sabato 16 febbraio 2008

Corsera: perchè nel 1968 Spadolini sostituì Russo?


Il Velino Cultura, Di Lanfranco Palazzolo - 16 febbraio 2008
(Nella foto a destra una prima pagina del Corriere ai tempi di Spadolini)

Roma - Quaranta anni fa, il 10 febbraio del 1968, Giovanni Spadolini fu nominato direttore del Corriere della Sera. Professore universitario, autore di saggi di storia moderna, lo studioso era stato dal 1955 direttore de Il Resto del Carlino di Bologna. In quel momento divenne anche il più giovane giornalista chiamato a dirigere il maggiore quotidiano italiano a soli 43 anni. La sua designazione nacque da un acuto contrasto fra la proprietà del giornale e alcuni illustri redattori e collaboratori da una parte, e il direttore Alfio Russo dall'altra. Lunedì 29 gennaio, Russo aveva inviato ai fratelli Crespi una lettera di dimissioni: era la prima volta dal 1876, anno di fondazione del Corriere della Sera, che un direttore di giornale arrivava a una simile scelta. Alludendo alla situazione venutasi a creare da qualche mese all'interno del giornale, al clima di sospetto, alle vociferazioni e alle critiche nei suoi confronti di alcuni collaboratori, Russo, con parole ferme, aveva rivendicato i suoi diritti di direttore e si era appellato all'etica professionale e alla necessità di rapporti chiari fra la proprietà e chi dirigeva il giornale. Caruso era attaccato per l'impostazione politica data al Corriere, per le sue ultime scelte sul caso Sifar e sulla fuga del re Costantino dalla Grecia (che sul Corriere fu giudicata un gesto pieno di dignità) da alcuni collaboratori del giornale i quali avevano fatto giungere i loro dissensi e le loro proteste fino ai proprietari. Russo si era difeso rifiutando ogni politicizzazione degli avvenimenti che avevano portato alla crisi e alle sue dimissioni. I pochi che lo difesero dissero che per Russo l'unico problema era morale e di dignità professionale: “La politica è stato solo un pretesto per mascherare i contrasti e le rivalità personali”. E pensare che il contratto di Alfio Russo sarebbe scaduto il 12 ottobre del 1968, solo pochi mesi dopo. Il direttore aveva chiesto il rinnovo anticipato del contratto anche in vista delle elezioni politiche del successivo maggio. I proprietari, Giulia Maria Crespi, moglie dell'architetto Guglielmo Mozzoni, Mario Crespi e Antonio Leonardi, dopo alcune divergenze, accettarono quelle sofferte dimissioni. Russo aveva diretto il Corriere per poco più di sei anni trasformando il giornale. Nel palazzo di via Solferino, Russo aveva fatto la stessa operazione che già aveva condotto a La Sicilia di Catania e a La Nazione di Firenze, gli altri quotidiani da lui diretti. Il merito di Russo fu quello di aver gettato il giornale nella mischia alla ricerca di quel pubblico nuovo che si stava formando proprio in quegli anni e combatté con successo l'offensiva di un quotidiano come Il Giorno, nato proprio dal desiderio di dare vita a un giornalismo più dinamico, aggressivo e responsabile. Russo agì rapidamente: trasformò subito la cronaca e le pagine sportive, inaugurò la rubrica delle lettere al direttore che al Corriere non esisteva e nel 1963, seguendo l'esempio de La Stampa di Torino, ruppe lo schema tradizionale del giornale con le pagine speciali, quella letteraria e le altre dedicate ai giovani, alle donne, alle scienze, ai motori, all'economia e alla finanza. Il Corriere ne fu lentamente trasformato. Anche gli avversari riconobbero a Russo il merito di essere un buon tecnico del giornalismo e di aver capito che il mondo camminava e che il dovere del giornale è quello di rappresentarlo anche quando lui, per educazione e idee, non vorrebbe che camminasse così in fretta. Inutile ricordare le firme del Corriere di quegli anni per capire l’impegno di Russo. La sua “fine” alla direzione del giornale fu emblematica del ’68. Un vero innovatore del giornale fu cacciato non per la sua incapacità, ma per il suo pensiero politico dalle faide interne al giornale. Russo era giudicato dagli avversari come l'ultimo gattopardo borbonico, l’autorevole e intransigente rappresentante del moderatismo italiano con il quale fare i conti. Le sue campagne contro il centrosinistra, la nazionalizzazione dell'energia elettrica, a favore di Antonio Segni e di Cesare Merzagora, contro Amintore Fanfani e la politica estera italiana, la sua lotta per il caso Sifar-Espresso, definito solo (“Una faida di generali”) caratterizzarono i giornale. Alla fine della sua direzione del giornale, Russo era stato accusato di trasformismo per la sua larvata difesa di Moro, ma la sua voleva essere una tipica e abile operazione di svuotamento delle ragioni ideali dell’incontro fra socialisti e cattolici alla vigilia del voto alle elezioni politiche che sarebbero state vinte dalla Dc. Il Corriere aveva guadagnato in quei giorni un direttore senza dubbio anticomunista, ma molto più discreto di Alfio Russo. Il direttore dimissionario avrebbe sicuramente saputo guidare quel giornale con quel piglio che avrebbe attirato sul giornale tante ire dei contestatori, proprio nel momento duro di un anno difficile come il ’68. (pal)