martedì 11 novembre 2008

Life difficoult for Obama in the italian Pd

"Voce Repubblicana", 12 novembre 2008
Interview with Gianfranco Pasquino
by Lanfranco Palazzolo
Life difficult for Barack Obama if he had wanted to stand in the presidential primary in the Italian Democratic Party. He told the "Voice" the political scientist Gianfranco Pasquino.
Professor Pasquino, Marco Pannella has cooled the enthusiasm of Pd for the election of Barack Obama for President of the United States whereas the Pd probably would not have a candidate like him at the primary election of the Democratic Party in Italy.
"I think there is truth in what he said Pannella. I think Obama would be able to toil to appear in the elections of the Democratic Party primary Italian. Probably would have discouraged. But he would insist that a man is determined. Then, win would be one thing and another thing to govern again. With its clear Obama probably would have difficulties to represent a party that has always had ideas confused. And that is unable to provide a platform for a convincing new government".
Saw this as a reflection of Italian politics about Obama? Believes that the italian Pd has been superficial or believe that positive contributions came from?
"Obama's victory has opened the outlook for some sectors of European reformism. It 'was therefore right that the Pd had looked forward to newly elected President. But I do not think that there are programmatic news that the Democratic Party can learn from the Democrats. In the U.S. we are really facing a generational change. Obama has 47 years, while Veltroni has 52-53. And so the generational change has yet to come. Even as the leaders of Pd traveling around 60 years".
What do you think the controversy on the beat Berlusconi on Obama?
"Berlusconi did not commit a gaffe. He said what really thinks. The head of government has this kind of attitude that makes him tell a joke, a joke or do things like that. If Berlusconi had said those things in private to Obama there was nothing wrong. Ma said the international arena, in a context where some Americans would not have voted for Obama for the color of his skin has other implications. This decreases its international influence".
We have seen that during the primary for Democrats Geraldine Ferraro attacked Obama, saying that its success depended on the color of his skin. Hillary Clinton has also evoked an attack against Obama. This is worse?
"In spite or rancor can say unpleasant things. And that remains unpleasant. But after Hillary Clinton acknowledged Obama's victory in the primary and has supported. And I believe that Clinton has apologized".

Vita difficile per Obama nel Pd italiano

Voce Repubblicana del 12 novembre 2008
di Lanfranco Palazzolo
Intervista al politologo Gianfranco Pasquino

Quelli del Pd italiano avrebbero reso difficile la vita a Barack Obama se avesse voluto candidarsi alle primarie del Partito democratico. Lo ha detto alla “Voce” il politologo Gianfranco Pasquino.
Professor Pasquino, Marco Pannella ha raffreddato gli entusiasmi del Pd per l’elezione di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti ricordando che probabilmente il Pd non avrebbe candidato uno come lui alla guida del partito democratico in Italia.
“Credo che ci sia del vero in quello che ha detto Pannella. Penso che Obama sarebbe riuscito a fatica a presentarsi alle elezioni primarie del Partito democratico italiano. Probabilmente lo avrebbero scoraggiato. Ma lui avrebbe insistito perché è un uomo determinato. Dopodichè, vincere sarebbe stata una cosa e governare un’altra cosa ancora. Con le sue idee chiare probabilmente Obama avrebbe avuto delle difficoltà a rappresentare un partito che ha sempre avuto delle idee confuse. E che non è in grado di fornire una piattaforma convincente ad un nuovo Governo”.
Come ha visto questo riflesso della politica italiana nei confronti di Obama? Crede che il Pd sia stato superficiale o crede che siano arrivati contributi positivi dall’Italia?
“La vittoria di Obama ha aperto delle prospettive ad alcuni settori del riformismo europeo. E’ stato quindi giusto che il Pd abbia guardato con fiducia al neo presidente eletto. Ma non credo che ci siano delle novità programmatiche che il Partito democratico riesce a trarre dall’esperienza dei Democrats. Negli Stati Uniti siamo davvero di fronte ad un cambio generazionale. Obama ha 47 anni, mentre Veltroni ne ha 52-53. E quindi il cambio generazionale deve ancora venire. Anche perché i leader del Pd viaggiano intorno ai 60 anni”.
Cosa ne pensa della polemica sulla battuta di Berlusconi su Obama?
“Berlusconi non ha commesso una gaffe. Ha detto quello che pensa veramente. Il capo del Governo ha questo tipo di mentalità che gli fa raccontare una barzelletta, fare uno scherzo o cose del genere. Se Berlusconi avesse detto quelle cose in privato ad Obama non ci sarebbe stato nulla di male. Ma dirlo sulla scena internazionale, in un contesto dove alcuni americani non avrebbero votato per Obama per il colore della sua pelle ha altre implicazioni. Questo diminuisce la sua influenza internazionale”.
Noi abbiamo visto che nel corso delle primarie dei Democrats Geraldine Ferraro ha attaccato Obama dicendo che il suo successo dipendeva dal colore della sua pelle. Hillary Clinton ha evocato anche un attentato contro Obama. Questo non è peggio?
“Per ripicca o per rancore si possono dire cose sgradevoli. E che rimangono sgradevoli. Ma dopo Hillary Clinton ha riconosciuto la vittoria di Obama nelle primarie e lo ha appoggiato. E credo che la Clinton abbia chiesto scusa”.

Ci vuole un Senato delle regioni

Intervista al professor Tommaso Edoardo Frosini
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 12 novembre 2008

Gianfranco Fini e Massimo D’Alema hanno pensato alla bicamerale sul federalismo perché nel nostro ordinamento costituzionale manca una camera di rappresentanza delle regioni. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana il professor Tommaso Edoardo Frosini, costituzionalista e Professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato, Università di Napoli. “Suor Orsola Benincasa”.
Professor Frosini, cosa ne pensa della proposta di istituire una Commissione bicamerale sul problema del federalismo fiscale che è stata lanciata dal Presidente della Camera Gianfranco Fini e da Massimo D’Alema?
“Se si pensa che la proposta è stata lanciata dalla convergenza dal Presidente della Camera Gianfranco Fini e da un esponente dell’opposizione – anche se non è il leader – c’è da rimanere perplessi perché si può immaginare che i due – in particolare il Presidente Fini – spingano per una soluzione parlamentare. Si pensa di istituire una Commissione ad hoc che dovranno dare ‘sfogo’ alla legislazione sul federalismo fiscale. Non sono in grado di dire se questo sia un bene o no. Ci vorrebbe la sfera di cristallo per sapere se la formula della Bicamerale possa dirsi vincente”.
Cosa ci dicono i precedenti?
“Se guardiamo alla storia più recente del nostro Parlamento e del funzionamento delle bicamerali, ci troviamo di fronte ad un percorso di chiaro e di scuri. Nel senso che la bicamerale per la riforma della Costituzione presieduta da D’Alema nel 1997 fallì nel suo intento. Ma ci sono state altre bicamerali come quella presieduta dall’onorevole Vincenzo Cerulli Irelli che lavorò molto bene sulle tematiche dell’attuazione del federalismo di tipo amministrativo. Riprendere il cammino parlamentare delle riforme attraverso una Commissione bicamerale può essere una sfida. E può anche essere il desiderio di restituire al Parlamento un compito organizzativo e lavorativo. Secondo me, questo è il tentativo di supplire – attraverso una bicamerale – all’assenza di una camera delle regioni. Il problema dei problemi è che con la riforma del titolo V della Costituzione è cambiato l’assetto del potere territoriale. Oggi le Regioni hanno una competenza maggiore rispetto a quella che avevano prima del 2001. Anzi hanno una competenza residuale: tutto quello che non è specificato per lo Stato spetta alle Regioni. Credo che manchi un momento di confronto e di coagulo attraverso quella che chiamiamo una camera rappresentativa delle autonomie territoriali. E da qui sono scaturiti i tentativi di concertazione della Conferenza Stato-Regioni, la Commissione per le questioni regionali integrata dai rappresentanti dell’assemblea regionale. Questa bicamerale è stata pensata da D’Alema e Fini per ovviare alla mancanza di una Camera delle Regioni”.
Crede che le Regioni abbiano dato una buona prova di se di fronte alla responsabilizzazione assunta nel 1970 con la nascita delle regioni e poi in questi ultimi anni con la modifica del Titolo V della Costituzione?
“Tenderei a dividere in due tronconi la storia delle regioni: il primo dalla nascita delle regioni fino all’approvazione del nuovo Titolo V della Costituzione. E poi il periodo dal 2001 ad oggi. Il lavoro delle Regioni è stato di gran lunga ridotto rispetto a quello assunto dal 2001 in poi da questi enti. Negli ultimi anni, l’atteggiamento delle Regioni è stato schizofrenico. Ne è la prova il contenzioso prodotto in questi anni di fronte alla Corte Costituzionale. Questo contenzioso è frutto della difficoltà interpretativa delle competenze fra Stato e Regioni. Oggi, molte Regioni usano impugnare di fronte alla Corte delle leggi statali perché ritengono che queste siano invasive delle loro competenze. Basta guardare la giurisprudenza costituzionale di questi ultimi cinque anni. Questa è prevalentemente occupata dal contenzioso tra lo Stato e le regioni. In molti casi, le regioni hanno finito per impugnare le leggi statali prodotte da un Governo la cui maggioranza parlamentare era opposta a quella dell’organo rappresentativo delle regioni. Le regioni a governo di sinistra hanno impugnato leggi del governo di centrodestra per mettere in difficoltà il Governo”.
Quale è stato il caso più clamoroso?
“C’è stata una sentenza – la 303 del 2003 – dove le Regioni impugnavano la legge sulle grandi opere pubbliche. Se quella legge fosse stata sottratta alla competenza dello Stato avrebbe fatto perdere allo Stato centinaia e centinaia di miliardi. Si trattava di una partita del bilancio dello Stato. La Corte costituzionale fu costretta a dover dirimere la questione andando ad interpretare il concetto di sussidiarietà, dicendo che questa può valere anche a favore dello Stato. Si tratta di una concezione ‘ascensoriale’ della sussidiarietà. In questo caso si riuscì a giustificare che la legislazione sulle grandi opere pubbliche era di spettanza statale. Ora è chiaro che questa tensione tra Stato e Regione è dovuta al fatto che da noi manca una camera rappresentativa in grado di prevenire questo conflitto”.
Quali sono gli esempi classici da citare per spiegare come la seconda camera è in grado di risolvere certi problemi?
“Negli Stati Uniti, paese federalista, il Senato assolve a questo compito. Anche in Germania, altro paese federale, il Bundesrat rappresenta i singoli laender”.
Il federalismo fiscale potrebbe creare un conflitto con la politica impositiva del Governo?
“Il federalismo fiscale è un principio, un istituto, un indirizzo che attua la Costituzione. Abbiamo una norma della Costituzione che prevede questa il federalismo fiscale. Questo è un punto fermo. Il federalismo fiscale nasce dalla volontà di diversificare territorialmente il sistema fiscale. Il testo presentato dal ministro della Semplificazione Roberto Calderoli è buono. E’ bene anche che questa proposta sia approvata la maggioranza più larga possibil. Questo progetto implica che le regioni siano responsabilizzate rispetto alle loro scelte di spesa pubblica. In alcune regioni sono stati commessi tanti errori nella spesa pubblica. L’importante è non innescare uno spirito concorrenziale tra le regioni. In questo modo si rischierebbe di avere delle regioni di serie A con delle regioni di serie B. Il federalismo fiscale è un sistema da sperimentare. Dobbiamo provare il cambiamento e vedere il risultato di queste riforme. Se il legislatore si renderà conto di avere sbagliato potrà sempre tornare indietro”.