sabato 15 marzo 2008

Quella scelta cinica di Bob Kennedy


IL VELINO CULTURA del 15 marzo del 2008
(Nella foto a sinistra Bob Kennedy annuncia la sua discesa in campo alle elezioni primarie del Partito democratico, marzo 1968).
Roma - Lunedì 11 marzo 1968, alla vigilia del successo del senatore democratico Eugene McCarthy alle primarie del New Hampshire, Theodore Sorensen, ex consigliere di John Kennedy e in quel momento collaboratore di Robert Kennedy, si incontrò segretamente con Lyndon Johnson. Sorensen disse al presidente che Robert Kennedy avrebbe rinunciato a presentare la candidatura alla Casa Bianca se Johnson avesse nominato una commissione incaricata di riesaminare la posizione americana nel Vietnam. Il presidente manifestò a Sorensen un certo interesse. Quando si venne a sapere dell’incontro, Robert Kennedy affermò che il meeting con Sorensen avvenne su iniziativa del presidente Johnson e che l’idea della commissione di inchiesta, che pure gli stava a cuore, non era né nuova né sua. Per esempio, l’aveva proposta il New York Times in un editoriale del primo marzo del 1968. Una bugia in piena regola. Secondo la prima versione dell’episodio pubblicata dalla stampa, in seguito a un’imbeccata della Casa Bianca, l’iniziativa era invece partita da Robert. Giovedì 14 marzo, quando aveva già annunciato che stava rivedendo il suo atteggiamento nella campagna elettorale, Robert Kennedy si recò al Pentagono accompagnato da Sorensen e dal fratello Ted. In questo secondo incontro segreto rinnovò la proposta, corredata da una serie di nomi per la commissione, al ministro della Difesa Clark Clifford. Poche ore dopo Johnson obbiettò a Clifford che l’offerta assomigliava troppo a un ricatto, che avrebbe incoraggiato Hanoi e che un presidente non avrebbe potuto accettarla senza compromettere il proprio prestigio. Quella stessa sera Clifford comunicò a Sorensen il “no” del presidente. Sabato mattina, il 16 marzo del 1968, Robert Kennedy annunciava la sua candidatura alla Casa Bianca nella stessa sala del Senato da dove il fratello aveva fatto il medesimo annuncio nel 1960. Da questa partita a scacchi con il presidente in carica degli Stati Uniti Johnson partì l’ultima sfida della vita di Bob Kennedy. Una scelta che fu accompagnata da tante critiche che forse oggi andrebbero rilette con maggiore attenzione. I veri perché dell’offerta di Kennedy a Johnson forse non saranno mai del tutto chiari. Un atto di idealismo o una proposta destinata a essere respinta e utilizzata in un secondo tempo a suo vantaggio? si chiesero in molti. È uno dei tanti episodi sconcertanti di quella stagione elettorale americana, forse la più straordinaria, fino a quel punto, nella storia degli Stati Uniti. Prima di allora, soltanto due volte infatti, nel 1884 e nel 1912, un esponente del partito alla Casa Bianca aveva osato contestare al presidente in carica il diritto, non scritto ma consacrato dal costume politico di ottenere la nomination per il secondo mandato. E non era mai successo che gli sfidanti fossero due. Il senatore Eugene McCarthy oltre a Kennedy. Ma non era nemmeno mai accaduto che il popolo americano si trovasse altrettanto diviso sui problemi fondamentali del paese: la guerra del Vietnam e la situazione nei ghetti neri delle grandi città. Quella situazione era così evidente al punto che il presidente Johnson aveva perfino timore di farsi vedere in pubblico. Solo alla fine del 1967 sembrava impossibile uno scenario del genere. Ma nel febbraio del 1968 era accaduto di tutto con le ingenti perdite americane dall’offensiva Tat in Vietnam, la crisi del dollaro e la quasi vittoria del senatore McCarthy alle primarie del 12 marzo del 1968 nel New Hampshire distaccato da Johnson di appena 230 voti. Per Bob era un’occasione da non perdere. Ed era necessario un pretesto per scendere in campo. Il senatore Eugene McCarthy era considerato una specie di Don Chisciotte contro Johnson. Era stato proprio McCarthy a schierarsi coraggiosamente contro la guerra in Vietnam in un celeberrimo articolo sulla rivista Look. E Bob Kennedy era stato a guardare. In effetti il fratello di Jfk aveva timore di sfidare il presidente in carica, ma la sorpresa di quel senatore coraggioso fu determinante nella sua scelta. Con toni pacati, McCarthy si era rivolto alla sinistra del Partito democratico: “Noi scambiamo la politica con la critica, il dissenso pubblico, l’opposizione verbale. Io spero che la mia sfida possa alleviare il senso di impotenza e restituire a molta gente la fede nel sistema politico americano”. Una scelta coraggiosa, degna da essere inserita nel libro del fratello di Bob, i “Ritratti del Coraggio”. Robert Kennedy fu bollato da molti come un opportunista per non aver deciso prima la sua candidatura alle primarie. La scrittrice Barbara W. Tuchman, autrice del celebre “The March of Folly: From Troy to Vietnam” disse, rivolgendosi a Bob: “Nulla può deludere più i giovani, la cui fede nella democrazia è stata riaccesa da McCarthy, che veder riuscire il cinismo e l’opportunismo di un uomo che non ha avuto da solo e ha nel nome del fratello la sua carta migliore”. (pal)

Nanni Moretti, 30 anni dopo lo scontro con Mario Monicelli


IL VELINO CULTURA del 15 marzo del 2008, di Lanfranco Palazzolo

Roma - Lo scorso fine settimana Raieducational2 ha proposto il celeberrimo scontro della trasmissione “Match” condotta da Alberto Arbasino, che metteva a disposizione di ciascun ospite in ogni puntata circa quindici minuti per intervistarsi l’un l’altro. Ospiti della puntata andata in onda alla fine del 1977, e riproposta nel corso di Rewind, erano Mario Monicelli e Nanni Moretti. La trasmissione “Match” era uno “scontro” in piena regola. Nel corso di quella puntata si affrontavano la vecchia e la nuova scuola cinematografica. Da una parte il volto del cinema del maestro Mario Monicelli, dall’altra l’allora ventiquattrenne Nanni Moretti che rivendicava la sua emancipazione dalla tradizione dei grandi registi della commedia all'Italiana. È utile rivedere questa trasmissione per comprendere come Nanni Moretti abbia totalmente abbandonato i principi nei quali si riconosceva, e che sbandierava, all'inizio della carriera, per abbracciare quelli dei canoni cari a Monicelli. Nell’intervista scontro, Moretti spiegava al pubblico che per i suoi film non cercava attrici famose: “Secondo me, il pubblico non ha bisogno di attori e attrici noti e i film non hanno per forza bisogno di attrici belle come pensano i distributori, i registi e i produttori dei film italiani. I film americani degli ultimi anni di protagoniste donne considerate non belle. In Italia, fino a pochi anni fa – proseguiva Moretti -, a una donna non considerata bella non sarebbe mai venuta in mente di non intraprendere la carriera da attrice”. Questa è una considerazione che il Moretti di oggi probabilmente non farebbe mai visto che nei suoi film degli ultimi anni, come attore e regista, hanno sempre recitato attrici belle e famose come Laura Morante, Valeria Bruni Tedeschi e Margherita Buy. L’aspetto più divertente del confronto di “Match” è però il rimprovero che Moretti muoveva a Monicelli. Il regista della nouvelle vague italiana accusava il grande regista di essere alla ricerca del successo. Moretti invece...“Innanzitutto cerco di fare film che piacciono a me che sono film che possono essere capiti. Poi io non cerco il successo indiscriminato. Pensi – puntualizzò Moretti rivolgendosi a Monicelli - che il cinema abbia per forza bisogno di grandissimi nomi come Alberto Sordi, Nino Manfredi o Monica Vitti?! Pensi che il pubblico abbia bisogno di vedere nel 90 per cento dei film di scene di violenza, scene erotiche o di questo tipo?! Io penso di no! Penso che il pubblico…Penso che voi abbiate un rapporto un po’ coloniale con il pubblico”. Se rilette oggi, le parole di Moretti fanno sorridere dopo l’uscita di “Caos Calmo”, un film nel quale Moretti ha lavorato come attore e che è stato discusso più per una scena di sesso che per il reale contenuto dell’opera. Ma detto questo è singolare che Moretti abbia del tutto abbandonato il suo verbo degli inizi per fare del cinema che lui definiva addirittura come “coloniale” nel rapporto con il pubblico. Nei giorni scorsi il regista attore è stato ospite di Repubblica tv. In questa circostanza l’attore-regista è tornato sulla scena di sesso di “Caos Calmo” con la popolarissima attrice Isabella Ferrari: “Purtroppo prima dell'uscita del film la scena di sesso ha avuto la stessa funzione della politica con “Il Caimano”. Prima che uscisse, un incredibile ceto politico-giornalistico ha discusso di un film di cui non sapeva nulla. Invece l'argomento Berlusconi era solo una parte del film, che era anche una storia d'amore e un omaggio al cinema. Questa volta invece tutti conoscevano il libro di Veronesi e quindi non capisco come mai, prima dell'uscita, tutti a parlare solo di questa scena di sesso. Io spero che la gente vada al cinema con tranquillità, ignorando quella che io ho chiamato la sciatteria isterica dell'informazione italiana, soprattutto dei giornali”. Certo, per un regista che ha sempre guardato con una certa ostilità all’erotismo nelle scene dei film deve essere stato un bel passo indietro girare una scena del genere che a suo tempo avrebbe definito “coloniale”. La ricerca del successo porta però anche a questo. (pal)

Ungheria '56: una partita da rigiocare


Di Lanfranco Palazzolo
IL VELINO CULTURA del 15 marzo del 2008

Roma - Calcio e politica si intrecciano sempre di più in Italia. Lo si può constatare anche leggendo alcuni libri usciti di recente. Nel 2007 la casa editrice Limina ha pubblicato “La squadra spezzata” scritto dal giornalista di Repubblica Luigi Bolognini. Il romanzo mette in relazione la rivolta d’Ungheria del 1956 con le vicissitudini di molti giocatori di quella nazionale magiara. Il racconto di Bolognini ha un preciso intento politico. L’autore si mette nei panni di Gabor, ragazzo che crede nel comunismo, e in Ferenc Puskas, il grande attaccante ungherese. Gabor identifica la sua passione per il calcio nel comunismo. Quando il calcio vince, vince anche il comunismo. L’equazione funziona fino a quando l’Ungheria non viene sconfitta nella finale dei mondiali del 1954 dalla Germania Ovest per 3 a 2. All’improvviso Gabor si accorge che quel comunismo è sbagliato. “La delusione – è scritto nel libro – serve a farlo riflettere e a mettere in dubbio tutto quello in cui credeva”. Passano due anni e gli occhi di Gabor si aprono definitivamente di fronte ai carri armati sovietici che invadono Budapest nell’ottobre del 1956. Ma Gabor non volta completamente le spalle agli ideali di sinistra. Critica il comunismo, ma si sente socialista e “lotta per creare un socialismo nuovo, democratico e liberale”. Il recente passato ci ha fatto conoscere autori pregevoli come Nello Governato che ha scritto “La partita dell’addio”, raccontando la vita di Matthias Sindelar, il giocatore austriaco che “non si piegò ad Hitler”. Il lavoro di Governato ci era apparso più credibile perché lontano da certe strumentalizzazioni politiche e narrato attraverso gli occhi del calciatore. E poi Governato non si era sognato di inventare un personaggio e di mettergli in testa le sue convinzioni politiche. La vicenda di Sindelar, morto nel 1939 in circostanze mai del tutto chiarite, meritava di essere raccontata in un romanzo. Il libro di Bolognini, invece, lascia aperti tanti dubbi. Il volume che vuole esaltare l’Aranycsapat (la squadra d’oro) di Puskas, finisce per trasformarsi in una sorta di manifesto del riformismo socialista in cui i capitalisti occidentali risultano cinici rispetto al volto del socialismo umano di Imre Nagy. Del resto, l’autore non si cura di spiegare perché Puskas, il mito del protagonista Gabor, accetti dopo il 1956 di giocare per il Real Madrid nella Spagna del caudillo fascista Francisco Franco. Lo spunto per tornare a parlare di quella straordinaria nazionale magiara di calcio lo offre un libro prossimo all’uscita in Francia. Si tratta del volume dello scrittore ungherese Peter Esterhazy dal titolo “Voyage au bout des seize mètres” (Christian Bourgois). Il libro è nato dopo che il quotidiano bavarese Süddeutsche Zeitung, aveva commissionato a Esterhazy una serie di articoli sui mondiali in Germania del 2006. Il viaggio dello scrittore ungherese è partito da li. Esterhazy ha vinto premi letterari in tutta Europa e anche in Italia. È autore tra l’altro di “Harmonia Caelestis”, pubblicato nel 2000 da Feltrinelli e poi negli anni successivi con il titolo “L'edizione corretta di Harmonia Caelestis”. Attraverso questo libro, che raccontava le vicissitudini della sua nobile famiglia all’epoca del comunismo, Esterhazy ebbe la sgradevole sorpresa di scoprire che suo padre Màthiàs era stato una spia dei comunisti magiari. Lo scrittore, al contrario forse di quanto avrebbero fatto certi autori italiani, ha avuto il coraggio di raccontare la storia di suo padre nella versione “corretta” di “Harmonia caelestis”. Il punto in comune tra il libro di Bolognini e quello di Esterhazy e la finale dei mondiali di calcio del 1954. Ma l’autore ungherese ci risparmia i toni politici usati da Bolognini per far prevalere la tesi del socialismo riformista buono rispetto a quello del comunismo cattivo. Esterhazy racconta una storia di calcio senza lamentarsi dell’identificazione tra il regime comunista e la nazionale magiara. Anzi, lo scrittore prova a rigiocare quella partita senza farla vincere all’Ungheria di Puskas. Il risultato non cambia e l’ironico rammarico di Esterhazy è che una possibile vittoria degli ungheresi avrebbe potuto provocare il ritiro delle truppe alleate dalla Germania Ovest che sarebbe stata invasa dall’Urss. Ma così non fu. Il calcio ci regala altre emozioni e non può essere il grande persuasore che muta i nostri ideali. (pal)