mercoledì 30 luglio 2008

I laburisti tramano contro il loro premier

"Voce Repubblicana" del 30 luglio 2008
Come i laburisti evitano di pensare alla crisi britannica
per dedicarsi alle congiure di palazzo
di Lanfranco Palazzolo

(Nella foto Gordon Prentice. Ha detto a Brown di dimettersi)

Gordon contro Gordon. Quando ieri abbiamo parlato della crisi dei laburisti avevamo detto che nessuno dei successori di Gordon Brown alla guida del Labour si sarebbe fatto avanti direttamente per invitare il premier ad alzare i tacchi dopo la sconfitta di Glasgow. Certo, sapevamo che il partito al governo si sarebbe servito di qualcuno per far capire al Premier che fosse giunto il momento di lasciare Downing street. Ma non pensavamo che la missione sarebbe partita così presto e ancor prima della fine di agosto. Si è preso l’onere di dire al Premier che è ora lasciare un oscuro parlamentare laburista, tale Gordon Prentice: “Gordon Brown deve dimettersi da primo ministro britannico nei migliori interessi del partito” laburista”, ha detto il deputato martedì pomeriggio. Il deputato laburista, che ha lo stesso nome del premier, è preoccupato per il suo collegio uninominale di Pendle (Lancashire) dove ha appena una maggioranza di 2.180 voti nel seggio di Pendle. L’oscuro parlamentare ha sottolineato che il partito laburista ha bisogno di “un ricambio al vertice”. La sua richiesta arriva mentre un ex ministro del Labour accusato di complottare contro Gordon Brown ha dichiarato che il partito è “in una situazione pericolosa” e che il ruolo del primo ministro “deve essere messo in discussione”. Nella sua richiesta di dimissioni a Brown, Prentice ha affermato: “Un primo ministro ha bisogno di una gamma diversa di abilità rispetto a un cancelliere dello scacchiere. Un primo ministro deve essere in grado di comunicare, persuadere ed entusiasmare. Altrimenti il messaggio si perde”. Poi ha aggiunto: “Spero che Gordon rifletta sulle cose ad agosto e accetti che è nei migliori interessi del partito, e forse dei suoi, che si dimetta”. Brown è stato difeso dalla sua vice Harriet Harman che ha collaborato con lui per 25. La vicepremier ha ammesso che Brown non è il meglio che i britannici si aspettavano come premier, ma ha anche detto che Brown ha fatto il possibile per risolvere i problemi dei britannici: in primis la crisi economica e l’aumento del costo del petrolio. Non sappiamo se la pausa del premier britannico Brown nella sua residenza nel Suffolk sia un modo per prendere tempo. Però il primo ministro inglese deve certo trovarsi in gravi difficoltà se non si fa vedere in giro dal giorno del voto in Scozia. Il 25 luglio scorso, il premier aveva fatto la sua ultima apparizione in pubblico al National policy forum (Npf) e aveva parlato della crisi dell’economia mondiale. Il suo discorso era molto piaciuto ai militanti del Labour che lo avevano catalogato come un ottimo intervento rispetto allo spessore politico dell’“inesistente” leader dei Tories David Cameron. Ma i colleghi del gruppo parlamentare e i ministri del suo governo non la pensano tutti così. Tuttavia non hanno l’ardire di dirlo in pubblico visto che il capogruppo del Labour Tony Lloyd precisa che contro Brown non si sono espressi altri parlamentari. Certo la situazione è davvero grottesca. C'è qualcosa di negativo in tutto questo complottare laburista contro il proprio leader. Il Labour ha due scelte: sostituire Brown oppure raccogliersi dietro di lui. In questa fase la Gran Bretagna ha bisogno di essere governata. Ma i politici al governo pensano solo a come sostituire Brown. Se il Labour pensa di ricostruirsi così fa il peggior danno a se stesso e al paese.

Cazzola (Pdl), Brunetta condivisibile e coraggioso

"Brunetta dice le stesse cose di TPS"
"Voce Repubblicana" del luglio 2008
di Lanfranco Palazzolo
(Nella foto sopra la manifestazione del pubblico impiego lunedì sera a Roma contro la manovra)
Trovo che la politica del ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta sia condivisibile e coraggiosa. Lo ha detto alla “Voce” l'onorevole Giuliano Cazzola del Popolo delle Libertà.
Onorevole Cazzola, come valuta la politica del ministero della Funzione Pubblica nei confronti della Pubblica amministrazione valutando i dati sul calo dell'assenteismo?
“Trovo la politica di Brunetta condivisibile e coraggiosa. Per quanto riguarda i dati sull'assenteismo mi pare che il numero delle amministrazioni censite mi sembra molto modesto: sono 27. Aspetto prima di dare giudizi definitivi. Posso dire che i primi segnali sono incoraggianti. Quindi l'effetto annuncio di Brunetta è stato positivo”.
I sindacati della PA hanno accusato Brunetta di avere un approccio molto ruvido. Cosa ne pensa?
“Mi pare abbastanza evidente che l'approccio di Brunetta sia ruvido. I sindacati dimenticano una cosa fondamentale. Il ministro della Funzione pubblica fa le cose che diceva l'ex ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa. Ho riletto il libro verde sulla spesa pubblica con prefazione di TPS dell'autunno del 2007. Le valutazioni sul pubblico impiego sono le stesse di Brunetta sulla questione della dinamica salariale, l'assenza di mobilità, il fallimento delle politiche di turn-over. Ci sono una serie di considerazioni che i sindacati hanno avuto dal centrosinistra. Mi pare evidente che Brunetta riapra le problematiche aperte dal giuslavorista e senatore Pietro Ichino”.
Questo Governo è percepito come un nemico dalla Pubblica amministrazione?
“C'è un sentimento di ostilità. Ricevo un sacco di e-mail di persone che protestano contro questo atteggiamento. In alcune aree del paese la pubblica amministrazione è disponibile ad essere meglio considerata. E' importante che la pubblica opinione sia disponibile verso la PA. Sulle pensioni i dipendenti pubblici avevano un trattamento privilegiato. Questa situazione era vissuta dalla pubblica opinione come un privilegio odioso e quando questa situazione è stata cambiata nessuno ha detto nulla. Quindi non mi preoccuperei molto dell'atteggiamento dei sindacati”.
Come deve essere interpretata la norma sui precari nel settore dei servizi?
“Credo che debba essere contrastata una giurisprudenza che tende a cooptarli tutti. Però bisogna valutare i casi evitando le generalizzazioni che toccano i poveri cristi che sono stati imbrogliati dal datore di lavoro con una scorretta interpretazione delle norme sul diritto del lavoro. Già si è fatto molto nello stabilire che la norma si applica ai giudizi pendenti. Mentre per i nuovi casi si fa riferimento alla nuova disciplina per i contratti a termine. Il fatto che oggi ci sia una disciplina più chiara per i contratti a termine giustifica anche una sanatoria per il passato”.

La Cina dopo le olimpiadi

La sfida cinese e il futuro euro atlantico
A Cura di Lanfranco Palazzolo

Venerdì scorso si è svolto presso la sede della Voce Repubblicana il dibattito dal titolo “La Cina oltre le Olimpiadi”. Ha moderato questo l'incontro presso la sede del quotidiano del Pri il vicedirettore della "Voce" Italico Santoro. Vi hanno partecipato il Professor Michele Bagella, Preside della Facoltà di Economia e commercio all'università di Tor Vergata; il Professor Rosario Bonavoglia già rappresentante di Bankitalia alla Banca Mondiale ed esperto del sistema creditizio cinese; l'Onorevole Benedetto della Vedova (Pdl) e il Professor Giorgio Rebuffa.

Italico Santoro: “Il prossimo 8 agosto saranno inaugurati i giochi olimpici di Pechino. E' inutile nascondere che proprio questa volta i giochi hanno una stretta parentela con la politica. Ma i giochi olimpici sono stati politicamente significativi per il Paese che li ospita e in qualche modo per il resto del mondo. Il rapporto tra la Cina e il resto del Mondo è un rapporto che tuttora lascia molte ombre. C'è stato un grande sviluppo economico, mentre i diritti civili e dei diritti umani sono rimasti al palo. Anche negli equilibri di mercato si sono creati più squilibri che equilibri. Io vorrei partire con il professor Giorgio Rebuffa rivolgendogli un interrogativo di ordine politico generale. Questo squilibrio tra gli aspetti economici e gli aspetti che riguardano i problemi civili ed umani che ruolo possono avere nel futuro della Cina. E in particolare come i giochi vanni visti rispetto a quella che è la condizione attuale della Cina”.
Giorgio Rebuffa: “Sono abbastanza convinto che il ruolo della Cina e la sua politica cambieranno molto. Non sono così sicuro che lo sviluppo attuale della Cina sia fondato sull'ineluttabile binomio tra pressione dei diritti civili e grande produzione. La concorrenza che la Cina fa all'Occidente non mi sembra il punto centrale della questione. Il punto centrale è un altro. Dobbiamo chiarire se lo sviluppo della Cina è in grado di determinare una nuova egemonia nell'ordine mondiale? Questa mi sembra la domanda da porre. C'è stato un periodo 'felice' in cui l'egemonia degli Stati Uniti è stata fortissima. Mi riferisco agli anni dei 'cambi fissi': 1944-1973. Questo regime ha garantito ad una vasta area l'egemonia di Washington. Dal momento della fine di questo regime dei cambi fissi il problema di mantenere l'egemonia sia hard che soft è aumentato molto. Improvvisamente la Cina è emersa. Nel 2000 l'opinione pubblica mondiale non avvertiva il problema. Oggi questo è un problema centrale. Sono favorevole alla strategia del coinvolgimento piuttosto che a quella del contenimento della Cina. Ritengo che una politica di coinvolgimento della Cina sia una politica che abbia effetti interni su questo paese. Questa è una fase difficile. Non sono convinto che tutte le scelte che abbiamo fatto siano state azzeccate. Da amerikano voglio dire che la politica dell'amministrazione americana che prevede nello stesso tempo il coinvolgimento e il contenimento è una politica che ha lasciato sostanzialmente le cose come stanno. Questa è la politica scelta dalla Segretaria di Stato Condoleeza Rice che non ha fatto quelle cose che avrebbero potuto trascinare la Cina verso una maggiore occidentalizzazione dal punto di vista dei diritti civili e delle strutture giuridiche. Questa è la prima risposta che mi sentirei di dare”.
Santoro: “Sul rapporto tra l'Occidente e la Cina ha un peso il ruolo delle rispettive valute. Spesso si è detto che la moneta cinese è stata sottovalutata. Ci sono state pressioni sia di organismi internazionali che degli Stati Uniti affinché questa rivalutazione avvenisse. I cinesi si sono sempre sottratti a questo tipo di pressioni. Il professor Bonavoglia, che ha studiato i problemi del sistema creditizio e finanziario cinese, che proprio su questo sta per pubblicare un libro, ci farà un quadro della situazione”.
Bonavoglia: “Il prfessor Rebuffa si è chiesto se la politica cinese cambierà. E' difficile dare una risposta a questo interrogativo. A partire dal 1978, quando decise di aprirsi al mercato internazionale, la Cina pensava di cambiare i rapporti interni. Il problema dei rapporti geopolitici veniva risolto nello stesso momento in cui erano cambiati i rapporti con l'Unione sovietica. Detto questo, non penso che lo sviluppo della Cina sia in grado di generare una nuova egemonia mondiale. Io dico di no perché lo stesso sviluppo economico cinese è avvenuto a livello intrasiatico. Per il momento penso ad una egemonia della Cina in Asia. Pechino mantiene rapporti economici privilegiati con Paesi come il Giappone. Non so se l'opinione pubblica oggi sia più avvertita del 2000 sullo sviluppo della Cina. Non sono in grado di dire se l'opinione pubblica è consapevole dello scontro che c'è stato nel recente passato sulla produzione nel settore tessile con la Cina. Per quanto riguarda la valuta, quella di mettere sotto controllo la moneta cinese era una necessità di carattere commerciale. La Cina ha fatto dei progressi in campo tecnologico anche se resta indietro. La Cina continua ad importare tecnologia e non elabora tecnologia. Questo è il caso del settore informatico, dove la Cina produce moltissimo ma non tecnologia informatica. Pechino non ha fatto il passo che aveva fatto a suo tempo il Giappone. Il parallelismo tra Cina e Giappone viene richiamato in continuazione anche se in realtà c'è poco da mettere in parallelismo. La Cina deve ancora fare dei passi avanti nel campo della tecnologia. Sulla possibilità che la Cina riveda i suoi cambi questa sembra un'ipotesi a portata di mano ma ciò non accadrà nel breve periodo. Credo che sia molto importante il tema dell'utilizzo delle riserve. Il grande ammasso delle riserve che è dovuto al surplus commerciale del Paese non resta inutilizzato. Il cosiddetto fondo sovrano viene già utilizzato per gli investimenti all'estero in fondi americani. E questo è molto importante”.
Santoro: “Aspetti economici, aspetti politici. Ritorno sul tema dei diritti umani. Secondo l'Associazione 'Nessuno tocchi Caino' la Cina è al primo posto per le condanne a morte comminate nel Mondo. La percentuale delle condanne eseguite in Cina è del 90 per cento rispetto al resto del mondo. La Cina è caratterizzata al suo interno da un certo dispotismo liberista. Su questo passo la parola all'onorevole Benedetto Della Vedova”.
Della Vedova: “Abbiamo di fronte 1/5 dell'umanità. I cinesi si sono sempre dimostrati un popolo di grande qualità, di laboriosità e di inventiva. E' evidente che nel momento in cui Teng Xiao Ping ha deciso di rimettere in movimento la Cina è chiaro che questo sarebbe stato un fenomeno di impatto enorme sugli equilibri mondiali. Il vero nemico di chi oggi paventa la minaccia cinese è Teng Xiao Ping. Se è vero questo, noi abbiamo l'esigenza, in termini storico politici, di fare tutto quello che possiamo fare per evitare che questo pezzo di rilevante di sviluppo dell'economia cinese sia il più possibile occidentale. E non diventi una minaccia di ostilità e di difficoltà nei rapporti con gli altri paesi dell'Occidente. Se non ci fosse stata la Cina, in questi dieci anni saremmo senza dubbio più poveri. E i poveri sarebbero più poveri di quanto non lo sono oggi. Ma a parte questa considerazione, contestare l'accelerazione che c'è stata da parte della Cina è una lamentazione astratta. Non so quale sarebbe stata l'utilità di ritardare di un anno l'adesione della Cina al Wto. Noi abbiamo l'interesse a 'contaminare' una Cina più importante ed influente affinché non diventi un elemento ostile per l'Occidente. Ho sempre pensato che l'accelerazione sulla globalizzazione della Cina – che non è stata un decisione dei mercatisti europei – ma è stato un processo guidato dagli Stati Uniti. A me è capitato di andare a Doha, con la delegazione del Parlamento europeo quando venne deciso che la Cina poteva entrare nel Wto. Gli Stati uniti hanno attuato questa strategia verso la Cina sapendo che non potevano perdere niente se non per costi di aggiustamento. Gli Stati Uniti hanno pensato che il coinvolgimento economico fosse la strada giusta per tentare di contaminare il più possibile la Cina accompagnandola in un progresso di crescita assolutamente dipendente dai rapporti con l'occidente. E questo avrebbe portato ad un'accelerazione dello sviluppo della Cina anche in termini politici. Questa è la tesi che ho sentito esprimere in termini molto lucidi dal Dalai Lama al Parlamento europeo. Certo, il Dalai Lama ha puntualizzato che l'interdipendenza economica non sarà mai la ragione principale della modernizzazione politica cinese. Ma questa è la condizione migliore. Rispetto a questa strategia, il punto più debole è quello dei diritti umani. Penso che in questa fase storica – lo abbiamo visto praticato in modo discontinuo – più commercio e più politica per i diritti umani in Cina sono due elementi della stessa strategia che possono e vanno perseguiti insieme. Questo non significa che il Presidente del Consiglio italiano – ricevendo il Dalai Lama – cambi la Cina. No! Ma che il concerto delle politiche occidentali – che spingono in una direzione di maggiore integrazione economica – deve spingere nel medio periodo – per nostro interesse – verso la liberalizzazione politica della Cina. In questo senso la causa tibetana è diventato l'emblema di questa lotta. Io credo che abbia fatto bene George W. Bush, abbia fatto bene Angela Merkel a ricevere il Dalai Lama non come gesto di ostilità, ma come pacchetto grazie al quale aumenta l'interscambio con la Cina e nello stesso tempo si manifesta un'interesse per i diritti umani. Questa manifestazione di interesse deve avvenire non per un'interferenza, ma per autodifesa”.
Santoro: “Uno dei punti fermi della tradizione liberale occidentale è che in fondo lo sviluppo dell'economia, e soprattutto della democrazia economica, avrebbe comportato in tempi relativamente brevi lo sviluppo della democrazia politica. Adesso c'è chi comincia a pensare che questo processo – che ha caratterizzato il Giappone e molti altri paesi dopo la fase del primo grande sviluppo – possa non essere applicabile alla Cina e ad altri Paesi del Sudest asiatico. Penso al Vietnam – paese che ho visitato di recente -, ma anche a Singapore e ad altri paesi dell'area. Questo assioma come può essere valutato? Nel Sud-Est asiatico ci sono paesi come la Corea del Sud che possono essere considerati occidentalizzati. C'è da temere che la crescita cinese possa riportarli politicamente indietro rispetto all'occidentalizzazione?
Rebuffa: “Prima di rispondere a questa domando volevo riagganciarmi a quanto ho sentito. Come Della Vedova sono convinto che la Cina ha fornito a noi e ad altri paesi strutture ed infrastrutture importanti. In Africa, la Cina è risultata indispensabile per lo sviluppo. La Cina ha avuto anche dei grandi vantaggi da questa scelta. Non voglio addentrarmi nei particolari. Ma c'è tutta la storia della produzione del cotone. Oggi si fa fatica a trovare cotone nei luoghi in cui tradizionalmente si produceva: gli Stati Uniti, l'Egitto o la Turchia. E' necessario andare a trovare questi prodotti nei luoghi dove non se lo immaginano. La Cina produce il Cotone nel Burkina Faso e poi lo trasporta nei suoi confini. Sono indubbi i vantaggi dell'ingresso della Cina nell'arena globale. Ecco perchè ritengo la cosiddetta Sinofobia come una malattia ridicola. Io sono convinto che l'egemonia degli Stati Uniti è destinata a durare a lungo per due ragioni. In primo luogo credo che la ragione sia culturale. Inoltre gli Stati Uniti sono un paese produttore mentre la Cina è un paese assemblatore. Non vorrei che ci facessimo influenzare dal mito della caduta imperiale dell'occidente al quale corrisponderebbe l'affermazione e il trionfo della Cina. Per decenni abbiamo sentito parlare di fine del mito americano. Ma questa è una ridicolaggine. A noi interessa l'adattamento del sistema 'imperiale' europeo a nuovi sistemi. La Corea del Sud – che conosco solo da turista occasionale – è l'unico paese dell'area occidentalizzata dell'Asia in cui il rapporto tra l'occupazione maschile e quella femminile è degno dei paesi islamici. Anche l'Italia si batte bene da questo punto di vista. La democrazia asiatica è una cosa molto problematica. Questo tipo di società non ha una struttura di tipo individualistico. Si tratta di una struttura formata sui clan. Potere trovare il termine migliore. L'operazione che dobbiamo fare è che l'influenza della Cina sia una cosa che avanza. C'è una cosa molto importante che ritengo indispensabile nello sviluppo della Cina. Mi riferisco al suo rapporto con una grande democrazia come è l'India. Non so cosa ci sia di vero in questa alleanza definita come Cindia. Però queste due potenze asiatiche hanno caratteristiche diverse. L'India ha l'aiuto della cosiddetta lingua veicolare (l'inglese). Questa alleanza può portare alla trasformazione dell'essere della Cina nel mondo”.
Santoro: nell'intervento precedente il professor Bonavoglia si è soffermato anche sulle differenze tra Cina e Giappone. Vorrei ricordare che verso la fine degli anni '80, anche questa prospettata dagli studiosi del declino dell'Occidente, secondo cui il Giappone sarebbe diventato probabilmente , alla fine del millennio, la nuova potenza economica mondiale. Avrebbe in pratica superato il PIL degli Stati Uniti. Naturalmente si è visto che questo non è successo. Anzi, il Giappone, alla fine degli anni '80, è entrato in una grave crisi economica. Le differenze tra Giappone e Stati Uniti sono cresciute e non si sono ridotte. Spesso le previsioni non sono all'altezza delle aspettative. Per la Cina dobbiamo aspettarci uno sviluppo lungo o una crisi simile a quella della Cina degli anni '80”.
Bonavoglia: “Io sono molto prudente. Proprio riferendomi alle cose che ho sentito sulla Cina posso dire che alcune cose. Il Giappone ha avuto questo grande periodo di sviluppato in un sistema democratico. Questo non è accaduto per la Cina. Questo ci impedisce di dire quale sia il sistema economico migliore che garantisce lo sviluppo economico. L'immagine di uno Stato forte ha accompagnato lo sviluppo della Cina. Mentre il Giappone ha avuto un percorso diverso. Negli anni '90 il paese è stato colpito da un grosso scandalo finanziario e del settore immobiliare, alimentato dal circolo Banche- imprese-banche-speculatori. Queste vicende non hanno toccato il sistema economico. Per anni ci siamo chiesti come poteva procedere lo sviluppo economico giapponese dopo vicende di questo genere. Le crisi delle cosiddette tigri asiatiche della fine degli anni '90 hanno toccato tutti i paesi con un sistema democratico, ma non hanno intaccato la Cina. Pechino poteva avvalersi di un ombrello dirigista e statale. Questa situazione ha tenuto la Cina lontana da flussi esterni. Quindi non vedo alcun parallelismo tra la Cina e le altre grandi economie asiatiche. Ho sentito quello che diceva Rebuffa sulla presenza delle donne nella società della Sudcorea. In Giappone le donne sono presenti in tutti i settori della società, ma non hanno alcun riconoscimento sociale. Il loro ruolo è ancora quello tradizionale, nonostante i progressi degli ultimi decenni le donne giapponesi non avanzano diritti sul piano del lavoro”.
Santoro: “Il professor Bagella è stato in questi giorni in Cina per affrontare una serie di conferenze nelle università di questo paese. Quali sono state le sue impressioni nel corso di queste giornate e quali prospettive ha visto delineare in questo paese”.
Bagella: “Premetto che il mio è stato il primo viaggio in Cina dopo anni di assenza. Quindi questa è stata l'occasione per fare delle comparazioni con quanto è accaduto in passato. La mia impressione è stata 'enorme'. Questo Paese mi ha sconvolto. Il mio viaggio ha toccato alcune grandi città della Cina. Sono andato anche in Corea del Sud, Pechino, Shangai e Hong Kong. Ho visto una grande modernità e una grande crescita. Mi ha fatto impressione la gioventù di questo Paese. I giovani sono quasi consapevoli della fase importante che sta vivendo questo Paese. Questa sensazione si percepisce girando anche per strada. In un anno, a Shangai è stata realizzata la metropolitana che attraversa la città. Si vede che questo è un popolo che rispetta quello che fa anche se si tratta di lavori non esaltanti. E questo è frutto di una tradizione, della consapevolezza della propria storia e del ruolo che in passato ha avuto questo paese nella storia del mondo. Il futuro del terzo millenio è quello della svolta. Se noi guardiamo ai cicli di lungo periodo la svolta è lì. Di fronte alla Cina, gli Stati Uniti sembrano delle aree incapaci di mantenere il ritmo di questi due giganti. La sensazione è che la forza dei numeri è tale, che è la forza di acquisire tecnologia. Loro imparano tutto quello che c'è da imparare con una grande velocità e noi andiamo in Cina ad insegnarglielo. Una volta che gli abbiamo insegnato queste cose sono in grado di sviluppare una loro tecnologia. L'idea che noi siamo i padroni della tecnologia del mondo deve essere rivista. Non so se questo paese continuerà a sviluppare dei tassi di crescita del 10 per cento. Bisogna visitare le università cinesi e scoprire cosa c'è in quella realtà. Ed è proprio in quella realtà che si comprende dov'è il cuore del futuro. Tutte le università più importanti del mondo hanno dei loro punti di rappresentanza in alcuni atenei. I tedeschi e gli americani hanno presenze permanenti in questi atenei. Se devo fare una comparazione con altre aree come l'America latina devo dire che non ho mai visto una cosa del genere. Conosco anche le migliori università degli Stati Uniti, dove ho insegnato. Ma penso che in Cina abbiano una migliore capacità di comprendere il nuovo. Noi latini siamo più riflessivi. I cinesi si sono convinti di essere il futuro. Questo atteggiamento facilità ogni aspettativa. All'ambasciata italiana mi hanno detto di un nuovo progetto. Mi hanno detto che stanno pensando di fare la Grande Pechino, dove abitano almeno 100 milioni di persone. Si tratta del progetto di unire tre grandi città sullo stesso asse. Questa grande città parte da Pechino per arrivare sulla Costa. La Cina cresce ogni anno di 50 milioni di persone. La forza dei numeri non può essere sottovalutata. Una volta si ragionava malthusianamente pensando che la crescità democrafica sarebbe stata arrestata per impedire che nel paese muoiano di fame. Marxianamente parlando, la Cina dispone di un esercito infinito. Se tutta questa popolazione viene coinvolta nel meccanismo di crescita ci troviamo di fronte ad un fenomeno pazzesco. Tra poco avranno raggiunto il livello dei redditi degli Stati Uniti. Sommando queste piccole produttività, i cinesi arriveranno sempre e comunque a grandi numeri”.
Santoro: “Il professor Bagella ha introdotto in qualche modo una variabile diversa rispetto all'andamento del dibattito su come si era sviluppato finora. Vorrei rivolgere due domande conclusive. La Cina, più volte nella sua storia, ha raggiunto punti elevati di crescita. E quasi sempre, il crollo di quei punti elevati è stato determinato da conflitti interni piuttosto che da fatti esterni. Anche in questo periodo si hanno notizie fin troppo note e fin troppo ufficiali che separano le informazioni arrivano dalla costa da quelle che riguardano l'interno della Cina. Ma si hanno anche echi di notizie su forme di terrorismo interno. Sono notizie che trapelano poco. Ma che sono reali. Qual è il ruolo che i conflitti interni alla Cina possono avere sullo sviluppo del paese? In questo periodo è in corso la campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Sembra che i due candidati: il primo sulla lega delle democrazie (McCain); il secondo con il discorso fatto a Berlino (Obama) sono orientati soprattutto a ristabilire il rapporto transatlantico attraverso il quale affrontare i problemi di questo secolo. Come gioca questa ipotesi negli equilibri mondiali e rispetto alla Cina?
Della Vedova: “Io non credo sia possibile un’ipotesi di crollo cinese. Perché questo non sarebbe il crollo solo della Cina a causa dell’interdipendenza dei sistemi economici. Sono stato tanti anni fa in Cina da turista. Allora rimasi impressionato perché ero andato a Shangai e poi c’ero tornato appena un mese dopo. Mi accorsi che nel frattempo avevano costruito 3 grattacieli in centro. Non voglia fare un discorso stupidamente ottimista. Ma credo che ci siano dei fattori di criticità nella crescita economica la cui soluzione si sposa con un’apertura politica. E credo che questi fattori di criticità andranno affrontati. La gestione politica implica un livello di corruzione altissimo. Poi possono pure giustiziarli i corrotti che trovano. Ma questa non è la spia di quanto sono duri. Ma è la spia di quanto drammatico sia il problema della corruzione. La necessità di incardinare sempre di più elementi da Stato di diritto in una economia aperta, la sfida di accelerare in modo potente sull’uso degli strumenti di comunicazione internazionali a partire da internet. E il tentativo di rincorrere questa apertura con questi strumenti di controllo e di censura. Credo che l’evoluzione della tecnologia con quei numeri porterà ad una difficoltà enorme perché ad un certo punto smetteranno di buttare i soldi per i sistemi di censura e di controllo. Secondo me, tutto questo gioca nella via della contaminazione che auspico prevalga. La democrazia è nata dal congiungersi delle radici cristiane con quelle illuministe. Con il congiungersi del confucianesimo arriverà qualcosa di diverso. Anche il Giappone del dopoguerra era una società che aveva caratteristiche molto diverse da quelle Occidentali. Come ci diceva Bonavoglia, è un sistema che mantiene le sue peculiarità però assumendo alcuni lineamenti di libertà personale anche se non è una società individualista. Non credo che ci siano scenari di crollo. Oggi la Cina sta facendo da rete di protezione alle difficoltà della recessione internazionale. Penso che in futuro l’interdipendenza cambierà. Casomai vedo nei fattori di criticità una spinta prepotente a portare la Cina in una direzione che dovremmo auspicare. Per quanto riguarda la vicenda euroatlantica, credo che sia inutile stare ancora a discutere di dazi e di ‘pericolo cinese’ e che in Cina ci sono i salari bassi. Trovo che questo sia un pensiero di retroguardia nonostante la sua popolarità. Non penso che ci sia una mente malata dietro questa strategia cinese, né che si possano mettere dei correttivi a questo andamento dello sviluppo cinese. Credo che di fronte alla situazione che ci ha illustrato Bagella, il passo necessario sarà un’integrazione efficiente sul piano politico, sul piano occidentale. Con tutte le difficoltà che questo può comportare, credo che sarà nello stato delle cose avere un fronte comune dell’occidente sulla Cina. Alle elezioni presidenziali del 2006 il candidato democratico John Kerry aveva giocato molte delle sue carte sull’outsourcing verso la Cina. Personalmente sono interessato anche allo sviluppo dell’India. Penso che nell’arco di due lustri sarà l’India ad acquisire la leadership asiatica sulla Cina che ha già problemi demografici di invecchiamento da quanto leggo. Questo squilibrio deve essere fermato. La forza della Cina sono gli over60 che si muovono con un’abilità politica sconosciuta agli indiani. Credo che sia nelle cose e nell’interesse comune confrontarsi con queste realtà senza smettere di competere immaginando che ci sia un fronte comune di interesse. A me piacerebbe che su questo si accentuasse il rapporto con l’India. Se dovessi giocare una partita globale, sarei molto attento a inserirmi per evitare che le relazioni indocinesi si saldino, contando che sono sempre state pessime. Ecco, io tenderei a fare un’‘operazione’ sull’India sapendo che le relazioni tra Dehli e Pechino stanno migliorando. Ricordo che negli Stati Uniti avevo incontrato i vertici della rappresentanza delle grandissime aziende indiane – fortunatamente loro non hanno la Confindustria monolitica – e ricordo di aver sentito che per loro meno Cina significava più India. Credo che su questa cosa la Lega delle Democrazie credo che debba avere un’attenzione. Si diceva del ruolo che la Cina ha saputo ricavarsi nel giro di 10 anni in Africa. Credo che questo non sia un problema. Ma credo che ponga degli interrogativi a noi occidentali 50 anni dopo la fine del colonialismo. Si tratta del fallimento di una politica di aiuti che non ha prodotto alcun tipo di legame forte. Ma queste cose contano sulla competizione sulle materie prime. Siccome mi pare di capire che anche in Sudamerica sta succedendo questo. Se avessimo un sano istinto di sopravvivenza per quel che l’Occidente rappresenta credo che queste dimensioni vadano considerate. E mi auguro che vadano considerate”.
Santoro: “Darei la parola ai due economisti presenti. Il professor Bagella e il Professor Bonavoglia e poi farei tirare le conclusioni politiche al professor Rebuffa”.
Bonavoglia: “Vedo l’interesse dell’Occidente verso la Cina in una chiave molto pragmatica. La dipendenza che si era creata tra Giappone e Stati Uniti cela da parte degli Usa la necessità di avere una fonte di investimenti in Asia. Gli Stati Uniti hanno cercato di trovare un secondo fronte di investimento in questo continente. A parte alcuni aspetti geopolitica come la fine del regime dei cambi fissi, credo che la continuazione dei rapporti tra Stati Uniti e potenze asiatiche sarà necessaria fino a quando gli Stati Uniti dovranno continuare a finanziare i propri deficit. Non mi sento di esprimere una valutazione precisa sulla crescita della Cina. In questi ultimi 25 anni sono successe tante cose che nessuno avrebbe mai potuto prevedere. Quindi non vorrei fare una previsione di un allineamento tra l’economia Cinese e quella americana entro il 2030. Qualcuno ha parlato delle dimostrazioni contro il Governo cinese. Ma le autorità di Pechino sono in grado di controllare ogni movimento interno anche in Tibet. Il problema del Tibet è legato ai rapporti della Cina con l’India. Credo che la Cina sia abbastanza forte da guardare le proprie frontiere esterne e di controllare i movimenti interni. Tutto passa attraverso un processo di decentramento che in Cina c’è sempre stato. Il potere dei governi locali è sempre stato fortissimo in campo finanziario. Un approfondimento del processo di decentralizzazione potrebbe essere un rimedio nelle varie regioni della Cina. Secondo me, il problema più grave per la Cina è la corruzione. La corruzione in Cina e nel Sudest asiatico è nell’ordine delle cose. Il costo economico non è mai stato considerato in un sistema come la Cina dove c’è sempre stato un connubio strettissimo tra Stato partito e imprese. In questo gemellaggio tra stato ed imprese questo è il problema più grave. Di fronte alle statistiche la Cina si presenta come un paese che ha fatto un grande progresso. Ma questo 10 per cento di sviluppo del Pil non è riuscito a colmare i grossi problemi economici che ci sono in Cina. Il vero sviluppo ha interessato una piccola parte del Paese. Questo sviluppo si è fermato sulla costa e non ha toccato l’entroterra cinese. Questo sottosviluppo ricade sulle imprese che devono in qualche modo aiutare il bilancio dello Stato che deve colmare le condizioni di mancato sviluppo dell’entroterra. Questo rimane il problema più grosso. La Cina resta un colosso d’argilla con i piedi ancora molto deboli. Quindi ci sono degli elementi di vulnerabilità che secondo me, che mettono in serio pericolo quello che molti annunciano come un futuro prevedibile del Paese tale da poter dire che nel giro di 20 anni tale da poter dire che il paese possa arrivare ai livelli degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Africa, le relazioni con la Cina sono un argomento che ritorna periodicamente. La Cina si è presentata in Africa senza ideologie e su un puro calcolo di convenienza economica. Gli africani li hanno accolti in un certo modo e senza pregiudizi. La Cina non ha sfruttato giacimenti ma ha comprato trasferendo tecnologie. E questo li ha resi simpatici ed accettati. La loro presenza è diversa da quella russa o degli Stati Uniti e il loro comportamento non è come quello del Fondo monetario internazionale o come quello della Banca Mondiale. Il rapporto sino africano è un rapporto ‘punto e basta’.
Santoro: prof. Bagella.
Bagella: “Io ho l’impressione che le nuove elezioni americane ci diranno qualche cosa. Come sappiamo, gli Stati Uniti esistono dei buoni centri di ricerca e di previsione sia politica che economica. Se si leggono anche gli ultimi rapporti, anche quelli delle varie fondazioni di segno diverso, la questione delle relazioni con la Cina viene avvertita immediatamente. In questo paper che mi sono portato dietro – scritto da un diplomatico molto attento - ho segnato quello che accade nell’economia cinese. Ogni anno entrano in Cina 200 miliardi di dollari come saldo positivo della bilancia commerciale; 70 miliardi di dollari entrano come saldo positivo come investimenti diretti esteri. Questo significa che il resto del Mondo sta mettendo dentro la Cina una quantità di risorse che alimenteranno la crescita. Un altro dato che mi ha colpito è che le riserve della Banca centrale cinese sono passate da 600 miliardi di dollari a 1400 miliardi in tre anni (2004-2007). Ricordo che per contenere la stabilità monetaria interna cinese sarebbero bastati 70-00 miliardi. Quindi è necessario che le nel corso della campagna per le elezioni presidenziali americane si parli di Asia. Credo che questa attenzione riveli l’importanza della ripresa del dialogo euro atlantico. Gli effetti delle cose che si dicevano prima sull’economia americana hanno cambiato la fisionomia industriale dell’Europa. Oggi, le compagnie europee che hanno un minimo di budget pensano ad investire direttamente in Cina. Il potenziale di crescita del mercato è là. Questo vale sia per l’Europa che per gli Stati Uniti. E allora il dialogo euroatlantico è destinato a dare qualche risultato sul piano economico e monetario. Noi sitamo vivendo una situazione monetaria che vede la Fed da una parte e la Bce dall’altra. I tassi di interesse divergono mentre il valore del dollaro diminuisce mentre il presso del petrolio sale. Ci sono delle questioni strutturali che influenzano e influenzeranno direttamente i rapporti tra queste due sponde dell’Atlantico. Penso che la Cina abbia delle sue criticità. In qualunque storia di crescita ci sono stati dei punti che si sono sviluppati prima di altri. In Italia abbiamo cercato di sovvenzionare il sud con ogni forma di aiuto politico ed economico che non ha prodotto grandi risultati. Per la Cina ci saranno degli elementi di criticità. Sono inevitabili. Il socialismo di mercato controlla lo sviluppo cinese in modo spaventoso. Il territorio cinese appartiene allo Stato. Qualsiasi intervento di carattere immobiliare o industriale non diventa mai un intervento privato. Nulla diventa veramente tuo nel senso occidentale. Li le cose vanno diversamente dall’Italia. Questo spiega anche la velocità con la quale si è diffusa la corruzione in Cina. Quella è sempre stata una corruzione naturale. Quindi non c’è dubbio che fa parte della loro storia. Non so se una roba del genere sia classificabile come corruzione in senso occidentale. Bisogna vederlo anche sotto questo punto di vista. La negazione dei diritti di proprietà evita dei conflitti che riempiono le aule dei tribunali italiani. Lo Stato qui comprime tutto e risolve d’autorità ogni problema. Guardo con interesse ed attenzione l’evoluzione politico sociale della Cina. Non so fare previsioni sul momento in cui ci sarà qualche scricchiolio nella catena di comando che c’è attraverso il Partito comunista. Sembra che in Cina abbiano trovato la formula magica per risolvere ogni problema. In Russia hanno portato i sindacati sul mercato quando è finito il comunismo. In Cina hanno portato le autorizzazioni amministrative ad essere una sorta di chiave di volta del mercato. Questi nuovi modelli aprono un interrogativo per capire se l’Europa sarà il modello dominante nel terzo millennio come lo è stato finora. Oggi prima di dare una risposta a questo interrogativo ci penserei più di una volta”.
Santoro: “L’ultimo intervento per il professor Rebuffa”.
Rebuffa: “Vorrei portare alla discussione qualche elemento quantitativo elementare che mi colpisce sempre molto sul territorio della Cina e degli Stati Uniti. I due Stati hanno una superficie simile: 9 milioni di chilometri quadrati. Negli Stati Uniti gli abitanti sotto i 15 anni sono il 20 per cento mentre in Cina sono il 21 per cento. Se aggiungiamo anche l’India ci rendiamo conto che i giovano sotto i 15 anni sono il 33 per cento. Non sono del tutto d’accordo che i numeri siano una potenza. Talvolta i numeri creano squilibri. Il tasso di natalità in Cina è del 13,1 per cento. In India è del 23 per cento. Gli Stati Uniti si attestano al 14 per cento. Anche qui siamo in forte equilibrio. In Cina c’è stato il controllo delle nascite. Conosciamo questo meccanismo con il nome di rientro dolce rispetto ad un eccesso di popolazione. E proprio l’eccesso di popolazione viene considerato come un elemento destabilizzante. Sulla base di questi dati cosa mi sento di dire?! Gran parte dei conflitti della Cina sono stati importati. Per quanto riguarda i conflitti interni riguardano di più l’Asia centrale. Poi ci sono altri conflitti come quelli da democrazia. Con l’aumento di democrazia può accadere che alcuni conflitto possono diventare incontrollabili. Su questi conflitti non so che dire rispetto alla storia della Cina. Questa riflessione ci riporta al ruolo della Stato come struttura efficiente, risolutore di conflitti. Da cittadino italiano non posso dire niente perché vedo un arretramento e un’abdicazione dello Stato. In altri paesi vedo che l’autorità pubblica si preoccupa di essere un elemento di risoluzione di conflitti. Questo è il problema dell’Italia e non è il problema della Cina. Il miglioramento della democrazia è un momento di crescita ma anche di conflitto. La strada scelta dai cinesi – se capisco bene - è quella del decentramento. Tutti quelli che auspicano una dissoluzione del sistema Cina affinché raggiunga i modelli dell’Occidente è una cosa al limite del ridicolo. Per quanto riguarda i rapporti con l’occidente, faccio fatica a pensare in questi termini. Non credo più nella contrapposizione dei continenti come schema. Faccio fatica a pensare in termini di continente forse perché sono già dentro il Cyberspazio. Non credo allo scehma interpretativo dei continenti. La Cina si è affermata in Africa perché ha giocato su un conflitto tra la Francia e gli Stati Uniti che si erano posti in maniera sbagliata di fronte ad una possibilità di partnership economica. La Cina si è inserita in questo scontro ed è risultata simpatica agli africani ed ha offerto delle merci che non avevano la qualità di quelle europee. Dobbiamo chiederci se quello che chiamavamo come l’impero d’Occidente è ancora in grado di esercitare la sua vocazione. Io ritengo che non ci siano solo gli elementi legati alle innovazioni delle università cinesi. Credo che di università belle, con persone che studiano, ci sono in Cina. La cosa che mi preoccupa è il numero di cinesi che occupa le università americane. Quando vado nelle università americane faccio una vita comoda e vado in biblioteca alle 10 del mattino. Quando arrivo trovo tutti i posti occupati dai giovani cinesi. E quando ritorno alle 4 del pomeriggio trovo gli stessi studenti cinesi a studiare. Quindi l’uso delle strutture interessa come le abbiamo fatto noi. L’occidente è ancora il loro modello. Quindi credo che l’Occidente sia ancora in grado di fare molto. La Cina ha una montagna di soldi. Prima del crollo del muro di Berlino era noto che le banche dell’ex Unione sovietica erano straboccanti di liquidi che gli abitanti dell’ex Urss non sapevano come spendere perché non potevano comprare nulla. La Cina è riuscita ad utilizzare bene questi soldi. Ogni giorno il presidente della Federal Reserve deve chiedersi cosa fanno i cinesi. Questo significa che l’impero occidentale deve ripensare se stesso. Per quanto riguarda l’elemento dell’acquisizione tecnologica io penso che mentre la ricerca in Cina – come è stato detto – è fatta tutta da soggetti pubblici, in occidente è fatta anche da soggetti privati. In Cina non è così. Questo è uno svantaggio per la Cina. Questo conferma la mia teoria di superiorità dell’Occidente nei confronti di quello che chiamiamo come soft power. Inoltre noi abbiamo una supremazia che siamo contenti di non utilizzare: la tecnologia militare occidentale. Questo tipo di tecnologia è superiore a quella di qualsiasi altro soggetto internazionale”.
Santoro: “Non dimentichiamo che le spese militari degli Stati Uniti sono il 50 per cento delle spese militari complessive”.
Rebuffa: “Internet è un prodotto militare. Di questo non mi stupisco. Gli anni di pace della mia generazione. I 60 anni di pace sono dovuti ad un’altissima tecnologia militare: all’uso deterrente di quella tecnologia militare. Alcuni sistemi politici sono crollati senza sparare un colpo. L’Occidente resta più forte grazie al Soft power, ma anche all’hard power della tecnologia militare. Sarei contento che la Cina facesse parte di questo nuovo equilibrio imperiale. Spero che l’impero d’Occidente abbia fatto qualcosa di positivo che possa essere ricordato per il genere umano. Quindi ben vengano le olimpiadi di agosto e ben venga la Cina in questo quadro”.
Santoro: “Se posso esprimere un auspicio alla fine di questo dibattito, mi auguro che l’Italia torni a casa con un discreto bottino di medaglie e che gli Stati Uniti battano la Cina”.
Bonavoglia: “Noi offriamo tecnologia alla Cina e ai cinesi. Il 35-50 per cento viene chiamata in patria per utilizzare il training dei cinesi che sono andati all’estero. Quella dei cervelli italiani è una fuga senza ritorno”.
Bagella: Il direttore del più importante centro di ricerche economiche è un giovane economista che per 15 anni ha lavorato ed insegnato negli Stati Uniti. E adesso è rientrato nel paese di origine. E sta facendo un lavoro egregio, in sostituzione del vecchio direttore il quale è diventato vicedirettore operativo della Banca mondiale. E’ vero che c’è una presenza massiccia. Questo è effetto dei numeri. Nelle università americane, ma anche in quelle europee si sta sviluppando questa collaborazione con gli studenti cinesi. A Goteborg, gran parte degli studenti erano di origine asiatica. A me convince il discorso che l’Occidente deve ripensare a se stesso. Aggiungo che questa esigenza è spinta in avanti…Ce ne vorrà prima che i cinesi raggiungano gli americani in termini assoluti. Il reddito pro capite Usa resterà ancora per anni a livelli alti. Le previsioni di crescita assoluta sono fatte dal Fondo monetario internazionale e non da centri poco noti. Quando un’istituzione finanziaria mette su quei numeri che impressionano non credo che sbagli. Condivido l’idea relativa all’importanza della tecnologia militare. Oggi c’è un giocatore in più come la Cina sul campo del progresso tecnologico. Oggi le condizioni sono cambiate e ce ne stiamo accorgendo. Credo che in proiezione futura la nostra tecnologia, il nostro modo di vivere non sono in discussione. John Maynard Keynes diceva che nel lungo periodo saremo tutti morti. Sarà la generazione che ci seguirà a dire quello che accadrà”.