lunedì 7 gennaio 2008

I piccoli generali visti da Lorenzo Del Boca

I "piccoli generali" italiani della Grande guerra
IL VELINO CULTURA del 7 gennaio del 2008

di Lanfranco Palazzolo
(A destra la copertina del saggio di Del Boca)

Roma - Lorenzo Del Boca è uno storico scomodo. Non viene invitato spesso a trasmissioni televisive, non lo si vede troppo in giro. I suoi libri non sono mai un piacere per la storiografia ufficiale troppo impegnata a non urtare nessuno e a fare scalate nelle istituzioni pubbliche. La conferma di questa valutazione ci arriva dal recente “Grande guerra, piccoli generali – Una cronaca feroce della Prima guerra mondiale” (Utet). Il libro dello storico lascia l’amaro in bocca e ci mostra il dilettantismo e l’ignoranza in cui versava il nostro paese alla vigilia del conflitto 1915-18. I fatti e gli episodi citati da Del Boca rappresentano bene l’ottusità degli alti gradi dell’esercito italiano, spietati con i propri soldati ma non altrettanto rigorosi nella valutazione della forza del nemico. Nel 2005 Gian Enrico Rusconi nel volume “L’azzardo del 1915” (Mulino) aveva scritto: “Gli enormi sacrifici inflitti ai soldati e alla popolazione civile avrebbero contribuito a fare della Grande guerra un evento di straordinaria importanza per l'identità nazionale, ma ciò non impedisce di giudicare severamente le modalità, le motivazioni, gli obiettivi della decisione del 1915”. Ma se Rusconi qualcosa di quel conflitto ha salvato, Del Boca parla tout court di sacrificio inutile, di generali votati al carrierismo che non esitarono un istante prima di mandare i propri soldati al massacro con cartine topografiche sbagliate e direttive inesatte sulla portata delle forze nemiche. In “Grande guerra, piccoli generali” viene illustrata con dovizia di particolari la reazione di sollievo del ministro degli Esteri Antonino San Giuliano quando venne informato dell’attentato compiuto da Gavrilo Princip a Sarajevo ai danni dell’arciduca Francesco Ferdinando nell’estate del 1914. Il responsabile della politica estera del Regno d’Italia pensò di aver risolto la disputa con gli Asburgo per la proprietà di Villa d’Este a Tivoli. Parecchi i difetti che Del Boca imputa ai generali dello Stato Maggiore dell’esercito italiano. A cominciare da quello di aver letto le biografie di Napoleone senza che nessuno di loro sia stato in grado di ripetere, neanche alla radice quadrata, le imprese dell’imperatore francese. Durante la Grande guerra i “piccoli generali” si sono spesso assentati dal fronte nel momento dell’offensiva nemica e sono stati troppe volte diffidenti nei confronti delle rivelazioni dei disertori. Del Boca riferisce che nella primavera del 1916, nell’imminenza di una controffensiva nemica, “Cesare Battisti, che era scappato dall’esercito austriaco per indossare la divisa italiana, tentò di parlare con il comando supremo per metterli in guardia del pericolo. Dopo molta insistenza e molta anticamera, riuscì ad avere un colloquio con il generale Porro e con il maggiore Cavallero. Ma i suoi timori suscitarono solo qualche barlume di ironia: ‘Veda – lo esortarono al momento di congedarlo – il generale Cadorna non ha bisogno dei consigli del tenente Battisti”. Altre soffiate circa eventuali offensive austriache si susseguirono fino alla vigilia della disfatta di Caporetto, ma nessuno degli alti ufficiali dello Stato Maggiore dell’esercito volle dare loro credito. Del Boca si sofferma quindi sul generale Pietro Badoglio che nel corso del conflitto agì a proprio piacimento senza però fare la fine del generale Gerolamo Ramorino, il quale venne fucilato durante la battaglia di Novara del 1849 per aver schierato una divisione contravvenendo a ordini superiori. Nel libro Badoglio viene definito “disgustoso” e “mediocre”. E tale si dimostrò al momento dell’offensiva austriaca a Caporetto che si svolse proprio nel suo settore. Al generale Cadorna che gli chiedeva se fosse in grado di fronteggiare gli austriaci, Badoglio rispose: “Ho tanti artiglieri da sterminarli non appena escono dalle trincee”. Però le artiglierie di cui disponeva non spararono. Voleva essere lui a dare l’ordine del fuoco. Peccato che aveva posto il suo comando a tre chilometri dal fronte. “Non ci saranno problemi”, aveva sentenziato Badoglio la notte dell’attacco a Caporetto. E andò a dormire tranquillo. Il colonnello Alfredo Cannoniere, al comando delle batterie del generale Badoglio, fu ligio all’ordine del futuro maresciallo d’Italia: non sparò un colpo. E per gli italiani fu un massacro. Badoglio pretese la testa del generale Gustavo Rubin de Cervin accusato di aver ceduto la linea del fronte e ne chiese la fucilazione, ma questi non accettò che fosse messo in dubbio il suo onore di soldato e si suicidò. Nel volume viene rievocato anche il tragico episodio che vide protagonista Arturo Toscanini. Il celebre direttore d’orchestra si recò al fronte per far suonare l’inno di Mameli da una vetta durante un attacco austriaco. Nulla di più facile per i soldati austriaci che individuare dove erano posizionati gli italiani per ucciderli quasi tutti. (pal)