martedì 2 dicembre 2008

Veltroni ha paralizzato il Pd

Intervista a Peppino Caldarola
Voce Repubblicana 3 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

La segreteria Veltroni è completamente paralizzata. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” Peppino Caldarola, ex direttore de l’Unità ed ex parlamentare dei Ds.
Onorevole Caldarola, Massimo D’Alema ha annunciato il suo “ritorno” nel Partito democratico.
“Credo che D’Alema sia preoccupato della situazione del Partito democratico, che mi pare per niente brillante. Questo cambia molto. L’altra ragione per la quale Massimo D’Alema intende impegnarsi è perché Veltroni ha cercato di ‘rinchiudere’ i dalemiani in una sorta di riserva indiana. D’Alema vuole rompere questo assedio ed affermare un pieno diritto di cittadinanza nel partito senza quelle accuse delegittimanti che ci sono state subito dopo il caso Villari e il caso Latorre”.
La segreteria Veltroni può essere accusata di ‘immobilismo’?
“Mi pare che il partito sia paralizzato dalle sue non scelte. Come si vede, si accumula il materiale esplosivo come il tema dell’adesione del Pd alle grandi famiglie politiche europee e la ribellione dei dirigenti del Nord che vorrebbero il partito del Nord federato con il partito nazionale. A questo quadro si debbono aggiungere i conflitti tra D’Alema e Veltroni. Ci sono tante anime del Pd che vivono questa fase con disagio. Penso ai prodiani e agli ex prodiani come Rosy Bindi ed Arturo Parisi. In questi mesi i motivi di conflitto si sono accumulati. Non ultima, la scelta di appoggiare o non appoggiare la Cgil. Nessuno di questi motivi di polemica viene sciolto dalla segreteria Veltroni, che mi pare paralizzata. Per la Direzione del Pd del 19 dicembre si annuncia una conta politica interna”.
Per il Pd è salutare fare un congresso alla vigilia delle europee oppure si teme il big bang?
“Il big bang alla vigilia delle europee sui può fare per due ragioni: a causa di un risultato negativo alle regionali in Abruzzo e se non si decide con chi andare alle europee. Se ci sarà questa seconda incertezza, il Pd sarà l’unico partito italiano che non dice a quale famiglia politica si iscrive. Questo mi fa dire che il rischio di big bang sia concreto. Può anche darsi – come accade nei grandi partiti – che il rischio di implosione spinga tutti a cercare una riappacificazione. Ma ho l’impressione che i conflitti di cui stiamo parlando non siano più personali. Lo vedo come uno scontro di alternative politiche difficile da sanare. Un congresso sarebbe opportuno per chiarire chi deve guidare il partito. Continuare così non aiuta il Pd”.
La personalità politica di D’Alema è più forte di quella di Veltroni?
“Credo che D’Alema abbia le idee chiare su quello che vuol fare soprattutto con il Pse. E soprattutto vuole un partito radicato sul territorio, visibile. Questa chiarezza non la vedo in Veltroni che appare legato a questa alleanza mortale per il Pd con Di Pietro”.

L'America non farà da sola

Intervista ad Umberto Ranieri
Voce Repubblicana, dicembre 2008
Di Lanfranco Palazzolo

L’America di Obama non pensa di affrontare da sola le sfide impegnative del futuro e guarda anche all’Europa. Lo ha detto alla “Voce” l’ex Presidente della Commissione Esteri Umberto Ranieri, esponente del Partito democratico.
Onorevole Ranieri, come valuta le prima mosse del nuovo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama per la formazione della sua squadra alla Casa Bianca e le sue aperture verso i Clinton e John McCain?
“Mi pare che Obama si stia sforzando a dare vita ad un governo che veda la presenza di figure competenti ed esperte in grado di garantire una guida efficace nel campo dell’economia e della sicurezza per gli Stati Uniti in un momento particolarmente difficile e complesso della situazione economica ed internazionale. L’accento che egli mette nell’impegno di poter impegnare forze capaci – indipendentemente dalla loro appartenenza politica – assumendo come criterio di valutazione l’esperienza, l’abilità e la dedizione agli interessi del Paese mi sembra uno sforzo molto importante e convincente”.
Quali saranno gli effetti di questa nuova amministrazione democratica nei rapporti con l’Europa?
“Uno dei punti innovativi della strategia politica della nuova amministrazione, mi pare sia quella di ritenere conclusa l’illusione che gli Stati Uniti possano farcela da soli ad affrontare le sfide impegnative che stanno innanzi all’America e alla Comunità internazionale. In Obama c’è la consapevolezza che anche un grande paese come gli Stati Uniti ha bisogno di alleati. Da questo punto di vista c’è una novità rilevante rispetto all’esperienza dell’amministrazione Bush che aveva sottovalutato il ruolo degli alleati e la funzione delle istituzioni internazionali. Mi pare che ci sia una svolta. E in questo contesto, il ruolo al quale l’Europa può assolvere può essere importante. Occorre rilanciare la cooperazione tra Europa e Stati Uniti su basi più solide. Per fare questo occorre un mutamento di rotta che è in corso nella politica americana. E soprattutto una capacità dell’Europa di mostrarsi all’altezza di nuove responsabilità”.
In questo contesto come valuta la politica che sta seguendo la Russia?
“Per alcuni aspetti vedo il riemergere di una tentazione neo-imperiale della politica russa. Mi pare che Mosca abbia un atteggiamento pregiudizialmente contrario alle scelte e agli orientamenti degli Stati Uniti o dell’Europa. Se prevalessero queste tendenze nella politica di Mosca tutto sarebbe più difficile: costruire una solida collaborazione tra Europa e Russia e tra Europa, Stati Uniti e Russia. Penso che occorra riconoscere le ambizioni della Russia a giocare un ruolo rilevante nella scena internazionale. E occorre anche liberare il campo da atteggiamenti e comportamenti che possono suonare provocatori verso la Russia. O alimentare nei confronti dei russi un sentimento di insicurezza e di accerchiamento. Detto questo, anche nei confronti delle scelte di Mosca occorrono dei mutamenti e una maggiore apertura alla collaborazione internazionale, la rinuncia ad un comportamento ostile. E un contributo alla Russia per tentare di risolvere conflitti e tensioni che oggi vi sono sulla scena di questo conflitto globale. Soprattutto la Russia dovrebbe mettere da parte ogni riedizione di politiche tese a non riconoscere la piena sovranità dei paesi contigui. Non mi sembra che sia più tempo di sovranità limitata”.
Pensa che l’Unione europea possa svolgere un suo ruolo di mediazione nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia?
“L’Unione europea è fortemente interessata a costruire relazioni positive con la Russia. Credo che vi siano le condizioni perché questo possa accadere. Le condizioni sono quelle che ho ricordato prima: la rinuncia di Mosca a tentazioni neo-imperiali. E un’apertura di Mosca alla prospettiva di una collaborazione e della cooperazione con l’Europa in particolare. L’Unione europea intende sviluppare relazioni politiche positive e costruttive di partenariato con la Russia. Mi auguro che si giunga ad un nuovo accordo tra l’Unione europea e Russia. E che questo rapporto si rafforzi con un impegno alla collaborazione e alla cooperazione. Affinché questo accada, occorre che Mosca manifesti buona volontà, apertura e disponibilità”.
In un nuovo contesto di collaborazione multilaterale, se Obama dovesse chiedere all’Unione europea un maggiore impegno dell’Unione europea, e quindi di una parte della Nato, in Afghanistan cosa dovrebbero rispondere i paesi dell’Unione che fanno parte di questa organizzazione?
“La Nato è già fortemente impegnata in Afghanistan. Questo è l’impegno più consistente e difficile della Nato in questa fase della sua storia. Il vero problema in Afghanistan non è unicamente quello di accrescere il numero dei militari o dei contingenti militari. Il vero problema è arricchire la strategia di stabilizzazione dell’Afghanistan con politiche più incisive per contrastare il narcotraffico, per dare sicurezza ai contadini, per garantire l’occupazione e una ripresa dell’economia. Questi sono i veri problemi di una strategia di stabilizzazione dell’Afghanistan che non sono stati ancora affrontati con determinazione e anche con impegni finanziari indispensabili da parte dell’Occidente, degli Stati Uniti e dell’Unione europea e dei paesi che sono impegnati in Afghanistan. La convinzione che tutto si risolva con un escalation militare è un’idea che non ha sortito effetti per i britannici più di un secolo fa e nemmeno 28 anni fa per i sovietici. Questi ultimi furono sconfitti per tante ragioni, ma anche perché l’idea che si pacifica l’Afghanistan e lo si stabilizza unicamente accrescendo l’impegno militare è un’idea che non porta lontano. Ma l’impegno militare è l’aspetto di una strategia che è più complessa”.
In questo contesto cosa dovrebbe fare l’Italia?
“Discutere in un contesto multilaterale per una strategia più efficace nei confronti dell’Afghanistan sul terreno economico, politico, sanitario e culturale. In un contesto politico che cambiasse il senso dell’impegno per la ricostruzione economica e civile, si può anche discutere del rafforzamento della presenza militare. Ma solo se c’è questo contesto generale”.