lunedì 3 marzo 2008

La moralità senza coraggio di Marco Follini

Il Velino del 1 marzo 2008
Di Lanfranco Palazzolo
Recensione del saggio "La Volpe e il leone".

Roma - È arrivato con discrezione in libreria il libro di Marco Follini “La volpe e il leone”, piccolo saggio scritto dal senatore del Partito democratico edito dalla Sellerio di Palermo. In questo volume, il parlamentare offre ai lettori una riflessione su etica e politica, ma lo fa con un piglio diverso di quello di un libro dal titolo quasi simile pubblicato nel 1995. Stiamo parlando de “Il leone e la volpe”, (dialogo nell'inverno 1994 Einaudi), scritto da Paolo Volponi e Francesco Legnetti. In questo libro, i due autori parlavano di politica, di industria, di classe operaia, di istruzione pubblica, di vita dei partiti e di etica, di burocrazia e di cultura, di personaggi, di tempi storici persi e di inutili sprechi. Temi toccati anche da Follini con grande attenzione e riferimento anche alle vicende che lo hanno visto protagonista della stagione politica in cui è stato vicepresidente del Consiglio del governo Berlusconi. Detto questo, Follini identifica nella volpe e nel leone rispettivamente la furbizia e la lealtà. Quando i due “animali” non collaborano si creano le condizioni per una politica lontana dai cittadini. Per Follini questo orizzonte di collaborazione oggi non esiste e deve essere recuperato. La proposta del senatore del Pd è di far collaborare la volpe e il leone con l’aggiunta del grillo parlante. E quindi bisogna correre ai ripari. Al termine del saggio, Follini si augura che “ora sia la volpe che il leone e il grillo deponessero le armi e finalmente si rendessero utili tenendosi a freno l’uno con l’altro. E magari cercando anche di intendersi”. Qualcuno ha visto in questa proposta la trasposizione folliniana della favola di Esopo dal titolo “La volpe e il leone”: “Una volpe – scrisse il poeta greco del VI secolo A. C. - che non aveva mai visto un leone, la prima volta che se lo trovò davanti, provò un tale spavento alla sua vista che quasi ne morì. La seconda volta che lo incontrò, si spaventò sì, ma non proprio come la prima. Quando poi lo vide per la terza volta, trovò tanto coraggio da avvicinarsi a lui e attaccare persino bottone”. Se si voleva trovare una favola adatta a spiegare gli auspici di Follini l’abbiamo trovata. Questo “attaccare bottone”, questa collaborazione tra volpe, grillo e leone è il chiaro invito ad abbandonare i temi della questione morale a patto di recuperare una moralità della politica attraverso la fine del bipolarismo. Una condizione troppo comoda che non risolve nulla. Secondo Follini è proprio grazie alla fine del bipolarismo che anche la moralità cambia casa. Questo valore si disperde andando a finire equamente in tutti i partiti, in tutte le forze politiche. Ma per spiegare questo concetto, Follini ricorre ai tempi della Prima repubblica per dirci che il Pci era il partito della “questione morale”, e che solo tra l’estate del 2005 e quella del 2007 finisce “l’innocenza della sinistra”, dimenticando che la democrazia consociativa della prima Repubblica non ci ha regalato momenti più esaltanti con il Pci, in prima fila nel ruolo di comprimario di minoranza nella democrazia della corruzione. Ma questa realtà delle cose probabilmente non era funzionale al racconto de “La volpe e il leone”. Se Follini spiega che l’etica deve essere “misura” e non il nostro “fardello”, non è altrettanto bravo a spiegarci come il paese può recuperare effettivamente il senso di una politica che sia al servizio del cittadino ma si limita ad auspicarlo. Questo non accade ne “La volpe e il leone” perché Follini dimentica di prendere nel suo bagaglio un valore che aveva consentito a un uomo politico come il cattolico John Fitzgerald Kennedy di arrivare ai vertici della politica americana: il coraggio, enunciato in “Profiles in courage” (Harper & brothers - 1956). Il recupero del senso morale della politica e dell’astuzia sono importanti. Ma senza coraggio non si va mai da nessuna parte. E forse Follini non lo sa o non se ne rende conto. Come diceva Esopo nel finale de “La volpe e il leone”: “L'abitudine rende tollerabili anche le cose più spaventose”. (pal)