venerdì 7 marzo 2008

La calcioteca e le previsioni (sbagliate) di Gianni Brera

Recensione de "Il più bel gioco del mondo".
IL VELINO CULTURA del 7 marzo del 2008
di Lanfranco Palazzolo
(Maradona e Gentile durante Italia-Argentina 2-1. Brera era contrario a quella azzeccatissima marcatura).

Roma - Il giornalista e scrittore Gianni Brera è stato senz’altro un maestro che ha saputo scrivere delle pagine sportive indimenticabili. La sua lezione di penna estrosa del giornalismo italiano è stata anche politica. Ce lo dimostra “Il più bel gioco del mondo” (BUR), nel quale vengono riproposti alcuni dei più begli articoli scritti dal giornalista sportivo. Il corposo volume è stato curato da Massimo Raffaelli. Recensendo questo volume sull’Espresso della scorsa settimana, Enzo Golino ha fatto una considerazione sul giornalista scomparso nel 1992 spiegando che, nel suo giornalismo, “Brera ambisce a una critica quasi scientifica (senza escludere l’arbitrio del caso) e ne infiamma le capacità comunicative con un linguaggio grondante arcaismi, iperboli, neologismi che ha trovato in Cesare Garboli già nel 1966 un analista finissimo e tempestivo”. Si tratta della stessa valutazione che Golino aveva fatto su Brera il 7 settembre del 1999 sulla Repubblica ricordando Brera. Ma cosa diceva Garboli su Brera? L’autorevole critico letterario spiegava che il giornalista incarnava la figura di “un saggista, un costruttore di pure invenzioni, di squisiti arbitri di intelligenza”. Quando Andrea Majetti pubblicò nel 2002 “Il calciolinguaggio di Brera” (Il Pomerio), tutti furono concordi nell’ammettere che i neologismi introdotti dal giornalista erano qualcosa di estremamente personale che certo affascinava e attraeva. Ma certo non potevano diventare oggetto di emulazione, di verità condivisa e quindi anche materia di “scienza”. Del resto, il pregio di Brera era l’intuito giornalistico che gli permetteva di stabilire, come del resto sostiene nella sua introduzione Massimo Raffelli, di scrivere prima il titolo, l’occhiello e, infine... l’articolo. Da questo punto di vista Brera fu un genio assoluto e impareggiabile. L’articolo era già scritto al novantesimo. Peccato che le sue analisi oggi ci risultino troppo lontane nel tempo e poco vicine ai costumi del calcio di oggi. Il curatore dell’opera ha pensato di fermare la raccolta di queste cronache sportive alla vittoria italiana al mondiale di calcio del 1982 in Spagna. La motivazione avanzata da Raffaelli è: “Le cronache breriane che gremiscono i dieci anni successivi, gli ultimi della sua vita, danno infatti la netta sensazione d’essere già postume a se stesse; vi si insinuano la nausea da sazietà, una totale disillusione e un senso acuto di rigetto nei confronti dell’ambiente e dei presunti campioni, quando scrivere di calcio, il voler continuare a farlo, equivale all’ammissione ad un vizio imperdonabile, ad una colpa”. Eppure il calcio di Brera è sempre stato condizionato dall’esito dei risultati. Del resto lo ammise il diretto interessato all’indomani della sconfitta italiana ai mondiali del 1974: “Il mio cuore è gerbido. Non ho neppure la forza di indignarmi. Mi sento improvvisamente vecchio e annoiato” (23 giugno 1974). A riprova che sono le vittorie o le sconfitte a dare forza al giornalista che le racconta. Mettendo da parte il linguaggio, la “scientificità” dell’analisi calcistica di Brera non era tanto diversa da quella dei semplici appassionati di calcio che sono alla ricerca dell’analisi particolare che non pratica la massa dei tifosi. E sulle sue pagine di grande giornalismo troviamo valutazioni singolari se rilette con il senno di poi. Alla vigilia di Italia-Argentina dei mondiali del 1982 Brera consigliò a Enzo Bearzot: “Io penso che il marcatore ideale di Maradona sia Collovati, che non picchia di proposito e possiede agilità sufficiente per tenere quel fenomeno” (28 giugno 1982). Non andò proprio così. A marcare Maradona ci pensò Claudio Gentile e fu un trionfo. Peggio ancora andò a Brera nei mondiali del 1970. È curioso leggere che all’indomani della partita contro la Germania, il mitico 4 a 3, Brera scrivesse: “Se l’altura non è un’opinione, vinceremo per la terza volta i mondiali: questo l’ho detto e lo ripeto. Ma bisognerà che non giochiamo come s’è fatto ieri, proprio no”. Così accadde. Non giocammo come chiese Brera e fu una grave sconfitta. Chissà cosa pensò l’allenatore della nazionale Ferruccio Valcereggi quando lesse questo tranciante giudizio di Brera su come fu impegnato Gianni Rivera contro la Germania: “Vi siete accorti o no del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo? Tutto all’aria, tutto sconnesso. Se non vedete e amate, almeno rispettate chi vede” (17 giugno 1970). Bastarono quegli ultimi otto minuti giocati da Rivera nella finale contro il Brasile per aprire una polemica infinita che si sarebbe placata solo anni dopo. Brera aveva capito una cosa fondamentale del calcio italiano osservando Vittorio Pozzo e le vittorie della nazionale nel 1934 e nel 1938. Raffaelli scrive che Brera “ama citare una massima di Guicciardini che invita gli italiani alla prudenza per non doverne poi patire fatale delusione”. Il consiglio di Brera applicato al calcio era valido per gli atleti. Ma non certo per chi li seguiva dalla tribuna che poteva dimenticare questa massima e restare grande anche pur sbagliando le previsioni della partita successiva. In fondo chi scende in campo sono i giocatori. E dalla tribuna si vede “Il più bel gioco del mondo”. (pal)