giovedì 11 dicembre 2008

La recessione rafforzerà l'impegno sui diritti umani

Intervista al sottosegretario
allo Sviluppo Economico Adolfo Urso
Voce Repubblicana del 12 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

La recessione renderà più forti i diritti sociali ed individuali di tutti. Lo spiega alla “Voce” il sottosegretario allo Sviluppo economico Adolfo Urso (Pdl).
Sottosegretario Urso, il 10 dicembre si è celebrato l’anniversario della Carta dei Diritti dell’Uomo all’indomani di una polemica sull’incontro tra il Presidente francese Nicolas Sarkozy e il Dalai Lama. Cosa pensa di questa polemica?
“Nel giorno in cui Sarkozy ha incontrato il Dalai Lama ero in Cina. L’incontro è avvenuto in un contesto molto particolare. Penso che l’impegno sui diritti umani debba essere mantenuto vivo. Questa è una parte fondamentale della cultura e della civiltà europea e delle nostre istituzioni. Nel contempo dobbiamo sapere che, in altri paesi, la questione dei diritti umani e della democrazia sono imposti dalle condizioni di partenza. In molti paesi ci sono stati tanti progressi. Ma se ne devono fare tanti altri per il rispetto dei diritti delle minoranze. Come nel caso del Tibet in Cina”.
Pensa che la recessione internazionale ponga questi temi in secondo piano?
“La recessione economica, con le sue conseguenze, renderà più ampie le necessità delle rappresentanze sociali e sindacali. Ho sentito poco fa della notizia di una fabbrica cinese che ha chiuso, licenziando i suoi 8mila operai. Questi lavoratori hanno protestato davanti la fabbrica ottenendo dalle autorità il pagamento degli stipendi arretrati che la proprietà non poteva più garantire. La crisi economica farà emergere la necessità di rappresentanza sociale, sindacale e politica che in una fase di espansione economica si avverte meno. Credo che in una fase di recessione economica come questa i diritti umani e sociali dell’individuo saranno rafforzati”.
Sul commercio internazionale è un momento particolare. A chi dobbiamo dare la responsabilità del fallimento del cosiddetto Doha Round?
“Tra poche ore dovremmo essere convocati dal Direttore generale del WTO Pascal Lamy, cosi ci è stato anticipato, per un vertice ministeriale a Ginevra (18-22 dicembre) nel tentativo di raggiungere l’obiettivo di chiudere i capitoli fondamentali del Doha Round su agricoltura e industria entro il 31 dicembre di quest’anno. Non so di chi siano le responsabilità del fallimento del Doha Round di luglio. Però, penso che nei paesi emergenti (Cina, Brasile ed India), ci sia una sorta di gara tra chi abbia la rappresentanza dei paesi emergenti. Questo ha reso più complicato un accordo. Mi auguro che questi paesi – che aspirano ad entrare tra i big del mondo, nel G20 – si assumano le loro responsabilità. La governance globale del mondo è necessaria. Sedere al tavolo dei ‘grandi’ non significa solo avere dei diritti di rappresentanza. Ma vuol dire anche avere dei diritti di rappresentanza come abbiamo fatto sempre noi”.

La "prima" di quella signora

Il dramma della classe media
visto da Concita de Gregorio
e da janet leigh
di Lanfranco Palazzolo

La notte di lunedì scorso dovevo fare la rassegna stampa notturna su "Radio Radicale". Mi è capitata davanti la prima pagina del quotidiano "l'Unità" di Concita de Gregorio. Si trattava dell'edizione di martedì 9 dicembre. La prima del giornale di Gramsci fa un bell'effetto: si vedono tante sagome bianche. Tra queste sagome alcune sono colorate di rosso. Quest'ultime rappresentano la categoria dei nuovi poveri che fanno la fila alle mense della Caritas. Quando ho visto quella "prima" mi è venuto in mente di aver visto qualcosa di simile. Ci ho pensato qualche giorno. E stasera, sono andato a guardare dove avrei potuto trovare qualcosa che mi ricordava l'idea di quella "prima" de l'Unità. Sono andato a rovistare tra le mie riviste vecchie ed ho trovato un manifestino di un film. Si tratta del film di George Sidney dal titolo "Chi era quella signora?". La trama del film è veramente spassosa: "Per farsi perdonare un piccolo tradimento, un uomo dice alla moglie di essere un agente segreto. La donna, nell'intento di aiutarlo, combina un sacco di guai. La farsa diventa drammatica quando un autentico membro dell'Fbi e alcune spie straniere si interessano all'uomo. Dopo molte avventure l'equivoco è chiarito". Ecco, a quel punto ho pensato alla donna del film che combina tanti guai e alla De Gregorio. Certo, dopo aver ridotto il quotidiano "l'Unità" in quello stato ed essersi presentata al cospetto del ministro dell'Economia Giulio Tremonti a "Porta a Porta" ero incredulo nei confronti della direttrice del quotidiano vicino al Pd. Ho pensato che una copertina come quella doveva essere preannunciata da una polemica nel corso della trasmissione condotta da Bruno Vespa il 3 dicembre scorso. Eppure, la De Gregorio ha discusso amabilmente con l'uomo che poi qualche giorno dopo avrebbe accusato di mandare la classe media alla mensa della Caritas. A quel punto mi è dispiaciuto che la potagonista del film di Sidney, Janet Leigh, e la De Gregorio non si siano mai conosciute. Dopotutto tra donne che combinano guai ci si intende.

"Questione morale" ancora aperta per la sinistra

Intervista a Gaetano Pecorella
"La Finocchiaro mi ha pugnalato alle spalle".
Voce Repubblicana dell'11 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

La questione morale resta aperta per la sinistra. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Gaetano Pecorella (Pdl), ex Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei deputati.
Onorevole Pecorella, come si spiega il ritorno della “questione morale”?
“E’ una questione che era rimasta aperta per la sinistra. In questi anni la sinistra non era stata toccata dal fenomeno tangentopoli: e si potrebbero dare tante interpretazioni. Nel momento in cui la sinistra si è avvicinata alla gestione del potere, la magistratura ha reagito come aveva fatto con Berlusconi nel 1994. E si è scatenata una lotta. Un’altra spiegazione è che, una volta crollati i vecchi partiti, oggi l’attenzione della giustizia si è spostata verso il vecchio partito erede del Pci. L’interpretazione più maliziosa è quella che vede, nella lotta tra Di Pietro e il Pd, l’intervento dei magistrati amici del leader dell’Idv che fanno riferimento al pool di Milano. L’ultima spiegazione possibile è che finalmente la magistratura abbia cominciato a guardare dappertutto. Comunque dobbiamo essere molto attenti a valutare queste cose perché nessuno è stato condannato per qualcosa”.
Si può trovare un’intesa sui temi della giustizia tra maggioranza e opposizione?
“Le riforme vanno fatte. Se il Partito democratico è disposto a farle assieme, tanto meglio. Ma non vorrei che la sinistra cercasse di utilizzare questa disponibilità per prendere tempo per poi far cadere tutto. Il centrosinistra ha cancellato la nostra ‘separazione delle carriere’ che avevamo approvato nel 2005. Oggi non vedo che dialogo possa esserci nel fare le riforme ordinamentali”.
Qual è il problema grave da affrontare?
“Oggi vedo che ci sono due procure che, invece di affrontare i processi, si fanno la guerra tra di loro. La sinistra dice che si devono accelerare i processi. Ma le riforme ordinamentali sarebbero importantissime. Il rischio è quello di mettere benzina in una macchina della giustizia ‘guasta’”.
Si è spiegato l’ostracismo della sinistra contro la sua candidatura come giudice della Corte costituzionale?
“Quell’ostracismo non era contro di me. Ma era contro l’ingresso di uno che ha una storia garantista che la sinistra non apprezza. Anna Finocchiaro mi ha fatto grandi elogi. Ma alla fine mi ha pugnalato alla schiena. E’ stata una vicenda poco gradevole. Adesso voglio vedere cosa farà la Consulta, visto che Alessandro Criscuolo, appena eletto, sarebbe tra le persone denunciate da De Magistris: l’avrebbe ingannato in relazione alla possibilità di fare ricorso contro la decisione di trasferimento del Csm. Se questo fosse vero, sarebbe preoccupante. Allora dovremmo chiederci se l’autorizzazione a procedere riguardi anche i magistrati. Una vera e propria pagina nera”.

Quando Scalfari fu ambasciatore del Psi

Voce Repubblicana dell'11 dicembre 2008
di Lanfranco Palazzolo

In questi giorni si è parlato tanto dell’intervista concessa da Enrico Berlinguer al direttore di “Repubblica” Eugenio Scalfari il 28 luglio del 1981. In quella intervista il segretario del Pci, reduce dalla sconfitta delle elezioni amministrative del 21 giugno del 1981, vinte soprattutto dai socialisti di Bettino Craxi, aveva denunciato la “questione morale” in Italia. La storia di quei mesi convulsi andrebbe riscritta per comprendere perché proprio in quel momento Berlinguer decise di affrontare quel tema. E pensare che pochi mesi prima il Pci aveva avuto l’occasione di allearsi con i socialisti di Craxi. Ma, per la verità, Berlinguer non aveva una grande stima del leader socialista. Nei suoi appunti personali, Craxi è definito come “un avventuriero”, “un abile maneggione e ricattatore”, “un figuro moralmente miserevole e squallido”, “un nemico nostro e della Cgil”, “un bandito politico di alto livello”. Eppure, in quella stessa intervista concessa a Scalfari, Berlinguer provò ad aprire il dialogo con quel “bandito” di Craxi: “Bisogna vedere – disse Berlinguer a Craxi - come il Psi sta usando questa posizione chiave di cui gode anche grazie alla nostra esclusione. Per esempio, potrebbe usarla proprio per rimuovere la pregiudiziale contro di noi. A quel punto le possibilità di ricambio, cioè di una reale alternativa – e, nel suo ambito, anche di un’alternanza - sarebbero possibili, sarebbero a vantaggio generale e, a me sembra, a vantaggio dello stesso Psi”. Oggi noi possiamo dire che Berlinguer non aveva detto tutto. Craxi gli aveva proposto un patto per il governo. E lui lo aveva rifiutato, pentendosene. L’11 marzo del 1981, Craxi, accompagnato da Claudio Martelli, Gianni De Michelis ed Enrico Manca, incontrò i rappresentanti dell’editoriale Espresso-Repubblica: Livio Zanetti ed Eugenio Scalfari, al quale il segretario del Psi chiese di riferire a Berlinguer la sua proposta di governo con i comunisti. Il disegno di Craxi era quello di guidare un governo con l’appoggio dei comunisti. Il Psi si sarebbe impegnato a riconoscere ufficialmente la piena legittimazione democratica del Pci a governare. Una vera e propria proposta di “alternanza alla Dc” che lo stesso Berlinguer sosteneva di voler perseguire. Ma la proposta non superò mai il muro della discussione tra il portavoce di Berlinguer Tonino Tatò e il segretario del Pci. La proposta non fu portata mai in discussione alla Direzione del partito. Forse, quella sarebbe stata l’occasione per una via italiana al socialismo mitterrandiano. Ma nel giugno del 1981 il Pci perse le elezioni amministrative e fece calare sul tavolo della polemica la “questione morale”. Ma, nello stesso tempo, Berlinguer lanciava l’amo per riaprire quel confronto che aveva troncato il marzo precedente senza informare la direzione del suo partito. Craxi non gradì quel ripensamento e definì l’intervista di Berlinguer come “dozzinale”. Eugenio Scalari tentò di riannodare il dialogo con quel “bandito” di Craxi nell’articolo pubblicato il successivo 30 luglio del 1981 su “Repubblica” dal titolo “E se Craxi e Bettino si mettessero d’accordo”. Ma era troppo tardi. Scalfari, che era stato portatore dell’ambasciata di Craxi a Berlinguer, aveva tentato di riaprire il dialogo tra i due. Ma non c’era riuscito. Il Psi proseguì per la sua strada.