giovedì 14 febbraio 2008

La controriforma di Nanni Moretti


Il Velino cultura del 14 febbraio del 2008, di Lanfranco Palazzolo, pubblicato anche nel forum NNTP (it.cultura.cattolica).
(Nella foto a destra il manifesto pubblicitario in inglese de "La Messa è finita").

Roma - Nella polemica scoppiata intorno alla scena di sesso del film “Caos calmo”, è intervenuto Nanni Moretti in risposta alla presa di posizione della Conferenza episcopale italiana. Alludendo all’avvento di una specie di controriforma cinematografica, Moretti ha paventato il rischio di un ritorno ai tempi del Concilio di Trento. Un paragone del tutto fuori luogo. Non solo perché all’epoca del Concilio (1545-1563) il cinema era ben lungi dall’essere inventato, ma soprattutto perché l’atteggiamento della religione cattolica nei confronti delle espressioni artistiche di quel periodo fu sostanzialmente positivo. Moretti dovrebbe sapere che quella cristiana è stata l’unica grande religione monoteistica a non bandire, per motivi ideologici, la rappresentazione di figure umane e di storie. Di fatto, se nell’Occidente europeo, dopo il tramonto dell’età classica, l’arte non scomparve, lo si deve soprattutto alla Chiesa che, pur avendo una posizione quasi di monopolio sulla produzione artistica, di fatto ebbe un atteggiamento tollerante verso la creatività degli artisti. Tolleranza che non venne meno neppure con l’avvento dell’Umanesimo, quando la riscoperta del mondo classico, dei suoi precetti estetici, degli eroi mitologici e delle divinità combattute proprio dal Cristianesimo, portarono l’arte a lidi che non sembravano ortodossi dal punto di vista religioso. Il Concilio di Trento si occupò delle arti nella sua ultima sessione di lavori. Il problema non era secondario, in quanto i protestanti avevano una posizione decisamente iconoclasta. Moretti, che è nato a Brunico, dovrebbe sapere che all’inizio del Cinquecento nei paesi tedeschi si diffuse la tendenza a produrre immagini, spesso a stampa, di carattere irriverente o decisamente blasfemo nei confronti della religione cattolica. Il Concilio di Trento non poteva ignorare il problema di un controllo sull’ortodossia delle immagini prodotte a fini religiosi in quel periodo. È bene precisare che il Concilio non fornì norme precise, ma introdusse il principio che le opere destinate alle chiese dovevano essere approvate dal vescovo della diocesi. Quindi nessuna furia censoria della Chiesa in ogni dove. E se le opere non erano conformi alle aspettative, queste potevano essere rifiutate o si poteva richiederne la modifica. L’azione di controllo, e potenzialmente di censura, fu quindi demandata ai vescovi i quali ebbero atteggiamenti diversificati. In alcuni casi l’azione fu più diretta e incisiva. San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1560 al 1584, pubblicò nel 1577 le “Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae” destinate ad architetti, pittori e scultori di soggetti sacri che rimasero quale modello di rigore per l’arte del periodo successivo. Ma già nel 1624 il cardinale Federico Borromeo, con il suo “De pictura sacra”, mostrò un atteggiamento di maggiore tolleranza. In campo artistico, in realtà, non furono assunte posizioni fortemente intolleranti o censorie come avvenne invece nel caso della produzione a stampa di libri o di opere scientifiche. La Chiesa pretendeva il giusto all’interno delle proprie mura. Unico caso noto di procedimento inquisitorio nei confronti di un artista fu quello a carico di Paolo Veronese, per l’opera “Cena in casa Levi”. Ma anche qui non vennero adottate soluzioni radicali e il compromesso fu presto raggiunto con qualche piccola modifica e con il cambio del titolo dell’opera. Alla fine gli artisti cercarono di non usare eccessivamente il nudo, soprattutto femminile, che, se non scomparve del tutto, risultò più castigato e meno lascivo. E i soggetti mitologici, che neppure scomparvero, furono riservati solo alle opere laiche per la committenza privata. Quindi, dopo il Concilio di Trento non ci fu alcun tipo di ondata repressiva e gli alti prelati pontifici non cercarono di introdurre quelle regole stringenti che Nanni Moretti cerca di far credere fossero un costume ordinario della Chiesa di quel periodo. Anzi, sorprende che questa considerazione sia stata fatta da un personaggio che, in qualità di regista, ha realizzato nel 1985 “La Messa è finita”, nella quale ci ha presentato l’immagine di un sacerdote di sinistra in linea con i principi della Chiesa. Ecco perché l’accusa di Moretti non è credibile. Il regista più amato dalla sinistra ha avuto il torto di dare una lezione inopportuna. Se avesse girato una scena di quel genere negli anni della Biennale del dissenso, in un paese dell’est europeo il suo “Caos calmo” non sarebbe neanche arrivato nelle sale cinematografiche del Patto di Varsavia. (pal)