lunedì 18 febbraio 2008

Il '68 a Mosca: il Pcus e il Pci italiano contro il dissenso

Gorbanevskaya, la poetessa in manicomio
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 18 febbraio 2008
(A destra la poetessa nel 1967)

Roma, 18 feb (Velino) - Il ’68 della poetessa che la sinistra non vuole ricordare. Nel febbraio del 1968 la trentaduenne poetessa Natalia Gorbanevskaya venne rinchiusa in un manicomio di Mosca. Per Natalia quella reclusione durò solo pochi giorni. Ma fu il prologo che avrebbe portato ad altri gravi arresti e violenze. La donna era accusata di essersi pronunciata contro i processi del regime comunista nei confronti di quattro scrittori del dissenso. Oggi è importante parlare della figura di questa poetessa russa perché questa donna è stata vittima sia del regime Brezneviano che della Peresttrojka. Non possiamo dimenticare che Gorbanevskaya fu letteralmente cacciata da Radio Liberty nel 1988 perché fu accusata di scarse simpatie per Michail Gorbaciov. Ma torniamo al 1968, dichiarato dalle Nazioni Unite l’anno dei diritti dell’Uomo. Il mese di gennaio di quell’anno fu caratterizzato da un clamoroso processo contro alcuni degli uomini più brillanti della cultura dell’Urss. Si trattava di Jiurij Galanskov, Aleksandr Ginzburg, Vera Laskova e A. Dobrovol’skij. I quattro erano stati arrestati nel gennaio del 1967 per dei reati di opinione e avevano aspettato un anno per essere processati, nel gennaio del 1968.
La Gorbanevskaya conosceva personalmente tutti e quattro gli imputati. La poetessa era nata nel 1936 e aveva cominciato a frequentare l’università di Mosca nel primo periodo della presidenza Nikita Chruscev, vivendo in prima persona l’altalena liberale-repressiva di quella ambigua stagione. Nel 1958 la scrittrice fu espulsa dall’università a causa della sua attività politica. Da quel momento si dedicò esclusivamente alla poesia. Ben presto, alcune sue poesie furono incluse da Jiurij Galanskov, uno degli imputati, nella celeberrima raccolta “Feniks-61”. La poetessa era amica di Aleksandr Ginzburg, altro dei quattro imputati, autore sovietico che aveva pubblicato opere nella prima rivista del Samizdat sovietico (le auto-edizioni clandestine), “Sintaksis”. Ginzburg era stato arrestato nel 1960 ed espulso da tutte le università sovietica. Le autorità comuniste non erano riuscite ad accertare la violazione dell’articolo 70 del codice penale (attività antisovietiche), ma lo avevano condannato a due anni nei campi di lavoro per aver falsificato un documento. Questo era il clima che aveva preceduto il processo del gennaio del 1968. Quel processo ai quattro intellettuali sovietici si svolse a porte praticamente chiuse. Si poteva accedere al processo solo con un permesso speciale che in pratica non fu concesso mai a nessuno.
Ad assistere al dibattimento furono dati accrediti solo a giornalisti stranieri fidati delle testate amiche come l’Unità, l’Humanitè e il Morning star. Il processo fu seguito con attenzione in tutto il mondo, ma in Italia, in primo tempo, l’indifferenza fu quasi totale. Se ne accorsero la Società per il progresso e la cultura e l’Associazione degli scrittori europei di Gianfranco Vigorelli. Il 12 gennaio del 1968 i quattro vennero condannati a pene dai 7 a un anno di campi di lavoro forzati. La vicenda di quel clamoroso processo sembrava “chiusa”, quando il 24 febbraio del 1968 alcuni intellettuali sovietici denunciarono il processo, inviando una lettera aperta ai vertici dei partiti comunisti dell’Est che era in corso a Budapest. In Italia la vicenda approdò sulle pagine interne del Corriere della Sera. La reazione del Partito comunista italiano fu particolarmente odiosa. L’onorevole Davide Lajolo, membro della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai Tv, protestò perché asseriva che il processo si era svolto regolarmente senza impedire l’accesso dei cittadini e dei mezzi di informazione. In quei giorni, tra il 20 e il 27 febbraio, si susseguirono una serie di retate che avrebbero portato in carcere altri scrittori e poeti come la Gorbanevskaya. Tuttavia, la libertà per la poetessa sarebbe qualche mese nell’anno dei diritti dell’Uomo. Il 25 agosto del 1968, mentre il presidente cecoslovacco Alexander Dubček si trovava a Mosca per ‘trattare’ la resa della Cecoslovacchia al Patto di Varsavia, dopo la repressione di Praga, a mezzogiorno sette persone diedero vita ad una manifestazione di protesta sulla Piazza Rossa contro l’intervento militare sovietico in Cecoslovacchia. Si trattava di Natalija Gorbanevskaja, Konstantin Babickij, Larisa Bogoraz Daniel’, Vadim Delone, Vladimir Dremljuga, Victor Fajnberg e Pavel Litvinov.
A loro si aggiunse qualche passante, come la giovane studentessa Tatjana Baeva, che ne approvava le rivendicazioni. Natalija Gorbanevskaja manifestò portando con sé il figlio lattante in un passeggino, a dimostrazione degli intenti pacifici e legalitari usati dai sette in Piazza Rossa. Natalja Gorbanevskaja e Victor Fajnberg non subirono invece alcun tipo di procedimento penale, in quanto giudicati dal tribunale “non imputabili” in base alla diagnosi della perizia psichiatrica cui erano stati sottoposti nei mesi precedenti presso l’Istituto Serbskij di Mosca. Natalja Gorbanevskaja venne momentaneamente risparmiata, e affidata alla tutela materna. Grazie alla ‘libertà’ di cui godette, decise di scrivere una lettera, il 28 agosto del 1968, indirizzata ai direttori di nove importanti quotidiani occidentali. “A mezzogiorno sedemmo sul patibolo - scriveva la poetessa - quasi subito sibilò un fischio e da ogni lato della piazza si gettarono contro di noi agenti del Kgb in borghese. Noi sedevamo tranquilli e non opponevamo resistenza”. Nonostante il rispetto della legalità e il carattere non-violento della manifestazione, “a Victor Fajnberg percossero il volto fino a farlo sanguinare”, così come a Pavel Litvinov, mentre l’autrice della lettera venne inizialmente risparmiata in quanto col figliolo in braccio. “Una volta nella macchina della milizia - testimonia la Gorbanevskaja - picchiarono anche me”.

(pal) 18 feb 2008 11:55

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