sabato 23 febbraio 2008

Il colpo di Stato dimenticato da tutti

Praga / Il colpo di Stato del ‘48
IL VELINO CULTURA
di Lanfranco Palazzolo
(A destra vignetta apparsa sul "Candido" del 20 marzo del 1948)

Roma, 23 feb (Velino) - Il silenzio di Pietro Nenni sul “Vítezny únor” (“Febbraio vittorioso”). Chissà se in questi giorni qualcuno si ricorderà del colpo di stato comunista avvenuto nel febbraio del 1948. Questo avvenimento, noto ai comunisti più intransigenti come “febbraio vittorioso”, ebbe una grande ripercussione sul nascente sistema politico italiano che si stava confrontando alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile del 1948 e mise in un certo imbarazzo il leader socialista Pietro Nenni che era alleato con Palmiro Togliatti nel Fronte Popolare. Molte vittime di quel colpo di Stato, ordito dal Partito comunista Cecoslovacco (Pccs), erano esponenti del Partito socialista nazionale come ad esempio il capo dello Stato cecoslovacco Edvard Benes. Le vicende cecoslovacche vennero viste in Italia con una certa preoccupazione. Nel dicembre del 1947 le truppe alleate avevano lasciato l’Italia (escluso il Friuli Venezia Giulia). I diplomatici sovietici avevano chiesto ripetutamente ai funzionari del Pci italiani di controllare il ritiro di queste truppe alleate e di fornire ogni informazione relativa al materiale bellico lasciato dagli americani al nuovo esercito italiano. Ai comunisti italiani sarebbe bastato un segnale per entrare in azione. In Cecoslovacchia tutto ebbe iniziò il 12 febbraio 1948, quando il ministro degli interni Vaclav Nosek, comunista, decise improvvisamente di sostituire 8 funzionari di Pubblica sicurezza di Praga, non comunisti, con persone di fiducia. Il primo ministro era sì il comunista Klement Gottwald, fedelissimo a Stalin, ma 17 ministri sui ventisei del suo governo appartenevano ad altri partiti. Nel Parlamento, eletto con libere elezioni il 26 maggio 1946, il Pccs (Partito comunista cecoslovacco) disponeva di 114 seggi su 300. Tuttavia i comunisti avevano inserito uomini di loro fiducia in tutti i gangli della vita pubblica: forze armate, polizia, economia, informazione. Avevano organizzato la “Lidová milice”, la milizia popolare, una forza armata semilegale, pronta a obbedire a qualsiasi ordine del Pccs. Era l’inizio di un’epurazione drammatica. Il giorno successivo alcuni ministri non comunisti chiesero all’esecutivo il ritiro di questa disposizione. I più colpiti da quella decisione furono proprio i parlamentari socialisti. Il 20 febbraio rimisero il proprio mandato al presidente della repubblica i ministri del Partito socialista nazionale (P. Zenkl, Hubert Ripka, P. Drtina, J. Stransky), del Partito popolare (monsignor J. Sramek, monsignor F. Hala, J. Prochazka, Vaclav Kopecky) e del Partito democratico slovacco (Kocvara, Pietor, Franek, Lichner), sperando che la situazione creatasi potesse risolversi per vie democratiche e che i comunisti rispettassero il normale iter politico democratico. La leadership comunista guidata da Gottwald, A. Zapotocky, Rudolf Slansky e Vaclav Kopecky sfruttò invece la situazione suscitando una campagna contro i ministri dimissionari definiti “reazionari sovversivi”, chiedendo a Benes di accoglierne le dimissioni suggerendo nomi alternativi fiancheggiatori del Partito comunista cecoslovacco. Il 21 febbraio vennero mobilitati i comunisti di Praga, poi toccò ai comitati di fabbrica, venne indetta un'ora di sciopero generale e, agitando la minaccia della guerra civile e dell'intervento sovietico i comunisti costrinsero Eduard Benes a nominare un nuovo governo. Il dramma si concluse il 25 febbraio del 1948 quando una manifestazione di piazza comunista, dopo alcuni giorni di violenze, appoggiò il presidente del Consiglio, lo stalinista Klement Gottwald. Meriterebbero un capitolo a parte tutte le epurazioni successive. La prima vittima illustre del “febbraio vittorioso” fu Jan Masaryk, figlio di Tomas, ministro degli Esteri nel governo di coalizione. Morì nella notte tra il 9 e il 10 marzo, cadendo da una finestra del suo ufficio. Secondo le autorità fu un suicidio. Nessuno ci credette. Il terrore continuò fino alla morte di Stalin. Si calcola che le vittime furono 150 mila e tra queste lo stesso Rudolf Slanski, onnipotente segretario del Pcc caduto improvvisamente in disgrazia e impiccato dopo un processo farsa nel 1952. In quei giorni dell’inverno del 1948 si accelerò il processo di sovietizzazione delle istituzioni. Alcuni partiti della sinistra democratica vennero assorbiti dal Pccs in un “Fronte Nazionale”, fu elaborata una nuova Costituzione (9 maggio 1948) che prevedeva elezioni sulla base della presentazione di una lista unica, unica lista (Fronte Nazionale, appunto) che si votò nelle elezioni indette per il 30 maggio 1948. I giochi erano fatti. Il 7 Giugno 1948 il presidente della Repubblica Beneš si dimise, dopo essersi rifiutato di firmare la Costituzione del 9 Maggio. Morì il settembre successivo di crepacuore. Gli esponenti del Partito comunista italiano erano galvanizzati da quella vittoria. Nel corso di un colloquio con un funzionario sovietico, l’esponente comunista Paolo Robotti disse: “La vittoria darà al Partito comunista la possibilità di passare legalmente a una tattica molto più risoluta, come è stato in Cecoslovacchia”. Fortunatamente De Gasperi rimase saldamente alla guida del paese senza che nessuno lo spingesse giù dalla finestra.

(pal) 23 feb 2008 11:02

Quei film con Cuba lasciati in eredità da Walter


IL VELINO CULTURA del 23 febbraio 2008, di Lanfranco Palazzolo (Nella foto a destra la dissidente cubana Martha Roque).

Roma - Adesso che Fidel Castro si è ritirato, potrà forse dedicare un po’ del tempo libero per vedersi qualche film rimasto nel cassetto. E tra questi, quelli che Cuba ha realizzato grazie all’aiuto di chi, come Walter Veltroni, pur professandosi un kennedyano convinto, da ministro dei Beni culturali e vicepremier di Prodi (il cursus honorum del leader Pd, iniziato negli anni Settanta, contempla anche questi incarichi tra i moltissimi altri che ha ricoperto in oltre trentacinque anni vissuti da politico di professione, compreso quello di responsabile della propaganda del Partito comunista italiano) firmò a Roma il 4 febbraio del 1997 uno storico accordo di coproduzione cinematografica fra Italia e Cuba. Molti esperti di cinema espressero in quell’occasione non poche perplessità per un’iniziativa che mirava a sostenere una cinematografia debole e legata a un regime dittatoriale, in grado di produrre solo tre o quattro film l’anno. Il primo film programmato, Il sognatore, con la sceneggiatura di Enrico Coletti ed Ennio De Concini, era centrato sulla storia di un attentato a Castro negli anni Sessanta organizzato dalla Cia in collaborazione con la mafia italo-americana. Fu subito polemica. Repubblica scrisse che “il mediatore, per stabilire i contatti tra produzione e governo cubano, sarebbe stato Primo Greganti”, il discusso uomo dell’amministrazione Pci-Pds che entrò anche in tangentopoli. Piero Fassino, sottosegretario agli Affari esteri, fu costretto a smentire. Ma gli strali maggiori furono riservati alla sceneggiatura de Il sognatore, le cui riprese avrebbero dovuto iniziare alla fine dell’estate del 1998, in un periodo nel quale il regime castrista aveva deciso un giro di vite contro gli oppositori ed era stata incarcerata la giovane Marta Roque, colpevole di aver criticato un discorso di Castro. Che fine ha fatto Il Sognatore? Castro potrebbe divertirsi a cercarlo. (pal)

venerdì 22 febbraio 2008

E' polemica sul francobollo del liceo Combi

Poste, esce a marzo il contestato francobollo su Capodistria
Il Velino del 22 febbraio 2008
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 22 feb (Velino) - Verrà messo in circolazione il prossimo 8 marzo dalle Poste italiane il contestato francobollo dedicato all'ex liceo Combi di Capodistria. Originariamente l’emissione filatelica si sarebbe dovuta avere il 9 febbraio scorso in occasione della giornata della Memoria in cui si ricordano i genocidi commessi dalle truppe titine contro gli italiani in Istria. Ma le polemiche che si sono scatenate hanno impedito il rispetto dei tempi. Il 28 gennaio scorso il quotidiano Il Piccolo di Trieste aveva riportato le dichiarazioni di Massimiliano Lacota, presidente dell'Unione degli istriani che aveva previsto il ritardo dell’uscita del francobollo sull’ex liceo Combi: “Abbiamo avuto tale notizia da fonti sicure. L'emissione è stata differita addirittura alla prossima estate per soddisfare una precisa richiesta del governo sloveno che avrebbe infatti raccomandato all'Italia di posticiparne l'uscita a luglio, e cioè alla fine del semestre sloveno di presidenza dell'Unione europea”. Già lo scorso novembre era scoppiata un'analoga polemica filatelica, quando il francobollo “Fiume terra orientale già italiana” venne ritirato su pressioni del governo croato che non aveva gradito che si ricordasse l'italianità della città del Quarnaro.
Il francobollo su Fiume è diventato oggi una rarità, come dimostra la sua quotazione sul sito internet E-bay dedicato alle aste on-line. Oggi le polemiche si sono spostate sull’edificio scolastico di Capodistria. A proporre il bozzetto è stata l'Unione degli istriani. Il francobollo è descritto così dal sito internet specializzato “Philweb”: “Di grande formato, il dentello da 0,60 euro riporta, con una grafica fortemente stilizzata, quasi 'eccentrica' per via dei colori, la facciata dell'edificio che ospitò il liceo ginnasio nella cittadina istriana e la leggenda 'Ex Liceo Carlo Combi - Capodistria', anche se solo fino a pochi giorni fa si era deciso per un più diplomatico 'Già Liceo Combi oggi R. Carli - Capodistria'. Un piccolo mistero del quale avremmo fatto volentieri a meno. Alla fine dei giochi, ed è ciò che più conta nonostante la 'lezione negativa' per il francobollo dedicato alla la Città di Fiume, il Liceo Combi avrà la sua celebrazione dentellata”.
Per capire la genesi della polemica sulla didascalia del francobollo vale la pena riportare quanto dichiarato lo scorso 2 febbraio da Pietro Valente, membro del comitato ex allievi del liceo Carlo Combi: “Sapevo già da più di un mese che ci sarebbe stato un rinvio (poi confermatomi anche al telefono) in quanto non ci era stato richiesto in tempo utile il testo da inserire nel bollettino filatelico e il ritardo era dovuto ufficialmente a cause tecniche, per cui nessun dramma. Il mancato rispetto della data del 9 febbraio (concordata con gli organi ministeriali) certamente dispiaceva, visto che era stata scelta per dare continuità alle celebrazioni del Giorno del Ricordo. Ora però si scopre il mistero. Il comitato ex allievi (titolare della pratica presso l’Ufficio Filatelico) di cui faccio parte si è ulteriormente meravigliato per il recente comunicato stampa di Poste italiane nel quale indica quella che secondo loro dovrebbe essere l'esatta titolazione cioè 'Già Liceo Combi oggi R.Carli - Capodistria'. Un testo ingiustificato e da noi mai richiesto. Messe così le cose sembra che questa scuola slovena per la minoranza italiana sia l'erede e la continuazione del Combi. Niente di più inesatto, visto che per quanto ci riguarda, il Combi è stato cancellato dalla storia, domenica 5 febbraio del 1950, quando con una azione vandalica, i titini distrussero a martellate tutte le lapidi storiche dell'atrio e successivamente rimossero il monumento del cortile con la torretta del sommergibile 'Giacinto Pullino' di Nazario Sauro, inviandola in fonderia e decretarono l'espulsione di tutto il corpo docente. Gli ultimi studenti abbandonarono la scuola nel 1955, lasciando tutto ai nuovi venuti”. Magari sarebbe stato più opportuno che le Poste si fossero attenute fin da subito alle richieste dell'Unione degli istriani. Ci saremmo risparmiati una polemica che gli italiani d'Istria non meritavano.

(pal) 22 feb 2008 13:18

lunedì 18 febbraio 2008

Il '68 a Mosca: il Pcus e il Pci italiano contro il dissenso

Gorbanevskaya, la poetessa in manicomio
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 18 febbraio 2008
(A destra la poetessa nel 1967)

Roma, 18 feb (Velino) - Il ’68 della poetessa che la sinistra non vuole ricordare. Nel febbraio del 1968 la trentaduenne poetessa Natalia Gorbanevskaya venne rinchiusa in un manicomio di Mosca. Per Natalia quella reclusione durò solo pochi giorni. Ma fu il prologo che avrebbe portato ad altri gravi arresti e violenze. La donna era accusata di essersi pronunciata contro i processi del regime comunista nei confronti di quattro scrittori del dissenso. Oggi è importante parlare della figura di questa poetessa russa perché questa donna è stata vittima sia del regime Brezneviano che della Peresttrojka. Non possiamo dimenticare che Gorbanevskaya fu letteralmente cacciata da Radio Liberty nel 1988 perché fu accusata di scarse simpatie per Michail Gorbaciov. Ma torniamo al 1968, dichiarato dalle Nazioni Unite l’anno dei diritti dell’Uomo. Il mese di gennaio di quell’anno fu caratterizzato da un clamoroso processo contro alcuni degli uomini più brillanti della cultura dell’Urss. Si trattava di Jiurij Galanskov, Aleksandr Ginzburg, Vera Laskova e A. Dobrovol’skij. I quattro erano stati arrestati nel gennaio del 1967 per dei reati di opinione e avevano aspettato un anno per essere processati, nel gennaio del 1968.
La Gorbanevskaya conosceva personalmente tutti e quattro gli imputati. La poetessa era nata nel 1936 e aveva cominciato a frequentare l’università di Mosca nel primo periodo della presidenza Nikita Chruscev, vivendo in prima persona l’altalena liberale-repressiva di quella ambigua stagione. Nel 1958 la scrittrice fu espulsa dall’università a causa della sua attività politica. Da quel momento si dedicò esclusivamente alla poesia. Ben presto, alcune sue poesie furono incluse da Jiurij Galanskov, uno degli imputati, nella celeberrima raccolta “Feniks-61”. La poetessa era amica di Aleksandr Ginzburg, altro dei quattro imputati, autore sovietico che aveva pubblicato opere nella prima rivista del Samizdat sovietico (le auto-edizioni clandestine), “Sintaksis”. Ginzburg era stato arrestato nel 1960 ed espulso da tutte le università sovietica. Le autorità comuniste non erano riuscite ad accertare la violazione dell’articolo 70 del codice penale (attività antisovietiche), ma lo avevano condannato a due anni nei campi di lavoro per aver falsificato un documento. Questo era il clima che aveva preceduto il processo del gennaio del 1968. Quel processo ai quattro intellettuali sovietici si svolse a porte praticamente chiuse. Si poteva accedere al processo solo con un permesso speciale che in pratica non fu concesso mai a nessuno.
Ad assistere al dibattimento furono dati accrediti solo a giornalisti stranieri fidati delle testate amiche come l’Unità, l’Humanitè e il Morning star. Il processo fu seguito con attenzione in tutto il mondo, ma in Italia, in primo tempo, l’indifferenza fu quasi totale. Se ne accorsero la Società per il progresso e la cultura e l’Associazione degli scrittori europei di Gianfranco Vigorelli. Il 12 gennaio del 1968 i quattro vennero condannati a pene dai 7 a un anno di campi di lavoro forzati. La vicenda di quel clamoroso processo sembrava “chiusa”, quando il 24 febbraio del 1968 alcuni intellettuali sovietici denunciarono il processo, inviando una lettera aperta ai vertici dei partiti comunisti dell’Est che era in corso a Budapest. In Italia la vicenda approdò sulle pagine interne del Corriere della Sera. La reazione del Partito comunista italiano fu particolarmente odiosa. L’onorevole Davide Lajolo, membro della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai Tv, protestò perché asseriva che il processo si era svolto regolarmente senza impedire l’accesso dei cittadini e dei mezzi di informazione. In quei giorni, tra il 20 e il 27 febbraio, si susseguirono una serie di retate che avrebbero portato in carcere altri scrittori e poeti come la Gorbanevskaya. Tuttavia, la libertà per la poetessa sarebbe qualche mese nell’anno dei diritti dell’Uomo. Il 25 agosto del 1968, mentre il presidente cecoslovacco Alexander Dubček si trovava a Mosca per ‘trattare’ la resa della Cecoslovacchia al Patto di Varsavia, dopo la repressione di Praga, a mezzogiorno sette persone diedero vita ad una manifestazione di protesta sulla Piazza Rossa contro l’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia. Si trattava di Natalija Gorbanevskaja, Konstantin Babickij, Larisa Bogoraz Daniel’, Vadim Delone, Vladimir Dremljuga, Victor Fajnberg e Pavel Litvinov.
A loro si aggiunse qualche passante, come la giovane studentessa Tatjana Baeva, che ne approvava le rivendicazioni. Natalija Gorbanevskaja manifestò portando con sé il figlio lattante in un passeggino, a dimostrazione degli intenti pacifici e legalitari usati dai sette in Piazza Rossa. Natalja Gorbanevskaja e Victor Fajnberg non subirono invece alcun tipo di procedimento penale, in quanto giudicati dal tribunale “non imputabili” in base alla diagnosi della perizia psichiatrica cui erano stati sottoposti nei mesi precedenti presso l’Istituto Serbskij di Mosca. Natalja Gorbanevskaja venne momentaneamente risparmiata, e affidata alla tutela materna. Grazie alla ‘libertà’ di cui godette, decise di scrivere una lettera, il 28 agosto del 1968, indirizzata ai direttori di nove importanti quotidiani occidentali. “A mezzogiorno sedemmo sul patibolo - scriveva la poetessa - quasi subito sibilò un fischio e da ogni lato della piazza si gettarono contro di noi agenti del Kgb in borghese. Noi sedevamo tranquilli e non opponevamo resistenza”. Nonostante il rispetto della legalità e il carattere non-violento della manifestazione, “a Victor Fajnberg percossero il volto fino a farlo sanguinare”, così come a Pavel Litvinov, mentre l’autrice della lettera venne inizialmente risparmiata in quanto col figliolo in braccio. “Una volta nella macchina della milizia - testimonia la Gorbanevskaja - picchiarono anche me”.

(pal) 18 feb 2008 11:55

sabato 16 febbraio 2008

Corsera: perchè nel 1968 Spadolini sostituì Russo?


Il Velino Cultura, Di Lanfranco Palazzolo - 16 febbraio 2008
(Nella foto a destra una prima pagina del Corriere ai tempi di Spadolini)

Roma - Quaranta anni fa, il 10 febbraio del 1968, Giovanni Spadolini fu nominato direttore del Corriere della Sera. Professore universitario, autore di saggi di storia moderna, lo studioso era stato dal 1955 direttore de Il Resto del Carlino di Bologna. In quel momento divenne anche il più giovane giornalista chiamato a dirigere il maggiore quotidiano italiano a soli 43 anni. La sua designazione nacque da un acuto contrasto fra la proprietà del giornale e alcuni illustri redattori e collaboratori da una parte, e il direttore Alfio Russo dall'altra. Lunedì 29 gennaio, Russo aveva inviato ai fratelli Crespi una lettera di dimissioni: era la prima volta dal 1876, anno di fondazione del Corriere della Sera, che un direttore di giornale arrivava a una simile scelta. Alludendo alla situazione venutasi a creare da qualche mese all'interno del giornale, al clima di sospetto, alle vociferazioni e alle critiche nei suoi confronti di alcuni collaboratori, Russo, con parole ferme, aveva rivendicato i suoi diritti di direttore e si era appellato all'etica professionale e alla necessità di rapporti chiari fra la proprietà e chi dirigeva il giornale. Caruso era attaccato per l'impostazione politica data al Corriere, per le sue ultime scelte sul caso Sifar e sulla fuga del re Costantino dalla Grecia (che sul Corriere fu giudicata un gesto pieno di dignità) da alcuni collaboratori del giornale i quali avevano fatto giungere i loro dissensi e le loro proteste fino ai proprietari. Russo si era difeso rifiutando ogni politicizzazione degli avvenimenti che avevano portato alla crisi e alle sue dimissioni. I pochi che lo difesero dissero che per Russo l'unico problema era morale e di dignità professionale: “La politica è stato solo un pretesto per mascherare i contrasti e le rivalità personali”. E pensare che il contratto di Alfio Russo sarebbe scaduto il 12 ottobre del 1968, solo pochi mesi dopo. Il direttore aveva chiesto il rinnovo anticipato del contratto anche in vista delle elezioni politiche del successivo maggio. I proprietari, Giulia Maria Crespi, moglie dell'architetto Guglielmo Mozzoni, Mario Crespi e Antonio Leonardi, dopo alcune divergenze, accettarono quelle sofferte dimissioni. Russo aveva diretto il Corriere per poco più di sei anni trasformando il giornale. Nel palazzo di via Solferino, Russo aveva fatto la stessa operazione che già aveva condotto a La Sicilia di Catania e a La Nazione di Firenze, gli altri quotidiani da lui diretti. Il merito di Russo fu quello di aver gettato il giornale nella mischia alla ricerca di quel pubblico nuovo che si stava formando proprio in quegli anni e combatté con successo l'offensiva di un quotidiano come Il Giorno, nato proprio dal desiderio di dare vita a un giornalismo più dinamico, aggressivo e responsabile. Russo agì rapidamente: trasformò subito la cronaca e le pagine sportive, inaugurò la rubrica delle lettere al direttore che al Corriere non esisteva e nel 1963, seguendo l'esempio de La Stampa di Torino, ruppe lo schema tradizionale del giornale con le pagine speciali, quella letteraria e le altre dedicate ai giovani, alle donne, alle scienze, ai motori, all'economia e alla finanza. Il Corriere ne fu lentamente trasformato. Anche gli avversari riconobbero a Russo il merito di essere un buon tecnico del giornalismo e di aver capito che il mondo camminava e che il dovere del giornale è quello di rappresentarlo anche quando lui, per educazione e idee, non vorrebbe che camminasse così in fretta. Inutile ricordare le firme del Corriere di quegli anni per capire l’impegno di Russo. La sua “fine” alla direzione del giornale fu emblematica del ’68. Un vero innovatore del giornale fu cacciato non per la sua incapacità, ma per il suo pensiero politico dalle faide interne al giornale. Russo era giudicato dagli avversari come l'ultimo gattopardo borbonico, l’autorevole e intransigente rappresentante del moderatismo italiano con il quale fare i conti. Le sue campagne contro il centrosinistra, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, a favore di Antonio Segni e di Cesare Merzagora, contro Amintore Fanfani e la politica estera italiana, la sua lotta per il caso Sifar-Espresso, definito solo (“Una faida di generali”) caratterizzarono i giornale. Alla fine della sua direzione del giornale, Russo era stato accusato di trasformismo per la sua larvata difesa di Moro, ma la sua voleva essere una tipica e abile operazione di svuotamento delle ragioni ideali dell’incontro fra socialisti e cattolici alla vigilia del voto alle elezioni politiche che sarebbero state vinte dalla Dc. Il Corriere aveva guadagnato in quei giorni un direttore senza dubbio anticomunista, ma molto più discreto di Alfio Russo. Il direttore dimissionario avrebbe sicuramente saputo guidare quel giornale con quel piglio che avrebbe attirato sul giornale tante ire dei contestatori, proprio nel momento duro di un anno difficile come il ’68. (pal)

giovedì 14 febbraio 2008

La controriforma di Nanni Moretti


Il Velino cultura del 14 febbraio del 2008, di Lanfranco Palazzolo, pubblicato anche nel forum NNTP (it.cultura.cattolica).
(Nella foto a destra il manifesto pubblicitario in inglese de "La Messa è finita").

Roma - Nella polemica scoppiata intorno alla scena di sesso del film “Caos calmo”, è intervenuto Nanni Moretti in risposta alla presa di posizione della Conferenza episcopale italiana. Alludendo all’avvento di una specie di controriforma cinematografica, Moretti ha paventato il rischio di un ritorno ai tempi del Concilio di Trento. Un paragone del tutto fuori luogo. Non solo perché all’epoca del Concilio (1545-1563) il cinema era ben lungi dall’essere inventato, ma soprattutto perché l’atteggiamento della religione cattolica nei confronti delle espressioni artistiche di quel periodo fu sostanzialmente positivo. Moretti dovrebbe sapere che quella cristiana è stata l’unica grande religione monoteistica a non bandire, per motivi ideologici, la rappresentazione di figure umane e di storie. Di fatto, se nell’Occidente europeo, dopo il tramonto dell’età classica, l’arte non scomparve, lo si deve soprattutto alla Chiesa che, pur avendo una posizione quasi di monopolio sulla produzione artistica, di fatto ebbe un atteggiamento tollerante verso la creatività degli artisti. Tolleranza che non venne meno neppure con l’avvento dell’Umanesimo, quando la riscoperta del mondo classico, dei suoi precetti estetici, degli eroi mitologici e delle divinità combattute proprio dal Cristianesimo, portarono l’arte a lidi che non sembravano ortodossi dal punto di vista religioso. Il Concilio di Trento si occupò delle arti nella sua ultima sessione di lavori. Il problema non era secondario, in quanto i protestanti avevano una posizione decisamente iconoclasta. Moretti, che è nato a Brunico, dovrebbe sapere che all’inizio del Cinquecento nei paesi tedeschi si diffuse la tendenza a produrre immagini, spesso a stampa, di carattere irriverente o decisamente blasfemo nei confronti della religione cattolica. Il Concilio di Trento non poteva ignorare il problema di un controllo sull’ortodossia delle immagini prodotte a fini religiosi in quel periodo. È bene precisare che il Concilio non fornì norme precise, ma introdusse il principio che le opere destinate alle chiese dovevano essere approvate dal vescovo della diocesi. Quindi nessuna furia censoria della Chiesa in ogni dove. E se le opere non erano conformi alle aspettative, queste potevano essere rifiutate o si poteva richiederne la modifica. L’azione di controllo, e potenzialmente di censura, fu quindi demandata ai vescovi i quali ebbero atteggiamenti diversificati. In alcuni casi l’azione fu più diretta e incisiva. San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1560 al 1584, pubblicò nel 1577 le “Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae” destinate ad architetti, pittori e scultori di soggetti sacri che rimasero quale modello di rigore per l’arte del periodo successivo. Ma già nel 1624 il cardinale Federico Borromeo, con il suo “De pictura sacra”, mostrò un atteggiamento di maggiore tolleranza. In campo artistico, in realtà, non furono assunte posizioni fortemente intolleranti o censorie come avvenne invece nel caso della produzione a stampa di libri o di opere scientifiche. La Chiesa pretendeva il giusto all’interno delle proprie mura. Unico caso noto di procedimento inquisitorio nei confronti di un artista fu quello a carico di Paolo Veronese, per l’opera “Cena in casa Levi”. Ma anche qui non vennero adottate soluzioni radicali e il compromesso fu presto raggiunto con qualche piccola modifica e con il cambio del titolo dell’opera. Alla fine gli artisti cercarono di non usare eccessivamente il nudo, soprattutto femminile, che, se non scomparve del tutto, risultò più castigato e meno lascivo. E i soggetti mitologici, che neppure scomparvero, furono riservati solo alle opere laiche per la committenza privata. Quindi, dopo il Concilio di Trento non ci fu alcun tipo di ondata repressiva e gli alti prelati pontifici non cercarono di introdurre quelle regole stringenti che Nanni Moretti cerca di far credere fossero un costume ordinario della Chiesa di quel periodo. Anzi, sorprende che questa considerazione sia stata fatta da un personaggio che, in qualità di regista, ha realizzato nel 1985 “La Messa è finita”, nella quale ci ha presentato l’immagine di un sacerdote di sinistra in linea con i principi della Chiesa. Ecco perché l’accusa di Moretti non è credibile. Il regista più amato dalla sinistra ha avuto il torto di dare una lezione inopportuna. Se avesse girato una scena di quel genere negli anni della Biennale del dissenso, in un paese dell’est europeo il suo “Caos calmo” non sarebbe neanche arrivato nelle sale cinematografiche del Patto di Varsavia. (pal)

sabato 9 febbraio 2008

Carla e Nicolas divisi sul Monte Bianco?


IL VELINO CULTURA del 9 febbraio del 2008

Roma - Carla, pensaci tu. Adesso che Nicolas Sarkozy e Carla Bruni si sono sposati, l’Italia e la Francia potrebbero risolvere un contenzioso territoriale sulla vetta del Monte Bianco che dura da più di un secolo. Ad aiutarci a sollevare il tema ci ha pensato la pubblicazione del secondo volume de “Le grandi Alpi nella cartografia: 1482-1885” di Laura e Giorgio Aliprandi, Priuli & Verlucca editori. Il volume, uscito circa un mese fa, è destinato in qualche modo a riaccendere una vecchia polemica tra la Francia e l’Italia. Infatti, nel libro viene raccontato come la Francia si attribuì il controllo della vetta del Monte Bianco. Nel 1728, quando in Savoia iniziò la Mensuration Générale per il catasto di Vittorio Amedeo II, per paura di dover pagare tasse anche su terreni sterili come i ghiacciai, gli abitanti di Chamonix non rivendicarono proprietà sul Monte Bianco. Nonostante la carta allegata al Trattato di cessione della Savoia alla Francia del 1862 dimostri che la sommità è italo-francese, come hanno scoperto in questo libro gli Aliprandi, nel 1865 il francese Joseph Mieulet disegnò una carta nella quale la sommità del Monte Bianco risultava tutta francese, facendo fare arbitrariamente al confine di stato una strana deviazione dalla cresta spartiacque. E a quanto pare il problema non è ancora stato risolto. Anche se la questione può sembrare illogica nell’Unione europea, questo problema ha un fondamento. In una lettera pubblicata il 2 gennaio del 2006 sul Corriere della Sera, il responsabile Esteri di Forza Italia Dario Rivolta metteva in evidenza che il controllo amministrativo della vetta del Monte Bianco era vitale per l’Italia per prevenire un eventuale disastro a causa dello scioglimento del ghiacciaio. Infatti, nel contesto glaciologico attuale in cui le riserve d’acqua diventano preziose, potrebbe essere importante avere confini definiti e soprattutto concordanti sulle carte geografiche italiane e francesi per avere ben chiare certe responsabilità. Quando l’Italia e la Francia firmarono il trattato di pace nel 1947, tra i due paesi furono fatte alcune rettifiche che modificavano in parte il tracciato del trattato di cessione della Savoia e del Nizzardo alla Francia. In pratica, furono modificati i confini della Valle del Roia, Briga e Tenda furono cedute. Altre rettifiche furono fatte sul versante italiano del Monginevro, sul Moncenisio e poi sul Piccolo San Bernardo. Sulla vetta del Monte Bianco la frontiera restò intatta: le autorità francesi non chiesero (o non ottennero) nessuna rettificazione. Ma il contenzioso rimase aperto. E i due paesi dovettero istituire una commissione particolare che, alla fine degli anni ’80, non arrivò a nessuna conclusione perché era necessario un accordo tra il ministero degli Esteri italiano e quello francese. Il 14 luglio 1999, giorno della presa della Bastiglia, il sottosegretario agli Esteri Umberto Ranieri rispose a un’interrogazione del deputato dell’Union Valdotaine che “il Governo italiano segue la questione con costante attenzione e, da parte italiana, vi è il proposito di procedere rapidamente al lavoro di adeguamento tecnico cartografico, in modo da sollecitare la controparte - anche nel corso del lavori della annuale ‘Commissione Mista per la manutenzione del tracciato dei confini di Stato’ - all’atteso confronto dei rispettivi risultati”. Ma per arrivare a un risultato concreto è stato necessario aspettare il 2003, quando l’ambasciatore italiano a Parigi Giovanni Dominedò, da pochi mesi giunto nella sede diplomatica, avanza la richiesta di convocare il “Gruppo di lavoro” per comunicare il risultato degli studi sui documenti ufficiali. Secondo Dario Rivolta, vicepresidente della commissione Esteri della Camera dei deputati, tali studi evidenziano la proprietà italiana della vetta Monte Bianco. Ma le carte geografiche italiane e quelle francesi continuano a parlare ancora due lingue diverse. A questo punto, se al ministero degli Esteri non riescono a farsi ascoltare da Parigi, non ci resta che confidare in Carla Bruni. (Lanfranco Palazzolo)

Pio IX, un Papa tra noi

IL VELINO CULTURA del 9 febbraio del 2008
(Una foto di Papa Mastai negli ultimi anni del suo pontificato)

Roma - Giovedì è caduto il 130esimo anniversario della morte di Pio IX. Ogni volta che si parla di questo Pontefice scoppiano immancabilmente polemiche sul Papa del “Sillabo”, sull’ultimo “Papa re” e sui difficili rapporti tra la Chiesa e il processo unitario e risorgimentale. Queste polemiche mettono in secondo piano altri aspetti della personalità di Papa Mastai Ferretti che probabilmente fu l’ultimo Papa di strada, l’ultimo Pontefice che aveva l’abitudine di uscire per strada quotidianamente per incontrare la gente prima del fatidico 20 settembre del 1870, giorno della fine del potere temporale pontificio. È un peccato che quasi nessuno parli di questo aspetto del pontificato di Pio IX perché gli aneddoti divertenti sono davvero molti al di là di quello che si può pensare del Pontefice nato a Senigallia. Certo, i metodi di Pio IX erano paternalistici e tipici di chi ritiene di non sbagliare mai, di essere “infallibile”. Ma questa “infallibilità” oggi sarebbe di grande lezione a tanti politici che certo non hanno l’abitudine di andarsi a fare un giro per strada. In mezzo a tanta solenne pomposità del cerimoniale vaticano dell’800, Pio IX rappresentava quindi quasi un elemento di rottura rispetto al passato. Il Pontefice aveva l’abitudine di uscire tutti i pomeriggi dal Vaticano a differenza del suo predecessore Gregorio XVI che raramente metteva il naso fuori dalla Città leonina. A Pio IX piaceva scendere dalla carrozza e passeggiare a piedi, parlare con la gente entrare senza preavviso in chiese e conventi o in ville e palazzi per fare una visita ai proprietari, prendere iniziative che a volte mettevano in crisi gli stessi uomini del suo seguito così attenti alle regole del protocollo. Durante una passeggiata pomeridiana, un giorno vide un ragazzino in strada piangere vicino alla bottega di un oste. Fatta fermare la carrozza scese e avvicinò il bambino per farsi dire che cosa fosse successo. Il piccolo raccontò che gli era caduto di mano il fiasco di vino che aveva appena comprato su incarico della madre, e non avendo i soldi per comprarne un altro aveva paura (rimproveri o peggio) di tornare a casa a mani vuote. A quel punto il Papa sorprese tutti infilandosi dentro l’osteria uscendo un minuto dopo con il fiasco di vino per regalarlo al ragazzino, il quale se da una parte s’era tranquillizzato per il dono, dall’altra apparve stupito per il clamore che s’era creato e per la folla che s’era andata formando attorno a lui. Nonostante le passeggiate del Papa fossero quotidiane, incontrarlo a piedi per la strada rappresentava sempre un vero e proprio spettacolo, soprattutto per gli stranieri. Un giorno gli si parò davanti un friggitore ambulante che lamentava di essere perseguitato dalle guardie pontificie, le quali - a suo dire - lo multavano per i motivi più disparati: una volta perché non poteva friggere in una tale strada, un’altra perché friggeva troppo, o ancora perché non poteva friggere una tal cosa. Dopo averlo ascoltato, Pio IX s’era fatto portare un pezzo di carta e, lì in piedi davanti all’ambulante, aveva scritto un improvvisato decreto a suo uso e consumo che recitava: “Frigga dove vuole, frigga quanto vuole, frigga ciò che vuole”. Un prete di Romagna, per il quale Pio IX aveva pagato di tasca propria un corso di esercizi spirituali in riparazione di sfuriate romagnole, al Papa che lo invitava a non commetterne mai più rispose: “Non dubiti, Padre Santo, ho imparato a mie spese”. Ma il Papa corresse: “Vorrete dire a mie spese”. Un giorno, in via dei Giubbonari, aveva visto un piccolo corteo che dalla chiesa di san Carlo ai Catinari si stava recando a portare i conforti religiosi nella casa di un morente: sceso dalla carrozza, il Papa si era piazzato in testa a quella piccola processione fino a raggiungere l’abitazione della persona inferma, a lui del tutto sconosciuta. Gesti impensabili per un Papa di oggi. È probabile che Pio IX pensasse di voler dare un’immagine diversa rispetto al giudizio positivo che vi era, nelle stesse gerarchie ecclesiastiche, sullo spessore spirituale dei pontefici del passato. Un giorno capitò un episodio curioso. Un giorno mentre si parlava dinanzi a Pio IX di Papa Sisto V, un Pontefice marchigiano del ‘500 che aveva arruolato in massa i suoi corregionali per riscuotere le tasse dello Stato pontificio, Monsignor Giovanni Battista Casali del Drago, esclamò: “Quelli sì che erano veri papi!”. Ci fu un momento di imbarazzo generale nella corte papale. Pio IX, nient’affatto offeso, replicò: “Se lo dice lui!”. E quando poco dopo monsignor Casali riferì al Pontefice d’aver ricevuto uno schiaffo dalla madre, Pio IX domandò sorpreso: “Uno solo? Ve ne doveva dare almeno due, uno anche per conto mio!”. (pal)

Cossiga, un po' Pizia, un po' Cassandra

IL VELINO CULTURA del 9 febbraio del 2008

Roma - Tra gli aspetti che colpiscono di più della personalità di Francesco Cossiga vanno segnalati la signorilità e la sincerità. Cossiga, da “pezzo unico” della scena politica, è stato sempre il bersaglio di tanti avversari ed esponenti del mondo della cultura. Nonostante questi attacchi, Cossiga ha sempre tirato dritto e ancora oggi la sua figura sembra non debba tramontare mai. Non molto tempo fa stupì tutti al Senato quando, riferendosi al rapimento di Aldo Moro, disse ai giornalisti che gli stavano intorno: “Io so che ho lasciato ammazzare Aldo Moro: io, Berlinguer, Benigno Zaccagnini e Giulio Andreotti” (Intervista a Radio Radicale del 22 marzo del 2007). La stessa sincerità lo caratterizzò il giorno che si dimise dalla presidenza della Repubblica: “Io non ho messaggi da lanciarvi…A tutti voglio dire di avere fiducia in voi stessi. Questo è un paese di immense energie morali, civili e religiose. Si tratta di saperle mettere assieme” (25 aprile 1992). Non molto tempo fa hanno chiesto a Cossiga come andranno le cose dopo le prossime elezioni. La sua previsione è stata che “chiunque vinca (…) andranno malissimo”. Prendiamo spunto da queste parole di Cossiga dopo aver letto in anteprima: “Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso” a cura di Anna Maria Cossiga con la postfazione di Fulvio Abbate, volume che sta per essere pubblicato per la casa editrice Rubbettino. Il libro è una raccolta ragionata degli articoli pubblicati da Francesco Cossiga dal 2004 a oggi. La stessa curatrice ha avuto grande difficoltà nel dividere per temi la produzione giornalistica di Cossiga, visto che gli argomenti trattati erano i più disparati. Fatta questa doverosa precisazione, il presidente emerito della Repubblica Cossiga ha anche trovato un testimonial eccezionale per l’introduzione di questo libro. Si tratta di Cassandra in persona, una delle più note figure della mitologia greca che prevedeva sempre delle disgrazie e per questo era invisa a molti. Inutile dire che questo ruolo le è rimasto ancora oggi attaccato. Ma vi è anche un’altra figura mitologica nel libro: Pizia (o Pitia) la quale, al contrario di Cassandra, era un’apprezzata sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo nel santuario situato nella città di Delfi. In “Mi chiamo Cassandra”, Cossiga non svela la sua identità tra queste due figure e lascia il mistero aperto: “Finché ci saremo, continueremo con la nostra lotta, il bianco e il nero di una stessa mente, Cassandra a lamentarsi perché nessuno le vuol dare ascolto, la Pizia sogghignante perché tutti hanno fiducia in lei, sebbene quasi sempre lei tiri a indovinare. Sono così, gli esseri umani, contrastanti e doppi”. Al di là dei pregiudizi, ci sentiamo di metterci nei panni di Laocoonte, che fu fatto uccidere da Atena per dare credito alle premonizioni disgraziate di Cassandra. E a rileggere queste pagine troviamo anche la predizione della “disgrazia prodiana” quando Cossiga, intervenendo sul futuro del governo Prodi, disse: “Se vogliono farlo cadere, li porta tutti alle elezioni”. Cassandra aveva colpito. Tuttavia Cossiga lascia al lettore la possibilità di scegliere se la sua parola scritta sia meritevole di essere più vicina a quella di Cassandra o di Pizia. Passando dalla mitologia alla realtà effettuale, il libro è diviso in alcuni paragrafi nei quali il presidente emerito della Repubblica analizza le mosse di alcuni uomini politici del presente e del passato. A nostro avviso vanno letti con attenzione quelli su Massimo D’Alema e Romano Prodi. In questo confronto indiretto è il Professore a uscire demolito con annotazioni non proprio edificanti. “Prodi e D’Alema – rivela Cossiga -: mi fido molto più di D’Alema... Prodi è la persona che capisce meno di politica, ma è uno degli uomini più furbi che conosco... dice le bugie meglio di Berlusconi. Non dico che siano bugiardi, m’intenda, dico solo che dicono bugie. Se si presenteranno in futuro da un lato il Polo delle Libertà, dall’altro il pasticcio prodiano, mi sa che voterò per Rifondazione, non perché ‘rifondarolo’ ma tanto per essere fedele a una tradizione storica…”. Cossiga raddoppia la dose quando scrive che per Prodi “il diritto e la Costituzione sono, per usare una terminologia marxiana, una sovrastruttura della società e dell’etica, che si ritrova più nella dottrina postconciliare della Chiesa che nei principi e nell’ordinamento della Repubblica”. Ma se si sfogliano attentamente le pagine del libro si scoprono anche le ragioni di questo disprezzo da parte di Cossiga. Basta andare a pagina 17, dove l’ex capo dello Stato spiega: “Per mia fortuna fui educato nell’oratorio, a differenza di Romano Prodi, anche lui educato in parrocchia ma, e si vede e si sente, anche nell’odore, in sagrestia!”. Amen. (pal)

mercoledì 6 febbraio 2008

Arresto di un romanziere a Parigi

L’arresto di Beigbeder, la vita a l’“extrême contemporain”
IL VELINO SERA del 6 febbraio del 2008
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 6 feb (Velino) - Non sono bei giorni per Frédéric Beigbeder. Il romanziere francese è stato arrestato nella notte tra lunedì e martedì della scorsa settimana per possesso di cocaina. L’autore ha passato una notte in cella dopo essere stato sorpreso in strada a Parigi mentre era in compagnia di un amico e consumava la polvere bianca che aveva appoggiato sul tetto di una macchina. Beigbeder e il suo amico hanno provato a darsi alla fuga. Ma non c’è stato nulla da fare. I poliziotti che erano evidentemente più lucidi di lui lo hanno immediatamente ripreso e hanno sequestrato i due sacchetti di coca che lo scrittore aveva con sé. Non appena i mezzi di informazione hanno diffuso la notizia del suo arresto e del successivo rilascio, tutti hanno ironizzato sulla vicenda accaduta a Beigbeder. In fondo, i personaggi dei romanzi dello scrittore francese vivono una vita non dissimile da quella del loro autore. La notizia non ha avuto alcuna eco in Italia. Frédéric Beigbeder oltre a essere un apprezzato scrittore è anche un critico letterario per alcuni programmi televisivi e per le riviste culturali Voici e Lire. L’autore ha pubblicato tre romanzi in Italia. Prima dell’apparizione del suo libro capolavoro “Lire 26.900” (trad. “99 francs”), che ha venduto circa 400 mila copie, Beigbeder lavorava per l’agenzia pubblicitaria Young & Rubican che lo ha immediatamente licenziato dopo l’uscita del libro nel 2000. Il motivo è che “Lire 26.900” era un libro di denuncia sulla “realtà” all’interno del mondo della pubblicità visto dal punto di vista di Octave, creativo pubblicitario strapagato che inventa per noi bisogni inutili e inquina il mondo con spot e bugie. Il libro, utilizzando le stesse armi della pubblicità ci ha descritto i meccanismi della macchina pubblicitaria che, a giudizio dell’autore, ha l’unico scopo di spingere le persone ad acquistare sempre di più, schiavizzarle alle regole auree del consumismo imperante, renderle sempre più insoddisfatte della propria vita, perché la gente felice non consuma. Molti osservatori hanno messo in luce la somiglianza tra il personaggio di Octave e l’autore di “99 francs”. In questo romanzo Octave viene descritto come un giovane dissoluto che si divide tra le donne, il successo e la Cocaina. Qualcun altro ha cercato di identificare Beigbeder con Mark Marronier protagonista di un altro libro di successo dell’autore: “L’amore dura tre anni” (Feltrinelli). Anche qui Beigdeber ci ha raccontato la storia di un pubblicitario parigino malinconico e mondano che formula una sua teoria: anche l’amore, come tutto il resto ormai, ha una data di scadenza: dura tre anni. E in effetti, Beigbeder si è separato dalla sua compagna Laura Smet, la figlia del cantante Johnny Halliday, pochi mesi fa proprio dopo 3 anni di convivenza. Questa strana identificazione tra personaggio e autore alimenterà altre discussioni e voci sulla confusione culturale che vive la Francia letteraria con l’avvento della corrente de “l’extrême contemporain”. Con questo termine si vuole solo definire la produzione letteraria francese più recente. La nozione di “extrême contemporain” è, dunque, una definizione in continuo movimento senza nessuna certezza. Come del resto la vita confusa degli autori che la animano entrando ed uscendo dalle loro opere.

(pal) 6 feb 2008 20:20

sabato 2 febbraio 2008

Arun, il nipote scomodo del Mahatma

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio del 2008, di Lanfranco Palazzolo
(Arun Gandhi davanti alla foto del Mahatma)

Roma - Arun Gandhi, nipote di Mohandas Karamchand Gandhi e presidente del “M.K. Gandhi Institute for Nonviolence”, si è dimesso nei giorni scorsi dall’università newyorchese di Rochester in seguito alle critiche suscitate da un suo intervento apparso il 7 gennaio sul blog “On Faith” del quotidiano americano Washington Post (vedi http://newsweek.washingtonpost.com/onfaith/arun_gandhi/2008/01/). L’articolo di Gandhi, intitolato “L’identità ebraica non può dipendere dalla violenza”, accusava gli ebrei di usare la Shoah per promuovere una cultura di violenza ed era stato criticato da più parti. In seguito Arun Gandhi ha pubblicato alcune righe di scuse, tardive però per riparare alle polemiche scatenatesi. Il 18 gennaio i due responsabili del blog, Sally Quinn e Jon Meacham, hanno pubblicato a loro volta un messaggio di scuse sul blog: “Quando abbiamo intrapreso questo progetto, più di un anno fa, avevamo scritto che il nostro obiettivo era approfondire degli argomenti”. E di approfondimenti se ne sono visti davvero pochi nell’articolo pubblicato dal nipote del Mahatma che ha accusato Israele di essere “il più grande giocatore” nella cultura globale della violenza. Un’accusa assurda soprattutto se si pensa che Arun Gandhi ha sempre predicato la non violenza dopo averla appresa direttamente dal nonno con il quale ha vissuto insieme tra il 1946 e il 1947, prima che il Mahatma fosse ucciso. Già nel corso della sua visita in Medio Oriente, tra l’altro evocata nel suo intervento del 7 gennaio sul Washington Post, nel settembre del 2004 Arun Gandhi aveva lanciato accuse durissime contro Israele. Durante una visita al museo dell’Olocausto a Gerusalemme, Gandhi aveva criticato il governo israeliano perché continuava a promuovere il sentimento antipalestinese. In quella occasione, Arun Gandhi osservò che Tel Aviv non stava usando l’Olocausto per combattere il pregiudizio e l’avversione, ma piuttosto per promuovere la rabbia. E pensare che Arun Gandhi si è sempre vantato di aver appreso dal nonno una lezione molto importante che lui stesso raccontò nel 1998 ai vertici di Emergency che lo avevano ospitato in Italia: “Una delle prime lezioni che mi insegnò è stata quella di come trattare la rabbia: egli vide tutta questa rabbia in me e voleva che la canalizzassi in un’azione positiva. Diceva che la rabbia era una delle due ragioni per cui esisteva così tanta violenza nel mondo oggi; perché noi al posto di canalizzare la rabbia in qualcosa di positivo la facciamo sfociare nella violenza, nel picchiare la gente. Mi disse che la rabbia è come l’elettricità perché ha lo stesso potere dell’elettricità ed è ugualmente utile ma solo se usata in modo positivo e con intelligenza” (Convegno dal titolo “Mio nonno, il Mahatma e la matita...”). Probabile, invece, che le sue parole sul Medio Oriente finiscano per scatenare altra violenza su chi le ha lette. (pal)

Garibaldi deputato inascoltato

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio 2008

Roma - La rassegna stampa culturale della Camera dei deputati di gennaio dal titolo “Ritagli” si occupa di Giuseppe Garibaldi. Lo fa proponendo all’attenzione dei parlamentari alcuni articoli pubblicati negli ultimi mesi sull’eroe dei due mondi con il titolo “Garibaldi: immagine e mito”. In queste 25 pagine, egregiamente raccolte dall’ufficio stampa di Montecitorio, si discute di molti aspetti della vita dell’eroe nizzardo. A pagina 83 della raccolta viene anche pubblicato uno studio dell’Assirm, l’associazione delle principali società di marketing e dell’opinione pubblica italiana, su commissione dell’istituto “Riccardo Catella” e dell’istituto internazionale di studi “Giuseppe Garibaldi”. Una delle conclusioni di questa ricerca, apparsa sul numero 32 della Rivista di comunicazione pubblica, è che molti italiani sognano di vedere Garibaldi alla guida della politica di oggi. Il generale nizzardo ha assistito alle beghe politiche degli ultimi mesi in prima persona. Il suo busto campeggia sul piccolo Transatlantico del Senato. E proprio sotto i suoi occhi si sono svolte le battaglie politiche più dure di questa legislatura. Quello che dispiace nel bicentenario della sua nascita è che la giornata di studi promossa da Fausto Bertinotti alla Camera lo scorso 16 novembre dal titolo “Garibaldi nelle assemblee parlamentari” non abbia fatto discutere il mondo politico. Garibaldi fu eletto parlamentare non solo come deputato del Regno d’Italia, ma anche in Francia all’Assemblea nazionale e fu anche membro dell’Assemblea della Repubblica Romana e del Regno di Sardegna. Ma dei suoi mandati parlamentari nessuno ha voluto quasi mai sprecare una parola di troppo al di là del ristretto ambito della convegnistica storiografica. Ci risulta difficile capire perché questo silenzio. Del resto, sui “Ritagli” della rassegna stampa culturale di gennaio non è apparso neanche un articolo su di lui in Parlamento. Forse questo è accaduto per indurre gli italiani a pensare che l’eroe dei due mondi sia un patrimonio esclusivo della sinistra. O forse perché oggi ci fa comodo immaginarlo come vogliamo. Eppure il Garibaldi deputato è stato un anticipatore. Nelle otto legislature in cui ha partecipato a delle competizioni elettorali, senza aver mai sollecitato una sua elezione, ha sempre mantenuto un contatto costante con i suoi elettori a dispetto della sua latitanza dalle aule parlamentari. Una volta scrisse al deputato Giuseppe Ricciardi: “Se dovessi consigliare degli elettori, direi sempre di non eleggere coloro che desiderano molto d’esser deputati”. È un peccato che il patriota abbia fatto le sue ultime apparizioni da deputato poco dopo l’arrivo del Parlamento a Roma, quando i partiti avevano consolidato i loro interessi nella Capitale. I gruppi parlamentari romani temevano il vecchio generale che non fu mai organico a nessun partito politico. Anzi, si chiedeva come fosse possibile che ci fossero parlamentari che votavano insieme per partito preso definendoli così: “Turba di deputati telegrafo che votano non per convinzione, ma per spirito di parte”. Il suo arrivo a Roma era temuto dai deputati “romani”. Nel gennaio del 1875, dopo la sua elezione nel I e nel IV collegio uninominale di Roma, Garibaldi decise di partecipare a una tornata della Camera. Il periodico Il Fischietto ironizza sulle paure dei parlamentari: “Dicesi perfino che certi deputati, non troppo valorosi, abbiano deciso di tenersi lontano da Roma e dal Parlamento, fintantoché vi starà Garibaldi…O perché tanta paura? Poveri Machiavelli del Regno d’Italia! Essere ridotti al punto da non poter sostenere senza tremar di spavento, la vista dell’onestà”. Tutti tremavano perché in una lettera scritta ai propri elettori, Garibaldi aveva definito i governanti italiani della destra storica corrotti “perché il governo è un partito e non un principio”. Forse è proprio per questa ragione che il generale fu costantemente all’opposizione sia contro la destra storica che contro la sinistra. Fu il primo deputato a proporre, insieme ad altri nel 1862, l’abolizione della pena di morte, chiese con forza una riforma elettorale che favorisse il suffragio universale, propose una legge che imponeva ai preti di lavorare, chiedeva un esercito di professionisti, propose la bonifica del Tevere e avanzò la proposta di moderare “le grandi pensioni” riducendole a cinquemila lire. Un programma politico indefinibile per un partito di oggi. Eppure, quando fu chiamato alla responsabilità di formare un governo per il meridione occupato, Garibaldi non ebbe dubbi a scegliere uomini moderati come ci ricorda Denis Mack Smith: “La mezza dozzina di governi o quasi che nominò nel sud furono composti interamente di moderati, o, tutt’al più comprendevano solo una minoranza di radicali. Ma questo fatto a Torino non fu mai capito” (Garibaldi una grande vita in breve, Mondadori). Né a sinistra, né a destra vollero ascoltarlo. La sua scheda da parlamentare che oggi è consultabile alla biblioteca della Camera dei deputati si conclude con questo poco parziale giudizio sulla sinistra: “Nel 1880 si dimise da deputato, affermando che la libertà era calpestata, con una lettera ai suoi elettori del I collegio di Roma, in cui è contenuta la frase: ‘Altra Italia sognavo nella mia vita’. Da quattro anni i suoi amici della Sinistra avevano abbattuto gli uomini della Destra e offerto le più rosee speranze agli italiani, di operosità, di benessere, di giustizia sociale, ma la democrazia al potere aveva condotto il Generale alla sconfortante constatazione che gli dettava la frase amarissima, con la quale Egli chiudeva la sua attività politico-parlamentare”. Ecco, forse questa è una delle ragioni perché la politica ha preferito evitare il ricordo dell’eroe dei due mondi lasciandolo per sempre con la spada in pugno. (Lanfranco Palazzolo)

Severgnini, giù le mani da Paperino!

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio del 2008

Roma - Fa tanto male leggere l’intervista concessa da Paperino a Beppe Severgnini sul numero di sabato 26 gennaio del Corriere della Sera per presentare la serie a fumetti dal titolo ”La dinastia dei paperi”. In questo colloquio con il popolarissimo giornalista, Paperino si descrive come “un precario kronico” che ha cambiato almeno “60 mestieri”. Al personaggio creato da Walt Disney viene attribuita quindi l’immagine del disoccupato in cerca di lavoro: “Uno che deve alzarsi al mattino, mettersi la mascherina e cominciare a correre”. La figura descritta da Severgnini non è la stessa di cui ci parla Luca Raffaelli su Repubblica del 7 giugno 2004: “Paperino nasce come eroe negativo, un fannullone sciocco punito dalla propria indole. Ma, come accade spesso nei cartoni Disney, i personaggi buoni non sanno di nulla e gli altri emergono. E la follia autolesionista di Donald Duck era così sfavillante da promettere la nascita di una star”. Nel 1994 il semiologo Omar Calabrese lo aveva definito come un leghista: “In fondo lui è uno che protesta sempre in nome di valori piccolo borghesi. È un generoso, ma anche infingardo, disposto a mentire (...) Si accontenta di piccole cose: il prestito, per esempio”. Certo, leggere Paperino nella versione disegnata da Severgnini, costretto da zio Paperone a “fare degli stage” non è un omaggio alla realtà del mondo di Donald Duck. Come rileva Alessandro Barbera nel suo saggio Camerata Topolino – L’ideologia di Walt Disney (Stampa alternativa), “Il contrasto tra Topolino conservatore e Paperino rivoluzionario non esiste, si dimentica che spesso e volentieri Paperino è il migliore alleato di zio Paperone in imprese che non hanno nulla di proletario”. Del resto, Barbera prende spunto da un intervento dell’allora segretario di Rifondazione comunista Sergio Garavini che il 19 novembre 1992 aveva scritto al quotidiano La Stampa per rivendicare la paternità comunista di Paperino: “Pur considerando Topolino un sincero democratico, non ci è mai entrato nel cuore. Abbiamo sempre ritenuto più vicino a noi Paperino”. Ma il pk, il “precario kronico” di Severgnini non ha nulla a che vedere con la sinistra, anche se il giornalista mette in bocca a Paperino una malizia contro Silvio Berlusconi: “Ho visto che Rockerduck, da 15 anni entra ed esce da Palazzo Chigi; e alcune regioni sono amministrate dalla banda Bassotti”. Per la verità l’etichetta di Rockerduck fu affibbiata al leader di Forza Italia nel 1990 proprio dal settimanale Topolino che in un’avventura dedicata alla restauro della Torre Eiffel aveva contrapposto l’avvocato Agnelli (Paperon de’ Paperoni) a Silvio Berlusconi (Rockerduck). Ma la successiva citazione di Severgnini sulla banda Bassotti non lascia sospetti di sorta. Come qualcuno saprà – e come è ben scritto nella voce italiana di Rockerduck su Wikipedia – il miliardario, avversario di Paperon de’ Paperoni, “cerca spesso di rovinare i piani dell’uomo più ricco di Paperopoli, e per farlo non esita ad allearsi con i Bassotti. Sempre sconfitto, sfoga la sua rabbia divorando il proprio cappello”. Infine, nell’intervista di Severgnini Paperino dice che “nel 1937, quando in America nessuno aveva pensato a me come protagonista di lunghe storie, qui [in Italia, ndr] mi hanno lanciato in questo ruolo. È stato Federico Pedrocchi, direttore del settimanale Topolino”. Per la verità Donald Duck, fu lanciato per la prima volta come protagonista dei fumetti in Gran Bretagna. Era il papero principale delle storie realizzate da William A. Ward su Mickey Mouse Weekly, nelle quali era accompagnato da Donna Duck, una versione messicana di Paperina. Questo non toglie nulla ai meriti di Federico Pedrocchi che morì il 20 gennaio del 1945, mentre si recava in treno da Varese a Milano, ucciso da un aereo degli alleati. Certo, è utile ricordare che una delle caratteristiche di Pedrocchi, noto anche con lo pseudonimo di Costanzo Federici, era la capacità di documentarsi prima di scrivere anche una riga delle avventure di Paperino. Proprio il contrario di quanto ha fatto Severgnini. (Lanfranco Palazzolo)

La luce di cui non ha bisogno Aldo Moro

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio del 2008

Roma - Lunedì scorso è iniziato il “contro-trentennale” dall’assassinio di Aldo Moro. La figlia dello statista ucciso dalla Brigate Rosse, Maria Fida, e il nipote Luca hanno avuto l’idea di musicare in blues le parole pronunciate dal presidente della Democrazia cristiana nel corso di interventi pubblici, intitolando questa composizione “Se ci fosse luce”. In questo brano, il nipote Luca ha aggiunto alle parole del nonno le sue. La figlia di Moro ha detto ai giornalisti: “Mi batterò sempre perché Aldo Moro non sia ricordato come un oggetto in un portabagagli. È ingiusto. Era un padre e un uomo. A noi preme la verità e il ricordo della sua umanità e della sua bontà”. E ha anche aggiunto che ha inteso fare questo per “affermare il primato della verità, sul piano umano, del caso Moro”. Dopo l’“Aldo Moro” teatrale di Corrado Augias e Vladimiro Polchi, che in questo periodo è in tournée in Italia, è arrivato anche l’“Aldo Moro” in blues. La figlia vuole che questo anniversario sia un’occasione per parlare del vero Aldo Moro. Per la verità lo statista è stato il politico della Prima Repubblica che ha avuto l’onore di essere comparato ai personaggi più disparati ed è stato quello più apprezzato dal punto di vista umano. Giovanni Acquaviva gli ha dedicato un libro definendolo “Un italiano diverso” (Editrice Magna Grecia, 1968). Acquaviva, che certo non voleva fare un libro di difesa dello statista, ha scritto: “Con Moro, l’Italia democratica ha conosciuto un nuovo tipo di uomo politico, non paragonabile con precisione a precedenti storici vicini e lontani. C’è in lui del Giolitti, nel senso di un’evidente superiorità nei confronti di chi gli sta attorno. Eppure le differenze sono moltissime. C’è del De Gasperi in lui, ma anche qui le differenze appaiono notevoli e non solo come personalità e come momenti diversi e situazioni eterogenee”. Nel suo “Ritratto di un leader” (Pisani, 1975), Gino Pallotta attribuisce a Moro il merito di aver preannunciato un’enciclica di Giovanni XXIII, “anticipando la stessa distinzione tra l’errore e l’errante della Pacem in terris di Papa Giovanni”. Lietta Tornabuoni è arrivata a superare tutti con le comparazioni. In Trent’anni dopo (Bompiani – 1976) la giornalista ha scritto che, nonostante tutte le malattie diagnosticate a Moro, lo statista “è risorto dalle precarie morti in modo assai più vigoroso e duraturo di Gesù”. Aniello Coppola si limitava a dire in Moro (Feltrinelli – 1976) che il leader della Dc era “la migliore testa pensante del suo partito”. In un servizio pubblicato su Epoca del 7 aprile 1963 Arrigo Petacco non mancava di sottolineare quanto il presidente della Dc fosse venerato dai suoi studenti dell’università. Le ragazze erano quasi tutte innamorate di lui al punto che un’allieva si fece bocciare anche tre volte pur di riavvicinarlo. Una volta, Pier Paolo Pasolini rilesse un suo intervento in televisione in occasione dell’inaugurazione dell’Autostrada del Sole e gli dedicò un saggio dal titolo “Nuove questioni linguistiche”, nel quale sosteneva che l’antica osmosi tra italiano e latino era stata sostituita dal linguaggio tecnologico della civiltà industriale: “Moro strumentalizza l’inaugurazione dell’autostrada per fare un appello politico agli italiani raccomandando loro un fatto politicamente assai delicato: quello di cooperare al superamento della congiuntura: cooperare praticamente e idealmente, essere disposti ad affrontare sacrifici personali” (Pasolini in “Empirismo eretico”, Garzanti, 1972). Lo scrittore considerava tale metodo rivoluzionario rispetto al passato. Abbiamo ricordato questi giudizi solo per dire che Moro è stato apprezzato in vita e gli strumenti per poterlo ricordare bene e meglio, più di quanto si è fatto finora, ci sono. Basta saperli utilizzare per avviare un dibattito e per fare in modo che ci “sia luce”. Ecco perché il gesto di musicare le sue parole in blues forse non è il modo migliore per iniziare quello che dovrebbe essere il contro-trentennale dal suo assassinio. (Lanfranco Palazzolo)