questo pregevolissimo volume vengono raccolti gli scritti e i discorsi dello statista e politico conservatore sull’Europa. A curare il volume ci ha pensato Claudio Giulio Anta. Nella sua prefazione, il professor Arturo Colombo, scrive che la battaglia di Churchill per l’Europa fu certamente diversa da quella di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli. Infatti, lo statista non sposò mai l’idea del federalismo europeo, ma si limitò a fermarsi sull’ideale dell’europeismo. Il discorso dei cosiddetti tre cerchi, pronunciato nell’aprile del 1949 a Londra, era in pratica la conferma di questa scelta. Churchill pensava che la prospettiva dell’Europa unita sarebbe dovuta essere inserita nei cerchi del Commonwealth e dei popoli di lingua inglese. Una visione che difficilmente sarebbe stata accettata da molti europei di sinistra. Ma la Guerra fredda, che lo stesso Churchill aveva enunciato nel celebre discorso di Fulton nel Missouri il 5 marzo del 1946, rese necessaria questa teorizzazione per il leader conservatore. Perciò Churchill immaginava, fin dal 1943, la nascita di un “Consiglio d’Europa” che fosse il “primo passo” di un’unione tra la Francia e la Germania, dove in passato avevano covato conflitti che sarebbero riesplosi. Claudio Giulio Anta ritiene che la vocazione europeista di Churchill è testimoniata anche da un unione tra Stati proposta da Churchill qualche anno prima “quando, su ispirazione di Monnet, egli avanza il progetto di un unione indissolubile franco-britannica nel momento in cui la Francia si trova di fronte all’avanzata nazista”. Anta precisa che questa proposta non aveva nulla di “federale”, ma mirava di fatto a una confederazione tra due stati. Un altro aspetto su cui nessuno ha mai voluto dire recentemente una parola è il riconoscimento di Churchill delle radici cristiane dell’Europa. Nel suo intervento del settembre del 1946 all’università di Zurigo, lo statista appena sconfitto dai laburisti alle elezioni del 1945, parlò chiaramente di Europa “non solo di questo splendido continente che comprende le regioni più belle e progredite del mondo”, ma anche della “culla del cristianesimo e dell’etica cristiana, la fonte di gran parte della cultura, delle arti, della filosofia, della scienza, del passato e del presente”. Jean Monnet ha sempre descritto Churchill come “un uomo di guerra. Una leggendaria incarnazione della vecchia Inghilterra”. Ecco perché l’idea di Europa unita lo coinvolse ben poco quando fu a Downing Street. I discorsi più illuminanti sull’Europa furono fatti dal Churchill giornalista e dall’uomo di opposizione. Ne è una testimonianza apprezzabile il bellissimo articolo pubblicato il 15 febbraio del 1930 sul Saturday Evening Post dal titolo “The United States of Europe”. All’inizio degli anni Cinquanta, quando Churchill tornò al potere come premier, la sua politica fu tutt’altro che europea. Lo statista rimase nel cerchio del Commonwealth senza guardare troppo a quello europeo. Durante il suo secondo governo, Churchill affrontò con successo la guerriglia marxista in Malaysia e la sanguinosa rivolta dei Mau-Mau in Kenya per poi passare nel 1955 lo scettro del potere al suo delfino Antony Eden negli anni in cui si gettavano le basi per i trattati di Roma del 1957. Due anni dopo ci fu l’uscita di Churchill dalla vita politica inglese e internazionale. Rileggere “L’idea dell’Europa unita” però è importante perché ci permette di scoprire un grande giornalista e un politico di opposizione più vicino all’Europa che al sogno della vecchia Inghilterra che piace ben poco agli europei. (pal)

lunedì 7 gennaio 2008

I piccoli generali visti da Lorenzo Del Boca

I "piccoli generali" italiani della Grande guerra
IL VELINO CULTURA del 7 gennaio del 2008

di Lanfranco Palazzolo
(A destra la copertina del saggio di Del Boca)

Roma - Lorenzo Del Boca è uno storico scomodo. Non viene invitato spesso a trasmissioni televisive, non lo si vede troppo in giro. I suoi libri non sono mai un piacere per la storiografia ufficiale troppo impegnata a non urtare nessuno e a fare scalate nelle istituzioni pubbliche. La conferma di questa valutazione ci arriva dal recente “Grande guerra, piccoli generali – Una cronaca feroce della Prima guerra mondiale” (Utet). Il libro dello storico lascia l’amaro in bocca e ci mostra il dilettantismo e l’ignoranza in cui versava il nostro paese alla vigilia del conflitto 1915-18. I fatti e gli episodi citati da Del Boca rappresentano bene l’ottusità degli alti gradi dell’esercito italiano, spietati con i propri soldati ma non altrettanto rigorosi nella valutazione della forza del nemico. Nel 2005 Gian Enrico Rusconi nel volume “L’azzardo del 1915” (Mulino) aveva scritto: “Gli enormi sacrifici inflitti ai soldati e alla popolazione civile avrebbero contribuito a fare della Grande guerra un evento di straordinaria importanza per l'identità nazionale, ma ciò non impedisce di giudicare severamente le modalità, le motivazioni, gli obiettivi della decisione del 1915”. Ma se Rusconi qualcosa di quel conflitto ha salvato, Del Boca parla tout court di sacrificio inutile, di generali votati al carrierismo che non esitarono un istante prima di mandare i propri soldati al massacro con cartine topografiche sbagliate e direttive inesatte sulla portata delle forze nemiche. In “Grande guerra, piccoli generali” viene illustrata con dovizia di particolari la reazione di sollievo del ministro degli Esteri Antonino San Giuliano quando venne informato dell’attentato compiuto da Gavrilo Princip a Sarajevo ai danni dell’arciduca Francesco Ferdinando nell’estate del 1914. Il responsabile della politica estera del Regno d’Italia pensò di aver risolto la disputa con gli Asburgo per la proprietà di Villa d’Este a Tivoli. Parecchi i difetti che Del Boca imputa ai generali dello Stato Maggiore dell’esercito italiano. A cominciare da quello di aver letto le biografie di Napoleone senza che nessuno di loro sia stato in grado di ripetere, neanche alla radice quadrata, le imprese dell’imperatore francese. Durante la Grande guerra i “piccoli generali” si sono spesso assentati dal fronte nel momento dell’offensiva nemica e sono stati troppe volte diffidenti nei confronti delle rivelazioni dei disertori. Del Boca riferisce che nella primavera del 1916, nell’imminenza di una controffensiva nemica, “Cesare Battisti, che era scappato dall’esercito austriaco per indossare la divisa italiana, tentò di parlare con il comando supremo per metterli in guardia del pericolo. Dopo molta insistenza e molta anticamera, riuscì ad avere un colloquio con il generale Porro e con il maggiore Cavallero. Ma i suoi timori suscitarono solo qualche barlume di ironia: ‘Veda – lo esortarono al momento di congedarlo – il generale Cadorna non ha bisogno dei consigli del tenente Battisti”. Altre soffiate circa eventuali offensive austriache si susseguirono fino alla vigilia della disfatta di Caporetto, ma nessuno degli alti ufficiali dello Stato Maggiore dell’esercito volle dare loro credito. Del Boca si sofferma quindi sul generale Pietro Badoglio che nel corso del conflitto agì a proprio piacimento senza però fare la fine del generale Gerolamo Ramorino, il quale venne fucilato durante la battaglia di Novara del 1849 per aver schierato una divisione contravvenendo a ordini superiori. Nel libro Badoglio viene definito “disgustoso” e “mediocre”. E tale si dimostrò al momento dell’offensiva austriaca a Caporetto che si svolse proprio nel suo settore. Al generale Cadorna che gli chiedeva se fosse in grado di fronteggiare gli austriaci, Badoglio rispose: “Ho tanti artiglieri da sterminarli non appena escono dalle trincee”. Però le artiglierie di cui disponeva non spararono. Voleva essere lui a dare l’ordine del fuoco. Peccato che aveva posto il suo comando a tre chilometri dal fronte. “Non ci saranno problemi”, aveva sentenziato Badoglio la notte dell’attacco a Caporetto. E andò a dormire tranquillo. Il colonnello Alfredo Cannoniere, al comando delle batterie del generale Badoglio, fu ligio all’ordine del futuro maresciallo d’Italia: non sparò un colpo. E per gli italiani fu un massacro. Badoglio pretese la testa del generale Gustavo Rubin de Cervin accusato di aver ceduto la linea del fronte e ne chiese la fucilazione, ma questi non accettò che fosse messo in dubbio il suo onore di soldato e si suicidò. Nel volume viene rievocato anche il tragico episodio che vide protagonista Arturo Toscanini. Il celebre direttore d’orchestra si recò al fronte per far suonare l’inno di Mameli da una vetta durante un attacco austriaco. Nulla di più facile per i soldati austriaci che individuare dove erano posizionati gli italiani per ucciderli quasi tutti. (pal)