martedì 26 agosto 2008

XX settembre 1870. Le ultime ore del Papa Re

Come Pio IX perse il potere temporale
Questa notte Radio Radicale trasmette, in apertura della programmazione nottura (00.30 circa), una mia intervista dello scorso 12 ottobre con Antonio Di Pierro, autore de "L'ultimo giorno del Papa Re" (Mondadori). Ho visto che quest'anno i radicali celebreranno questa ricorrenza a Londra. Quindi quale migliore occasione per parlare di questo importante appuntamento con la cronaca e la storia di quel giorno che è piena di particolari da conoscere, soprattutto per i romani che conoscono la zona di Porta Pia solo per la presenza dei grandi magazzini de "La Rinascente" e basta. Buon ascolto.

Cosa cambia dopo i Giochi olimpici di Pechino?

Intervista al sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica
La Voce Repubblicana del 26 agosto 2008
di Lanfranco Palazzolo
(A destra la cerimonia di chiusura vista dall'esterno del nido d'uccello).

Dopo i giochi olimpici non è cambiato nulla sui diritti umani in Cina. Lo ha detto alla “Voce” il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica.
Senatore Mantica, i giochi olimpici si sono conclusi. Pensa che sia cambiato qualcosa sui diritti umani in Cina?
“Temo di no. Se c’era qualcosa da fare per dare forza ai diritti civili in Tibet andava fatta prima dell’inizio dei giochi e sul piano politico. Avevo auspicato che l’Ue prendesse una posizione nei confronti di questa manifestazione. I giochi ci sono stati ed oggi hanno poco senso sportivo, a parte gli atleti che fanno il loro dovere. Ma dopo la strumentalizzazione che è stata fatta, le olimpiadi sono tutto fuor che un evento sportivo nel giudizio complessivo. Non voglio togliere nulla al record sui cento metri di di Usain Bolton. Ma la Cina ha fatto un investimento politico su questo evento e ha ottenuto quello che si prefiggeva”.
Pensa che la ‘contaminazione’ economica della Cina con l’Occidente introdurrà in questo paese la democrazia?
“La ‘contaminazione’ può avere un senso. In Cina non ci sono forme pensionistiche e le famiglie hanno un solo figlio. I cinesi sanno perfettamente che tra una decina d’anni chi lavora dovrà mantenere sei persone. Ci sarà bisogno di più reddito o di forme di previdenza. Inoltre ci sarà bisogno di un’istruzione pubblica che in Cina non esiste. Non credo che i cinesi accetteranno sempre di lavorare 18 ore al giorno. E’ accaduto anche da noi nel XIX secolo. Non so se definirla contaminazione, ma credo nella necessità dei cinesi di cambiare in meglio le loro condizioni. Il contatto con l’Occidente può essere utile”.
La Cina è il paese asiatico più favorito nelle relazioni con l’Occidente?
“Credo che l’India lo sia molto di più. Questo paese di un miliardo di abitanti ha puntato sull’industria del software, sul terziario avanzato e sta superando molti problemi come la separazione tra caste. La Cina è più indietro”.
Tutti hanno paura della Cina. Sarkozy ha fatto incontrare il Dalai Lama a Carla Bruni…
“Non trovo giustificata questa paura. Nei rapporti internazionali deve prevalere il dialogo e il confronto. L’Europa punta al dialogo, però ha paura di trovarsi dalla parte del torto come è avvenuto nei rapporti con l’Africa a causa del ricordo colonialismo. Oggi la Cina, con il suo atteggiamento, sta facendo di peggio del colonialismo in Africa. Mentre l’Europa non riesce ad affrontare problemi come il Darfur. La Cina non teme il suo passato”.
Nel 1980 ci fu il boicottaggio dei giochi di Mosca dopo l’invasione dell’Afghanistan. La Cina di oggi è più potente dell’Urss?
“L’Urss era molto più forte della Cina di oggi. L’arma del boicottaggio è spuntata. Credo che oggi sia più importante il sostegno alle forze interne alla Cina che vogliono cambiare quella realtà”.

Praga 1968, i pasticcini a casa dell'ambasciatore

Fatti e Fattacci
La Voce Repubblicana del 26 agosto 2008

di Lanfranco Palazzolo
(A destra Piazza San Venceslao nel 1968 poco prima dell'arrivo dei carri sovietici)

L'intervento che avevo pubblicato qualche giorno fa sul blog è diventato un articolo che ho pubblicato oggi sulla "Voce". Eccolo nella versione modificata ed allungata. Buona lettura.


Diciamo la verità. L'anniversario dell'irruzione dei carri armati Sovietici a Praga il 21 agosto del 1968 è passato in sordina. Adesso tutti continueranno a dire che la posizione del Pci fu lungimirante perchè il Partito comunista italiano aveva criticato quell.azione militare con la famosa formula del "grave dissenso". Eppure i compagni del Pci furono i primi ad essere informati di quello che stava accadendo a Praga. Perchè non lanciarono l'allarme su quell'attacco e rimasero in silenzio? Ma vediamo dove si trovavano nell.agosto del 1968 i grandi dirigenti del Pci: Emanuele Macaluso era in vacanza in Urss; il segretario del Pci Luigi Longo si trovava a Dobi, vicino a Mosca; Giancarlo Pajetta si trovava tra Odessa e Yalta. Il funzionario di turno del Pci il 20 agosto del 1968 era Armando Cossutta che venne chiamato, insieme a Maurizio Ferrara, dall'ambasciata sovietica che doveva dare una comunicazione urgente al Pci. A dare uesta comunicazione fu l'ambasciatore Nikita Rijov. Erano le 19.30. L'ambasciatore sovietico icevette Armando Cossutta e gli altri funzionari comunisti e, tra un pasticcino e l'altro, spiegò ai due funzionari che i carri armati sovietici stavano per entrare a Praga. Cossutta gli chiese chi avesse dato quell.ordine. L'ambasciatore Rijov non rispose. L'atmosfera era imbarazzante. I funzionari comunisti se ne stavano per andare quando l'ambasciatore corse loro dietro pregando di non dire niente a nessuno. C'era stato un errore di comunicazione. La notizia era coperta da embargo. Forse l'ambasciatore non aveva letto bene il telex da Mosca. A quel punto Maurizio Ferrara ed Armando Cossutta erano gli unici dirigenti occidentali a sapere quello che nessun altro funzionario di un partito comunista occidentale conosceva. Cossutta e Ferrara corsero alla sede de l'Unità mettendosi in contatto con i funzionari di partito e i corrispondenti del quotidiano che si trovavano a Mosca: Qualcosa di nuovo? La risposta fu: No, non è accaduto nulla. Ma alle 02.00 di notte del 21 agosto arrivò il primo flash di agenzia: Truppe corazzate del Patto di Varsavia convergono su Praga.. I compagni del Pci rispettarono la consegna del silenzio. Spettò alla dirigenza del partito scrivere il comunicato sul grave dissenso del Pci. Lo stesso .grave dissenso. del Partito comunista rumeno. Ma quell.atteggiamento non servì certo a rompere con Mosca. Anzi, a ribadire che l.Italia - come disse qualche giorno dopo Pietro Ingrao alla Camera - doveva uscire dalla Nato. E del vero atteggiamento del Pci avrebbero fatto le spese gli esuli cecoslovacchi in Italia. Fortunatamente Jiri Pelikan, direttore della tv nazionale cecoslovacca, ha testimoniato come il Pci italiano cercò sempre di creare il vuoto intorno a questi esuli politici per non dispiacere l'Urss.

Quando l'Italia non programma l'oro

Riflessione dopo i giochi olimpici
di Lanfranco Palazzolo
LA Voce Repubblicana del 26 agosto 2008
(Josefa Idem, argento a Pechino)

Quando l’Italia non programma le scelte vincenti. Come sono andati gli azzurri alle Olimpiadi di Pechino? I bilanci si sprecano dopo la cerimonia di chiusura dei Giochi. Alla vigilia, gli specialisti di “Sport Illustrated” avevano predetto per l’Italia nel dettaglio le 28 medaglie, assegnando però 7 ori e 11 argenti agli azzurri. Per fortuna agli esperti americani era sfuggito un campione del calibro di Roberto Cammarelle, che di salire sul secondo gradino del podio non voleva proprio saperne. Questo trionfo non deve illudere nessuno perché alla fine il bilancio non è stato troppo positivo. Nel carniere azzurro si nota l’assenza di metalli pregiati provenienti da canottaggio (solo un argento, mai così in basso da Mosca 1980) e ciclismo su pista, settori da ricostruire, magari seguendo il modello della Gran Bretagna che in vista di Londra 2012 si è assicurata sette delle dieci medaglie d’oro assegnate al Laoshan Velodrome. Quasi inesistente invece la nazionale di atletica leggera – se si eccettuano le solite imprese della marcia - incapace persino di gestire la sua unica punta, quell’Andrew Howe arrivato acciaccato a Pechino per colpa di un capriccio. Per capire le ragioni di queste delusioni basta leggere qualche passaporto, controllando i dati anagrafici: Antonio Rossi, Massimiliano Rosolino, Giuseppe Gibilisco, Andrea Benelli, tutte punte di una squadra da ringiovanire in fretta perché fra quattro anni non si pensi di contare ancora su atleti eterni come Valentina Vezzali, Josefa Idem o Alessandra Sensini. Troppo poco anche il quarto posto dei ragazzi di Andrea Anastasi nella pallavolo per sollevare le sorti degli sport di squadra: per la pallanuoto è quasi un disastro, il calcio ancora una volta è scivolato su una buccia di banana, mentre ci si aspettava indubbiamente una medaglia dall’Italvolley donne. Non è nostro interesse scaricare gli errori di questa olimpiade sugli atleti. Forse è il caso di pensare meglio a come vengono gestite le singole federazioni sportive. E qui va fatto un discorso serio. Pochi giorni prima della cerimonia di chiusura dei giochi, l’ex allenatore della nazionale di Scherma italiana Christian Bauer ha puntato l’indice sul rapporto tra la politica e le federazioni sportive nel nostro paese. Questo malcostume aveva indotto Bauer a lasciare la nostra nazionale (vittoriosa) di scherma. Forse la scarsa capacità di trovare un adeguato ricambio generazionale nello sport italiano è dovuta anche alla scarsa capacità di alcune federazioni di puntare su giovani talenti invece che scegliere ancora gli stessi campioni ai quali non si può chiedere sempre il miracolo olimpico.
(l. p.)