mercoledì 19 novembre 2008

La storia vista da Sergio Zavoli

Libri / Dal 1945 a oggi la storia secondo Sergio Zavoli
Pubblicata su "Il Velino" del 30 novembre 2007
su intervista a Radio Radicale del 28 novembre 2007
di Lanfranco Palazzolo

Roma, 30 nov (Velino) - Una storia coinvolgente che parte dal secondo conflitto mondiale e arriva ai nostri giorni caratterizzati dalla tragedia dell’11 settembre 2001. È quella tracciata da Sergio Zavoli nel suo ultimo libro “La questione. Eclisse di Dio e della storia?” (Rizzoli) che il giornalista ha illustrato a Radio Radicale. Zavoli, in questo volume, continua la raccolta delle annotazioni politiche e storiche cominciate con il fortunatissimo “Viaggio intorno all’uomo” (Società editrice internazionale, 1969). “Nel mio libro non ho detto nulla di inedito - ha spiegato il giornalista -. Il lettore non si troverà a leggere un volume che stupisce. Parlo di certe cose che accadono nel mondo e di cui si parla sempre. Ci sono delle questioni irrisolte in quanto sarà sempre difficile mettere insieme la buona volontà con la risolutezza. Se ne parla...Si rimandano le soluzioni...Si trova sempre una giustificazione per non venire a capo delle cose. In realtà, il libro affronta tutti quei conti, quei temi che non siamo riusciti a far tornare. Sono dei conti difficili che risalgono a tempi lontanissimi. Mi riferisco alla questione del primato religioso tra l’islamismo e il cristianesimo, rinfocolato dagli appiccatori di incendi che naturalmente hanno trovato buon gioco nella questione dell’11 settembre del 2001”.
Una storia coinvolgente che parte dal secondo conflitto mondiale e arriva ai nostri giorni caratterizzati dalla tragedia dell’11 settembre 2001. È quella tracciata da Sergio Zavoli nel suo ultimo libro “La questione. Eclisse di Dio e della storia?” (Rizzoli) che il giornalista ha illustrato a Radio Radicale. Zavoli, in questo volume, continua la raccolta delle annotazioni politiche e storiche cominciate con il fortunatissimo “Viaggio intorno all’uomo” (Società editrice internazionale, 1969). “Nel mio libro non ho detto nulla di inedito - ha spiegato il giornalista -. Il lettore non si troverà a leggere un volume che stupisce. Parlo di certe cose che accadono nel mondo e di cui si parla sempre. Ci sono delle questioni irrisolte in quanto sarà sempre difficile mettere insieme la buona volontà con la risolutezza. Se ne parla...Si rimandano le soluzioni...Si trova sempre una giustificazione per non venire a capo delle cose. In realtà, il libro affronta tutti quei conti, quei temi che non siamo riusciti a far tornare. Sono dei conti difficili che risalgono a tempi lontanissimi. Mi riferisco alla questione del primato religioso tra l’islamismo e il cristianesimo, rinfocolato dagli appiccatori di incendi che naturalmente hanno trovato buon gioco nella questione dell’11 settembre del 2001”. “In quella occasione - ha proseguito Zavoli -, invece di venire a capo della questione del terrorismo, si è pensato di poter utilizzare e strumentalizzare quella tragedia per rimettere in campo la questione di questa supremazia che vedeva in supremazia i difensori di una causa rispetto che un’altra. Ci sono state molte persone che hanno gettato benzina sul fuoco invitando la gente a rifiutare in blocco i simboli dell’Islam senza pensare che quella del fondamentalismo era una frangia di disperati, di devianti, di forsennati che non possono assolutamente essere considerati alla stregua di tutto ciò che è l’Islam. Questa idea del primato dell’Occidente, del cristianesimo, dell’umanesimo tutto nostrano non ha tenuto conto di questa grandissima civiltà che è l’Islam”. Tra gli altri temi affrontati nel libro, Zavoli elenca “la caduta dello spirito civico e quindi della cittadinanza, di non credere più che siamo una comunità; l’idea della divisione e del disincanto nei confronti della politica”. A proposito di questo argomento, il giornalista ha inteso fare chiarezza: “L’antipolitica è stata enfatizzata persino dai comici che hanno gozzovigliato con questa idea di rimettere in discussione tutto della storia democratica del nostro paese. Eppure, noi sappiamo che non c’è mai tanto bisogno di politica quando proprio la politica stessa sembra ci autorizzi a voltarle le spalle”. Nella “Questione”, Zavoli vuole attenuare anche la dicotomia tra la conoscenza scientifica e quella umanistica: “Sostengo nel libro che tutto quello che produce la scienza ha anche un significato umanistico perché non c’è cosa della scienza che non vada a interferire in un sistema di valori che coinvolge porzioni gigantesche di opinione pubblica legata a valori come quelli religiosi e laici”. Zavoli si sofferma anche sui temi della tolleranza nei confronti dei diversi, degli “altri”, di coloro che non sono come noi. A questo riguardo il giornalista affida al nuovo secolo un compito importantissimo: “Io credo che sia giusto pensare che questo sarà il secolo del senso del significato, dell’approfondimento. Se non faremo così potremmo andare incontro a qualcosa di molto inquietante”. In merito all’appellativo di “socialista di Dio” che gli era stato affibbiato in passato, Zavoli ricorda che “quello fu il titolo di un libro che vinse anche il premio bancarella (Edizioni Club del libro, 1981). “In verità – ha spiegato - il titolo non fu una mia invenzione, ma di Sergio Saviane che all’epoca era un fustigatore di mezzibusti nella sua rubrica sull’Espresso. All’epoca dissi che credevo di non credere spiegando di non avere una fede salda. Allora lui pensò di giocare con uno sberleffo apostrofandomi come ‘Socialista di Dio’. Rimase uno sberleffo che mi portò fortuna. Questa definizione ha una sua ragionevolezza sebbene io capisca che questa frase nascesse da uno spirito ostile”. Riguardo al tema della rigida separazione tra sfera laica e cattolica, Zavoli ha commentato: “Un certo massimalismo ecclesiastico nasce dal fatto che ci troviamo per la prima volta senza un mediatore che in qualche modo interpreti le esigenze e le istanze della Chiesa. E quindi questa si è trovata nelle condizioni di dover scendere in campo e di affrontare materie che erano chiarissime dal punto di vista del magistero e che non erano chiare nello stesso tempo in cui dovevano essere illustrate in termini politici. Per parlare chiaro, non c’era più la Democrazia cristiana che faceva da filtro. Da qui nasce quell’indurimento della Chiesa nell’esigere il rispetto di valori assoluti e dogmatici. Ma d’altra parte la Chiesa esprime una cosa che non può essere dimenticata: lo spirito di Assisi. Giovanni Paolo II disse ai rappresentanti delle più grandi religioni del mondo che non potrà più esservi una guerra di religione combattuta in nome di Dio e una preghiera che possa permettersi di salire più in alto delle altre. Questa è stata una grande prova di ecumenismo che certo non possiamo dimenticare. La politica dovrebbe seguire questo esempio nel trovare le cose che uniscono e non quelle che dividono”.
“In quella occasione - ha proseguito Zavoli -, invece di venire a capo della questione del terrorismo, si è pensato di poter utilizzare e strumentalizzare quella tragedia per rimettere in campo la questione di questa supremazia che vedeva in supremazia i difensori di una causa rispetto che un’altra. Ci sono state molte persone che hanno gettato benzina sul fuoco invitando la gente a rifiutare in blocco i simboli dell’Islam senza pensare che quella del fondamentalismo era una frangia di disperati, di devianti, di forsennati che non possono assolutamente essere considerati alla stregua di tutto ciò che è l’Islam. Questa idea del primato dell’Occidente, del cristianesimo, dell’umanesimo tutto nostrano non ha tenuto conto di questa grandissima civiltà che è l’Islam”. Tra gli altri temi affrontati nel libro, Zavoli elenca “la caduta dello spirito civico e quindi della cittadinanza, di non credere più che siamo una comunità; l’idea della divisione e del disincanto nei confronti della politica”. A proposito di questo argomento, il giornalista ha inteso fare chiarezza: “L’antipolitica è stata enfatizzata persino dai comici che hanno gozzovigliato con questa idea di rimettere in discussione tutto della storia democratica del nostro paese. Eppure, noi sappiamo che non c’è mai tanto bisogno di politica quando proprio la politica stessa sembra ci autorizzi a voltarle le spalle”.
Nella “Questione”, Zavoli vuole attenuare anche la dicotomia tra la conoscenza scientifica e quella umanistica: “Sostengo nel libro che tutto quello che produce la scienza ha anche un significato umanistico perché non c’è cosa della scienza che non vada a interferire in un sistema di valori che coinvolge porzioni gigantesche di opinione pubblica legata a valori come quelli religiosi e laici”. Zavoli si sofferma anche sui temi della tolleranza nei confronti dei diversi, degli “altri”, di coloro che non sono come noi. A questo riguardo il giornalista affida al nuovo secolo un compito importantissimo: “Io credo che sia giusto pensare che questo sarà il secolo del senso del significato, dell’approfondimento. Se non faremo così potremmo andare incontro a qualcosa di molto inquietante”. In merito all’appellativo di “socialista di Dio” che gli era stato affibbiato in passato, Zavoli ricorda che “quello fu il titolo di un libro che vinse anche il premio bancarella (Edizioni Club del libro, 1981). “In verità – ha spiegato - il titolo non fu una mia invenzione, ma di Sergio Saviane che all’epoca era un fustigatore di mezzibusti nella sua rubrica sull’Espresso. All’epoca dissi che credevo di non credere spiegando di non avere una fede salda. Allora lui pensò di giocare con uno sberleffo apostrofandomi come ‘Socialista di Dio’. Rimase uno sberleffo che mi portò fortuna. Questa definizione ha una sua ragionevolezza sebbene io capisca che questa frase nascesse da uno spirito ostile”.
Riguardo al tema della rigida separazione tra sfera laica e cattolica, Zavoli ha commentato: “Un certo massimalismo ecclesiastico nasce dal fatto che ci troviamo per la prima volta senza un mediatore che in qualche modo interpreti le esigenze e le istanze della Chiesa. E quindi questa si è trovata nelle condizioni di dover scendere in campo e di affrontare materie che erano chiarissime dal punto di vista del magistero e che non erano chiare nello stesso tempo in cui dovevano essere illustrate in termini politici. Per parlare chiaro, non c’era più la Democrazia cristiana che faceva da filtro. Da qui nasce quell’indurimento della Chiesa nell’esigere il rispetto di valori assoluti e dogmatici. Ma d’altra parte la Chiesa esprime una cosa che non può essere dimenticata: lo spirito di Assisi. Giovanni Paolo II disse ai rappresentanti delle più grandi religioni del mondo che non potrà più esservi una guerra di religione combattuta in nome di Dio e una preghiera che possa permettersi di salire più in alto delle altre. Questa è stata una grande prova di ecumenismo che certo non possiamo dimenticare. La politica dovrebbe seguire questo esempio nel trovare le cose che uniscono e non quelle che dividono”.

(pal) 30 nov 2007 11:30

E un errore rappresentare solo la protesta

Intervista a Paolo Pirani (UIL)

Voce Repubblicana del 20 novembre 2008
di Lanfranco Palazzolo
(A destra Paolo Pirani con il leader della CGIL Epifani)
La Cgil ha scelto la strada della rappresentazione della protesta. Noi riteniamo che questa sia una strada sbagliata. Lo ha detto alla “Voce” Paolo Pirani, segretario confederale della Uil.
Paolo Pirani, come definirebbe i rapporti della Uil con la Cgil in questa fase?
“I rapporti non sono buoni perché la Cgil ha imboccato una strada innaturale. L’idea della Cgil non è quella di fare accordi e di realizzare questi accordi. Il sindacato guidato da Guglielmo Epifani ha scelto la strada della rappresentazione della protesta senza avere uno sbocco che sia uno sbocco politico. Questa scelta allontana le posizioni della Cgil da quelle che abbiamo sempre avuto come Uil. Noi pensiamo che sia importante fare accordi come quello che riguarda la riforma del modello di contratto. Oggi dobbiamo confrontarci con le priorità della crisi, ma anche con quella relativa ai salari. Gli stipendi vanno tutelati e aumentati. E per fare questo occorre un nuovo modello. Non serve fare gli scioperi per realizzare questo tipo di risultato”.
I sindacati sono apparsi convinti nel chiedere gli aumenti salariali o hanno puntato soltanto alla detassazione degli straordinari?
“Vogliamo che i salari aumentino. E pensiamo che si possa migliorare la produttività migliorando i benefici fiscali sulla produttività. Ci battiamo su questi due fronti”.
Crede che questa divisione con la Cgil, che si ripropone ciclicamente, sia anche il riflesso dei cambiamenti politici di questi anni?
“Non credo al sindacato di partito. Penso che il sindacato debba essere autonomo ed indipendente. E rispondere ai lavoratori”.
Pensate di aver fatto il possibile per l’accordo contrattuale sulla pubblica amministrazione?
“Per gli statali abbiamo fatto un contratto per il biennio 2008-2009. Una parte degli aumenti erano stati già determinati da Tommaso Padoa Schioppa nella precedente finanziaria. Questo Governo ha aggiunto il carico da 11 con il taglio del salario accessorio. Noi abbiamo portato a casa l’impegno per ripristinare il salario accessorio. Inoltre abbiamo concluso il contratto definendo l’impegno del governo per applicare nel pubblico gli accordi che raggiungeremo nel privato per applicarli nel pubblico. Abbiamo fatto un ottimo lavoro”.
E’ giusta una riforma del diritto di sciopero?
“Sono da rivedere le regole del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali. Abbiamo proposto l’opportunità di fare il referendum tra i lavoratori per proclamare gli scioperi”.
Il referendum renderà più difficile gli scioperi?
“Sicuramente li rafforza. Questo eviterà che una minoranza di lavoratori sequestri di diritti della maggioranza”.
Cosa ne pensa degli scioperi bianchi in Alitalia?
“Non vedo scioperi bianchi. Ma solo la difesa di una corporazione che non ha niente a che vedere con l’esercizio di un diritto costituzionale”.