mercoledì 31 dicembre 2008

La foto del 2008 da non dimenticare


Quando questo post uscirà io sarà impegnato nel mio lavoro a Radio Radicale. Qui dovevo scegliere un'immagine del 2008 da ricordare. Ho scelto questo scatto del 15 settembre del 2008 realizzato il giorno del fallimento della Lehman Brothers. Credo che non ci siano altri commenti da fare a questa immagine che ci parla della precarietà della nostra vita. Ero combattuto tra la scelta di mettere questa foto con quella del terrorista in azione a Bombay. Ma ho preferito questa immagine drammatica, ma non tanto da farci pensare alla morte, al domani che non arriva mai.

L'ultimo tramonto del 2008


A sinistra si contano i sopravvissuti

Il Tempo, 31 dicembre 2008
Cosa fanno i trombati in Parlamento?
Di Lanfranco Palazzolo

Quello che si sta per concludere è stato un “annus horibilis” per tutto il centrosinistra. Il segretario del Partito democratico Walter Veltroni passerà la fine dell’anno a contare i suoi errori. Anche per il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro e per la sua famiglia questo non sarà un bel capodanno. Ma c’è chi sta peggio di loro. Una parte dello stato maggiore della sinistra è sparito dalla scena perché non è stata rieletto. Siamo andati sulle loro tracce per vedere che fine hanno fatto a partire dal loro padre spirituale: Romano Prodi. Nel marzo di quest’anno si sparge la voce che l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi potrebbe lasciare la politica dopo l’annuncio della sua mancata ricandidatura alle elezioni politiche del 2008. Il professore annuncia: “Lascio la politica italiana” (Corriere della Sera del 10 marzo del 2008). Ma il 20 giugno del 2008 ci ripensa e scrive una lettera al quotidiano “La Stampa” per smentire il suo ritiro dalla vita politica italiana affermando di non voler separare il suo destino da quello del Partito democratico. E gli altri?! Alfonso Pecoraro Scanio è tornato alla sua attività di avvocato civilista. Però ha deciso di restare nel campo “verde” occupandosi di reati ambientali insieme all’ex pretore Gianfranco Amendola. Anzi, a quanto pare l’ex leader dei Verdi tiene a farsi chiamare avvocato dai suoi ammiratori. L’ex presidente della Camera dei deputati Fausto Bertinotti aveva annunciato nel 2007 che avrebbe lasciato la politica alla fine della legislatura. La notizia viene riportata da tutti i giornali il 31 maggio del 2007. Ma il 15 aprile del 2008 scopriamo, grazie a “Liberazione”, che l’ex segretario di Rifondazione comunista lascia la politica italiana a causa della pesante sconfitta alle elezioni politiche e dopo essersi candidato come premier per la “Sinistra arcobaleno”. Ma per Bertinotti resta un incarico di prestigio: la guida della Fondazione della Camera dei deputati. Un ruolo di tutto rispetto per qualsiasi sconfitto dal quale organizzare convegni, partecipare ad iniziative culturali, insomma continuare a fare politica…Oliviero Diliberto è uno che non mente. Non ha mai annunciato di lasciare la politica o la segreteria del suo partito che si tiene ben stretta. E da quando il Pdci non è più in parlamento ha dato vita ad una serie di performances che farebbero impallidire Lenin: ha rispolverato il centralismo democratico, la vinto il congresso dei Comunisti italiani, ha fondato una televisione “faidate” del Pdci, ha bandito il Lambrusco dal congresso del suo partito ed è rimasto vittima degli Hacker che hanno utilizzato il suo nome per aprire un sito dove si vendono suonerie e vengono proposti incontri sexy. Fabio Mussi è stato più dignitoso. Ha abbandonato il suo incarico di coordinatore della Sinistra democratica. Ma di lasciare la politica non se ne parla proprio: “Rimettiamo in piedi il movimento che nel 2006 aveva promosso il referendum per difendere la Costituzione” aveva detto al Manifesto all’indomani della sconfitta alle politiche. Ma nessuno lo aveva ascoltato. Però Mussi si è tolto qualche sassolino dalla scarpe annunciando fiero di aver bloccato i fondi del suo ministero destinati al con suocero di Prodi Pier Maria Fornasari, primario dell’ospedale Rizzoli di Bologna (“Italia Oggi” del 5 settembre 2008). Naturalmente non potevamo dimenticare Paolo Cento, il Verde che voleva portare lo spirito dei “new global” al ministero dell’Economia. E’ stato proprio “Il Tempo” dell’8 luglio scorso a svelare che l’ex sottosegretario Verde all’economia aveva ottenuto una bella consulenza alla società regionale del Lazio Astral per 5000 euro mensili. Non c’è male per un “new global”.

Radioaudizioni

Non perdete il tram dell'EIAR



Prima che termini l'anno volevo parlare del canone di abbonamento alla Rai. La fine dell'anno è una scadenza importante per questa tassa. Non voglio pronunciarmi su quello che pensano gli italiani sul canone e sulla Rai. Non me la sento proprio l'ultimo dell'anno di fare l'Oscar Giannino di turno che parla di questa o di quella tassa. Quello che non ricordavo era che gli italiani hanno dovuto vedersela con questa tassa anche prima della guerra. In fondo il canone si pagava anche per l'EIAR. Dico questo perchè mi è capitata una copia del settimanale "Tempo" del luglio del 1943. In seconda pagina ho trovato una pubblicità a metà strada tra lo stile De Chirico e lo stile delle storie del signor Bonaventura che mi ha fatto sorridere. E' inutile ricordare quello che è successo in Italia durante quel mese. Ma sono rimasto sorpreso nel vedere che l'EIAR si preoccupava di far sapere agli italiani, che certamente pensavano ad altro, che era il caso di pagare la tassa in scadenza il 31 luglio del 1943. Immagino che molti abbiano dimenticato quella scadenza con tutto il casino che è capitato nelle piazze italiane il 26 luglio del 1943. Di questo disegno mi ha colpito la bravura del disegnatore che ha riportato benissimo l'immagine di un tram di linea dell'ATAC con la scritta "Posta" in luogo del numero di linea.

L'uomo che corre verso il tram della posta è quasi disperato e teme di perdere il tempo per pagare quella tassa. Credo che oggi nessuno penserebbe di fare una pubblicità di questo tipo. Un ultima spiegazione: allora la tassa per le radioaudizioni non era annuale, ma semestrale. Buon abbonamento alla RAI.

Appuntamento con l'annus horribilis per la sinistra italiana


martedì 30 dicembre 2008

Sul blog di Di Pietro "salta" il commento di Travaglio

Il Caso
"Il Tempo", 30 dicembre 2008
di lan. Pal.

Il «Travaglio» della famiglia Di Pietro. La lettera di abbandono dell'Italia dei valori da parte di Cristiano Di Pietro è stata commentata con durezza dai militanti del partito. E in molti hanno notato l'assenza del commento di Marco Travaglio sul sito di Di Pietro. Gabriele Antinori, sostenitore del partito: «Come mai questa settimana non c'è sul blog il consueto appuntamento con Marco Travaglio? La risposta datevela da voi, la mia gocciola di delusione e mi ricorda la sottile censura di Google su Beppe Grillo». Ma la ragione la spiega Mario Sechi: «Ma che strano oggi che Travaglio critica di Pietro e suo figlio, non viene trasmesso passaparola sul sito, ma che strana coincidenza». Lorenzo L. cerca di darsi una spiegazione a questa sparizione: «Il fatto che oggi non appaia l'intervento di Travaglio spero sia dovuto solo alla enorme importanza che le dimissioni di C. Di Pietro possano avere avuto per il padre. Restiamo comunque in attesa di delucidazioni».

Il Papa dalla parte di Brunetta

Intervista a Giuliano Cazzola
Voce Repubblicana,
31 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo
Il Papa condividerebbe la politica del lavoro del ministro Renato Brunetta. Lo ha detto alla “Voce” Giuliano Cazzola, deputato del Popolo delle libertà.
Onorevole Cazzola, dopo le parole del Papa sul lavoro precario lei ha criticato gli elogi dei sindacati al pontefice affermando che il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta è più vicino ai lavoratori di quanto non lo siano i sindacati.
“Dio sta nelle cose difficili. Il ministro della Funzione pubblica cerca di fare le cose difficili. L’impegno del ministro nella frontiera del lavoro protetto del Pubblico impiego corrisponde di più ad un’idea di giustizia che non può non essere condivisa dal Papa. Le organizzazioni sindacali hanno strumentalizzato il precetto morale espresso dal pontefice contro il lavoro precario. Il messagg

io del Papa non era un invito alla stabilizzazione forzata del mercato del lavoro”.
Pensa che le parole della Chiesa sul precariato siano sincere o crede che ci sia una sorta di opportunismo sui temi del lavoro?
“La Chiesa cattolica non è una falange macedone. E’ un’istituzione complessa che ha molte divisioni al proprio interno. Naturalmente non dobbiamo pensare solo alle gerarchie ecclesiastiche, ma anche ai movimenti di base della Chiesa. Ci sono organizzazioni cattoliche vicine al centrosinistra, come l’Azione Cattolica, e organizzazioni cattoliche vicine al centrodestra, come Comunione e Liberazione. Quindi diventa difficile parlare di pensiero unico della Chiesa anche quando è espresso dal Papa. L’indicazione del Papa è quella di fare meglio. Non siamo nel migliore dei mondi possibili. Ma non possiamo pensare di tradurre le parole del Papa in misure di legge su misura per la sinistra”.
In passato lei è stato un sindacalista di primo piano. Ricorda delle conquiste sindacali e sociali raggiunte per merito della Chiesa?
“Sinceramente…Diventa difficile giudicare l’impegno della Chiesa in questo campo. Ci sono delle pastorali della Chiesa sul tema del lavoro e la ‘Rerum Novarum’. In quel caso la Chiesa ha cercato di migliorare la condizione dei lavoratori nei primi anni dello Stato Unitario. C’è un contributo dato dalla Chiesa alla crescita dello Stato sociale”.
Perché i sindacati rincorrorono le parole del Papa?
“Le parole del Papa fanno il loro gioco. Non dimentichiamo che la sinistra e la Cgil ‘campano’ sulla storia del precariato. Sono convinto che in Italia non ci sia più precariato che in Europa. Anzi, credo che in Italia il problema sia quello del lavoro sommerso. E la legge Biagi ha contrastato questo fenomeno”.
Quale pensa sia stato il merito di Brunetta nei rapporti con i sindacati?
“Brunetta ha trattato allo stesso modo Cisl, Uil e la Cgil. Questo comportamento ha portato la Cisl e la Uil alla firma del contratto sul Pubblico impiego. Non è poco”.

lunedì 29 dicembre 2008

Domani appuntamento con l'Idv


Nel Pd garantisti a corrente alternata

Intervista a Niccolò Ghedini
Voce Repubblicana del 30 dicembre 2008
Di Lanfranco Palazzolo

Nel Partito democratico sono garantisti solo con i loro esponenti politici. Lo ha detto alla “Voce” l'onorevole Niccolò Ghedini, deputato del Pdl.
Onorevole Ghedini, in questi giorni nel Governo si è tornato a parlare di carcere leggero. Di cosa si tratta?
“Il carcere leggero, così come è stato definito dal Guardasigilli Angelino Alfano è semplicemente una modalità della custodia cautelare in carcere – a codice invariato – in strutture carcerarie differenziate rispetto alle attuali. Se una persona incensurata viene arrestata e viene messa nello stesso carcere dove sta scontando la sua pena un ergastolano, questo è un atto contrario al codice penale. Invece dovrebbe esserci una rigida separazione per evitare la commistione tra soggetti in attesa di giudizio e coloro che devono scontare una pena definitiva. Siccome la popolazione carceraria è alta, si è pensato di costruire delle nuove carceri dove non ci sia nessuna commistione tra soggetti con una sentenza passata in giudicato con soggetti che attendono il giudizio in modo che sia meno pesante l'impatto con il sistema carcerario italiano”.
Avete criticato anche l'abuso della custodia cautelare?
“L'abuso della custodia cautelare è un altro tema del quale si discute da anni”.
Il Presidente dell'Anm Palamara vi ha invitato a fornire le statistiche sugli abusi della carcerazione preventiva.
“Non ho i numeri di questi abusi sottomano. Ma basta prendere le statistiche per scoprire che l'Italia ha il maggior numero di condanne per ingiusta detenzione in tutta Europa per capire che la stessa ingiusta detenzione è collegata ad una custodia cautelare che non doveva essere erogata. Quindi non occorre avere capacità o conoscenze scientifiche per dire questo. L'altro dato è che i magistrati che hanno erogato questa custodia preventiva sbagliata non pagano mai. Quindi è inutile che il Presidente dell'Associazione nazionale dei magistrati Luca Palamara chieda i numeri. Lui conosce i numeri molto meglio di me”.
Il fatto che Palamara le abbia risposto dicendo che non esistono abusi sulla carcerazione preventiva le fa pensare che sia in cattiva fede?
“Non sono in grado di dirglielo. Credo che il Presidente Palamara non abbia ascoltato con attenzione le mie dichiarazioni che erano difficilmente rovesciabili. Ho spiegato per giorni cos'è il carcere leggero. Loro sanno benissimo di cosa stiamo parlando”.
Oggi si parla tanto di riforme con il Pd. Pensa che questo partito sia garantista?
“Per i loro amici sono garantisti. In linea generale non lo sono. Sono garantisti a corrente alternata quando viene toccato qualcuno della loro compagine. Apprezzo e stimo molto Lanfranco Tenaglia e il senatore Massimo Brutti. Ma vorrei che l'onesta intellettuale che noi riconosciamo a loro fosse anche riconosciuta a noi”.

Appuntamento alle 18.00 con......


domenica 28 dicembre 2008

Non perdetevi l'ultima LEE MILLER

Se per la fine dell'anno capitate a Parigi, vi consiglio di andare a vedere, prima del 4 gennaio prossimo, la mostra fotografica sugli scatti della coraggiosissima Lee Miller. Grazie a questa donna oggi possiamo guardare agli ultimi due anni della guerra con uno sguardo diverso. Vi risparmierò ogni giudizio sulla bellezza di Lee Miller. Anche se fosse stata brutta l'opera di questa fotografa resta preziosa. Chissà perchè si lega il giudizio sul lavoro di questa donna associandolo sempre alla sua bellezza. Quello che ci interessa sapere è che i suoi scatti "surrealisti" ci hanno aiutato a comprendere il dramma della guerra dallo sbarco in Normandia fino alla liberazione di Berlino. La sua immagine nella vasca da bagno di Adolf Hitler resta il simbolo della fine della guerra visto da una fotogiornalista capace di catturare le immagini di un conflitto sanguinoso e di decretarne la fine attraverso un salutare bagno (Sopra la foto di Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler. Notare il quadro di Hitler a sinistra).

sabato 27 dicembre 2008

Il personaggio del 2008

E' arrivato il momento di fare un bilancio dell'anno che si sta per concludere scegliendo il personaggio che ricorderemo di più. Lo fanno fatalmente tutti in questo periodo. Naturalmente l'uomo che vince questa sfida è il nuovo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Ho sempre fatto il tifo per lui fin da quando aveva sfidato alle primarie del Partito democratico Hillary Clinton, un'autentica cretina. Purtroppo Obama l'ha messa alla Segreteria di Stato. Spero che l'ex first lady non combini un guaio dietro l'altro. Le risate saranno garantite. Ma comunque questa scelta non mi ha fatto cambiare idea sull'importanza della vittoria del senatore di Chicago nella corsa alla Casa Bianca. Lo dico senza retorica e con la consapevolezza che di fronte ad una grave crisi come questa le ricette per uscirne non sono facili. Auguri Barack. Siamo tutti con te......

mercoledì 24 dicembre 2008

Forza Arvedi

Chi non conosce il calcio non può sapere chi è il conte Arvedi. Stiamo parlando del Presidente del Verona. Io l'ho sempre chiamato il Garonzi del 2000 per i suoi modi umani e per come è riuscito a conquistare i tifosi dell'Hellas. Domenica sera il conte ha avuto un incidente. Un ubriaco lo ha investito di ritorno dalla trasferta del Verona da Cesena. Il mio augurio è quello che il Presidente esca dalle gravi condizioni in cui si trova per portare l'Hellas in serie B. Non aggiungo altro. Ciao.

martedì 23 dicembre 2008

Meglio Cartarescu della Tamaro

Intervista a Daniela Di Sora (Voland)
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 24 dicembre 2008

Preferisco un autore bulgaro a Susanna Tamaro. Lo ha detto alla “Voce” Daniela Di Sora, responsabile della casa editrice Voland con la quale abbiamo parlato dell’editoria indipendente.
Daniela Di Sora, la settima edizione di “Più libri, più liberi” ha dimostrato l’attenzione del pubblico verso il mercato dei libri in un momento di grave crisi economica.
“Non so spiegarmi questo successo. L’interesse per questa fiera cresce di anno in anno. Il primo anno c’è stata una certa curiosità. Ma poi è andata sempre meglio. Qui ci sono solo gli editori indipendenti. A Roma la gente sa che può trovare anche i piccoli editori che non sempre trova in libreria. Per quanto riguarda la crisi economica non possiamo dimenticare che la fiera si è svolta in un periodo pre-natalizio. Forse molti hanno in tasca giusto quello che serve per acquistare un libro”.
Ogni anno escono in Italia circa 54 mila titoli. Sono troppi? Ne risente la qualità?
“La qualità di quella che chiamo editoria indipendente non la giudichiamo noi. Penso di fare dei bei libri con passione e li edito se mi piacciono. La qualità la giudica il lettore. Personalmente ci metto molta cura nella traduzione. Chi lavora nel mercato dell’editoria sa che non esiste il libro perfetto. E penso che anche gli altri editori indipendenti fanno lo stesso. La nostra sfida è quella di mantenere un prezzo accessibile con una buona qualità”.
Che rapporti avete con le pagine culturali dei quotidiani?
“Le redazioni ci guardano con curiosità. Spesso facciamo uscire autori non facilissimi. Dei 54mila titoli che escono ogni anno, circa 11 mila sono traduzioni. Di queste, il 70% sono traduzioni dall’inglese. I giornalisti culturali recensiscono solo le cose che conoscono. E si occupano solo di autori già noti, già tradotti e già pubblicati: autori inglesi e americani. Gli autori che facciamo noi sono slavi, francesi, tedeschi e bulgari. In Italia è difficile proporre un autore bulgaro. Ma questa non è una mia colpa. Ho pubblicato libri di Mircea Cartarescu, autore bravissimo, ma sconosciuto a molti giornalisti”.
Alcuni exploit letterari sono indotti dalla pubblicità giornalistica?
“Ma certamente”.
Qual è stato un titolo sopravvalutato?
“Credo ‘La solitudine dei numeri primi’. E’ un buon libro. Ma penso che sia stato sopravvalutato. Anche ‘La cattedrale del mare’, un polpettonone con una qualità non eccelsa. Questo successo non dipende solo dalla pubblicità. Ci sono decine di fattori non valutabili. Molti arrivano a comprare libri anche senza leggerli. Lo stesso è accaduto per Susanna Tamaro con ‘Và dove ti porta il cuore’”.
Se la Tamaro le chiedesse di pubblicare un libro lei la preferirebbe ad un autore bulgaro?
“Il libro della Tamaro dovrebbe piacermi. Preferirei l’autore bulgaro. E non certo per snobismo”.

lunedì 22 dicembre 2008

L'"Hotel" che non piaceva all'esercito cecoslovacco

Fatti & Fattacci
"Voce Repubblicana"
del 23 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo
(Il consiglio degli acquisti dei giorni scorsi si è trasformato in un articolo per la "Voce" opportunamente rimesso in sesto. Ve lo ripropongo per la vostra gioia).

In questi giorni sono usciti in Italia due cofanetti di dvd molto interessanti. Si tratta di "Stelle Rosse" e di "Stelle Rosse 2". I cofanetti, distribuiti dalla casa cinematografica Cecchi Gori con la Noshamefilm, sono composti di tre dvd ciascuno e parlano dei film di fantascienza d'Oltrecortina (Ddr e Cecoslovacchia). In Italia siamo colpevoli di conoscere poco di questo tipo di cinema. Il film di queste due serie che colpisce più di tutti è quello di Jan Schmidt dal titolo "Fine agosto all'Hotel Ozon" (1966). Quest'opera ha una storia divertente che vale la pena ricordare per sottolineare l’assurdità dei regimi comunisti. Jan Schmidt, il regista del film, in quel periodo era impegnato nel servizio militare di leva e propose al servizio cinematografico dell'esercito cecoslovacco questo film che parlava del "The day after" la Terza guerra mondiale. L'idea non piacque affatto ai vertici dell'esercito socialista di Praga perchè parlava di un mondo distrutto, nel quale la guerra aveva lasciato in vita solo la disperazione di pochi sopravvissuti. Secondo i responsabili dell'esercito cecoslovacco era impensabile descrivere una realtà simile perché un paese socialista doveva battersi per la pace nel mondo e non erano immaginabili scenari di distruzione e di morte. Ma il film fu “lavorato” sfruttando una zona utilizzata dall'esercito cecoslovacco per le esercitazioni. “Fine agosto all'Hotel Ozon” non piacque ai generali che lo visionarono e finì in un magazzino senza “vedere” il buio delle sale cinematografiche di Praga. L'esercito non aveva una sua distribuzione cinematografica! Il destino del film era segnato. Infatti, l'opera finì nella lista dei film da bruciare. Un ufficiale si prese la responsabilità di chiamare Jan Schmidt la notte prima del “rogo” avvertendolo del destino che si stava compiendo. Il regista riuscì a salvare il suo piccolo capolavoro. A quel punto il film passò misteriosamente la frontiera cecoslovacca e fu presentato al festival del nuovo cinema di Pesaro. Il regista fu invitato. E il film vinse a sorpresa un premio da parte del Vaticano che lodò l'impegno del regista contro i pericoli di un conflitto mondiale. Schmidt racconta che Pasolini invidiò molto quel premio perchè in quegli anni il regista sperava in un riconoscimento diretto da parte del Vaticano e della Chiesa sul suo lavoro di regista. Il problema per Schmidt fu che quando gli fu conferito questo premio nel 1967 era ancora un soldato e aveva ricevuto nientemeno che un premio dall'odiatissimo Vaticano. Il festival del cinema di Trieste consacrò l'opera anche a livello internazionale e il regista divenne "intoccabile".......sia perchè era stato "benedetto" dal Vaticano e sia perchè era diventato troppo noto. Andò peggio a Dubcek l'anno dopo...Ma questa è un'altra storia...

Rutelli & Palombelli scoprono il dramma delle intercettazioni

Ecco come Rutelli si è comportato sulle intercettazioni
Il Tempo del 22 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo
Presentato un esposto al Csm Rutelli & Palombelli
scopronoil dramma delle intercettazioni.

Negli ultimi giorni Francesco Rutelli e Barbara Palombelli sono intervenuti con due lettere nel dibattito sulle intercettazioni telefoniche contenute nell'ordinanza di Napoli che ha portato ad arresti ed indagini in tutta Italia. Il senatore Rutelli lo ha fatto il 20 dicembre sul Corriere della Sera, annunciando anche un esposto al Csm sulle indiscrezioni relative ad alcune frasi che avrebbe pronunciato alla Procura di Napoli, inviando una lettera al direttore Paolo Mieli. L'ex leader della Margherita, nella missiva ha chiesto che la magistratura «sia sempre molto attenta a separare gli onesti dai delinquenti, e le chiacchiere dai fatti. Continuo, però, a non essere d'accordo con chi vorrebbe impedire le intercettazioni per i reati contro la Pubblica amministrazione. Mi batterò perché si continui a farle. Certo: è consigliabile che le inchieste giudiziarie non si riducano ad alcuni casi a registratori tenuti accesi per migliaia di ore, che sostituiscano le attività di indagine». Anche la Palombelli, su Il Riformista di ieri, spiega che il suo nome «onorato è finito in una delle intercettazioni contenute nell'ordinanza di Napoli».
Secondo la giornalista, che ha smentito ogni rapporto con le vicende relative all'indagine napoletana, è necessaria un'iniziativa da parte degli amministratori del Pd: «Spegnere per una settimana i cellulari, rifiutarsi di firmare tutte le delibere, incrociare le braccia. E nel frattempo convocare - attraverso il Capo dello Stato, uomo politico sensibile e addolorato, ma fermo nei suoi richiami - una sessione straordinaria del Consiglio superiore della magistratura per un confronto costruttivo sulle nuove regole». L'aspetto curioso di questa polemica è che la Palombelli chiede un'iniziativa politica, mentre Francesco Rutelli si limita a presentare un esposto al Csm e a minacciare querele. Nella sua lunga carriera politica, Rutelli si è scagliato contro la pratica delle intercettazioni, ma le ha anche appoggiate.
Il 14 marzo del 2007, il vicepremier Rutelli criticò le intercettazioni sull'inchiesta Vip che tiravano in ballo Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi: «Abbiamo a che fare con un gruppo di ricattatori sia che si tratti di vip sia che si tratti di persone normali, abbiamo delle persone che sono oggetto di ricatto e oggi rimbalzano sui media», disse durante Primo Piano su Raitre. Tuttavia, nei confronti del Governatore di Bankitalia, Rutelli tenne un comportamento opposto nell'estate del 2005. Allora Rutelli non parlò di «ricattatori», non invocò la preminenza delle «attività di indagine» e chiese una smentita di Antonio Fazio sulle intercettazioni che erano state pubblicate dai quotidiani: «Se non fosse in condizioni di farlo, credo debba lasciare il suo incarico immediatamente» (3 agosto 2005). Da Radio Radicale gli rispose Carlo Giovanardi: è «irresponsabile chiedere le dimissioni di Fazio sulla base di intercettazioni pubblicate sui giornali». Poche settimane prima, quando la bufera delle intercettazioni aveva travolto i Ds, Rutelli aveva seguito la polemica senza battere ciglio. Questo comportamento non era piaciuto ai dirigenti dei Ds.
Secondo quanto riportato dall'Ansa del 13 giugno del 2007, «oggi Fassino avrebbe telefonato al leader Dl Francesco Rutelli per sollecitare una reazione di sostegno. Telefonata che, però, a quanto si apprende da ambienti della Margherita, avrebbe suscitato un certo fastidio perché avvertita come un'insistenza». Chissà se in queste ore Fassino sta pensando di chiamare Rutelli per dargli la sua solidarietà?! Oggi quella polemica ritorna attuale.

A pagina 7

Province da abolire

Parla Antonella Casu
Voce Repubblicana del 23 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

Le province debbono essere abolite. Lo ha detto alla “Voce” la segretaria di Radicali Italiani Antonella Casu.
Antonella Casu, venerdì scorso avete fatto un volantinaggio davanti la sede dove il Pd teneva la sua attesa Direzione per chiedere l’anagrafe degli eletti. Come è andata?
“E’ andata abbastanza bene. Al volantinaggio hanno partecipato i dirigenti radicali. Abbiamo dato a coloro che partecipavano alla Direzione una copia dell’appello rivolto ai dirigenti del Pd e pubblicato su ‘Europa’. Oggi sentiamo l’esigenza di questa anagrafe. Radicali Italiani non sono coinvolti negli scandali che vediamo in questi giorni. Ecco perché abbiamo una spinta maggiore per chiedere questa riforma. Oggi è necessario riflettere alla luce dell’astensionismo che abbiamo visto in queste ultime elezioni regionali in Abruzzo. Per questo è necessario aderire a questa battaglia. Nell’incontro che avevamo avuto con Veltroni il Pd ci aveva dato una sorta di adesione. Il Pd si è limitato di mettere questo argomento tra i punti all’ordine del giorno delle prossime elezioni amministrative. Quello che invece chiediamo è di attivarsi subito per questa riforma. Invece pensiamo che alle amministrative si debba arrivare con questa riforma completata”.
La questione morale accelererà la battaglia sull’anagrafe degli eletti?
“Questo dibattito dovrebbe accelerare il consenso verso la nostra iniziativa e la realizzazione dell’anagrafe degli eletti. I grandi partiti come il Pd e il Pdl dovrebbero essere i primi ad impegnarsi su questo fronte. E’ un vantaggio per tutti riuscire a rendere trasparente l’attività e le iniziative degli eletti. Questo aiuta gli elettori agli eletti e permette di evitare il malaffare della politica. L’anagrafe degli eletti non consiste nel far sapere quanto prendono gli eletti. Questo è solo un aspetto della battaglia. Gli elettori devono sapere come vanno gli appalti e come si svolgono i processi decisionali. Solo conoscendo tutti questi atti si può comprendere se il malaffare avanza”.
I comuni di Napoli e Firenze hanno fatto qualcosa per l’anagrafe degli eletti?
“Da parte di questi due enti locali non abbiamo visto passi in avanti anche se abbiamo spedito la lettera con la nostra proposta politica. Posso dire che Frosinone è la prima provincia che ha adottato la delibera sull’ “Anagrafe””.
Pensa che le Province siano degli enti inutili?
“Credo che questo sia uno dei livelli istituzionali che debba essere superato. In Italia abbiamo troppi livelli istituzionali. La provincia ha già poche competenze che possono essere affidate agli altri enti. Credo che l’abolizione delle province è uno degli argomenti sui quali abbiamo fatto delle iniziative e presentato delle proposte nella precedente legislatura. Continueremo ancora con questa battaglia”.

domenica 21 dicembre 2008

Domani appuntamento con la coppia più bella del Mondo


Immagini della "crisi" economica italiana

Via Condotti a Roma 20 dicembre 2008
Louis Vuitton, fila davanti al negozio di Napoli

Jan Schmidt, il regista cecoslovacco che provocò l'invidia di Pier Paolo Pasolini

La storia di Fine agosto all'Hotel Ozon
di Lanfranco Palazzolo
(Le immagni sono tratte dal film)
Due giorni fa mi sono imbattuto in due cofanetti di dvd molto interessanti. Si tratta di "Stelle Rosse" e di "Stelle Rosse 2". I cofanetti sono composti di tre dvd ciascuno e parlano dei film di fantascienza d'Oltrecortina (Ddr e Germania Est). In Italia siamo colpevoli di conoscere poco di questo tipo di cinema. Eppure dovremmo essere più curiosi in questo campo. Il film che mi ha colpito di più è stato senza dubbio quello di Jan Schmidt dal titolo "Fine agosto all'Hotel Ozon" (1966). Quest'opera ha una storia troppo divertente. E' un lungometraggio prodotto dall'esercito della Repubblica Socialista Cecoslovacca che fu realizzato alla vigilia della Primavera di Praga. Il regista era impegnato nel servizio militare di leva e propose al servizio cinematografico dell'esercito cecoslovacco questo film che parlava del "The day after" la terza guerra mondiale. L'idea non piacque affatto ai vertici dell'esercito socialista di Praga perchè parlava di un mondo distrutto dove nulla era rimasto. Secondo i responsabili dell'esercito cecoslovacco, un paese socialista doveva battersi per la pace nel mondo e non erano immaginabili scenari di distruzione e di morte. Ma il film fu "lavorato" sfruttando una zona utilizzata dall'esercito cecoslovacco per le esercitazioni. "Fine agosto all'Hotel Ozon" non piacque ai generali che lo visionarono e finì in un magazzino senza "vedere" il buoio delle sale cinematografiche di Praga. L'esercito non aveva una sua distribuzione cinematografica. Il destino del film era quasi segnato. Infatti, l'opera finì anche nella lista delle opere da bruciare. Un ufficiale si prese la responsabilità di chiamare Jan Schmidt la notte prima del "rogo" avvertendolo di quello che stava accadendo. Il regista riuscì a salvare il suo piccolo capolavoro. A quel punto il film passò misteriosamente la frontiera cecoslovacca e fu presentato al festival del nuovo cinema di Pesaro. Il regista fu invitato. E il film vinse a sorpresa un premio da parte del Vaticano che lodò l'impegno del regista contro i pericoli di un conflitto mondiale. Schmidt racconta che Pasolini invidiò molto quel premio perchè in quegli anni il regista aveva fatto dei film sui Vangeli e sperava in un riconoscimento del Vaticano e della Chiesa. Il problema per il regista fu che quando gli fu conferito questo premio nel 1967 era ancora un soldato e aveva ricevuto nientemeno che un premio dall'odiatissimo Vaticano. Ma non ci fu tempo per le polemiche. Il festival del cinema di Trieste consacrò l'opera anche a livello internazionale e il regista divenne "intoccabile".......sia perchè era stato "benedetto" dal Vaticano in vena di Ostpolitik e sia perchè era diventato troppo noto. Andò peggio a Dubcek l'anno dopo...Ma questa è un'altra storia...
Ps: non vi fate fregare se andate a comprare il dvd. Alcuni lo vendono a 31 euro. Ma è disponibile a 24 euro. Quindi non vi fate fregare. Anzi, sarebbe una fregatura fantascientifica.

venerdì 19 dicembre 2008

Quel provvedimento di Brunetta è ottimo

Parla il senatore Gabriele Boscetto
Voce Repubblicana del 20 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

Il ddl Brunetta sulla Pubblica amministrazione è un ottimo provvedimento. Lo ha detto alla “Voce” il senatore Gabriele Boscetto del Popolo delle Libertà.
Senatore Boscetto, è soddisfatto di come sono andate le cose per quanto riguarda l’approvazione del ddl Brunetta al Senato?
“Quello di Brunetta è un ottimo provvedimento. In dichiarazione di voto ho anche fatto i miei complimenti al ministro Brunetta. E’ un grossissimo passo avanti nella regolamentazione del pubblico impiego che diventa lavoro pubblico e viene sottoposto ad una logica di premi e sanzioni, che già in parte esiste, ma non ancora nel modo in cui è stabilito da questa legge. In questo provvedimento c’è anche una norma importante su quella che è la trasparenza della P.A.. I cittadini potranno sapere i dati relativi allo stato delle loro pratiche. Inoltre vengono fissati degli standard del servizio e di qualità della produttività. Se questi standard non vengono rispettati, il cittadino potrà rivolgersi all’autorità giurisdizionale anche attraverso – eventualmente - un’azione collettiva. Ci sarà anche un’agenzia centrale, composta di cinque persone, che andrà ad esaminare tutti gli elementi di qualità delle pubbliche amministrazioni statali. Ricordo che questa legge non riguarda gli enti locali. L’impianto della legge è nuovo”.
Nel dibattito che si è svolto in aula giovedì, l’Udc ha detto che si poteva fare di più. Considera ingeneroso questo giudizio?
“Io dico che è una rivoluzione. Credo che quella che sia passata al Senato sia una legge veramente nuova. E ho anche visto che i rappresentanti dell’opposizione hanno avuto in molti casi un atteggiamento costruttivo su questo ddl”.
Si aspettava qualcosa di più dal Pd, che si è astenuto, o crede che il Partito democratico rappresenti le burocrazie statali?
“Mi aspettato dal Partito democratico un voto favorevole anche perché quasi tutti gli articoli sono stati approvati da questo gruppo parlamentare. Mentre poi il giudizio complessivo del Pd sulla legge, per qualche norma – che a mio avviso non aveva un particolare peso – è stato di astensione. Credo che il voto favorevole del Pd sarebbe stata la scelta migliore”.
Pensa che in questi pochi mesi di lavoro il ministro Brunetta abbia rivoluzionato la P.A.?
“Ho un’ottima opinione del lavoro del ministro Brunetta. Ho visto che l’opposizione ha criticato il ministro affermando che il discorso sui ‘fannulloni’ era solo uno spot. Penso che invece questo sia stato un discorso di grande capacità. Credo che da oggi in poi chi lavora nel settore della Pubblica amministrazione sarà premiato e gratificato sia economicamente che psicologicamente. Credo che questa polemica sui ‘fannulloni’ abbia permesso di parlare di questa legge di cui non avrebbe discusso nessuno perché troppo tecnica”.

giovedì 18 dicembre 2008

L'alleanza con Di Pietro è stato un errore

Intervista alla senatrice Vittoria Franco
Voce Repubblicana
del 19 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

Il nostro errore politico è quello di aver privilegiato troppo Antonio Di Pietro. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” la senatrice Vittoria Franco, che difende la segreteria di Walter Veltroni affermando che “il segretario del Pd non è affatto in discussione”. Ecco cosa ha detto alla “Voce”.
Senatrice Franco, come pensa che il Pd debba affrontare la sua crisi dopo le elezioni regionali in Abruzzo e l’apertura della “questione morale”?
“La crisi deve essere affrontata con decisione, pensando alle proposte politiche, alla costruzione territoriale del partito su un cemento morale che ci deve tenere uniti e coesi e deve dare identità. La ‘questione morale’ esiste, come testimoniano gli ultimi episodi. Ma penso anche alle migliaia di amministratori onesti del Partito democratico che fanno della buona politica, della buona amministrazione. Io vivo in Toscana e penso che in quella regione ci siano degli esempi di un buon modello politico, come del resto ci sono in altre aree. Credo che dobbiamo valorizzare quella esperienza. Noi dobbiamo pensare a innovare e ai giovani”.
L’intervento della magistratura in questo periodo ha modificato alcune scelte del Partito democratico?
“Non credo proprio che sia accaduto questo. In Toscana c’è la tradizione di un buon governo, di radicamento. Conosco tanti amministratori onesti, di grande generosità e di grande competenza. In Toscana il rinnovamento c’è stato. Ed io sono tranquilla su questo. Dove c’è il rinnovamento c’è un governo migliore”.
Crede che il rapporto del Partito democratico con l’Italia dei Valori debba proseguire? Un esponente del suo partito diceva che il Pd deve andare da solo…
“Non credo che la questione politica del Pd consista nel vedere qual è il comportamento degli altri partiti. Dobbiamo cercare di risolvere i problemi del Pd. L’errore è stato quello di privilegiare Di Pietro nelle alleanze escludendo piccole forze e gruppi più omogenei alla storia del Pd. Dopo le elezioni, Di Pietro ha cambiato radicalmente la sua connotazione politica. E questo ci ha spiazzati”.
La segreteria di Walter Veltroni è in grado di proseguire il suo mandato in queste condizioni di difficoltà politica? Quali sono le sue valutazioni sull’azione del leader del Pd?
“Veltroni non è assolutamente in discussione. Il leader del Pd è stato scelto come il segretario di questo partito dalle elezioni primarie. Mi pare che Veltroni abbia avuto così poco tempo per manifestare le sue capacità e la sua leadership. Secondo quanto è scritto nel nostro Statuto, abbiamo un congresso da svolgere entro il 2009: lo faremo con una discussione trasparente e democratica. Il ‘problema’ non è il segretario, ma dare forza al progetto politico del partito. Credo nel Pd e penso che questa sfida la vinceremo insieme a Veltroni”.

Gambale, il giustizialista che voleva la testa di tutti

L'ex delegato alla Legalità
del Comune di Napoli è tra i 13 arrestati
Il Tempo, 18 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

Il prossimo Natale non sarà bello per Giuseppe Gambale, definito nel recente passato come il "Nichi Vendola" centrista della Campania. L'ex parlamentare della Rete, del Pds, dei Democratici e della Margherita è stato componente della Commissione Antimafia e sottosegretario all'Istruzione. Oggi, il suo nome appare nell'elenco delle tredici ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip di Napoli. Chissà se in queste ore il suo pensiero è andato al 2 novembre del 1992, in piena era tangentopoli, quando la Giunta Polese fu decapitata da un'inchiesta della magistratura. In quella circostanza furono arrestati due assessori. E per l'allora giovanissimo parlamentare della Rete (era stato eletto a soli 28 anni) la sentenza politica era scritta: «Il consiglio comunale di Napoli non rappresenta i cittadini. Sei avvisi di garanzia in meno di cinque mesi, due arresti, sono l'evidente dimostrazione che molti consiglieri sono stati eletti con voto clientelare». «Polese - disse allora Gambale - si deve dimettere al più presto per consentire a questa città di essere amministrata nel vero senso della parola». L'anno dopo Gambale avrebbe occupato anche l'aula del Consiglio comunale partenopeo contro la presunta corruzione della Dc campana arrivando, nei giorni successivi, a denunciare due consiglieri della Dc nel corso di tafferugli in consiglio comunale. Proprio nel 1993 Gambale fu uno dei parlamentari più attivi nel chiedere la revoca dell'immunità parlamentare. Nel febbraio del 1993 manifestò davanti a Montecitorio attaccando le Camere: «Il numero esorbitante di autorizzazioni a procedere richieste dalla magistratura - disse allora - lo sta a dimostrare. Ci troviamo di fronte a un Parlamento e a un Governo delegittimati». Ma uno degli aspetti curiosi dell'esperienza politica di Gambale è stato il suo rapporto con De Mita. Il 20 maggio del 2005, intervistato da Il Giornale, aveva annunciato il suo avvicinamento a Ciriaco: «È uno dei leader politici che più stimo della mia terra». E pensare che quando il 1 marzo del 1993 fu arrestato il fratello del politico, Michele De Mita, il suo giudizio fu lapidario: il Presidente della Commissione Bicamerale per le riforme Ciriaco De Mita deve «seguire l'esempio dell'ex ministro della Sanità De Lorenzo». Un altro aspetto grottesco del giustizialismo di Gambale è stato il disprezzo nei confronti dell'ex assessore Dc Luigi Manco, "accusato" dal parlamentare della Rete di essere transitato per tutte le correnti del partito. Non c'è male come critica per un parlamentare che sarebbe transitato per quattro forze politiche e che oggi è costretto a fare i conti con l'intransigenza del suo passato.

mercoledì 17 dicembre 2008

Appuntamento domani con Giuseppe Gambale


Da parte di Fini un'opera di verità

Intervista ad Emanuele Fiano
Voce Repubblicana del 18 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

Gianfranco Fini ha fatto un’opera di verità denunciando il silenzio degli italiani nel 1938 di fronte alle leggi razziali. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato del Partito democratico Emanuele Fiano.
Onorevole Fiano, cosa pensa delle parole pronunciate dal Presidente della Camera Gianfranco Fini sul silenzio degli italiani e della Chiesa nel 1938, anno dell’emanazione delle leggi razziali volute dal fascismo?
“Penso che il Presidente della Camera Gianfranco Fini abbia fatto un’opera di verità ricostruendo un quadro molto complesso con elementi di luci ed ombre. E’ vero che nell’autunno del 1938 la maggioranza degli italiani non oppose alcuna reazione all’avvio, alla promulgazione e all’applicazione delle leggi razziali volute dal fascismo. Ricordo che stiamo parlando del periodo che va dal 1938 al 1943. Credo che ci sia stato anche qualche fraintendimento sulle parole di Fini. Qualcuno ha pensato che Fini si riferisse a quello che era accaduto nell’ottobre del 1943, quando gli ebrei furono deportati dal ghetto di Roma”.
Per quanto riguarda le accuse di Fini sul silenzio della Chiesa cattolica, cosa pensa dell’atteggiamento assunto dalla Chiesa cattolica guidata da Pio XI?
“Credo che la Chiesa abbia riconosciuto – e il Presidente della Camera Fini lo ha sottolineato ricordando il mea culpa del 2000 – che non ci fu un sostanziale comportamento contrario della Chiesa sull’applicazione delle cosiddette leggi razziali. Ci furono alcuni distinguo dei parlamentari cattolici sui cosiddetti matrimoni misti. Ma non ci fu alcuna opposizione netta e seria in quel Parlamento. Nessuno alzo la voce contro quegli atti del fascismo. Da quel momento, gli ebrei furono considerati dal regime come cittadini italiani di serie B. Purtroppo questo deve essere detto. Ciò non toglie assolutamente nulla a quei cittadini italiani e a quegli uomini di Chiesa che aiutarono, nei conventi, le persone discriminate dal regime e perseguitate. Anche questo deve essere ricordato”.
Lei farebbe delle distinzioni tra il comportamento assunto da Pio XI nel 1938 e il comportamento del suo successore Pio XII dal 1939?
“Guardi, non voglio assolutamente entrare in una discussione che lascio volentieri agli storici. Questi due pontefici ebbero comportamenti diversi. Ma preferirei non entrare nel giudizio che riguarda questa discussione”.
Quando sente che Pio XII potrebbe essere beatificato, la sua reazione non è di critica? In Israele molti esponenti politici contestano questa possibile scelta della Chiesa cattolica.
“Sulle beatificazioni della Chiesa decide la Chiesa. La mia religione non conosce la santificazione. Non mi occupo di questo tema. Quello di cui sono certo è che nel 1938 mancò la parola del Papa. Ma su quello che deve la Chiesa romana non mi pronuncio”.

E Mao incontrò il Dalai Lama

Non ho mai avuto una grande opinione di Mao Zedong. Ma quando ho saputo che nel 1954 aveva incontrato il Dalai Lama devo dire che non ho cambiato opinione. Infatti, continuo a pensare che Mao sia stato un criminale politico che ha saputo presentarsi bene agli Occidentali. Certo, fa un certo effetto vedere questa foto del 1954 che riguarda un incontro tra queste due personalità. Sono in pochi a ricordare che tra i due ci sia stato un incontro. E forse sono in molti ad averlo dimenticato. Cinque anni dopo questa foto, Mao avrebbe seminato il panico e il terrore in Tibet facendo scappare il Dalai Lama in India...

martedì 16 dicembre 2008

Domani parliamo del silenzio della Chiesa sulle leggi razziali fasciste del 1938


Veltroni cambi linea politica

Intervista a Pierluigi Mantini (Pd)
Voce Repubblicana del 17 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

Mi auguro che dopo la sconfitta in Abruzzo il Pd cambi la sua linea politica. Lo ha detto alla “Voce” l’on. Pierluigi Mantini (Pd).
Onorevole Mantini, il centrosinistra ha perso le elezioni regionali in Abruzzo. E’ preoccupato per la sconfitta o per l’astensionismo?
“Mi preoccupa di più il forte astensionismo perchè comprendo il rifiuto dell’attuale situazione politica da parte degli abruzzesi forti e gentili. Come avevo suggerito questa estate, sarebbe stato più utile il cosiddetto lodo Gaspari: una lista con un Presidente indipendente, formata da personalità tecniche e politiche di ambo gli schieramenti, con un mandato a termine di tre o quattro punti. Il primo punto che avrebbe dovuto caratterizzare questo schieramento è la separazione tra politica e gestione sanitaria, che avrebbe permesso di far tornare al voto l’Abruzzo nella primavera del 2010 con le altre regioni. L’obiettivo di questa giunta avrebbe dovuto essere il risanamento morale e di separazione tra la questione giudiziaria e le questioni politiche di governo della regione. Questa soluzione non c’è stata. Il Partito democratico ha contribuito a scegliere una soluzione peggiore, anziché creare un rapporto con l’Udc e con forze moderate. Quindi si è finito per creare un clima velenoso e rissoso, con Di Pietro contro tutti. Il quadro peggiore che si poteva creare. Ora, mi auguro che la lezione venga compresa dal segretario del Pd Walter Veltroni”.
Crede che ci sia stato troppo poco tempo per questa campagna elettorale caratterizzata dalle polemiche?
“Il tempo per questa campagna elettorale è stato sufficiente e persino eccessivo. Purtroppo la campagna elettorale si è svolta in modo poco libero tra le esternazioni di Ottaviano del Turco, code velenose, accavallamenti tra inchieste giudiziarie e scelte politiche. Il Pd ha affrontato tutto questo nel modo peggiore: all’insegna del giustizialismo, che certo non ha pagato. Considero questo voto come un’occasione perduta, seppure in un quadro difficile. La stessa giunta Chiodi – a cui vanno i miei auguri – nasce in un quadro di debolezza e di sovrapposizione con le indagini giudiziarie. Sono preoccupato”.
Veltroni è un segretario troppo debole?
“Se si impara dalla lezione Abruzzo, è possibile fare un’autocritica e cambiare linea. Mi aspetto che nella Direzione del 19 dicembre Veltroni prenda le distanze da Di Pietro e coltivi una linea di dialogo con il Governo sui temi della crisi e delle riforme, insieme all’Udc e alle forze più attente e sensibili del Paese. Mi attendo che in questo cambio di linea si riesca a separare la questione morale da quella giudiziaria. Il rischio è che basti un avviso di garanzia per cambiare le primarie a Firenze. Siamo ancora fermi ai tempi di tangentopoli. Non possiamo permettercelo”.

Si parla di Italia su "Vingtième Siecle"



lunedì 15 dicembre 2008

L'Italia deve assecondare le richieste della Nato

Intervista a al senatore Luigi Compagna
Voce Repubblicana del 16 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

L'Italia deve accettare le richieste della Nato in Afghanistan, ma riconsiderare anche la sua presenza in altri scenari. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Pdl Luigi Compagna.
Senatore Compagna, il ministro della Difesa Ignazio La Russa si è dichiarato favorevole ad inviare uomini del nostro esercito nel sud dell’Afghanistan. Cosa ne pensa?
“E’ chiaro che per ogni ministro della Difesa c’è sempre la necessità di seguire una procedura parlamentare e di considerare l’impegno globale delle truppe italiane all’estero. In sede di Alleanza atlantica quello che si prospetta è un’utilizzazione e una collocazione diversa delle nostre truppe in Afghanistan. Qui si tratta di superare una situazione difficile. Da candidato, il prossimo presidente degli Stati Uniti ha fatto capire che chiederà alla Nato uno sforzo in più. Credo che l’Italia abbia il dovere di assecondare la richiesta della Nato salvo poi, per una valutazione dell’impegno globale italiano, rivalutare e riconsiderare l’intervento delle nostre truppe in un altro scenario del mondo. Mi riferisco in particolare alla missione Unifil, che si sta svolgendo dal 2006 e che non ha raggiunto l’obiettivo di rendere il Libano neutrale. Questo era l’obiettivo di quella missione. Però le organizzazioni internazionali che stanno dietro sono molto diverse. Nel caso dell’Unifil ci troviamo di fronte ad una missione delle Nazioni Unite. Nel caso della missione in Afghanistan ci troviamo di fronte ad una missione dell’Alleanza atlantica”.
Nelle ultime settimane il governo afghano ha cercato di aprire il dialogo con i talebani e, nello stesso tempo, ha accentuato la polemica contro la Nato. Come interpreta queste mosse?
“Non si può fare la politica internazionale, soprattutto in un mondo globale, con gli equivoci sul termine ‘imperialismo’. Capisco che in Europa, soprattutto in Italia, sui banchi della sinistra il termine ‘imperialismo’ evochi qualcosa. Ho l’impressione che il concetto evochi dell’altro. Il termine ‘imperialismo’ evoca la grande cultura politica di David Hume e di altri pensatori. Ed esistono dei precisi doveri del cosiddetto ‘imperialismo’. Questi doveri sono fatti di responsabilità ‘imperiali’ che gli Stati Uniti e l’Europa hanno. Al Maliki e Karzai – che non voglio giudicare - devono comprendere queste responsabilità e sapere che l’Occidente non intende abdicare alle proprie responsabilità. Finora, non sempre siamo stati in grado di farlo intendere a queste autorità politiche”.
Dopo gli attentati di Bombay il terrorismo internazionale sta tornando all’attacco?
“Il terrorismo utilizza l’arma peggiore: il suicidio della persona. Si sapeva che i grandi alberghi dell’India sarebbero stati colpiti. Siamo rimasti colpiti dalla particolare violenza di questi atti e dall’odio contro gli ebrei”.

sabato 13 dicembre 2008

Gli alleati che aspettano Obama

Intervista ad Alessandro Forlani (Udc)
Voce Repubblicana del 13 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

Il Governo italiano si trova in una situazione molto difficile sull’Afghanistan. Lo ha detto alla “Voce” il senatore dell’Udc Alessandro Forlani. Ecco cosa pensa sul ruolo dell’Italia in quest’area. Senatore Forlani, come cambierà l’impegno del Governo italiano sull’Afghanistan? Le truppe italiane verranno ridislocate?
“Il quadro afghano è complesso e allarmante. Fin dalle ultime elezioni presidenziali americane si è evidenziata la volontà della nuova amministrazione democratica di aumentare le truppe in Afghanistan per portare a termine il conflitto con i talebani. Dobbiamo tenere conto che in questa fase il presidente afghano Karzai è apparso favorevole ad un disimpegno della Nato dal Paese. Il presidente vorrebbe avere il pieno controllo della situazione. Ma questo controllo è difficile, vista la debolezza del suo governo. Karzai è sembrato molto determinato in questa posizione. Probabilmente cerca dei compromessi con i talebani moderati”.
Cosa dovrebbe fare il nostro Governo?
“Si trova in una situazione molto difficile. Dovrebbe aspettare l’insediamento dell’amministrazione democratica. E poi valutare quali saranno le intenzioni dei democratici. Il conflitto in Afghanistan non si ferma. I talebani si dimostrano sempre più forti. Se l’Italia mantiene il contingente nel Paese, è inevitabile che ci verrà chiesto un impegno maggiore e nelle zone maggiormente a rischio, dove si combatte. Capisco che in questo momento il ministro della Difesa Ignazio La Russa abbia qualche difficoltà ad assumere una posizione. Credo che ora sia necessario aspettare per capire meglio che tipo di azione intende svolgere il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. L’interesse del Governo italiano deve essere quello di muoversi nell’ambito della concertazione tra alleati e valutare se è possibile raggiungere una pace separata con alcuni settori del fronte talebano”.
Perché Karzai ha aperto il dialogo con i talebani?
“Credo che questa sia una posizione dettata dalla disperazione del presidente afghano, il quale ha compreso che in questi anni non si è riusciti ad arginare la minaccia dei nuovi talebani. In questo campo si possono distinguere anche diverse posizioni, culture e sensibilità. Può darsi che Karzai abbia individuato alcune personalità dialoganti. E pensi ad un armistizio con questi, per poi arginare le posizioni più estreme. Ma il quadro generale della situazione è difficile da valutare”.
Ci vorrà un decreto ad hoc per la missione in Afghanistan?
“Se le truppe italiane fossero spostate dove è più forte l’offensiva dei talebani emergerebbe un problema politico, anche se nel Parlamento non c’è la sinistra radicale. Prima di questo passaggio credo che la politica dovrebbe cercare di trovare un accordo con una parte del fronte talebano”.

venerdì 12 dicembre 2008

Adolf Hitler, un uomo senza palle....

Il "Sun" dentro i pantaloni di Hitler
di Lanfranco Palazzolo

Oggi voglio dedicarmi ad un argomento di facile presa: Adolf Hitler. Il quotidiano "The Sun" ci ha rivelato che il dittatore nazista aveva un clamoroso handicap: gli mancava una palla, anzi di un testicolo. Probabilmente si trattava del testicolo sinistro considerando quello che il dittatore ha combinato tra il 1933 e il 1945. La grave perdita sarebbe avvenuta nel corso della battaglia delle Somme nel 1916. La notizia era circolata negli anni '60 quando erano stati ritrovati dei documenti che attestavano le ferite subite dal caporale austro tedesco nel corso della prima guerra mondiale. A questo punto la battuta è semplicissima. Se ne avesse avute due di palle che avrebbe combinato.....? Hitler era stato raccolto sul campo di battaglia insanguinato, ferito all'addome e alle gambe. Il medico aveva subito constatato l'assenza del testicolo. La prima domanda del futuro dittatore al medico sarebbe stata: "Sarò in grado di avere bambini?". Il ferimento di Hitler nel 1916 era noto ai più, solo la lesione agli organi genitali restava oggetto di dibattito. Adesso sappiamo davvero tutto...

Tribolazioni da esordiente

"Tutta colpa di Tondelli", Nicola Pezzoli
pag. I87, € I6.00, Kaos Edizioni

Che Libri, dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo
(a destra Pier Vittorio Tondelli)


Per un periodico di libri è sempre molto imbarazzante parlare di case editrici e di sottobosco letterario. Questo è il tema che affronta il coraggioso NicolaPezzoli in "Tutta colpa di Tondelli". dove non incontriamo lo scrittore cult degli anni '80, Pier Vittorio Tondelli appunto, ma il mondo editoriale italiano che, a detta dell'autore, impedisce di pubblicare le opete prime. "Tutta colpa di Tondelli" risulta quasi un piccolo manuale per coloro che si affacciano per la prima volta nel panorama letterario italiano. Il tutto parte dai rifiuti ricevuti da Pezzoli per il suo primo romanzo "Sognando iÌ cigno blu" e poi si sviluppa come pamphlet di denuncia del sistema editoriale nazionale. Ma l'autore punta il dito anche contro gli scrittori che si sentono tnnanzitutto dei divi. Il libro presenta anche per un gustosa appendice finale nella quale vengono pubblicate tutte le lettere di risposta (negativa) per la pubblicazione della prima opera di Pezzoli: da quella della "Sperling & Kupfler" nella quale "Sognando il cigno blu" è scritto con l'accento sulla u, a le due lettere di "Minimum Fax" prestampate per il primo e per il secondo rifìuto per quegli autori che mandano piu di un manoscritto.
(L.P.)

La politica secondo Kennedy

"Ritratti del coraggio"
John Fitzgerald Kennedy, traduzione di Marina Pescia,
pag.262,€ 15.00, Gaffi
Che Libri, dicembre 2008, di Lanfranco Palazzolo

In Italia sono davvero in pochi a sapere che John Fitzgerald Kennedy è stato un ottimo saggista: nel 1957 infatti, 7'allora senatore democratico riuscì a vincere il premio Pulitzer con Ritratti del coraggo. A quasi cinquant'anni dalla prima edizione italiana, il volume, uscito nel 1960 per la casa editrice 'Il Borghese', ritorna nelle librerie italiane grazie all'editore Alberto Gaffi, che ha tradotto l'edizione pubblicata nel2006 da Harper & Collins per il cinquantenario dell'opera. Il libro, scritto da Kennedy nei tempi piu duri della sua malattta alla spina dorsale - lesionata dalle ferite ricevute in una missione nel corso della Seconda guerra mondiale - racconta la storia di otto senatori degli Stati Uniti che ebbero la forza di prendere decisioni impopolari scontentando il proprio elettorato. All'epoca della prima pubblicazione furono mosse numerose accuse all'autore: si disse, ad e sempio, che il libro era stato scritto da Theodore Sorensen, il suo più stretto collaboratore, e che la giuria del premio Pulitzer era stata corrotta per consentire al senatore democratico di diventare un personaggio autorevole negli ambie nti politici di Washington. Inoltre, la critica attaccò duramente JFK per il suo elogio al senatore repubblicano Robert Taft, che criticò la scelta di tenere il processo di Norimberga contro i criminali nazisti. Nel suo grande lavoro di traduzione, Marina Pescia ha svolto un notevole aggiornamento rispetto alla prima traduzione italtana, curata dal critico letterario Henry Furst. La riedizione del saggio si avvale della prefazione di Lucio Malan, senatore del PdL e presidente della "Fondazione Italia Usa" e di una postfazione firmata da Emilio Carelli, direttore di "Sky Tg24". (Lanfranco Palazzolo).

giovedì 11 dicembre 2008

La recessione rafforzerà l'impegno sui diritti umani

Intervista al sottosegretario
allo Sviluppo Economico Adolfo Urso
Voce Repubblicana del 12 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

La recessione renderà più forti i diritti sociali ed individuali di tutti. Lo spiega alla “Voce” il sottosegretario allo Sviluppo economico Adolfo Urso (Pdl).
Sottosegretario Urso, il 10 dicembre si è celebrato l’anniversario della Carta dei Diritti dell’Uomo all’indomani di una polemica sull’incontro tra il Presidente francese Nicolas Sarkozy e il Dalai Lama. Cosa pensa di questa polemica?
“Nel giorno in cui Sarkozy ha incontrato il Dalai Lama ero in Cina. L’incontro è avvenuto in un contesto molto particolare. Penso che l’impegno sui diritti umani debba essere mantenuto vivo. Questa è una parte fondamentale della cultura e della civiltà europea e delle nostre istituzioni. Nel contempo dobbiamo sapere che, in altri paesi, la questione dei diritti umani e della democrazia sono imposti dalle condizioni di partenza. In molti paesi ci sono stati tanti progressi. Ma se ne devono fare tanti altri per il rispetto dei diritti delle minoranze. Come nel caso del Tibet in Cina”.
Pensa che la recessione internazionale ponga questi temi in secondo piano?
“La recessione economica, con le sue conseguenze, renderà più ampie le necessità delle rappresentanze sociali e sindacali. Ho sentito poco fa della notizia di una fabbrica cinese che ha chiuso, licenziando i suoi 8mila operai. Questi lavoratori hanno protestato davanti la fabbrica ottenendo dalle autorità il pagamento degli stipendi arretrati che la proprietà non poteva più garantire. La crisi economica farà emergere la necessità di rappresentanza sociale, sindacale e politica che in una fase di espansione economica si avverte meno. Credo che in una fase di recessione economica come questa i diritti umani e sociali dell’individuo saranno rafforzati”.
Sul commercio internazionale è un momento particolare. A chi dobbiamo dare la responsabilità del fallimento del cosiddetto Doha Round?
“Tra poche ore dovremmo essere convocati dal Direttore generale del WTO Pascal Lamy, cosi ci è stato anticipato, per un vertice ministeriale a Ginevra (18-22 dicembre) nel tentativo di raggiungere l’obiettivo di chiudere i capitoli fondamentali del Doha Round su agricoltura e industria entro il 31 dicembre di quest’anno. Non so di chi siano le responsabilità del fallimento del Doha Round di luglio. Però, penso che nei paesi emergenti (Cina, Brasile ed India), ci sia una sorta di gara tra chi abbia la rappresentanza dei paesi emergenti. Questo ha reso più complicato un accordo. Mi auguro che questi paesi – che aspirano ad entrare tra i big del mondo, nel G20 – si assumano le loro responsabilità. La governance globale del mondo è necessaria. Sedere al tavolo dei ‘grandi’ non significa solo avere dei diritti di rappresentanza. Ma vuol dire anche avere dei diritti di rappresentanza come abbiamo fatto sempre noi”.

La "prima" di quella signora

Il dramma della classe media
visto da Concita de Gregorio
e da janet leigh
di Lanfranco Palazzolo

La notte di lunedì scorso dovevo fare la rassegna stampa notturna su "Radio Radicale". Mi è capitata davanti la prima pagina del quotidiano "l'Unità" di Concita de Gregorio. Si trattava dell'edizione di martedì 9 dicembre. La prima del giornale di Gramsci fa un bell'effetto: si vedono tante sagome bianche. Tra queste sagome alcune sono colorate di rosso. Quest'ultime rappresentano la categoria dei nuovi poveri che fanno la fila alle mense della Caritas. Quando ho visto quella "prima" mi è venuto in mente di aver visto qualcosa di simile. Ci ho pensato qualche giorno. E stasera, sono andato a guardare dove avrei potuto trovare qualcosa che mi ricordava l'idea di quella "prima" de l'Unità. Sono andato a rovistare tra le mie riviste vecchie ed ho trovato un manifestino di un film. Si tratta del film di George Sidney dal titolo "Chi era quella signora?". La trama del film è veramente spassosa: "Per farsi perdonare un piccolo tradimento, un uomo dice alla moglie di essere un agente segreto. La donna, nell'intento di aiutarlo, combina un sacco di guai. La farsa diventa drammatica quando un autentico membro dell'Fbi e alcune spie straniere si interessano all'uomo. Dopo molte avventure l'equivoco è chiarito". Ecco, a quel punto ho pensato alla donna del film che combina tanti guai e alla De Gregorio. Certo, dopo aver ridotto il quotidiano "l'Unità" in quello stato ed essersi presentata al cospetto del ministro dell'Economia Giulio Tremonti a "Porta a Porta" ero incredulo nei confronti della direttrice del quotidiano vicino al Pd. Ho pensato che una copertina come quella doveva essere preannunciata da una polemica nel corso della trasmissione condotta da Bruno Vespa il 3 dicembre scorso. Eppure, la De Gregorio ha discusso amabilmente con l'uomo che poi qualche giorno dopo avrebbe accusato di mandare la classe media alla mensa della Caritas. A quel punto mi è dispiaciuto che la potagonista del film di Sidney, Janet Leigh, e la De Gregorio non si siano mai conosciute. Dopotutto tra donne che combinano guai ci si intende.