sabato 2 febbraio 2008

Arun, il nipote scomodo del Mahatma

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio del 2008, di Lanfranco Palazzolo
(Arun Gandhi davanti alla foto del Mahatma)

Roma - Arun Gandhi, nipote di Mohandas Karamchand Gandhi e presidente del “M.K. Gandhi Institute for Nonviolence”, si è dimesso nei giorni scorsi dall’università newyorchese di Rochester in seguito alle critiche suscitate da un suo intervento apparso il 7 gennaio sul blog “On Faith” del quotidiano americano Washington Post (vedi http://newsweek.washingtonpost.com/onfaith/arun_gandhi/2008/01/). L’articolo di Gandhi, intitolato “L’identità ebraica non può dipendere dalla violenza”, accusava gli ebrei di usare la Shoah per promuovere una cultura di violenza ed era stato criticato da più parti. In seguito Arun Gandhi ha pubblicato alcune righe di scuse, tardive però per riparare alle polemiche scatenatesi. Il 18 gennaio i due responsabili del blog, Sally Quinn e Jon Meacham, hanno pubblicato a loro volta un messaggio di scuse sul blog: “Quando abbiamo intrapreso questo progetto, più di un anno fa, avevamo scritto che il nostro obiettivo era approfondire degli argomenti”. E di approfondimenti se ne sono visti davvero pochi nell’articolo pubblicato dal nipote del Mahatma che ha accusato Israele di essere “il più grande giocatore” nella cultura globale della violenza. Un’accusa assurda soprattutto se si pensa che Arun Gandhi ha sempre predicato la non violenza dopo averla appresa direttamente dal nonno con il quale ha vissuto insieme tra il 1946 e il 1947, prima che il Mahatma fosse ucciso. Già nel corso della sua visita in Medio Oriente, tra l’altro evocata nel suo intervento del 7 gennaio sul Washington Post, nel settembre del 2004 Arun Gandhi aveva lanciato accuse durissime contro Israele. Durante una visita al museo dell’Olocausto a Gerusalemme, Gandhi aveva criticato il governo israeliano perché continuava a promuovere il sentimento antipalestinese. In quella occasione, Arun Gandhi osservò che Tel Aviv non stava usando l’Olocausto per combattere il pregiudizio e l’avversione, ma piuttosto per promuovere la rabbia. E pensare che Arun Gandhi si è sempre vantato di aver appreso dal nonno una lezione molto importante che lui stesso raccontò nel 1998 ai vertici di Emergency che lo avevano ospitato in Italia: “Una delle prime lezioni che mi insegnò è stata quella di come trattare la rabbia: egli vide tutta questa rabbia in me e voleva che la canalizzassi in un’azione positiva. Diceva che la rabbia era una delle due ragioni per cui esisteva così tanta violenza nel mondo oggi; perché noi al posto di canalizzare la rabbia in qualcosa di positivo la facciamo sfociare nella violenza, nel picchiare la gente. Mi disse che la rabbia è come l’elettricità perché ha lo stesso potere dell’elettricità ed è ugualmente utile ma solo se usata in modo positivo e con intelligenza” (Convegno dal titolo “Mio nonno, il Mahatma e la matita...”). Probabile, invece, che le sue parole sul Medio Oriente finiscano per scatenare altra violenza su chi le ha lette. (pal)

Garibaldi deputato inascoltato

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio 2008

Roma - La rassegna stampa culturale della Camera dei deputati di gennaio dal titolo “Ritagli” si occupa di Giuseppe Garibaldi. Lo fa proponendo all’attenzione dei parlamentari alcuni articoli pubblicati negli ultimi mesi sull’eroe dei due mondi con il titolo “Garibaldi: immagine e mito”. In queste 25 pagine, egregiamente raccolte dall’ufficio stampa di Montecitorio, si discute di molti aspetti della vita dell’eroe nizzardo. A pagina 83 della raccolta viene anche pubblicato uno studio dell’Assirm, l’associazione delle principali società di marketing e dell’opinione pubblica italiana, su commissione dell’istituto “Riccardo Catella” e dell’istituto internazionale di studi “Giuseppe Garibaldi”. Una delle conclusioni di questa ricerca, apparsa sul numero 32 della Rivista di comunicazione pubblica, è che molti italiani sognano di vedere Garibaldi alla guida della politica di oggi. Il generale nizzardo ha assistito alle beghe politiche degli ultimi mesi in prima persona. Il suo busto campeggia sul piccolo Transatlantico del Senato. E proprio sotto i suoi occhi si sono svolte le battaglie politiche più dure di questa legislatura. Quello che dispiace nel bicentenario della sua nascita è che la giornata di studi promossa da Fausto Bertinotti alla Camera lo scorso 16 novembre dal titolo “Garibaldi nelle assemblee parlamentari” non abbia fatto discutere il mondo politico. Garibaldi fu eletto parlamentare non solo come deputato del Regno d’Italia, ma anche in Francia all’Assemblea nazionale e fu anche membro dell’Assemblea della Repubblica Romana e del Regno di Sardegna. Ma dei suoi mandati parlamentari nessuno ha voluto quasi mai sprecare una parola di troppo al di là del ristretto ambito della convegnistica storiografica. Ci risulta difficile capire perché questo silenzio. Del resto, sui “Ritagli” della rassegna stampa culturale di gennaio non è apparso neanche un articolo su di lui in Parlamento. Forse questo è accaduto per indurre gli italiani a pensare che l’eroe dei due mondi sia un patrimonio esclusivo della sinistra. O forse perché oggi ci fa comodo immaginarlo come vogliamo. Eppure il Garibaldi deputato è stato un anticipatore. Nelle otto legislature in cui ha partecipato a delle competizioni elettorali, senza aver mai sollecitato una sua elezione, ha sempre mantenuto un contatto costante con i suoi elettori a dispetto della sua latitanza dalle aule parlamentari. Una volta scrisse al deputato Giuseppe Ricciardi: “Se dovessi consigliare degli elettori, direi sempre di non eleggere coloro che desiderano molto d’esser deputati”. È un peccato che il patriota abbia fatto le sue ultime apparizioni da deputato poco dopo l’arrivo del Parlamento a Roma, quando i partiti avevano consolidato i loro interessi nella Capitale. I gruppi parlamentari romani temevano il vecchio generale che non fu mai organico a nessun partito politico. Anzi, si chiedeva come fosse possibile che ci fossero parlamentari che votavano insieme per partito preso definendoli così: “Turba di deputati telegrafo che votano non per convinzione, ma per spirito di parte”. Il suo arrivo a Roma era temuto dai deputati “romani”. Nel gennaio del 1875, dopo la sua elezione nel I e nel IV collegio uninominale di Roma, Garibaldi decise di partecipare a una tornata della Camera. Il periodico Il Fischietto ironizza sulle paure dei parlamentari: “Dicesi perfino che certi deputati, non troppo valorosi, abbiano deciso di tenersi lontano da Roma e dal Parlamento, fintantoché vi starà Garibaldi…O perché tanta paura? Poveri Machiavelli del Regno d’Italia! Essere ridotti al punto da non poter sostenere senza tremar di spavento, la vista dell’onestà”. Tutti tremavano perché in una lettera scritta ai propri elettori, Garibaldi aveva definito i governanti italiani della destra storica corrotti “perché il governo è un partito e non un principio”. Forse è proprio per questa ragione che il generale fu costantemente all’opposizione sia contro la destra storica che contro la sinistra. Fu il primo deputato a proporre, insieme ad altri nel 1862, l’abolizione della pena di morte, chiese con forza una riforma elettorale che favorisse il suffragio universale, propose una legge che imponeva ai preti di lavorare, chiedeva un esercito di professionisti, propose la bonifica del Tevere e avanzò la proposta di moderare “le grandi pensioni” riducendole a cinquemila lire. Un programma politico indefinibile per un partito di oggi. Eppure, quando fu chiamato alla responsabilità di formare un governo per il meridione occupato, Garibaldi non ebbe dubbi a scegliere uomini moderati come ci ricorda Denis Mack Smith: “La mezza dozzina di governi o quasi che nominò nel sud furono composti interamente di moderati, o, tutt’al più comprendevano solo una minoranza di radicali. Ma questo fatto a Torino non fu mai capito” (Garibaldi una grande vita in breve, Mondadori). Né a sinistra, né a destra vollero ascoltarlo. La sua scheda da parlamentare che oggi è consultabile alla biblioteca della Camera dei deputati si conclude con questo poco parziale giudizio sulla sinistra: “Nel 1880 si dimise da deputato, affermando che la libertà era calpestata, con una lettera ai suoi elettori del I collegio di Roma, in cui è contenuta la frase: ‘Altra Italia sognavo nella mia vita’. Da quattro anni i suoi amici della Sinistra avevano abbattuto gli uomini della Destra e offerto le più rosee speranze agli italiani, di operosità, di benessere, di giustizia sociale, ma la democrazia al potere aveva condotto il Generale alla sconfortante constatazione che gli dettava la frase amarissima, con la quale Egli chiudeva la sua attività politico-parlamentare”. Ecco, forse questa è una delle ragioni perché la politica ha preferito evitare il ricordo dell’eroe dei due mondi lasciandolo per sempre con la spada in pugno. (Lanfranco Palazzolo)

Severgnini, giù le mani da Paperino!

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio del 2008

Roma - Fa tanto male leggere l’intervista concessa da Paperino a Beppe Severgnini sul numero di sabato 26 gennaio del Corriere della Sera per presentare la serie a fumetti dal titolo ”La dinastia dei paperi”. In questo colloquio con il popolarissimo giornalista, Paperino si descrive come “un precario kronico” che ha cambiato almeno “60 mestieri”. Al personaggio creato da Walt Disney viene attribuita quindi l’immagine del disoccupato in cerca di lavoro: “Uno che deve alzarsi al mattino, mettersi la mascherina e cominciare a correre”. La figura descritta da Severgnini non è la stessa di cui ci parla Luca Raffaelli su Repubblica del 7 giugno 2004: “Paperino nasce come eroe negativo, un fannullone sciocco punito dalla propria indole. Ma, come accade spesso nei cartoni Disney, i personaggi buoni non sanno di nulla e gli altri emergono. E la follia autolesionista di Donald Duck era così sfavillante da promettere la nascita di una star”. Nel 1994 il semiologo Omar Calabrese lo aveva definito come un leghista: “In fondo lui è uno che protesta sempre in nome di valori piccolo borghesi. È un generoso, ma anche infingardo, disposto a mentire (...) Si accontenta di piccole cose: il prestito, per esempio”. Certo, leggere Paperino nella versione disegnata da Severgnini, costretto da zio Paperone a “fare degli stage” non è un omaggio alla realtà del mondo di Donald Duck. Come rileva Alessandro Barbera nel suo saggio Camerata Topolino – L’ideologia di Walt Disney (Stampa alternativa), “Il contrasto tra Topolino conservatore e Paperino rivoluzionario non esiste, si dimentica che spesso e volentieri Paperino è il migliore alleato di zio Paperone in imprese che non hanno nulla di proletario”. Del resto, Barbera prende spunto da un intervento dell’allora segretario di Rifondazione comunista Sergio Garavini che il 19 novembre 1992 aveva scritto al quotidiano La Stampa per rivendicare la paternità comunista di Paperino: “Pur considerando Topolino un sincero democratico, non ci è mai entrato nel cuore. Abbiamo sempre ritenuto più vicino a noi Paperino”. Ma il pk, il “precario kronico” di Severgnini non ha nulla a che vedere con la sinistra, anche se il giornalista mette in bocca a Paperino una malizia contro Silvio Berlusconi: “Ho visto che Rockerduck, da 15 anni entra ed esce da Palazzo Chigi; e alcune regioni sono amministrate dalla banda Bassotti”. Per la verità l’etichetta di Rockerduck fu affibbiata al leader di Forza Italia nel 1990 proprio dal settimanale Topolino che in un’avventura dedicata alla restauro della Torre Eiffel aveva contrapposto l’avvocato Agnelli (Paperon de’ Paperoni) a Silvio Berlusconi (Rockerduck). Ma la successiva citazione di Severgnini sulla banda Bassotti non lascia sospetti di sorta. Come qualcuno saprà – e come è ben scritto nella voce italiana di Rockerduck su Wikipedia – il miliardario, avversario di Paperon de’ Paperoni, “cerca spesso di rovinare i piani dell’uomo più ricco di Paperopoli, e per farlo non esita ad allearsi con i Bassotti. Sempre sconfitto, sfoga la sua rabbia divorando il proprio cappello”. Infine, nell’intervista di Severgnini Paperino dice che “nel 1937, quando in America nessuno aveva pensato a me come protagonista di lunghe storie, qui [in Italia, ndr] mi hanno lanciato in questo ruolo. È stato Federico Pedrocchi, direttore del settimanale Topolino”. Per la verità Donald Duck, fu lanciato per la prima volta come protagonista dei fumetti in Gran Bretagna. Era il papero principale delle storie realizzate da William A. Ward su Mickey Mouse Weekly, nelle quali era accompagnato da Donna Duck, una versione messicana di Paperina. Questo non toglie nulla ai meriti di Federico Pedrocchi che morì il 20 gennaio del 1945, mentre si recava in treno da Varese a Milano, ucciso da un aereo degli alleati. Certo, è utile ricordare che una delle caratteristiche di Pedrocchi, noto anche con lo pseudonimo di Costanzo Federici, era la capacità di documentarsi prima di scrivere anche una riga delle avventure di Paperino. Proprio il contrario di quanto ha fatto Severgnini. (Lanfranco Palazzolo)

La luce di cui non ha bisogno Aldo Moro

IL VELINO CULTURA del 2 febbraio del 2008

Roma - Lunedì scorso è iniziato il “contro-trentennale” dall’assassinio di Aldo Moro. La figlia dello statista ucciso dalla Brigate Rosse, Maria Fida, e il nipote Luca hanno avuto l’idea di musicare in blues le parole pronunciate dal presidente della Democrazia cristiana nel corso di interventi pubblici, intitolando questa composizione “Se ci fosse luce”. In questo brano, il nipote Luca ha aggiunto alle parole del nonno le sue. La figlia di Moro ha detto ai giornalisti: “Mi batterò sempre perché Aldo Moro non sia ricordato come un oggetto in un portabagagli. È ingiusto. Era un padre e un uomo. A noi preme la verità e il ricordo della sua umanità e della sua bontà”. E ha anche aggiunto che ha inteso fare questo per “affermare il primato della verità, sul piano umano, del caso Moro”. Dopo l’“Aldo Moro” teatrale di Corrado Augias e Vladimiro Polchi, che in questo periodo è in tournée in Italia, è arrivato anche l’“Aldo Moro” in blues. La figlia vuole che questo anniversario sia un’occasione per parlare del vero Aldo Moro. Per la verità lo statista è stato il politico della Prima Repubblica che ha avuto l’onore di essere comparato ai personaggi più disparati ed è stato quello più apprezzato dal punto di vista umano. Giovanni Acquaviva gli ha dedicato un libro definendolo “Un italiano diverso” (Editrice Magna Grecia, 1968). Acquaviva, che certo non voleva fare un libro di difesa dello statista, ha scritto: “Con Moro, l’Italia democratica ha conosciuto un nuovo tipo di uomo politico, non paragonabile con precisione a precedenti storici vicini e lontani. C’è in lui del Giolitti, nel senso di un’evidente superiorità nei confronti di chi gli sta attorno. Eppure le differenze sono moltissime. C’è del De Gasperi in lui, ma anche qui le differenze appaiono notevoli e non solo come personalità e come momenti diversi e situazioni eterogenee”. Nel suo “Ritratto di un leader” (Pisani, 1975), Gino Pallotta attribuisce a Moro il merito di aver preannunciato un’enciclica di Giovanni XXIII, “anticipando la stessa distinzione tra l’errore e l’errante della Pacem in terris di Papa Giovanni”. Lietta Tornabuoni è arrivata a superare tutti con le comparazioni. In Trent’anni dopo (Bompiani – 1976) la giornalista ha scritto che, nonostante tutte le malattie diagnosticate a Moro, lo statista “è risorto dalle precarie morti in modo assai più vigoroso e duraturo di Gesù”. Aniello Coppola si limitava a dire in Moro (Feltrinelli – 1976) che il leader della Dc era “la migliore testa pensante del suo partito”. In un servizio pubblicato su Epoca del 7 aprile 1963 Arrigo Petacco non mancava di sottolineare quanto il presidente della Dc fosse venerato dai suoi studenti dell’università. Le ragazze erano quasi tutte innamorate di lui al punto che un’allieva si fece bocciare anche tre volte pur di riavvicinarlo. Una volta, Pier Paolo Pasolini rilesse un suo intervento in televisione in occasione dell’inaugurazione dell’Autostrada del Sole e gli dedicò un saggio dal titolo “Nuove questioni linguistiche”, nel quale sosteneva che l’antica osmosi tra italiano e latino era stata sostituita dal linguaggio tecnologico della civiltà industriale: “Moro strumentalizza l’inaugurazione dell’autostrada per fare un appello politico agli italiani raccomandando loro un fatto politicamente assai delicato: quello di cooperare al superamento della congiuntura: cooperare praticamente e idealmente, essere disposti ad affrontare sacrifici personali” (Pasolini in “Empirismo eretico”, Garzanti, 1972). Lo scrittore considerava tale metodo rivoluzionario rispetto al passato. Abbiamo ricordato questi giudizi solo per dire che Moro è stato apprezzato in vita e gli strumenti per poterlo ricordare bene e meglio, più di quanto si è fatto finora, ci sono. Basta saperli utilizzare per avviare un dibattito e per fare in modo che ci “sia luce”. Ecco perché il gesto di musicare le sue parole in blues forse non è il modo migliore per iniziare quello che dovrebbe essere il contro-trentennale dal suo assassinio. (Lanfranco Palazzolo)