giovedì 27 marzo 2008

Athos, l'ambientalista del Pd

Il ritorno di Athos De Luca / Predica bene e razzola male
IL VELINO CULTURA del 27 marzo del 2008
di Lanfranco Palazzolo

Roma - Il ritorno di Athos. Uno dei fatti nuovi della campagna elettorale per il Comune di Roma è il ritorno di Athos De Luca. L’ex esponente dei Verdi e poi della Margherita ha organizzato in grande la sua riscossa politica. La capitale è stata letteralmente tappezzata dai manifesti del candidato del Partito democratico in Campidoglio. La sua immagine è stata associata a questo slogan: “Il ritorno di Athos l’ambientalista del Pd”. Fin qui nulla di male. Però, come dimostra il manifesto affisso all’imbocco della galleria che collega via Marsala con via dei Mille, De Luca non ha tenuto fede alla sua grande fama di ambientalista piazzando i manifesti dove non era consentito affiggerli. E sotto l’occhio attento delle telecamere di sicurezza della Stazione Termini. Inoltre, l’ex senatore dei Verdi non ha certo reso onore al suo passato di presidente del Comitato “Scopri Roma”. Infatti De Luca, proprio in qualità di presidente del Comitato Scopri Roma, si era battuto per difendere il decoro della capitale dai maxi cartelloni del centro storico e della periferia e contro i manifesti selvaggi. Nel 2001 il Comitato era riuscito a rimuovere circa 1.300 cartelloni selvaggi. Il Comitato “Scopri Roma” si era anche mobilitato contro la diffusione dei volantini e aveva criticato questo malcostume nel 2002. Ma non lo aveva fatto contro i partiti politici, ma contro i privati. Il 15 dicembre del 2002 il Comitato aveva scritto che “il problema fino ad oggi è stato molto sottovalutato tanto che i volantini che girano ogni giorno in città sono milioni, una nuova forma capillare di degrado urbano”. Il problema non è di poco conto se pensiamo che nel 2002 il consigliere comunale del centrosinistra Silvio Di Francia aveva fatto sapere che il Comune di Roma aveva speso ben nove milioni in più rispetto al passato per migliorare il decoro della città. Nell’edizione del 18 agosto del 2002 di Repubblica (edizione romana) lo stesso De Luca aveva spiegato anche quale era la sua strategia contro l’affissione dei manifesti abusivi nella capitale: “Pulire è utile, ma non risolve il problema”, spiegò De Luca. E propose: “Anni fa chi attaccava manifesti abusivi commetteva un reato, poi, guarda caso, tutto è stato depenalizzato. Bisognerebbe tornare alla vecchia disciplina. Essere più severi”. Dubitiamo che la stessa severità che chiedeva Athos De Luca per i cartelloni e i manifesti selvaggi sarà applicata al suo “manifesto selvaggio”. Però del ritorno di Athos De Luca abbiamo apprezzato una cosa. Dopo i primi giorni della campagna elettorale, l’ex parlamentare ha deciso di togliere dai suoi manifesti lo slogan “L’ambientalista del Pd” per scrivere semplicemente “Il ritorno di Athos De Luca”. Grazie per l’accortezza. (pal)

sabato 22 marzo 2008

Il contatto telepatico di Hitler con il Tibet

Hitler e Buddha / Quando il nazismo ammiccava al Tibet
--IL VELINO CULTURA-- 22 marzo 2008

di Lanfranco Palazzolo

Roma, 22 mar (Velino) - Forse sono in pochi a sapere che il regime nazista si interessò del Tibet. Tra il 1938 e il 1939, un alto ufficiale delle SS fu mandato per conto del regime hitleriano in questa regione in occasione delle festività del capodanno tibetano. Scopo ufficiale della missione era uno studio di carattere geografico ed etnologico dei tibetani. E i nazisti furono accolti come i benvenuti. Negli anni ‘30 i tibetani cercavano nuovi alleati perché temevano un’aggressione straniera da parte dell’Urss, della Cina o degli inglesi. In quegli anni il regime stalinista aveva duramente perseguitato i credenti buddisti all’interno dei propri confini nonostante l’appoggio dato dall’Urss alla Repubblica Popolare di Mongolia. In quegli anni i giapponesi avevano fatto leva sul sentimento antireligioso dell’Urss per peggiorare le relazioni tra la Mongolia e il regime sovietico. Ma non ci riuscirono. Tokyo aveva anche costituito una sorta di stato fantoccio mongolo in Manciuria, il Manchukuo. Ma questi tentativi non avevano ottenuto alcun successo. I tibetani erano molto più interessati alle offerte del Giappone. Il 25 novembre del 1936 la Germania nazista e il Giappone avevano firmato il Patto Anticomintern che aveva stabilito una politica comune dei due paesi contro la diffusione internazionale del comunismo. Nel 1939 aveva aderito a questo accordo anche il Manchukuo. L’invito alla delegazione nazista era nata in questo contesto. Ma queste relazioni si interruppero poco dopo perché nell’agosto del 1939 la Germania e l’Urss sottoscrissero un patto di non aggressione che deluse il popolo tibetano. Ma cosa aveva convinto i gerarchi nazisti ad avviare i contatti con il popolo tibetano? Ci aveva pensato la leggenda di Shambhala. Questo mito aveva attratto il nazismo. Shambhala è una società dove tutti gli abitanti sono illuminati, con al centro una capitale chiamata Kalapa. Per comprendere l’interesse nazista per Shambhala è necessario fare un passo indietro fino alla nascita della cosiddetta Società di Thule (Thule-Gesellschaft) che aveva come simbolo la croce uncinata ed era caratterizzata dall’antisemitismo. Questa società, che si ispirava al buddismo, distorcendolo, era considerata come il primo nucleo del nazionalsocialismo. Il padre della Thule era il professor Karl Kaushofer, convinto assertore del ritorno della grande Germania e dell’espansione tedesca a est al fine di costituire un solido “spazio vitale” che avrebbe a sua volta garantito il dominio teutonico sul mondo. Gli appartenenti a Thule miravano, attraverso la telepatia e specifici riti occulti, che si svolgevano solitamente nei boschi e vicino a corsi d’acqua, a entrare in contatto con gli antichi “maestri sconosciuti”, considerati dai nazisti come dei superuomini, al fine di far nascere la razza superiore. Ebbero contatti con questa organizzazione molte personalità di primo piano del nazionalsocialismo come Adolf Hitler e Rudolf Hess. Quest’ultimo si formò nella Thule e si dice che abbia anche “iniziato” Hitler nel periodo nel quale si trovava con lui in carcere dopo il fallito Putsch di Monaco. Il “sogno” di Heinrich Himmler, altro uomo di fiducia di Hitler, era quello di creare un Ordine con superuomini da formare secondo l’etica prussiana e quella degli antichi Ordini cavallereschi, segnatamente dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Per una tale organizzazione egli cercava una legittimazione o crisma, che però non poteva trarre dal cattolicesimo, apertamente avversato dalla corrente radicalista dell’ideologia nazista. A questo scopo, Himmler aveva fondato la “Deutsche Ahnenerbe” (Vedi il simbolo nella foto sopra), nota come “Società di studio sulla storia antica dello spirito” (di questa società aveva già scritto IL VELINO lo scorso 24 maggio recensendo il volume “Il piano occulto. La setta segreta delle SS e la ricerca della razza ariana”, scritto da Heather Pringle e pubblicato da Lindau). Questa società aveva numerosi campi di studio. Uno di questi, il più importante, era in materia di occultismo. La missione in Tibet si inseriva in questo quadro. La spedizione nazista nella regione asiatica avrebbe cercato un collegamento con un centro segreto della Tradizione (Shambhala), mentre un’altra missione in Groenlandia avrebbe mirato a un contatto con la Thule iperborea o occulta. Nel 1938 l’Ahnenerbe finanziò una spedizione nell’estremo oriente. A guidarla fu il dottor Ernst Schaeffer, etnologo e alpinista. Il suo obiettivo era di realizzare uno studio scientifico del popolo tibetano. Durante la spedizione, lo studioso esaminò più di trecento crani di abitanti del Tibet e del Sikkim, registrando minuziosamente le loro caratteristiche fisiche. Determinò che il popolo tibetano si situava in una posizione intermedia tra le popolazioni europee e mongolidi, e che i caratteri europei erano tanto più marcati quanto lo stato sociale si alzava. Ma un altro dei compiti assegnati a questa spedizione era la ricerca della mitica Agarthi, regno sotterraneo in cui risiederebbe il Re del mondo, entità con cui Hitler sosteneva di mantenere una sorta di contatto telepatico. Ma ci sono stati anche altri studiosi che hanno sostenuto che i contatti tibetani con il nazismo furono molto più frequenti. Questa tesi fu enunciata da Trevor Ravenscroft nel suo libro “The Spear of destinity” (1973). Lo studioso sostenne che dal 1926 al 1943 ci fu una missione annuale di esponenti politici del partito nazionalsocialista (NSDAP). Ma questi contatti non furono mai provati del tutto.

(pal) 22 mar 2008 11:20

mercoledì 19 marzo 2008

Simon Cuper e l'affronto della maglia numero 10

Recensione di "Calcio e Potere" (ISBN)
IL VELINO CULTURA del 19 marzo del 2008
di Lanfranco Palazzolo
(A destra la copertina di "Soccer against the enemy").

Roma - Come il VELINO ha avuto modo di ricordare la scorsa settimana, parlando del libro dedicato alla “Squadra spezzata” (Limina) di Luigi Bolognini, i saggisti trovano sempre più analogie tra il calcio e la politica. Nel suo libro “Calcio e potere” (ISBN), il columnist del Financial Times Simon Kuper non smentisce la sua fama di giornalista giramondo regalandoci un saggio sul rapporto tra il potere e il football. Kuper si era fatto apprezzare per la sua grande capacità nel raccontare la sofferenza del calcio olandese nel corso della Seconda guerra mondiale in quel saggio bellissimo dal titolo “Ajax la squadra del ghetto” (ISBN). Il giudizio su “Calcio e potere”, pubblicato all’estero con il titolo “Football against the enemy”, non può essere benevolo per il tentativo dell’autore di analizzare il calcio italiano con una certa superficialità. L’errore di Kuper è già ben visibile nella copertina del libro dove viene fatta scendere in campo una squadra di calcio composta da molti dittatori. Nella formazione di “Calcio e potere” stilata dall’autore, Berlusconi scende in campo con il numero 10 dietro a Bin Laden e a Gheddafi schierati in attacco. Se il leader del Popolo della libertà deve fare un retropassaggio alla difesa è costretto a passare il pallone al terzino serbo Arkan o al dittatore argentino Videla che è impegnato nel ruolo di difensore centrale. Ma almeno può contare sul sostegno di un interno arretrato come Nelson Mandela che con il calcio ha davvero ben poco a che vedere. Il compito di salvare il risultato della squadra di Kuper spetta al dittatore spagnolo Franco nel ruolo di portiere. Considerando che l’autore dedica solo tre pagine a Berlusconi, si può ben dire che in quel ruolo poteva benissimo scendere in campo il dittatore tedesco Erich Honecker. A curare l’introduzione dell’edizione italiana ci ha pensato il giornalista Alberto Piccinini, da non confondere con il più popolare Sandro conduttore di “Controcampo” su Italia 1. Nella sua introduzione, il giornalista italiano si esprime così sul leader del Popolo della libertà presentando le aggiunte della edizione italiana volute dall’autore: “Kuper si sofferma su due nuovi filoni del rapporto tra calcio, politica, società: la passione per il football in tutta l’area del Medio Oriente, incendiata dal fondamentalismo islamico (Secondo una mezza leggenda, Osama era un tifoso dell’Arsenal) e la voracità con la quale le tendenze del neopopulismo politico (da Berlusconi e ‘Forza Italia’, all’ex premier thailandese Thaksin Shinawatra attuale proprietario del Manchester United) cercano di volgere a proprio favore i successi ottenuti dal calcio. Quest’ultimo è, in un certo senso, un lavoro ancora tutto da scrivere. È l’attualità”. Nella sua introduzione, Piccinini si duole dell’assenza in Italia di riviste mensili che si ispirano al “New football writing”, manifestando il suo disappunto per la mancanza di un dibattito politico sul calcio che aveva cercato di lanciare qualche anno fa la rivista di geopolitica Limes pubblicando nel 2005 il fascicolo dal titolo “La palla non è rotonda”. La tesi della continuità tra sport e politica per mietere successi e potere, enunciata in questo libro da Kuper su Berlusconi, non funziona. Del resto, nell’ultimo capitolo del volume, l’autore deve fare i salti mortali per rendere convincente la sua esile tesi scrivendo che “Silvio Berlusconi divenne il primo capo del governo del Mondo proveniente dal mondo del calcio”. L’autore sa benissimo che il calcio non è mai stata la fonte principale del successo di Berlusconi. Il calcio ha contribuito alla sua popolarità. Ma quando nel 1986 Berlusconi acquista il Milan è un imprenditore di successo e le sue reti televisive sono da tempo affermate nel panorama italiano. Purtroppo Kuper ci ha abituato a facili semplificazioni. Il 28 ottobre del 2006, Kuper aveva scritto sul Financial Times che il successo del Messina e del Palermo erano da considerare come un dato preoccupante per l’Italia. Nel suo discutibile articolo dal titolo “Another kicking for southern Italy’ s football”, Kuper aveva sostenuto questa singolare tesi: “Il calcio nell’isola (la Sicilia) non è mai stato così forte, con il Palermo primo in classifica e Catania e Messina in buona posizione. E come se non bastasse, tutto questo coincide con la cattura di Bernardo Provenzano, boss dei boss della mafia. Sarebbe quindi bello dire che questo simboleggia un rinascimento per la Sicilia, ma non è così. La crescita della Sicilia simboleggia il malessere dell’Italia, terra dei campioni del mondo”. L’autore di “Calcio e Potere” non si arrende e oggi torna alla carica. L’errore di Kuper è quello di aver affidato dunque a Berlusconi una maglia che non gli spetta nella singolare squadra di “Calcio e potere”. Quattro pagine su Berlusconi non valgono certo il numero 10 in quella squadra, nella quale nessun democratico vorrebbe mai giocare. Berlusconi e Mandela per primi. (pal)

martedì 18 marzo 2008

"Sagan a tutta velocità"

Buongiorno Francoise, si riapre il dibattito sulla Sagan
Il Velino del 18 marzo del 2008
di Lanfranco Palazzolo
(La scrittrice ai tempi dei suoi primi successi negli anni '50)

Roma, 18 mar (Velino) - La Francia torna a parlare della scrittrice francese Francoise Sagan, autrice di “Buongiorno tristezza” e “Le piace Brahms?”. E lo fa con un libro della giornalista di Liberation Marie-Dominique Lelièvre dal titolo “Sagan à toute allure” (Denoel). Questo saggio ha avuto il merito di riaprire il dibattito su una scrittrice, scomparsa nel 2004, che è stata dimenticata dalla Francia. Senza dubbio, la Sagan ha rappresentato un nuovo modello di scrittrice negli anni Cinquanta. La Lelièvre ha fatto un lavoro durissimo cercando e incontrando gli amici della scrittrice. Questo è stato un modo per scoprire un nuovo aspetto dell’autrice. Non a caso il volume è preceduto da una citazione di Nietsche: “Un grande scrittore non vive solo del suo spirito, ma anche in quello dei suoi amici”. E non è un caso che il libro sia stato dedicato a Florence Malraux, sua carissima amica che l’aveva definita con lucida tenerezza “l’ultimo personaggio di Francis Scott Fitzgerald”. Anche se in Francia l’opera della Lelièvre non è considerata esaustiva, sfogliando le pagine di “Sagan à tout allure” si ha l’impressione di conoscere la Sagan. Ma questo abbraccio lascia un vuoto. L’assenza delle opere della scrittrice dalle librerie francesi. Ce lo segnala il mensile Lire che dedica ben 13 pagine al nuovo libro sulla Sagan. Quello che rivela Lire è che nonostante si torni a parlare della Sagan, nelle librerie francesi (e anche in quelle italiane) resta il vuoto delle opere della Sagan e non sulla Sagan.
Un bel problema nel momento in cui si parla della scrittrice la cui opera è ancora giudicata come largamente incompresa. La donna, che è stata definita dalla Lelievrè come “il sogno delle generazioni francesi del dopoguerra”, è riuscita a trasmettere ai giovani degli anni ‘50 un patrimonio di sentimenti contrastanti. È difficile dimenticare le prime parole di “Bonjour tristesse”: “La tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto e più raramente i rimorsi. Oggi, qualcosa si ripiega su di me come una seta, snervante e dolce, che mi separa dagli altri”. Il figlio della Sagan, Denis, nato dal secondo matrimonio della scrittrice con Bob Westhoff, ricorda una mamma anticonformista che non faceva mai colazione con lui perché nella notte era troppo impegnata a scrivere. Nonostante la sua vita sregolata, i suoi eccessi nella guida delle macchine fuoriserie, la Sagan aveva preteso che suo figlio Denis svolgesse il servizio militare per conoscere la “vera vita”. Ma per farglielo fare aveva interpellato il ministro della Difesa Charles Hernu affinché suo figlio venisse chiamato alle armi al più presto. Tutti i suoi amici ricordano il modo che aveva di trattare con le persone illustri del suo paese.
Ancora oggi, gli amici della scrittrice si sbellicano nel raccontare come ricevesse il presidente francese Francois Mitterand in cucina o come allungasse per gli ospiti la minestra con l’acqua del rubinetto quando si accorgeva che non bastava. A rileggere oggi le opere della Sagan resta un grande vuoto. Difficilmente incontreremo nel panorama letterario una scrittrice come la Sagan che nella sua vita ha vinto così pochi premi letterari e guadagnato la stima di tanti lettori che l’amavano per la sua capacità di essere se stessa senza ipocrisia.

(pal) 18 mar 2008 11:53

lunedì 17 marzo 2008

Come il Senato occulta i DOC. XXIII

Moro, se la “manna” di atti di inchieste on-line resta un sogno
di Lanfranco Palazzolo
Il Velino del 17 marzo 2008

Roma, 17 mar (Velino) - La “manna” delle inchieste parlamentari. Il primo e il 13 marzo le agenzie di stampa hanno diffuso una nota nella quale veniva comunicato che “a partire dal 16 marzo” verrà messa in rete “una vera e propria miniera” di documenti sul caso Moro. Si tratta di oltre 187 mila pagine di documenti, rapporti, verbali di interrogatori, di atti parlamentari, relazioni frutto del lavoro della commissione Stragi e ancor prima della commissione parlamentare d’inchiesta istituita per far luce sul rapimento e la morte del leader della Dc, Aldo Moro. L’archivio storico ribadisce che si tratta di un patrimonio archivistico “immenso” e “atteso come una manna” dalla rete, da studiosi, storici, giornalisti e semplici cittadini che potranno “farsi direttamente un’idea dell’omicidio politico più controverso della storia della repubblica”. Nella nota si spiega che “gran parte dei documenti provengono dall’Archivio storico del Senato, diretto dalla dottoressa Emilia Campochiaro, e che conserva gli archivi delle Commissioni parlamentari d’inchiesta monocamerali e bicamerali che chiudono i lavori con la presidenza Senato”. Si tratta di un ponderoso patrimonio documentale che sarà progressivamente inventariato, digitalizzato e reso disponibile in rete. Negli stessi giorni, l’archivio storico del Senato ha diffuso un’altra nota. In questo comunicato veniva scritto che questo “ponderoso patrimonio documentale (che) sarà progressivamente inventariato, digitalizzato e reso disponibile in rete”. E che entro il 16 marzo sarebbe stato pubblicato il Repertorio delle commissioni d’inchiesta (1948-2006).
Al Senato non sono molto disponibili a dissipare gli interrogativi degli studiosi sulla pubblicazione del materiale relativo agli atti parlamentari delle Commissioni d’inchiesta. Emilia Campochiaro ha rifiutato ogni intervista su come l’archivio storico del Senato intende rispondere alle pressanti richieste degli studiosi. Quindi, per il momento, la “manna” annunciata si dovrebbe fermare al caso Moro e alla Commissione Stragi. L’altro grande interrogativo sui documenti parlamentari del Senato è che in molti non comprendono quale sia la ragione del ritardo nella pubblicazione dei documenti delle Commissioni d’inchiesta parlamentari sul sito www.senato.it. Ricordiamo che spetta a questo ramo del Parlamento la pubblicazione online dei lavori delle Commissioni che hanno concluso i propri lavori con la presidenza del Senato. Chi vuole sapere qualcosa sugli atti delle commissioni d’inchiesta, può cercare tutte le informazioni sulle pubblicazioni del Senato in un catalogo pubblicato dal sito. Ma di atti on-line si trova ben poco. Il problema del Senato è che – al contrario di quanto è accaduto alla Camera – non è possibile conoscere gli atti parlamentari prima della XIII legislatura. Qui sono ancora molto indietro con questo lavoro di pubblicazione sulle rete. La questione non è di poco conto. Dallo scorso dicembre, il sito della Camera dei deputati ha pubblicato gli atti parlamentari delle precedenti legislature dall’assemblea costituente in poi mettendo in rete anche gli atti del Parlamento in seduta comune. Ma il sito del Senato non ha fatto nulla di tutto quello che riguarda la sua storia repubblicana.
Conoscere come si è svolta una discussione alla Camera dei deputati è molto importante. Ma sapere quello che è accaduto sul medesimo provvedimento al Senato lo è altrettanto. La curiosità del Senato è che con la Camera c’è stata una curiosa ripartizione storica dell’approfondimento degli archivi che certo non ha tenuto conto delle esigenze di tanti studiosi. A Palazzo Madama, l’archivio storico ha pubblicato, sul sito, l’elenco dei parlamentari del Senato del Regno e della Camera dei fasci e delle Corporazioni, ma ben poco è stato fatto per quello che riguarda la pubblicazione online degli stenografici della storia repubblicana. Il sito del Senato ha pensato di pubblicare meritoriamente gli atti della Consulta nazionale che aveva preceduto la nascita dell’Assemblea costituente. Ma per trovarli è un’impresa. Bisogna andare nella pagina delle raccolte normative a questo indirizzo sul sito www.senato.it: (http://www.senato.it/leggiedocumenti/144515/144493/genpaginalistas.htm). E sono in pochi a saperlo. Inoltre, l’archivio storico del Senato pubblica continuamente dei libri che raccolgono gli interventi di questo o di quel senatore del Regno con qualche eccezione che ha riguardato l’arrivo (ma solo in libreria) degli interventi di Giovanni Spadolini e del senatore Gerardo Chiaromonte.
Ma la storia repubblicana degli atti parlamentari resta ancora un mistero per i ricercatori online. La latitanza più grave del Senato sul web riguarda soprattutto le commissioni d’inchiesta. Anche qui il Senato deve colmare un grave ritardo sulla rete. In questi ultimi anni, la Camera ha pubblicato gli atti delle Commissioni d’inchiesta classificati come Doc. XXIII, a partire dalla XIII legislatura. Lo stesso ha fatto il Senato. Ma a Palazzo Madama non hanno voluto seguire l’esempio della Camera pubblicando le relazioni delle commissioni d’inchiesta prima dell’XI legislatura. Per trovare gli atti delle relazioni finali e le audizioni della commissione Stragi bisogna fare una gran fatica per trovare tutto all’indirizzo già citato. Ma della commissione Stragi resta ancora sconosciuta gran parte della documentazione, che è finita direttamente all’archivio storico del Senato senza vedere la luce della biblioteca di Palazzo Madama come è accaduto per altre commissioni d’inchiesta. E nonostante le presidenze delle Camere avessero esplicitamente dato l’assenso alla pubblicazione di questa documentazione. Anche se l’archivio storico del Senato ha annunciato che “entro il 16 marzo” del 2008 sarebbe stato pubblicato il repertorio delle Commissioni d’inchiesta parlamentari, la conoscenza online degli atti di queste commissioni bicamerali d’inchiesta resta un sogno. L’unica cosa che è stata fatta in questi anni è stata la pubblicazione di un volume sulla commissione d’inchiesta sul Vajont nel quale sono classificati i documenti inventariati.
Eppure non ci vorrebbe molto a scannerizzare progressivamente qualche migliaio di pagine e pubblicare periodicamente i documenti delle relazioni finali e delle audizioni delle Commissioni d’inchiesta che sono negli scaffali delle biblioteche di Camera e Senato. Lo ha fatto la Camera per altri Doc., lo potrebbe fare anche il Senato per i Doc. XXIII. L’impegno economico sarebbe minimo. Ad esempio, in una settimana potrebbero essere pubblicate le relazioni finali di maggioranza e di minoranza sul caso Sindona. Inoltre, tanto per fare un altro esempio, sarebbe interessante scoprire le audizioni della prima storica commissione Antimafia, leggere le audizioni della commissione d’inchiesta sulla P2 e su tante altre vicende scottanti della vita pubblica italiana. Invece, questo materiale viene periodicamente pubblicato da case editrici che ovviamente utilizzano questi atti con un chiaro intento politico sfruttando la latitanza degli archivi parlamentari. Sono in molti a ricordare lo scalpore provocato dall’uscita nelle librerie del volume di Alberto Consiglio dal titolo “Dossier Mafia” nel 1972. Un volume non proprio impeccabile nel quale venivano pubblicati spezzoni di documenti della commissione d’inchiesta sulla mafia. Il volume andò a ruba nelle librerie proprio perché all’epoca non c’era alcun interesse delle istituzioni a far sapere quello che accadeva nei palazzi della politica.
E da allora questo andazzo non è cambiato fino alla recente pubblicazione del libro “Dossier P2” da parte della Kaos Edizioni, volume nel quale vengono pubblicate le relazioni finali di questa commissione parlamentare. Del resto era stata proprio la Kaos edizioni a bruciare sul tempo l’archivio storico del Senato lo scorso anno, pubblicando le relazioni finali della commissione Moro e delle commissioni Stragi sul rapimento dello statista della Dc nel volume “Dossier Moro”. E pensare che quel materiale era sotto gli occhi di tutti al Senato e non è stato fatto nulla per pubblicarlo online. La verità è che i lettori della saggistica politica sono stanchi di vedere evocati sul caso Moro misteriosi intermediari, trame occulte e sedute spiritiche. Il successo del libro di Miguel Gotor dal titolo “Aldo Moro. Lettere dalla prigionia” (Einaudi) testimonia la necessità di rileggere la storia del caso Moro e quella d’Italia dai documenti originali senza troppa fantasia. Oggi il progresso tecnologico, il bilancio del Senato e quello della Camera consentono di mettere in grado tutti di conoscere la storia dell’istituzione più importante del nostro paese attraverso la rete, senza che ci pensino altri a presentarla a modo loro. È un loro preciso dovere.

(pal) 17 mar 2008 13:36

sabato 15 marzo 2008

Quella scelta cinica di Bob Kennedy


IL VELINO CULTURA del 15 marzo del 2008
(Nella foto a sinistra Bob Kennedy annuncia la sua discesa in campo alle elezioni primarie del Partito democratico, marzo 1968).
Roma - Lunedì 11 marzo 1968, alla vigilia del successo del senatore democratico Eugene McCarthy alle primarie del New Hampshire, Theodore Sorensen, ex consigliere di John Kennedy e in quel momento collaboratore di Robert Kennedy, si incontrò segretamente con Lyndon Johnson. Sorensen disse al presidente che Robert Kennedy avrebbe rinunciato a presentare la candidatura alla Casa Bianca se Johnson avesse nominato una commissione incaricata di riesaminare la posizione americana nel Vietnam. Il presidente manifestò a Sorensen un certo interesse. Quando si venne a sapere dell’incontro, Robert Kennedy affermò che il meeting con Sorensen avvenne su iniziativa del presidente Johnson e che l’idea della commissione di inchiesta, che pure gli stava a cuore, non era né nuova né sua. Per esempio, l’aveva proposta il New York Times in un editoriale del primo marzo del 1968. Una bugia in piena regola. Secondo la prima versione dell’episodio pubblicata dalla stampa, in seguito a un’imbeccata della Casa Bianca, l’iniziativa era invece partita da Robert. Giovedì 14 marzo, quando aveva già annunciato che stava rivedendo il suo atteggiamento nella campagna elettorale, Robert Kennedy si recò al Pentagono accompagnato da Sorensen e dal fratello Ted. In questo secondo incontro segreto rinnovò la proposta, corredata da una serie di nomi per la commissione, al ministro della Difesa Clark Clifford. Poche ore dopo Johnson obbiettò a Clifford che l’offerta assomigliava troppo a un ricatto, che avrebbe incoraggiato Hanoi e che un presidente non avrebbe potuto accettarla senza compromettere il proprio prestigio. Quella stessa sera Clifford comunicò a Sorensen il “no” del presidente. Sabato mattina, il 16 marzo del 1968, Robert Kennedy annunciava la sua candidatura alla Casa Bianca nella stessa sala del Senato da dove il fratello aveva fatto il medesimo annuncio nel 1960. Da questa partita a scacchi con il presidente in carica degli Stati Uniti Johnson partì l’ultima sfida della vita di Bob Kennedy. Una scelta che fu accompagnata da tante critiche che forse oggi andrebbero rilette con maggiore attenzione. I veri perché dell’offerta di Kennedy a Johnson forse non saranno mai del tutto chiari. Un atto di idealismo o una proposta destinata a essere respinta e utilizzata in un secondo tempo a suo vantaggio? si chiesero in molti. È uno dei tanti episodi sconcertanti di quella stagione elettorale americana, forse la più straordinaria, fino a quel punto, nella storia degli Stati Uniti. Prima di allora, soltanto due volte infatti, nel 1884 e nel 1912, un esponente del partito alla Casa Bianca aveva osato contestare al presidente in carica il diritto, non scritto ma consacrato dal costume politico di ottenere la nomination per il secondo mandato. E non era mai successo che gli sfidanti fossero due. Il senatore Eugene McCarthy oltre a Kennedy. Ma non era nemmeno mai accaduto che il popolo americano si trovasse altrettanto diviso sui problemi fondamentali del paese: la guerra del Vietnam e la situazione nei ghetti neri delle grandi città. Quella situazione era così evidente al punto che il presidente Johnson aveva perfino timore di farsi vedere in pubblico. Solo alla fine del 1967 sembrava impossibile uno scenario del genere. Ma nel febbraio del 1968 era accaduto di tutto con le ingenti perdite americane dall’offensiva Tat in Vietnam, la crisi del dollaro e la quasi vittoria del senatore McCarthy alle primarie del 12 marzo del 1968 nel New Hampshire distaccato da Johnson di appena 230 voti. Per Bob era un’occasione da non perdere. Ed era necessario un pretesto per scendere in campo. Il senatore Eugene McCarthy era considerato una specie di Don Chisciotte contro Johnson. Era stato proprio McCarthy a schierarsi coraggiosamente contro la guerra in Vietnam in un celeberrimo articolo sulla rivista Look. E Bob Kennedy era stato a guardare. In effetti il fratello di Jfk aveva timore di sfidare il presidente in carica, ma la sorpresa di quel senatore coraggioso fu determinante nella sua scelta. Con toni pacati, McCarthy si era rivolto alla sinistra del Partito democratico: “Noi scambiamo la politica con la critica, il dissenso pubblico, l’opposizione verbale. Io spero che la mia sfida possa alleviare il senso di impotenza e restituire a molta gente la fede nel sistema politico americano”. Una scelta coraggiosa, degna da essere inserita nel libro del fratello di Bob, i “Ritratti del Coraggio”. Robert Kennedy fu bollato da molti come un opportunista per non aver deciso prima la sua candidatura alle primarie. La scrittrice Barbara W. Tuchman, autrice del celebre “The March of Folly: From Troy to Vietnam” disse, rivolgendosi a Bob: “Nulla può deludere più i giovani, la cui fede nella democrazia è stata riaccesa da McCarthy, che veder riuscire il cinismo e l’opportunismo di un uomo che non ha avuto da solo e ha nel nome del fratello la sua carta migliore”. (pal)

Nanni Moretti, 30 anni dopo lo scontro con Mario Monicelli


IL VELINO CULTURA del 15 marzo del 2008, di Lanfranco Palazzolo

Roma - Lo scorso fine settimana Raieducational2 ha proposto il celeberrimo scontro della trasmissione “Match” condotta da Alberto Arbasino, che metteva a disposizione di ciascun ospite in ogni puntata circa quindici minuti per intervistarsi l’un l’altro. Ospiti della puntata andata in onda alla fine del 1977, e riproposta nel corso di Rewind, erano Mario Monicelli e Nanni Moretti. La trasmissione “Match” era uno “scontro” in piena regola. Nel corso di quella puntata si affrontavano la vecchia e la nuova scuola cinematografica. Da una parte il volto del cinema del maestro Mario Monicelli, dall’altra l’allora ventiquattrenne Nanni Moretti che rivendicava la sua emancipazione dalla tradizione dei grandi registi della commedia all'Italiana. È utile rivedere questa trasmissione per comprendere come Nanni Moretti abbia totalmente abbandonato i principi nei quali si riconosceva, e che sbandierava, all'inizio della carriera, per abbracciare quelli dei canoni cari a Monicelli. Nell’intervista scontro, Moretti spiegava al pubblico che per i suoi film non cercava attrici famose: “Secondo me, il pubblico non ha bisogno di attori e attrici noti e i film non hanno per forza bisogno di attrici belle come pensano i distributori, i registi e i produttori dei film italiani. I film americani degli ultimi anni di protagoniste donne considerate non belle. In Italia, fino a pochi anni fa – proseguiva Moretti -, a una donna non considerata bella non sarebbe mai venuta in mente di non intraprendere la carriera da attrice”. Questa è una considerazione che il Moretti di oggi probabilmente non farebbe mai visto che nei suoi film degli ultimi anni, come attore e regista, hanno sempre recitato attrici belle e famose come Laura Morante, Valeria Bruni Tedeschi e Margherita Buy. L’aspetto più divertente del confronto di “Match” è però il rimprovero che Moretti muoveva a Monicelli. Il regista della nouvelle vague italiana accusava il grande regista di essere alla ricerca del successo. Moretti invece...“Innanzitutto cerco di fare film che piacciono a me che sono film che possono essere capiti. Poi io non cerco il successo indiscriminato. Pensi – puntualizzò Moretti rivolgendosi a Monicelli - che il cinema abbia per forza bisogno di grandissimi nomi come Alberto Sordi, Nino Manfredi o Monica Vitti?! Pensi che il pubblico abbia bisogno di vedere nel 90 per cento dei film di scene di violenza, scene erotiche o di questo tipo?! Io penso di no! Penso che il pubblico…Penso che voi abbiate un rapporto un po’ coloniale con il pubblico”. Se rilette oggi, le parole di Moretti fanno sorridere dopo l’uscita di “Caos Calmo”, un film nel quale Moretti ha lavorato come attore e che è stato discusso più per una scena di sesso che per il reale contenuto dell’opera. Ma detto questo è singolare che Moretti abbia del tutto abbandonato il suo verbo degli inizi per fare del cinema che lui definiva addirittura come “coloniale” nel rapporto con il pubblico. Nei giorni scorsi il regista attore è stato ospite di Repubblica tv. In questa circostanza l’attore-regista è tornato sulla scena di sesso di “Caos Calmo” con la popolarissima attrice Isabella Ferrari: “Purtroppo prima dell'uscita del film la scena di sesso ha avuto la stessa funzione della politica con “Il Caimano”. Prima che uscisse, un incredibile ceto politico-giornalistico ha discusso di un film di cui non sapeva nulla. Invece l'argomento Berlusconi era solo una parte del film, che era anche una storia d'amore e un omaggio al cinema. Questa volta invece tutti conoscevano il libro di Veronesi e quindi non capisco come mai, prima dell'uscita, tutti a parlare solo di questa scena di sesso. Io spero che la gente vada al cinema con tranquillità, ignorando quella che io ho chiamato la sciatteria isterica dell'informazione italiana, soprattutto dei giornali”. Certo, per un regista che ha sempre guardato con una certa ostilità all’erotismo nelle scene dei film deve essere stato un bel passo indietro girare una scena del genere che a suo tempo avrebbe definito “coloniale”. La ricerca del successo porta però anche a questo. (pal)

Ungheria '56: una partita da rigiocare


Di Lanfranco Palazzolo
IL VELINO CULTURA del 15 marzo del 2008

Roma - Calcio e politica si intrecciano sempre di più in Italia. Lo si può constatare anche leggendo alcuni libri usciti di recente. Nel 2007 la casa editrice Limina ha pubblicato “La squadra spezzata” scritto dal giornalista di Repubblica Luigi Bolognini. Il romanzo mette in relazione la rivolta d’Ungheria del 1956 con le vicissitudini di molti giocatori di quella nazionale magiara. Il racconto di Bolognini ha un preciso intento politico. L’autore si mette nei panni di Gabor, ragazzo che crede nel comunismo, e in Ferenc Puskas, il grande attaccante ungherese. Gabor identifica la sua passione per il calcio nel comunismo. Quando il calcio vince, vince anche il comunismo. L’equazione funziona fino a quando l’Ungheria non viene sconfitta nella finale dei mondiali del 1954 dalla Germania Ovest per 3 a 2. All’improvviso Gabor si accorge che quel comunismo è sbagliato. “La delusione – è scritto nel libro – serve a farlo riflettere e a mettere in dubbio tutto quello in cui credeva”. Passano due anni e gli occhi di Gabor si aprono definitivamente di fronte ai carri armati sovietici che invadono Budapest nell’ottobre del 1956. Ma Gabor non volta completamente le spalle agli ideali di sinistra. Critica il comunismo, ma si sente socialista e “lotta per creare un socialismo nuovo, democratico e liberale”. Il recente passato ci ha fatto conoscere autori pregevoli come Nello Governato che ha scritto “La partita dell’addio”, raccontando la vita di Matthias Sindelar, il giocatore austriaco che “non si piegò ad Hitler”. Il lavoro di Governato ci era apparso più credibile perché lontano da certe strumentalizzazioni politiche e narrato attraverso gli occhi del calciatore. E poi Governato non si era sognato di inventare un personaggio e di mettergli in testa le sue convinzioni politiche. La vicenda di Sindelar, morto nel 1939 in circostanze mai del tutto chiarite, meritava di essere raccontata in un romanzo. Il libro di Bolognini, invece, lascia aperti tanti dubbi. Il volume che vuole esaltare l’Aranycsapat (la squadra d’oro) di Puskas, finisce per trasformarsi in una sorta di manifesto del riformismo socialista in cui i capitalisti occidentali risultano cinici rispetto al volto del socialismo umano di Imre Nagy. Del resto, l’autore non si cura di spiegare perché Puskas, il mito del protagonista Gabor, accetti dopo il 1956 di giocare per il Real Madrid nella Spagna del caudillo fascista Francisco Franco. Lo spunto per tornare a parlare di quella straordinaria nazionale magiara di calcio lo offre un libro prossimo all’uscita in Francia. Si tratta del volume dello scrittore ungherese Peter Esterhazy dal titolo “Voyage au bout des seize mètres” (Christian Bourgois). Il libro è nato dopo che il quotidiano bavarese Süddeutsche Zeitung, aveva commissionato a Esterhazy una serie di articoli sui mondiali in Germania del 2006. Il viaggio dello scrittore ungherese è partito da li. Esterhazy ha vinto premi letterari in tutta Europa e anche in Italia. È autore tra l’altro di “Harmonia Caelestis”, pubblicato nel 2000 da Feltrinelli e poi negli anni successivi con il titolo “L'edizione corretta di Harmonia Caelestis”. Attraverso questo libro, che raccontava le vicissitudini della sua nobile famiglia all’epoca del comunismo, Esterhazy ebbe la sgradevole sorpresa di scoprire che suo padre Màthiàs era stato una spia dei comunisti magiari. Lo scrittore, al contrario forse di quanto avrebbero fatto certi autori italiani, ha avuto il coraggio di raccontare la storia di suo padre nella versione “corretta” di “Harmonia caelestis”. Il punto in comune tra il libro di Bolognini e quello di Esterhazy e la finale dei mondiali di calcio del 1954. Ma l’autore ungherese ci risparmia i toni politici usati da Bolognini per far prevalere la tesi del socialismo riformista buono rispetto a quello del comunismo cattivo. Esterhazy racconta una storia di calcio senza lamentarsi dell’identificazione tra il regime comunista e la nazionale magiara. Anzi, lo scrittore prova a rigiocare quella partita senza farla vincere all’Ungheria di Puskas. Il risultato non cambia e l’ironico rammarico di Esterhazy è che una possibile vittoria degli ungheresi avrebbe potuto provocare il ritiro delle truppe alleate dalla Germania Ovest che sarebbe stata invasa dall’Urss. Ma così non fu. Il calcio ci regala altre emozioni e non può essere il grande persuasore che muta i nostri ideali. (pal)

giovedì 13 marzo 2008

Il fallimento mediatico di Pierofassino.it

Piero e quel gemellaggio fallito con Zapatero
IL VELINO SERA 13 marzo del 2008
di Lanfranco Palazzolo


Roma - Il sito di Piero Fassino si sta rivelando un vero e proprio fallimento mediatico. L’ex segretario della Quercia ha progettato pierofassino.it con l’obiettivo di dare di sé una nuova immagine, lontana dallo stereotipo del vecchio funzionario di partito sindacalizzato della Torino degli anni Ottanta. Lo ha fatto scegliendo sulla homepage il modello di immagine dell’attore americano Gregory Peck senza avere il medesimo fascino. Ma se andiamo ai contenuti del sito, i progressi non ci sono. E pensare che il sito dell’esponente del Pd ha un numero di audiovideo notevole. I contenuti sono quelli giusti. L’esponente del Partito democratico viene intervistato da alcuni giornalisti famosi o conosciuti come Lucia Annunziata e il direttore di Europa Stefano Menichini. Ma il risultato e soprattutto il successo nella rete non c’è. E questo lo si comprende se si vanno a leggere i commenti del blog di Fassino. Dopo una prima fase di entusiasmo nei confronti dell’esponente del Pd sono arrivate le critiche ai commenti dell’esponente del Partito democratico. Probabilmente, i navigatori della rete politica non hanno gradito l’entusiasmo con il quale Fassino ha accolto la vittoria del Psoe di Zapatero in Spagna. E ancor meno la comparazione tra questo successo e la campagna elettorale del Pd. Fassino scrive che questa è “la tendenza che si registra anche da noi, in questo inizio di campagna elettorale, che vede Veltroni e il Partito democratico come il fattore dinamico e innovativo della scena politica italiana”. In molti non la pensano così. Franco non ha gradito le polemiche su Giuseppe Ciarrapico: “Caro Fassino, potrebbe spiegarmi per quale motivo lei è stato uno tra i primi a strumentalizzare le dichiarazioni del vecchio Ciarrapico? Forse lei dimentica che fino a qualche mese fa l’editore Ciarrapico è stato corteggiato dai vertici del Pd! Forse lei dimentica altresì che nel governo D’Alema l’incarico di sottosegretario al ministero del Tesoro è stato assegnato ad un certo Romano Misserville! Questo nome le dice qualcosa? Quindi, per cortesia, non riempiamoci la bocca di ‘chiacchiere’ ma se proprio dobbiamo farlo pensiamo allora che nelle liste del Pd sono presenti candidati che orgogliosamente si dicono comunisti o ex comunisti. Saluti”. Buffalmacco critica il Pd spiegando che “il riformismo del Pd mi sembra un po’ timido, un po’ incerto, pur rappresentando un indubbio e gigantesco passo in avanti rispetto alla fase politica che si è appena conclusa. Sarà forse perché è mancato al Pd il tempo per elaborare una cultura politica fondante, omogenea e coerente pur nel rispetto dell’identità delle sue componenti d’origine?”. Yerle non condivide il tentativo di Fassino di fare del successo socialista in Spagna anche quello del Pd in Italia: “A Fassì...sei più triste di Rutelli quando tenti di aggrapparti ai successi degli altri per cercare di apparire quello che non sarete mai...”. Marco corregge questa valutazione di Piero Fassino sul sito: “Il netto successo elettorale di Zapatero e la vittoria dei socialisti francesi nelle elezioni municipali hanno lo stesso segno: gli elettori considerano il centrosinistra più affidabile”. Il navigatore di pierofassino.it puntualizza: “...non centrosinistra Piero, ma i Socialisti. Mi chiedo tante volte se sei davvero convinto del PD”. Antonio Radici non condivide la vicinanza tra Pd e Psoe: “Parliamo di quello che vuoi, similitudini economiche, similitudini nel modo di concepire la società, partito socialista europeo e quello che ti pare, ma, onestamente, non c’è nessuna similitudine nella ‘modernità dei diritti’ concepita dal Psoe e dal Pd. Capisco che dovete raccattare i voti di Cl, Confindustria e quant’altro, è legittimo, è il vostro partito e fate quello che vi pare, ma almeno siate coerenti in questo”. (pal)

sabato 8 marzo 2008

Anna Magnani, onorevole scudocrociato


IL VELINO CULTURA di Lanfranco Palazzolo, 8 marzo 2008

Roma - Anna Magnani, di cui in questi giorni si sta celebrando il centenario della nascita, si è sempre tenuta lontana dalla politica. Questo non significa che non se ne sia mai interessata. Anzi le sue interpretazioni sono state spesso oggetto di grandi strumentalizzazioni. Non molto tempo fa chiesero a Giulio Andreotti se era vero che avesse censurato l’attrice romana. Il senatore a vita, che negli anni Quaranta ricopriva la carica di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, rispose: “Non è vero. Reagii solo allo sfruttamento che le sinistre facevano di tutto il mondo cinematografico, cercando di portare acqua al loro mulino. Ed invero Anna Magnani, con certi comizi demagogici, si prestava a manovre politiche”. Ma questo ovviamente non significava che la Magnani fosse comunista. Anzi, l'attrice votava per la Dc anche se le sue convinzioni non erano quelle di una donna cattolica. Del resto gli esponenti dello scudocrociato non andavano a frugare nella vita privata degli attori. Lo stesso Andreotti si trovò coinvolto, suo malgrado, in un curioso episodio mentre era seduto in un cinema tra Roberto Rossellini e la Magnani. “Avevo la tendenza a stare un po' gobbo – ha ricordato il senatore a vita -, ma quella volta ho dovuto superarmi perché i due cercavano continuamente di accarezzarsi. Sfruttando lo spazio tra la mia testa e lo schienale della poltrona”. L'attrice era stata sposata con il regista Goffredo Alessandrini, vicinissimo al regime fascista. Nel dopoguerra Alessandrini non riuscì a ritrovare un suo filone come invece seppe fare benissimo un altro regista importante nella vita di Anna Magnani, Roberto Rossellini. Anche Rossellini era stato fascista, ma alla fine della guerra seppe giocare bene le sue carte e propose “Roma città aperta” (1945) sul canovaccio del film “L'uomo della croce” (1942) girato sotto il regime. La Magnani si legò quindi alla cerchia di Rossellini che era dato per democristiano. Proprio a causa di queste simpatie del regista per lo scudocrociato, il Partito comunista italiano, su ordine di Antonello Trombadori, gli mise dietro mentre girava “Germania anno zero” (1947) Carlo Lizzani. Lo scopo era quello di controllare i movimenti politici di Rossellini per cercare di convincerlo a passare dalla parte del Pci. Andreotti, che in quegli anni seguiva le vicende del mondo del cinema, non ricorda che Rossellini avesse delle idee proprio democristiane. È indubbio, però, che il regista non si rivolse mai ai comunisti e preferiva discutere di cinema con Andreotti, il quale non a caso fu colui che rese “accettabile” al Centro cinematografico cattolico il suo film “Europa 51” (1952). Sull'immagine politica della Magnani pesò molto la sua partecipazione alla manifestazione di piazza del Popolo del 20 febbraio del 1949. Quel giorno cinquantamila lavoratori dello spettacolo manifestarono per i propri diritti e quelli del cinema italiano minacciato da quello americano che invadeva le sale. Fu la più grande manifestazione di gente di spettacolo della storia. Quello stesso giorno, a piazza San Pietro, si teneva anche un assembramento di protesta per la condanna all'ergastolo comminata dal regime comunista ungherese al cardinale Giuseppe Mindszenty. L’iniziativa di piazza del Popolo servì al Pci per espandere la propria influenza nel settore cinematografico italiano. Non fu un caso che da quel momento il settimanale Rinascita iniziò a pubblicare regolarmente articoli sul cinema. Tuttavia, fu Andreotti a resuscitare le sorti del settore con la celeberrima legge del 1949 sulle sovvenzioni alle produzioni cinematografiche pensata proprio per limitare l’influenza del Pci in quel campo. Ma anche se le fotografie testimoniano la presenza della “compagna” Magnani in piazza del Popolo in quella fredda mattina di febbraio, è difficile guardare a Nannarella come a una militante comunista. Del resto fu lei stessa che aiutò l’ex marito Goffredo Alessandrini a rientrare nel giro cinematografico con il film “Camicie rosse” (1952), le cui riprese furono affidate, nel corso della lavorazione, a Francesco Rosi. Quello della Magnani sembra essere piuttosto un personaggio politicamente non classificabile. Nel libro “I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca” (Giunti), Stephen Gundle descrive così l'attrice: “Anna Magnani, in particolare ebbe il merito di rappresentare una figura femminile radicalmente diversa sia dai modelli femminili cattolici, che dalle immagini sensuali e fascinose propinate da Hollywood”. L'attrice tentò inoltre anche la strada del conformismo cattolico con il film “Suor Letizia” (1956) di Mario Camerini, altro regista del regime. Un ruolo, come molti altri interpretati dalla Magnani, che di certo non portava acqua alla lotta di classe. Nel “Morandini”, il film “L'onorevole Angelina” viene definito come un'opera che propone il concetto di “ideologia della riconciliazione”. Il contrario di quello che avrebbe voluto il Pci che certo l'onorevole Angelina l'avrebbe candidata e l'avrebbe messa a capo della rivolta contro il governo De Gasperi, servo degli americani. (pal)

venerdì 7 marzo 2008

La calcioteca e le previsioni (sbagliate) di Gianni Brera

Recensione de "Il più bel gioco del mondo".
IL VELINO CULTURA del 7 marzo del 2008
di Lanfranco Palazzolo
(Maradona e Gentile durante Italia-Argentina 2-1. Brera era contrario a quella azzeccatissima marcatura).

Roma - Il giornalista e scrittore Gianni Brera è stato senz’altro un maestro che ha saputo scrivere delle pagine sportive indimenticabili. La sua lezione di penna estrosa del giornalismo italiano è stata anche politica. Ce lo dimostra “Il più bel gioco del mondo” (BUR), nel quale vengono riproposti alcuni dei più begli articoli scritti dal giornalista sportivo. Il corposo volume è stato curato da Massimo Raffaelli. Recensendo questo volume sull’Espresso della scorsa settimana, Enzo Golino ha fatto una considerazione sul giornalista scomparso nel 1992 spiegando che, nel suo giornalismo, “Brera ambisce a una critica quasi scientifica (senza escludere l’arbitrio del caso) e ne infiamma le capacità comunicative con un linguaggio grondante arcaismi, iperboli, neologismi che ha trovato in Cesare Garboli già nel 1966 un analista finissimo e tempestivo”. Si tratta della stessa valutazione che Golino aveva fatto su Brera il 7 settembre del 1999 sulla Repubblica ricordando Brera. Ma cosa diceva Garboli su Brera? L’autorevole critico letterario spiegava che il giornalista incarnava la figura di “un saggista, un costruttore di pure invenzioni, di squisiti arbitri di intelligenza”. Quando Andrea Majetti pubblicò nel 2002 “Il calciolinguaggio di Brera” (Il Pomerio), tutti furono concordi nell’ammettere che i neologismi introdotti dal giornalista erano qualcosa di estremamente personale che certo affascinava e attraeva. Ma certo non potevano diventare oggetto di emulazione, di verità condivisa e quindi anche materia di “scienza”. Del resto, il pregio di Brera era l’intuito giornalistico che gli permetteva di stabilire, come del resto sostiene nella sua introduzione Massimo Raffelli, di scrivere prima il titolo, l’occhiello e, infine... l’articolo. Da questo punto di vista Brera fu un genio assoluto e impareggiabile. L’articolo era già scritto al novantesimo. Peccato che le sue analisi oggi ci risultino troppo lontane nel tempo e poco vicine ai costumi del calcio di oggi. Il curatore dell’opera ha pensato di fermare la raccolta di queste cronache sportive alla vittoria italiana al mondiale di calcio del 1982 in Spagna. La motivazione avanzata da Raffaelli è: “Le cronache breriane che gremiscono i dieci anni successivi, gli ultimi della sua vita, danno infatti la netta sensazione d’essere già postume a se stesse; vi si insinuano la nausea da sazietà, una totale disillusione e un senso acuto di rigetto nei confronti dell’ambiente e dei presunti campioni, quando scrivere di calcio, il voler continuare a farlo, equivale all’ammissione ad un vizio imperdonabile, ad una colpa”. Eppure il calcio di Brera è sempre stato condizionato dall’esito dei risultati. Del resto lo ammise il diretto interessato all’indomani della sconfitta italiana ai mondiali del 1974: “Il mio cuore è gerbido. Non ho neppure la forza di indignarmi. Mi sento improvvisamente vecchio e annoiato” (23 giugno 1974). A riprova che sono le vittorie o le sconfitte a dare forza al giornalista che le racconta. Mettendo da parte il linguaggio, la “scientificità” dell’analisi calcistica di Brera non era tanto diversa da quella dei semplici appassionati di calcio che sono alla ricerca dell’analisi particolare che non pratica la massa dei tifosi. E sulle sue pagine di grande giornalismo troviamo valutazioni singolari se rilette con il senno di poi. Alla vigilia di Italia-Argentina dei mondiali del 1982 Brera consigliò a Enzo Bearzot: “Io penso che il marcatore ideale di Maradona sia Collovati, che non picchia di proposito e possiede agilità sufficiente per tenere quel fenomeno” (28 giugno 1982). Non andò proprio così. A marcare Maradona ci pensò Claudio Gentile e fu un trionfo. Peggio ancora andò a Brera nei mondiali del 1970. È curioso leggere che all’indomani della partita contro la Germania, il mitico 4 a 3, Brera scrivesse: “Se l’altura non è un’opinione, vinceremo per la terza volta i mondiali: questo l’ho detto e lo ripeto. Ma bisognerà che non giochiamo come s’è fatto ieri, proprio no”. Così accadde. Non giocammo come chiese Brera e fu una grave sconfitta. Chissà cosa pensò l’allenatore della nazionale Ferruccio Valcereggi quando lesse questo tranciante giudizio di Brera su come fu impegnato Gianni Rivera contro la Germania: “Vi siete accorti o no del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo? Tutto all’aria, tutto sconnesso. Se non vedete e amate, almeno rispettate chi vede” (17 giugno 1970). Bastarono quegli ultimi otto minuti giocati da Rivera nella finale contro il Brasile per aprire una polemica infinita che si sarebbe placata solo anni dopo. Brera aveva capito una cosa fondamentale del calcio italiano osservando Vittorio Pozzo e le vittorie della nazionale nel 1934 e nel 1938. Raffaelli scrive che Brera “ama citare una massima di Guicciardini che invita gli italiani alla prudenza per non doverne poi patire fatale delusione”. Il consiglio di Brera applicato al calcio era valido per gli atleti. Ma non certo per chi li seguiva dalla tribuna che poteva dimenticare questa massima e restare grande anche pur sbagliando le previsioni della partita successiva. In fondo chi scende in campo sono i giocatori. E dalla tribuna si vede “Il più bel gioco del mondo”. (pal)

giovedì 6 marzo 2008

Aldo Moro, il rapimento si poteva evitare?

Tutte le avvisaglie del rapimento
IL VELINO CULTURA, 6 marzo 2008
(A destra il professor Giuseppe Eusepi. L'11 marzo del 1978 ascoltò una conversazione davanti alla facoltà de La Sapienza sul possibile rapimento di Aldo Moro).


Roma - Cosa si poteva fare per salvare Aldo Moro prima del rapimento? E quante furono le avvisaglie che il presidente della Dc era in pericolo prima del 16 marzo del 1978? Sebbene le Brigate rosse non abbiano mai minacciato pubblicamente Aldo Moro nei loro comunicati prima del 16 marzo 1978, lo statista della Democrazia cristiana sapeva che molti lo avrebbero voluto togliere di mezzo. Del resto fu lui a confidare a Giulio Andreotti il 14 marzo del 1977, un anno prima del rapimento: “Moro mi viene a vedere dopo aver parlato con Zaccagnini (Benigno, ndr). È molto preoccupato che agenti stranieri – di segno contrapposto, ma uniti dallo stesso fine di bloccare l’eurocomunismo – possano essere in azione per far saltare l’equilibrio italiano. Non ha sensazioni. Ma solo sensazioni che lo inquietano molto” (G. Andreotti: “Diari 1976-1979”, pagina 87). Un anno dopo, mercoledì 15 marzo del 1978 il quotidiano Vita sera pubblicò un necrologio che fu ripreso dall’agenzia Osservatorio Politico di Mino Pecorelli. In questo articolo era scritto: “A 2022 anni dagli idi di marzo il genio di Roma onora Cesare 44 a.C. 1978 d.C.”. Il giornalista Mino Pecorelli commentò così questo necrologio a pagina 2 sul quotidiano romano: “Proprio alle idi di marzo del 1978 il governo Andreotti presta il suo giuramento nelle mani di Leone Giovanni. Dobbiamo attenderci Bruto? Chi sarà? E chi assumerà il ruolo di Antonio, amico di Cesare? Se le cose andranno così ci sarà anche una nuova Filippi?”. Nel corso degli anni Moro aveva fatto il callo a tante avvisaglie e a tante indiscrezioni sui pericoli che correva. Il 19 novembre del 1967 il periodico Nuovo mondo d’oggi pubblicò un articolo nel quale veniva riportata la testimonianza di un certo Roberto Podestà, il quale raccontò come nell’estate del 1964 era stato incaricato, in caso di attuazione del “Piano Solo”, di guidare il commando che avrebbe dovuto rapire e uccidere l’onorevole Aldo Moro addossando le responsabilità agli uomini della sinistra. Nel 1968 la pubblicazione Il Bagaglino, vicina alle posizioni della destra per celebrare il primo anno di attività della compagnia romana di avanspettacolo, aveva divulgato un articolo dal titolo “Dio salvi il Presidente”, nel quale l’autore Pier Francesco Pingitore aveva descritto il tragitto mattutino del presidente del Consiglio Aldo Moro citando anche via Fani e aggiungendo queste domande: “È al sicuro la vita del presidente Moro? È ben vigilata la sua incolumità personale. Vengono adottate tutte le misure necessarie a preservare la sua persona da possibili attentati?”. Nei giorni precedenti al rapimento si verificarono due episodi riportati negli atti della Commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani (e) sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. A pagina 66 del Volume primo (Doc. XXIII n.5) della relazione finale vengono riportati due episodi inquietanti. In un rapporto del commissariato di polizia dell’università La Sapienza di Roma, il 10 marzo del 1978 viene annotato un episodio inquietante. Il professor Giuseppe Eusepi avrebbe udito un dialogo tra due persone all’interno dell’ateneo romano. Uno dei due avrebbe parlato di un ordigno esploso all’interno dell’università: “Hai messo tu la bomba all’interno dell’università?”. L’altro rispose: “Io queste cose non le faccio, tanto rapiremo Moro?”. Il professor Eusepi è non vedente. Ascoltando questa conversazione avrebbe riconosciuto nella voce del secondo uomo Gianmarco Ariata, esponente della sinistra extraparlamentare. Il rapporto del commissariato di Ps dell’università di Roma giunse alla Digos solo dopo il rapimento di Moro come confermò alla prima Commissione d’inchiesta Moro il dottor Spinella. Non ci fu nessun approfondimento sulla vicenda. Il professor Eusepi insegna attualmente Regole fiscali e processo di bilancio alla facoltà di Economia dell’università La Sapienza di Roma. Un altro singolare episodio si verifica la sera del 15 marzo del 1978 a Siena. Alle 19 di quella sera, il signor Giuseppe Marchi, anche lui non vedente, urtò contro una macchina parcheggiata nei pressi della sua abitazione. Dall’interno del veicolo avrebbe ascoltato alcune persone a bordo dell’auto parlare in lingua straniera e in italiano. Uno di questi pronuncia questa frase: “Hanno rapito l’onorevole Moro e le guardie del corpo”. Marchi riferisce immediatamente questo episodio ai suoi amici della trattoria che era solito frequentare e nella quale era noto con l’appellativo di “Beppe il bugiardo”. Tuttavia, Marchi e i suoi amici non avvertono nessuno. Solo nel pomeriggio del 16 marzo un certo De Vivo telefona alla Questura di Siena raccontando l’episodio e precisando che la frase ascoltata da Marchi era stata la seguente: “Hanno rapito l’onorevole Moro e ammazzato le guardie di scorta. Anche se Marchi era noto con il soprannome di “bugiardo” c’erano troppe testimonianze che confermavano la sua versione. Nessuno ha mai accertato chi fosse questo De Vivo che aveva segnalato alla Questura l’episodio. Il giudice Ernesto Cudillo riterrà questo episodio come “sconcertante”, ma non si curò di dare seguito a quell’indagine per capire se qualcuno volesse far sapere qualcosa prima del rapimento o se quella fosse stata una frase pronunciata da chi si fece sfuggire un indiscrezione alla vigilia del fatto criminoso. (pal)

lunedì 3 marzo 2008

La moralità senza coraggio di Marco Follini

Il Velino del 1 marzo 2008
Di Lanfranco Palazzolo
Recensione del saggio "La Volpe e il leone".

Roma - È arrivato con discrezione in libreria il libro di Marco Follini “La volpe e il leone”, piccolo saggio scritto dal senatore del Partito democratico edito dalla Sellerio di Palermo. In questo volume, il parlamentare offre ai lettori una riflessione su etica e politica, ma lo fa con un piglio diverso di quello di un libro dal titolo quasi simile pubblicato nel 1995. Stiamo parlando de “Il leone e la volpe”, (dialogo nell'inverno 1994 Einaudi), scritto da Paolo Volponi e Francesco Legnetti. In questo libro, i due autori parlavano di politica, di industria, di classe operaia, di istruzione pubblica, di vita dei partiti e di etica, di burocrazia e di cultura, di personaggi, di tempi storici persi e di inutili sprechi. Temi toccati anche da Follini con grande attenzione e riferimento anche alle vicende che lo hanno visto protagonista della stagione politica in cui è stato vicepresidente del Consiglio del governo Berlusconi. Detto questo, Follini identifica nella volpe e nel leone rispettivamente la furbizia e la lealtà. Quando i due “animali” non collaborano si creano le condizioni per una politica lontana dai cittadini. Per Follini questo orizzonte di collaborazione oggi non esiste e deve essere recuperato. La proposta del senatore del Pd è di far collaborare la volpe e il leone con l’aggiunta del grillo parlante. E quindi bisogna correre ai ripari. Al termine del saggio, Follini si augura che “ora sia la volpe che il leone e il grillo deponessero le armi e finalmente si rendessero utili tenendosi a freno l’uno con l’altro. E magari cercando anche di intendersi”. Qualcuno ha visto in questa proposta la trasposizione folliniana della favola di Esopo dal titolo “La volpe e il leone”: “Una volpe – scrisse il poeta greco del VI secolo A. C. - che non aveva mai visto un leone, la prima volta che se lo trovò davanti, provò un tale spavento alla sua vista che quasi ne morì. La seconda volta che lo incontrò, si spaventò sì, ma non proprio come la prima. Quando poi lo vide per la terza volta, trovò tanto coraggio da avvicinarsi a lui e attaccare persino bottone”. Se si voleva trovare una favola adatta a spiegare gli auspici di Follini l’abbiamo trovata. Questo “attaccare bottone”, questa collaborazione tra volpe, grillo e leone è il chiaro invito ad abbandonare i temi della questione morale a patto di recuperare una moralità della politica attraverso la fine del bipolarismo. Una condizione troppo comoda che non risolve nulla. Secondo Follini è proprio grazie alla fine del bipolarismo che anche la moralità cambia casa. Questo valore si disperde andando a finire equamente in tutti i partiti, in tutte le forze politiche. Ma per spiegare questo concetto, Follini ricorre ai tempi della Prima repubblica per dirci che il Pci era il partito della “questione morale”, e che solo tra l’estate del 2005 e quella del 2007 finisce “l’innocenza della sinistra”, dimenticando che la democrazia consociativa della prima Repubblica non ci ha regalato momenti più esaltanti con il Pci, in prima fila nel ruolo di comprimario di minoranza nella democrazia della corruzione. Ma questa realtà delle cose probabilmente non era funzionale al racconto de “La volpe e il leone”. Se Follini spiega che l’etica deve essere “misura” e non il nostro “fardello”, non è altrettanto bravo a spiegarci come il paese può recuperare effettivamente il senso di una politica che sia al servizio del cittadino ma si limita ad auspicarlo. Questo non accade ne “La volpe e il leone” perché Follini dimentica di prendere nel suo bagaglio un valore che aveva consentito a un uomo politico come il cattolico John Fitzgerald Kennedy di arrivare ai vertici della politica americana: il coraggio, enunciato in “Profiles in courage” (Harper & brothers - 1956). Il recupero del senso morale della politica e dell’astuzia sono importanti. Ma senza coraggio non si va mai da nessuna parte. E forse Follini non lo sa o non se ne rende conto. Come diceva Esopo nel finale de “La volpe e il leone”: “L'abitudine rende tollerabili anche le cose più spaventose”. (pal)

sabato 1 marzo 2008

Walter, giù le mani da Don Milani


IL VELINO CULTURA del 1 marzo 2008, di Lanfranco Palazzolo

Roma - I don’t care Walter. Alla fine è successo. È uscito il primo libro che raccoglie l’ideario di don Lorenzo Milani a uso degli antiveltroniani. Stiamo parlando di “Don Milani – Ideario”, piccolo volume che raccoglie ben 230 voci del pensiero del parroco di Barbiana. Lo hanno curato i giornalisti Maria Laura Ognibene e Carlo Galeotti per la collana Eretica di Stampa Alternativa. In particolare, Carlo Galeotti è un profondo conoscitore e corretto custode dell’opera del parroco di Barbiana per aver già pubblicato alcuni volumi sul sacerdote con la casa editrice Nuovi equilibri. Tra questi ricordiamo senz’altro “Don Milani, la ricreazione è finita e L’obbedienza non è più una virtù”. Il libro salta immediatamente agli occhi perché la Ognibene e Galeotti non nascondono il loro obiettivo di voler impedire ogni forma di strumentalizzazione dell’opera di don Milani soprattutto da parte del nuovo leader del Partito democratico Walter Veltroni. Il segretario del Pd non è nuovo a pubblicazioni che raccolgono le frasi celebri e i passi dei discorsi di uomini che sono puntualmente finiti nel suo personalissimo Pantheon come “La Rivoluzione interrotta” (Baldini & Castoldi) su Enrico Berlinguer e “Il sogno spezzato” (Baldini, Castoldi Dalai) su Bob Kennedy. I curatori giocano d’anticipo su Veltroni e spiegano: “Non si può, quando si sentono le melense citazioni dilaniane fatte da Veltroni, o peggio ancora dal ministro Fioroni, non tornare al rigore della parola del priore di Barbiana”. Le critiche rivolte dai curatori dell’“Ideario” riguardano l’atteggiamento dei due politici del Pd nei confronti del Papa e della Chiesa che rende inconciliabile l’avvicinamento con il parroco: “Ecco, di fronte alle pappette di Veltroni e di Fioroni che si genuflettono a ogni sospiro, a ogni colpo di tosse del Papa, per sentire qualcosa di autentico dobbiamo tornare a quello strambo prete di montagna. Ogni volta che vediamo un Fioroni o un Veltroni salire a Barbiana viene voglia di gridare ‘Scribi, Farisei!’”. L’altolà della Ognibene e di Galeotti è quello di invitare gli esponenti del Pd, ma anche quelli delle altre forze politiche a mettere giù le mani da don Milani. Il pregio dei due curatori è quello di lasciare aperte le porte anche ai lettori che vogliono dare un contributo al ricordo di don Milani attraverso l’invio delle citazioni all’indirizzo direttore@tusciaweb.it. Ma questo non è tutto. Ognibene e Galeotti riconoscono solo allo storico della Chiesa Michele Ranchetti il merito di aver scritto un contributo realmente interessante sul parroco di Barbiana in un opera intelligente come “Gli ultimi preti. Figure del cattolicesimo contemporaneo”, edito da Cultura della pace nel 1997. Grazie al lavoro svolto da Ranchetti e a quello pubblicato da Stampa Alternativa diminuiranno i tentativi di strumentalizzazione della storia sul parroco di Barbiana e sui suoi alunni. (pal)