sabato 19 gennaio 2008

Torna la storia della Dc di Giorgio Galli

Torna la "Storia della Dc" di Giorgio Galli
IL VELINO CULTURA, 19 gennaio del 2008
Di Lanfranco Palazzolo

Roma - In questi giorni gli ex parlamentari della Democrazia cristiana, ancora presenti alla Camera e al Senato, hanno guardato con una certa curiosità al ritorno nelle librerie della “Storia della Dc” (Kaos edizioni) di Giorgio Galli. Il volume ritorna per la terza volta nelle librerie italiane, era uscito infatti in due momenti cruciali della storia del partito: nella primavera del 1978 e poi nel gennaio del 1993, durante la fase terminale dell’esistenza della “Balena bianca”, alla vigilia dei referendum elettorali di Mario Segni. Ma è la prima volta che il libro esce dopo la fine dello scudocrociato avvenuta nel gennaio 1994. Nel suo schema del cosiddetto bipolarismo imperfetto, Galli ha sempre identificato la Democrazia cristiana con il polo di destra, mentre un altro autorevole storico della Dc, Agostino Giovagnoli, autore de Il partito italiano. La Democrazia cristiana dal 1942 al 1994 (Laterza), ha invece ritenuto che “la scelta tra destra e sinistra la Dc non l’ha mai definitivamente compiuta in tutta la sua storia”. Del resto, lo storico Piero Craveri ha sempre sottolineato che Alcide De Gasperi non amava l’espressione “cattolico liberale” riferita alla sua persona. Lo statista democristiano amava sottolineare la futura azione politica della Dc in questi termini nel 1942, mentre il fascismo stava entrando in crisi: “Se ne fossimo convinti, non ci dispiacerebbe certo, né avremmo timore di innalzare finalmente una bandiera conservatrice (C’è tanto da conservare quanto da distruggere)”. Ma c’è di più. Alcuni storici affermati, che godono della grande stima degli ambienti liberaldemocratici del centrosinistra, come Paolo Pombeni e Gustavo Corni,hanno dipinto De Gasperi come un uomo politico tenuto a distanza dal Vaticano, il quale giunge ai vertici della Dc per una sorta di autoinvestitura a leader dello scudocrociato in qualità di ultimo segretario del vecchio Partito popolare prefascista. Per Galli la realtà era che il futuro presidente del Consiglio era giunto alla riunione del Comitato di liberazione nazionale del 9 settembre 1943 già da forte leader della Democrazia cristiana. E dopo la riunione del Cln del 16 ottobre successivo definì “un pasticcio di contraddizioni” l’odg avanzato dalle forze di sinistra che chiedevano le immediate dimissioni di Pietro Badoglio e la nascita di un nuovo governo che assumesse tutti i poteri costituzionali dello Stato. Già questo atteggiamento delineava le scelte che avrebbe preso in seguito il leader della Dc. Giorgio Galli ha deciso di pubblicare questa edizione completa della storia della Democrazia cristiana dopo aver fatto uscire un libro su Giulio Andreotti dal titolo Il prezzo della Democrazia – La carriera politica di Giulio Andreotti (Kaos edizioni - 2002) e aver aggiornato Storia dei partiti politici italiani (Bur - 2004). Questo libro è servito come base per riprendere il discorso sulla Dc dal 1978 in poi. Galli si sofferma anche sul “mito” di Aldo Moro non condividendo la scelta delle istituzioni di rappresentare la giornata delle vittime degli “anni di piombo” con il 9 maggio del 1978, giorno dell’assassinio dello statista. Per l’autore della Storia della Dc, “le vulgate massmediatiche fanno di Aldo Moro (…) l’immaginario protagonista di arditi progetti di trasformazione del sistema politico italiano, progetti che gli avrebbero attirato l’avversione di mezzo mondo, dalla Casa bianca al Cremlino, impegnando la Cia e il Kgb a strumentalizzare le Brigate rosse”. Galli ritiene sbagliato questo “mito” lasciando il dubbio ai posteri che “per mezzo secolo non la Dc ma i comunisti abbiano governato l’Italia”. Ecco, il libro di Galli è interessante e sta riscuotendo un certo successo tra gli ex parlamentari della Dc proprio perché non è influenzato dalle interpretazioni di parte che purtroppo hanno trasformato la storia della Dc in un’altra storia che non è mai esistita. (pal)

I diritti d'autore di Mao chi se li prende?

Col suo famoso “Libretto rosso” guadagnò 17 milioni di dollari
IL VELINO CULTURA del 19 gennaio del 2008,
di Lanfranco Palazzolo,

Roma - Scrivere un libro per stamparne un miliardo di copie e guadagnare una fortuna. È quanto ha realizzato Mao Zedong che nel corso di anni di onorata carriera, mentre perseguitava migliaia di scrittori, artisti e intellettuali per le loro idee capitaliste, ha accumulato una ragguardevole ricchezza con il noto “Libro delle guardie rosse”. Nel corso degli anni si è parlato addirittura di 130 milioni di yuan, pari a 17 milioni di dollari. Il corrispondente della Bbc a Pechino Michael Bristow ci ha recentemente informato che in Cina si è riaperto il dibattito su chi debba ereditare questa somma. Come è noto il “Libro delle guardie rosse”, venne pubblicato in Italia negli anni Sessanta dalla casa editrice Feltrinelli. Come suggerisce il titolo, il piccolo volume è una raccolta di pensieri del dittatore comunista sui principali temi della vita politica e della società cinese. Di questo testo ne sono state stampate almeno un miliardo di copie. Il valore del “Libro delle guardie rosse” nel 1967 era di ben 780 mila dollari. La cifra è salita a 17 milioni e 800 mila dollari nel 2001. Il partito comunista cinese ha dibattuto a lungo su chi avrebbe dovuto ereditare quella fortuna. A rastrellare questa somma ci ha provato la quarta moglie di Mao, Jiang Qing, leale sostenitrice della Rivoluzione culturale. Per ben cinque volte Jiang Qing ha provato a fare il grande balzo verso il deposito dei diritti d’autore ma non c’è riuscita. Il partito comunista ha scelto politicamente di non dare soldi agli eredi della famiglia ritenendo che quei libri fossero stati scritti per il popolo cinese, per la “saggezza collettiva” e non per fare la fortuna dei familiari di Mao. Roderick McFarquhar, docente universitario ad Harvard e autore di numerosi saggi sul dittatore cinese come “Mao’s last revolution” spiega che il vero problema è che il “Pcc ha permesso a Mao di incassare somme enormi. Dal momento che Mao era il presidente del partito, posso dire che vi è stata per il capo del partito una sorta di conflitto di interesse”. Ma in Cina parecchie persone sostengono che questi guadagni non sono una contraddizione perché sono finiti nelle tasche dei poveri. L’ex giornalista Liu Tieyng, spiega che Mao è stato un vero leader ed è “molto diverso dai responsabili del Pcc di oggi. Egli ha dato tutto per la rivoluzione e ha fatto morire suo figlio in guerra”. Ma avrà dato veramente “tutto” per la rivoluzione? Stando alle ingenti somme prodotte dal “Libro delle guardie rosse”che si stanno disputando gli eredi, pare proprio di no. (pal)