sabato 6 settembre 2008

Fabei, regio esercito dilettante con la sua "legione straniera"

E gli indiani dissero "No" all'ordine di Mussolini
Di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 6 settembre 2008
(A destra il leader del fascismo indiano Chandra Bose)

Gli italiani ebbero una legione straniera nel corso della guerra. Ma non seppero sfruttarla. Lo ha detto alla “Voce” Stefano Fabei, autore del libro “La 'legione straniera' di Mussolini” (Mursia) che ripercorre le tormentate vicende dell'arruolamento di soldati stranieri nell'esercito italiano nel corso dell'ultima guerra.
Stefano Fabei, come è nata l'idea di questo studio?
“Mentre portavo avanti l'indagine sui movimenti di liberazione dell'area arabo islamica, il fascismo e il nazionalismo, ho accumulato materiale sulla storia di vari movimenti che entrarono in contatto con il regime fascista e fornirono volontari nella lotta intrapresa dall'asse contro la Francia e la Gran Bretagna. Molti stranieri si arruolarono con gli italiani per motivi di simpatia politica-ideologica con il fascismo e per ragioni machiavelliche: la Francia e l'Inghilterra erano in lotta contro il regimi totalitari di Roma e Berlino. Per questa ragione, il fascismo poteva sviluppare una politica di collaborazione politica e militare con il mondo arabo e i popoli dell'Asia”.
Le ragioni di questa collaborazione erano solo ideali?
“Non tutte. In molti si arruolarono per sfuggire alle condizioni dei campi di concentramento dove erano prigionieri di guerra. Il discorso vale per gli Indiani che avevano combattuto con gli inglesi. Ci furono casi in cui le motivazioni ideali erano forti. Molti maltesi si arruolarono nella convinzione che questa piccola isola potesse rivendicare la sua italianità. I cosacchi entrarono nell'esercito italiano per combattere la dittatura comunista di Stalin”.
Da quali soldati di questa 'legione straniera' giunse il contributo più significativo?
“Credo che qualche risultato tattico di rilievo giunse soprattutto dagli arruolamenti che vennero fatti dagli italiani nella ex Jugoslavia. Mentre il tentativo italiano di arruolare arabi ed indiani non ebbe un grande successo. In questo caso questo fu un arruolamento tardivo e fatto con scarsa convinzione dall'esercito italiano. L'esercito italiano non spese molti soldi per investire nell'armamento degli indiani e degli arabi. Gli indiani volevano essere utilizzati come forze militari per la 'liberazione' dell'India dal dominio britannico. Ma i vertici dell'esercito italiano vollero utilizzare queste truppe in Africa settentrionale. Per questo ci fu un ammutinamento degli indiani che furono rispediti nei campi di concentramento”.
Gli italiani erano diffidenti nei confronti di questa 'legione straniera' o il nostro comportamento fu caratterizzato da un certo dilettantismo?
“Credo che il dilettantismo dell'esercito italiano fu determinante. I centri militari e quelli del potere politico si ostacolarono a vicenda senza portare ad un risultato positivo per questi arruolamenti. E il disastro fu quasi totale”.