giovedì 6 marzo 2008

Aldo Moro, il rapimento si poteva evitare?

Tutte le avvisaglie del rapimento
IL VELINO CULTURA, 6 marzo 2008
(A destra il professor Giuseppe Eusepi. L'11 marzo del 1978 ascoltò una conversazione davanti alla facoltà de La Sapienza sul possibile rapimento di Aldo Moro).


Roma - Cosa si poteva fare per salvare Aldo Moro prima del rapimento? E quante furono le avvisaglie che il presidente della Dc era in pericolo prima del 16 marzo del 1978? Sebbene le Brigate rosse non abbiano mai minacciato pubblicamente Aldo Moro nei loro comunicati prima del 16 marzo 1978, lo statista della Democrazia cristiana sapeva che molti lo avrebbero voluto togliere di mezzo. Del resto fu lui a confidare a Giulio Andreotti il 14 marzo del 1977, un anno prima del rapimento: “Moro mi viene a vedere dopo aver parlato con Zaccagnini (Benigno, ndr). È molto preoccupato che agenti stranieri – di segno contrapposto, ma uniti dallo stesso fine di bloccare l’eurocomunismo – possano essere in azione per far saltare l’equilibrio italiano. Non ha sensazioni. Ma solo sensazioni che lo inquietano molto” (G. Andreotti: “Diari 1976-1979”, pagina 87). Un anno dopo, mercoledì 15 marzo del 1978 il quotidiano Vita sera pubblicò un necrologio che fu ripreso dall’agenzia Osservatorio Politico di Mino Pecorelli. In questo articolo era scritto: “A 2022 anni dagli idi di marzo il genio di Roma onora Cesare 44 a.C. 1978 d.C.”. Il giornalista Mino Pecorelli commentò così questo necrologio a pagina 2 sul quotidiano romano: “Proprio alle idi di marzo del 1978 il governo Andreotti presta il suo giuramento nelle mani di Leone Giovanni. Dobbiamo attenderci Bruto? Chi sarà? E chi assumerà il ruolo di Antonio, amico di Cesare? Se le cose andranno così ci sarà anche una nuova Filippi?”. Nel corso degli anni Moro aveva fatto il callo a tante avvisaglie e a tante indiscrezioni sui pericoli che correva. Il 19 novembre del 1967 il periodico Nuovo mondo d’oggi pubblicò un articolo nel quale veniva riportata la testimonianza di un certo Roberto Podestà, il quale raccontò come nell’estate del 1964 era stato incaricato, in caso di attuazione del “Piano Solo”, di guidare il commando che avrebbe dovuto rapire e uccidere l’onorevole Aldo Moro addossando le responsabilità agli uomini della sinistra. Nel 1968 la pubblicazione Il Bagaglino, vicina alle posizioni della destra per celebrare il primo anno di attività della compagnia romana di avanspettacolo, aveva divulgato un articolo dal titolo “Dio salvi il Presidente”, nel quale l’autore Pier Francesco Pingitore aveva descritto il tragitto mattutino del presidente del Consiglio Aldo Moro citando anche via Fani e aggiungendo queste domande: “È al sicuro la vita del presidente Moro? È ben vigilata la sua incolumità personale. Vengono adottate tutte le misure necessarie a preservare la sua persona da possibili attentati?”. Nei giorni precedenti al rapimento si verificarono due episodi riportati negli atti della Commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani (e) sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia. A pagina 66 del Volume primo (Doc. XXIII n.5) della relazione finale vengono riportati due episodi inquietanti. In un rapporto del commissariato di polizia dell’università La Sapienza di Roma, il 10 marzo del 1978 viene annotato un episodio inquietante. Il professor Giuseppe Eusepi avrebbe udito un dialogo tra due persone all’interno dell’ateneo romano. Uno dei due avrebbe parlato di un ordigno esploso all’interno dell’università: “Hai messo tu la bomba all’interno dell’università?”. L’altro rispose: “Io queste cose non le faccio, tanto rapiremo Moro?”. Il professor Eusepi è non vedente. Ascoltando questa conversazione avrebbe riconosciuto nella voce del secondo uomo Gianmarco Ariata, esponente della sinistra extraparlamentare. Il rapporto del commissariato di Ps dell’università di Roma giunse alla Digos solo dopo il rapimento di Moro come confermò alla prima Commissione d’inchiesta Moro il dottor Spinella. Non ci fu nessun approfondimento sulla vicenda. Il professor Eusepi insegna attualmente Regole fiscali e processo di bilancio alla facoltà di Economia dell’università La Sapienza di Roma. Un altro singolare episodio si verifica la sera del 15 marzo del 1978 a Siena. Alle 19 di quella sera, il signor Giuseppe Marchi, anche lui non vedente, urtò contro una macchina parcheggiata nei pressi della sua abitazione. Dall’interno del veicolo avrebbe ascoltato alcune persone a bordo dell’auto parlare in lingua straniera e in italiano. Uno di questi pronuncia questa frase: “Hanno rapito l’onorevole Moro e le guardie del corpo”. Marchi riferisce immediatamente questo episodio ai suoi amici della trattoria che era solito frequentare e nella quale era noto con l’appellativo di “Beppe il bugiardo”. Tuttavia, Marchi e i suoi amici non avvertono nessuno. Solo nel pomeriggio del 16 marzo un certo De Vivo telefona alla Questura di Siena raccontando l’episodio e precisando che la frase ascoltata da Marchi era stata la seguente: “Hanno rapito l’onorevole Moro e ammazzato le guardie di scorta. Anche se Marchi era noto con il soprannome di “bugiardo” c’erano troppe testimonianze che confermavano la sua versione. Nessuno ha mai accertato chi fosse questo De Vivo che aveva segnalato alla Questura l’episodio. Il giudice Ernesto Cudillo riterrà questo episodio come “sconcertante”, ma non si curò di dare seguito a quell’indagine per capire se qualcuno volesse far sapere qualcosa prima del rapimento o se quella fosse stata una frase pronunciata da chi si fece sfuggire un indiscrezione alla vigilia del fatto criminoso. (pal)