sabato 13 settembre 2008

Ecco la casta degli "atleti di Stato"


Perchè lo Stato controlla lo sport italiano?
Intervista a Stefano Frapiccini
Di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 13 settembre 2008
In Italia la vittoria sportiva è frutto dell’intervento dello Stato. Lo ha detto in questa intervista Stefano Frapiccini, autore del libro “Atleti di Stato” (Edizioni progetto cultura). In questo libro l’autore di occupa della “storia, struttura e medaglie olimpiche dei gruppi sportivi delle forze armate e dei corpi di polizia” e spiega quanto costano alle tasche degli italiani le vittorie dei nostri campioni.
Stefano Frapiccini, come è nata l’idea di questo libro e cosa ha voluto denunciare con “Atleti di Stato”?
“Il libro nasce dall’esigenza di approfondire la massiccia presenza nello sport di atleti dipendenti dallo Stato nelle forze armate e nei corpi di polizia nelle ultime sette edizioni delle olimpiadi. Volevo capire perché questo numero cresceva sempre di più. Quando ho studiato questa materia sono arrivato ad una legge che fu approvata nel 2000. Si trattava di una legge che prevedeva il riordino delle forze di polizia, la quale stabiliva che l’Arma dei carabinieri dovesse diventare la quarta arma dello Stato. In questa legge c’era anche una norma che prevedeva l’assunzione diretta degli atleti del CONI nei corpi armati dello Stato”.
Però gli atleti erano già presenti in questi corpi?
“Si la loro esistenza in questi corpi risaliva a prima del 2000. Diciamo che con questa legge vi è stata una legalizzazione di una prassi”.
Quanti sono questi atleti stipendiati?
“Si parla di 2000, 2500 atleti stipendiati dallo Stato. La considerazione sugli ‘atleti di Stato’ nasce da quella definizione dispregiativa che veniva affibbiata agli atleti dell’Europa dell’Est. Questi sportivi venivano presentati come dei dilettanti. In realtà erano stipendiati dallo Stato solo per fare sport. Anche in Italia abbiamo gli atleti di Stato che sono stipendiati solo per fare sport. La legge prevede che siano assunti quegli atleti che siano riconosciuti di interesse nazionale dalla loro federazione sportiva. E’ una sorta di titolo necessario per la partecipazione ai concorsi che periodicamente vengono emanati per far assumere questi atleti nelle pubbliche amministrazioni statali. La differenza con i paesi dell’Est è che l’Italia non è mai stato un Paese comunista. Ne potevamo fare a meno”.
Chi è responsabile di questa scelta politica?
“Non c’è una responsabilità specifica. All’epoca vi era un Governo di centrosinistra. Ma l’approvazione di questa parte del provvedimento che consentiva l’ufficializzazione degli atleti di Stato è stata trasversale. Dal 2000 la vittoria sportiva è stato un aspetto della vita pubblica di questo paese da colmare con l’intervento dello Stato. In questo caso si tratta di un intervento diretto. Quando viene bandito un concorso si sa anche chi verrà assunto. E questi atleti avranno uno stipendio garantito per tutta la vita”.