sabato 9 febbraio 2008

Carla e Nicolas divisi sul Monte Bianco?


IL VELINO CULTURA del 9 febbraio del 2008

Roma - Carla, pensaci tu. Adesso che Nicolas Sarkozy e Carla Bruni si sono sposati, l’Italia e la Francia potrebbero risolvere un contenzioso territoriale sulla vetta del Monte Bianco che dura da più di un secolo. Ad aiutarci a sollevare il tema ci ha pensato la pubblicazione del secondo volume de “Le grandi Alpi nella cartografia: 1482-1885” di Laura e Giorgio Aliprandi, Priuli & Verlucca editori. Il volume, uscito circa un mese fa, è destinato in qualche modo a riaccendere una vecchia polemica tra la Francia e l’Italia. Infatti, nel libro viene raccontato come la Francia si attribuì il controllo della vetta del Monte Bianco. Nel 1728, quando in Savoia iniziò la Mensuration Générale per il catasto di Vittorio Amedeo II, per paura di dover pagare tasse anche su terreni sterili come i ghiacciai, gli abitanti di Chamonix non rivendicarono proprietà sul Monte Bianco. Nonostante la carta allegata al Trattato di cessione della Savoia alla Francia del 1862 dimostri che la sommità è italo-francese, come hanno scoperto in questo libro gli Aliprandi, nel 1865 il francese Joseph Mieulet disegnò una carta nella quale la sommità del Monte Bianco risultava tutta francese, facendo fare arbitrariamente al confine di stato una strana deviazione dalla cresta spartiacque. E a quanto pare il problema non è ancora stato risolto. Anche se la questione può sembrare illogica nell’Unione europea, questo problema ha un fondamento. In una lettera pubblicata il 2 gennaio del 2006 sul Corriere della Sera, il responsabile Esteri di Forza Italia Dario Rivolta metteva in evidenza che il controllo amministrativo della vetta del Monte Bianco era vitale per l’Italia per prevenire un eventuale disastro a causa dello scioglimento del ghiacciaio. Infatti, nel contesto glaciologico attuale in cui le riserve d’acqua diventano preziose, potrebbe essere importante avere confini definiti e soprattutto concordanti sulle carte geografiche italiane e francesi per avere ben chiare certe responsabilità. Quando l’Italia e la Francia firmarono il trattato di pace nel 1947, tra i due paesi furono fatte alcune rettifiche che modificavano in parte il tracciato del trattato di cessione della Savoia e del Nizzardo alla Francia. In pratica, furono modificati i confini della Valle del Roia, Briga e Tenda furono cedute. Altre rettifiche furono fatte sul versante italiano del Monginevro, sul Moncenisio e poi sul Piccolo San Bernardo. Sulla vetta del Monte Bianco la frontiera restò intatta: le autorità francesi non chiesero (o non ottennero) nessuna rettificazione. Ma il contenzioso rimase aperto. E i due paesi dovettero istituire una commissione particolare che, alla fine degli anni ’80, non arrivò a nessuna conclusione perché era necessario un accordo tra il ministero degli Esteri italiano e quello francese. Il 14 luglio 1999, giorno della presa della Bastiglia, il sottosegretario agli Esteri Umberto Ranieri rispose a un’interrogazione del deputato dell’Union Valdotaine che “il Governo italiano segue la questione con costante attenzione e, da parte italiana, vi è il proposito di procedere rapidamente al lavoro di adeguamento tecnico cartografico, in modo da sollecitare la controparte - anche nel corso del lavori della annuale ‘Commissione Mista per la manutenzione del tracciato dei confini di Stato’ - all’atteso confronto dei rispettivi risultati”. Ma per arrivare a un risultato concreto è stato necessario aspettare il 2003, quando l’ambasciatore italiano a Parigi Giovanni Dominedò, da pochi mesi giunto nella sede diplomatica, avanza la richiesta di convocare il “Gruppo di lavoro” per comunicare il risultato degli studi sui documenti ufficiali. Secondo Dario Rivolta, vicepresidente della commissione Esteri della Camera dei deputati, tali studi evidenziano la proprietà italiana della vetta Monte Bianco. Ma le carte geografiche italiane e quelle francesi continuano a parlare ancora due lingue diverse. A questo punto, se al ministero degli Esteri non riescono a farsi ascoltare da Parigi, non ci resta che confidare in Carla Bruni. (Lanfranco Palazzolo)

Pio IX, un Papa tra noi

IL VELINO CULTURA del 9 febbraio del 2008
(Una foto di Papa Mastai negli ultimi anni del suo pontificato)

Roma - Giovedì è caduto il 130esimo anniversario della morte di Pio IX. Ogni volta che si parla di questo Pontefice scoppiano immancabilmente polemiche sul Papa del “Sillabo”, sull’ultimo “Papa re” e sui difficili rapporti tra la Chiesa e il processo unitario e risorgimentale. Queste polemiche mettono in secondo piano altri aspetti della personalità di Papa Mastai Ferretti che probabilmente fu l’ultimo Papa di strada, l’ultimo Pontefice che aveva l’abitudine di uscire per strada quotidianamente per incontrare la gente prima del fatidico 20 settembre del 1870, giorno della fine del potere temporale pontificio. È un peccato che quasi nessuno parli di questo aspetto del pontificato di Pio IX perché gli aneddoti divertenti sono davvero molti al di là di quello che si può pensare del Pontefice nato a Senigallia. Certo, i metodi di Pio IX erano paternalistici e tipici di chi ritiene di non sbagliare mai, di essere “infallibile”. Ma questa “infallibilità” oggi sarebbe di grande lezione a tanti politici che certo non hanno l’abitudine di andarsi a fare un giro per strada. In mezzo a tanta solenne pomposità del cerimoniale vaticano dell’800, Pio IX rappresentava quindi quasi un elemento di rottura rispetto al passato. Il Pontefice aveva l’abitudine di uscire tutti i pomeriggi dal Vaticano a differenza del suo predecessore Gregorio XVI che raramente metteva il naso fuori dalla Città leonina. A Pio IX piaceva scendere dalla carrozza e passeggiare a piedi, parlare con la gente entrare senza preavviso in chiese e conventi o in ville e palazzi per fare una visita ai proprietari, prendere iniziative che a volte mettevano in crisi gli stessi uomini del suo seguito così attenti alle regole del protocollo. Durante una passeggiata pomeridiana, un giorno vide un ragazzino in strada piangere vicino alla bottega di un oste. Fatta fermare la carrozza scese e avvicinò il bambino per farsi dire che cosa fosse successo. Il piccolo raccontò che gli era caduto di mano il fiasco di vino che aveva appena comprato su incarico della madre, e non avendo i soldi per comprarne un altro aveva paura (rimproveri o peggio) di tornare a casa a mani vuote. A quel punto il Papa sorprese tutti infilandosi dentro l’osteria uscendo un minuto dopo con il fiasco di vino per regalarlo al ragazzino, il quale se da una parte s’era tranquillizzato per il dono, dall’altra apparve stupito per il clamore che s’era creato e per la folla che s’era andata formando attorno a lui. Nonostante le passeggiate del Papa fossero quotidiane, incontrarlo a piedi per la strada rappresentava sempre un vero e proprio spettacolo, soprattutto per gli stranieri. Un giorno gli si parò davanti un friggitore ambulante che lamentava di essere perseguitato dalle guardie pontificie, le quali - a suo dire - lo multavano per i motivi più disparati: una volta perché non poteva friggere in una tale strada, un’altra perché friggeva troppo, o ancora perché non poteva friggere una tal cosa. Dopo averlo ascoltato, Pio IX s’era fatto portare un pezzo di carta e, lì in piedi davanti all’ambulante, aveva scritto un improvvisato decreto a suo uso e consumo che recitava: “Frigga dove vuole, frigga quanto vuole, frigga ciò che vuole”. Un prete di Romagna, per il quale Pio IX aveva pagato di tasca propria un corso di esercizi spirituali in riparazione di sfuriate romagnole, al Papa che lo invitava a non commetterne mai più rispose: “Non dubiti, Padre Santo, ho imparato a mie spese”. Ma il Papa corresse: “Vorrete dire a mie spese”. Un giorno, in via dei Giubbonari, aveva visto un piccolo corteo che dalla chiesa di san Carlo ai Catinari si stava recando a portare i conforti religiosi nella casa di un morente: sceso dalla carrozza, il Papa si era piazzato in testa a quella piccola processione fino a raggiungere l’abitazione della persona inferma, a lui del tutto sconosciuta. Gesti impensabili per un Papa di oggi. È probabile che Pio IX pensasse di voler dare un’immagine diversa rispetto al giudizio positivo che vi era, nelle stesse gerarchie ecclesiastiche, sullo spessore spirituale dei pontefici del passato. Un giorno capitò un episodio curioso. Un giorno mentre si parlava dinanzi a Pio IX di Papa Sisto V, un Pontefice marchigiano del ‘500 che aveva arruolato in massa i suoi corregionali per riscuotere le tasse dello Stato pontificio, Monsignor Giovanni Battista Casali del Drago, esclamò: “Quelli sì che erano veri papi!”. Ci fu un momento di imbarazzo generale nella corte papale. Pio IX, nient’affatto offeso, replicò: “Se lo dice lui!”. E quando poco dopo monsignor Casali riferì al Pontefice d’aver ricevuto uno schiaffo dalla madre, Pio IX domandò sorpreso: “Uno solo? Ve ne doveva dare almeno due, uno anche per conto mio!”. (pal)

Cossiga, un po' Pizia, un po' Cassandra

IL VELINO CULTURA del 9 febbraio del 2008

Roma - Tra gli aspetti che colpiscono di più della personalità di Francesco Cossiga vanno segnalati la signorilità e la sincerità. Cossiga, da “pezzo unico” della scena politica, è stato sempre il bersaglio di tanti avversari ed esponenti del mondo della cultura. Nonostante questi attacchi, Cossiga ha sempre tirato dritto e ancora oggi la sua figura sembra non debba tramontare mai. Non molto tempo fa stupì tutti al Senato quando, riferendosi al rapimento di Aldo Moro, disse ai giornalisti che gli stavano intorno: “Io so che ho lasciato ammazzare Aldo Moro: io, Berlinguer, Benigno Zaccagnini e Giulio Andreotti” (Intervista a Radio Radicale del 22 marzo del 2007). La stessa sincerità lo caratterizzò il giorno che si dimise dalla presidenza della Repubblica: “Io non ho messaggi da lanciarvi…A tutti voglio dire di avere fiducia in voi stessi. Questo è un paese di immense energie morali, civili e religiose. Si tratta di saperle mettere assieme” (25 aprile 1992). Non molto tempo fa hanno chiesto a Cossiga come andranno le cose dopo le prossime elezioni. La sua previsione è stata che “chiunque vinca (…) andranno malissimo”. Prendiamo spunto da queste parole di Cossiga dopo aver letto in anteprima: “Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso” a cura di Anna Maria Cossiga con la postfazione di Fulvio Abbate, volume che sta per essere pubblicato per la casa editrice Rubbettino. Il libro è una raccolta ragionata degli articoli pubblicati da Francesco Cossiga dal 2004 a oggi. La stessa curatrice ha avuto grande difficoltà nel dividere per temi la produzione giornalistica di Cossiga, visto che gli argomenti trattati erano i più disparati. Fatta questa doverosa precisazione, il presidente emerito della Repubblica Cossiga ha anche trovato un testimonial eccezionale per l’introduzione di questo libro. Si tratta di Cassandra in persona, una delle più note figure della mitologia greca che prevedeva sempre delle disgrazie e per questo era invisa a molti. Inutile dire che questo ruolo le è rimasto ancora oggi attaccato. Ma vi è anche un’altra figura mitologica nel libro: Pizia (o Pitia) la quale, al contrario di Cassandra, era un’apprezzata sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo nel santuario situato nella città di Delfi. In “Mi chiamo Cassandra”, Cossiga non svela la sua identità tra queste due figure e lascia il mistero aperto: “Finché ci saremo, continueremo con la nostra lotta, il bianco e il nero di una stessa mente, Cassandra a lamentarsi perché nessuno le vuol dare ascolto, la Pizia sogghignante perché tutti hanno fiducia in lei, sebbene quasi sempre lei tiri a indovinare. Sono così, gli esseri umani, contrastanti e doppi”. Al di là dei pregiudizi, ci sentiamo di metterci nei panni di Laocoonte, che fu fatto uccidere da Atena per dare credito alle premonizioni disgraziate di Cassandra. E a rileggere queste pagine troviamo anche la predizione della “disgrazia prodiana” quando Cossiga, intervenendo sul futuro del governo Prodi, disse: “Se vogliono farlo cadere, li porta tutti alle elezioni”. Cassandra aveva colpito. Tuttavia Cossiga lascia al lettore la possibilità di scegliere se la sua parola scritta sia meritevole di essere più vicina a quella di Cassandra o di Pizia. Passando dalla mitologia alla realtà effettuale, il libro è diviso in alcuni paragrafi nei quali il presidente emerito della Repubblica analizza le mosse di alcuni uomini politici del presente e del passato. A nostro avviso vanno letti con attenzione quelli su Massimo D’Alema e Romano Prodi. In questo confronto indiretto è il Professore a uscire demolito con annotazioni non proprio edificanti. “Prodi e D’Alema – rivela Cossiga -: mi fido molto più di D’Alema... Prodi è la persona che capisce meno di politica, ma è uno degli uomini più furbi che conosco... dice le bugie meglio di Berlusconi. Non dico che siano bugiardi, m’intenda, dico solo che dicono bugie. Se si presenteranno in futuro da un lato il Polo delle Libertà, dall’altro il pasticcio prodiano, mi sa che voterò per Rifondazione, non perché ‘rifondarolo’ ma tanto per essere fedele a una tradizione storica…”. Cossiga raddoppia la dose quando scrive che per Prodi “il diritto e la Costituzione sono, per usare una terminologia marxiana, una sovrastruttura della società e dell’etica, che si ritrova più nella dottrina postconciliare della Chiesa che nei principi e nell’ordinamento della Repubblica”. Ma se si sfogliano attentamente le pagine del libro si scoprono anche le ragioni di questo disprezzo da parte di Cossiga. Basta andare a pagina 17, dove l’ex capo dello Stato spiega: “Per mia fortuna fui educato nell’oratorio, a differenza di Romano Prodi, anche lui educato in parrocchia ma, e si vede e si sente, anche nell’odore, in sagrestia!”. Amen. (pal)