sabato 31 gennaio 2009

Partiti superficiali sui disabili

Intervista ad Ileana Argentin
Voce Repubblicana, 30 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo

I partiti presenti in Parlamento hanno dimostrato la loro superficialità nel dibattito alla Camera sulla disabilità. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Ileana Argentin del Partito democratico.
Onorevole Argentin, mercoledì scorso la Camera ha affrontato il dibattito sulle iniziative a sostegno dei diritti delle persone con disabilità? Il 3 dicembre scorso cadeva l’anniversario della giornata annuale sulla disabilità. Crede sarebbe stato meglio svolgere il dibatto in quei giorni?
“Ho trovato la scelta di tenere il dibattito solo oggi di una grande superficialità. Da parte di tutti i partiti politici c’è stato un chiacchiericcio su questo tema importantissimo. La cosa più vergognosa è che non si è trovata la quadra in Commissione Affari sociali. E quindi ogni partito ha presentato la sua mozione. Trovo che questo sia indecente dal momento che si è vista una diversità tra un partito e l’altro – non rispetto ai temi – ma proprio per il fatto di appropriarsi di una parte di consenso de parte dei disabili. Quella che si è visto mercoledì scorso alla Camera è stata una sorta di bagarre sulle barriere architettoniche, sull’accessibilità delle strutture ai disabili”.
Quale pensa sia stato l’errore che hanno commesso i gruppi parlamentari in questo dibattito?
“Nessuno ha preso in considerazione la vera disabilità, quella delle persone non autosufficienti e si sia pensato solo a quella del biondino con gli occhi azzurri che sta in carrozzella per un incidente. Non voglio creare una guerra tra disabili, tuttavia trovo indecoroso che non sia stata detta una parola sul ritardo cognitivo e mentale delle persone disabili. Come deputato del Pd ho firmato la mozione Livia Turco perché in quanto affrontava i temi della disabilità più razionalmente degli altri gruppi. Inoltre, noi abbiamo trattato del tema dei fondi da destinare per questa spesa sociale. Mi sembra che gli altri gruppi abbiano occultato questo tema, non rendendosi conto che i servizi costano. Se non parliamo di questo continueremo a non far nulla”.
In qualche mozione si è sottolineata che in molti casi non si è prestata particolare attenzione al tema della disabilità femminile.
“Le donne gridano meno degli uomini. Essere donna significa trovarsi in un contesto di debolezza. Nel mondo dell’handicap è sempre la moglie, la madre o la sorella che assiste. E quindi l’utente donna ha un mondo a se che l’aiuta. Non voglio alimentare una guerra sessista, ma credo che il trattamento sia diverso. Alle donne disabili – ad esempio – viene imposto il pannolone prima che agli uomini che non vogliono mettere in discussione la loro virilità. Trovo che sulla disabilità non esistono grosse differenze, ma grossi compromessi. E le donne li accolgono quasi sempre”.

venerdì 30 gennaio 2009

Il federalismo che vogliamo

Intervista a Guido Dussin
Voce Repubblicana, 29 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo

Il federalismo fiscale porterà una riduzione della pressione fiscali e molti vantaggi per i cittadini. Lo ha detto alla “Voce” Guido Dussin, deputato della Lega Nord, commentando la calendarizzazione del voto alla Camera sul federalismo fiscale per il 13 marzo.
Onorevole Dussin, la Camera voterà il provvedimento sul federalismo fiscale il 13 marzo prossimo. Lo modificherete?
“Intanto, credo che sia significativa la data del voto alla Camera. Questo appuntamento cade alla vigilia delle prossime elezioni amministrative. In questo modo mandiamo un messaggio al Paese. Naturalmente, chi non voterà a favore di questo provvedimento si prenderà le sue responsabilità. Questo è un modo per misurare il consenso su queste misure. Penso che il testo sul federalismo fiscale sia emendabile. E poi credo sarà necessario blindare il provvedimento al Senato”.
Ritenete che il Pd abbia avuto un atteggiamento di apertura su questo provvedimento?
“Sì, credo sia stato un atteggiamento responsabile. Penso che la politica del Pd debba andare incontro alle richieste dei suoi rappresentanti locali. Non è un caso che il sindaco di Venezia Massimo Cacciari abbia annunciato un testo sul federalismo. Questo progetto verrà presentato ad aprile. Ho l’impressione che anche il Pd stia andando in quella direzione. Sono convinto che il Pd stia cercando di raccogliere il consenso su questi provvedimenti nel paese. La crisi ha dimostrato che un sistema centralista non funziona, quindi il nostro è un tentativo per far funzionare meglio il nostro Stato”.
Crede che ci siano le risorse per il federalismo fiscale?
“Se gli enti locali recuperano il significato concreto di questo provvedimento dovrebbero avere la forza per metterlo in atto. Ho fatto il sindaco in una città (San Vendemiano in provincia di Treviso, ndr), dove oggi sono vicesindaco. Con un provvedimento dove si possono incassare tributi e controllare la spesa i vantaggi sono enormi. Il federalismo fiscale non contempla un aumento della pressione fiscale, ma una riduzione dei tributi. Nei vantaggi dell’efficienza guadagnata ci sarà una diminuzione della pressione fiscale. Chi parla di svantaggi per questo provvedimento lo fa solo in modo pretestuoso. Il federalismo fiscale deve portare dei vantaggi per tutti, soprattutto per gli enti locali”.
Pensa che l’Udc non abbia compreso il federalismo fiscale?
“Il partito di Casini si vuole distinguere. E in questo caso lo ha fatto nel modo peggiore possibile. Al Nord, questo partito perderà molti consensi sia per l’ostracismo al federalismo fiscale che per la scelta di fare opposizione interna al centrodestra. Forse l’Udc potrà guadagnare qualche consenso al Sud. Ma tutto il Paese ha compreso che ci vuole il federalismo fiscale per affrontare la recessione”.

giovedì 29 gennaio 2009

Premiata ditta Barack & Segolene

"Non sono un politico di professione, però sono consapevole dei limiti che i politici dovrebbero darsi. Ho fatto questa premessa per parlarvi di Segolene Royal, la donna del rinnovamento del Partito socialista. Ebbene, il giorno del giuramento di Obama a Capitol Hill, l'ex candidata all'Eliseo ha detto di essere stata la musa ispiratrice del nuovo Presidente degli Stati Uniti: "Ho ispirato Obama e i suoi team ci hanno copiato". L'esponente del Ps francese, presente a Washington, ha ricordato che ai tempi in cui era candidata alla presidenza e Barack Obama pensava a come riuscire a diventarlo. Il candidato Obama inviò una squadra a Parigi per studiare il suo sito "Desir d'avenir". I suoi assistenti le hanno preso a prestito lo slogan di "gagnant-gagnant", l'idea del "citoyen-expert". Poi Obama ha adattato la sua "democrazia partecipativa" alla moda americana, "molto diversa da quella europea". Naturalmente crediamo alle parole della Royal, ma non possiamo darle retta fino in fondo. E' sempre rischioso copiare una perdente. E pre questo pensiamo che Obama si sia ben guardato dal copiare la Royal. Ecco perchè le parole della mancata segretaria del Ps risuonano come grottesche di fronte alla vittoria di Obama che non aveva bisogno dei consigli della ex candidata socialista sconfitta. In Francia hanno sorriso a questo tentativo di far salire Obama sul carro degli eterni sconfitti. Almeno Veltroni, per consolarsi, andava a dire in giro: "noi Democratici abbiamo vinto in Ohio". E non si sarebbe mai azzardato a dire che Obama si ispirava a lui. Con i trascorsi comunisti di Valtroni, come minimo Obama lo avrebbero spedito a Cuba con un biglietto di sola andata. Qui sopra vi ho postato una bellissima vignetta frutto delle parole della Royal. Ah, mi ero dimenticato di dirvi una cosa: "Obama si è ispirato a me...".

mercoledì 28 gennaio 2009

Harvey Milk, storia di un eroe moderno

Intervista a Franco Grillini
Voce Repubblicana, 29 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo
(A destra il vero harvey Milk,
sotto una scena del film).

Mi sono riconosciuto molto nella figura di Harvey Milk. Quella dell'esponente dei diritti civili dei gay a San Francisco negli anni '70 è la storia di un eroe moderno. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay.
Franco Grillini, come ha trovato il film che racconta le battaglie di Harvey Milk?
“Devo dire che mi sono molto riconosciuto in questo film attraverso la figura di Harvey Milk. Devo dire che la mia figura e quella di Milk sono molto simili e parallele per quanto riguarda il percorso politico che abbiamo fatto per arrivare all'elezione in una carica pubblica. Anche io sono stato candidato molte volte prima di essere eletto. Mi sono molto identificato in questa figura. Da questo punto di vista ho trovato il film di Gus Van Sant assolutamente coinvolgente anche per una persona che non è omosessuale. Questa è la storia di un eroe moderno che ha sacrificato la propria vita per gli ideali in cui credeva. In un mondo in cui molte persone fanno politica più per i propri interessi che per altro, credo che questo film sia una boccata d'aria fresca rispetto a quello che vediamo oggi nella politica italiana”.
Una delle figure interessanti di questo film è il sindaco di San Francisco George Moscone, assassinato insieme ad Harvey Milk da un ex consigliere omofobo. In Italia abbiamo conosciuto una figura simile a quella di Moscone?
“Un paragone lo farei con Renzo Imbeni, che fu sindaco di Bologna all'inizio degli anni '80. Imbeni è l'uomo che nel 1982 disse di sì, primo caso in Italia, alla sede per un sindaco omosessuale. Quindi diciamo che il paragone ci sta tutto”.
Dopo la nascita del Bipolarismo il movimento per i diritti civili dei gay ha incontrato una figura simile a quella di Moscone o di Imbeni?
“Non esiste più una figura simile a Moscone o a Renzo Imbeni. Negli anni '70-'80 il Pci aveva la possibilità di scoprire la cultura dei diritti civili e sperimentava una politica nuova. Quella fu una stagione di grande innovazione”.
Qual è stato il sindaco più deludente del movimento gay in Italia?
“Ho qualche ora per fare l'elenco?! Il sindaco di Milano Gabriele Albertini non ci ha mai voluto ricevere. Ho avuto modo di dirlo allo stesso ex sindaco di Milano. Anche la Letizia Moratti non ci ha ricevuto”.
Che differenza vede tra le manifestazioni del movimento gay a San Francisco con quelle italiane?
“Negli anni '70 non si facevano queste manifestazioni in Italia. Il primo corteo fatto da un circolo omosessuale fu quello del circolo Orfeo nel novembre del 1979, un anno dopo l'assassinio di Milk. All'epoca l'Italia era indietro se pensiamo che il primo grande corteo gay fu fatto a New York il 28 giugno del 1969. Oggi, anche in Italia, si organizzano grandi marce per i diritti civili dei gay”.

Il Presidente che unisce

Intervista a Massimo Teodori
Voce Repubblicana del 28 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo

Barack Obama vuole unire gli Usa, ma per il nuovo Presidente degli Stati Uniti non sarà semplice attuare il programma al Congresso che conta su una maggioranza democratica. Lo ha detto alla “Voce” il professor Massimo Teodori.
Professor Teodori, cosa ne pensa del discorso di insediamento di Obama?
“Direi che il discorso inaugurale del discorso di Obama non sono tanto le indicazioni di carattere programmatico anche se nel suo intervento ci sono dei passi che riguardano questi aspetti. Nelle parole del nuovo Presidente ci sono dei riferimenti molto chiari alla storia americana e alla migliore tradizione degli Stati Uniti. In più punti, il Presidente Barack Obama parla della Carta costituzionale degli Stati Uniti, delle grandi vicende della storia americana e delle guerre nelle quali gli Stati Uniti si sono sacrificati a cominciare dalla guerra di Indipendenza del 1776, passando per la guerra civile del 1860 che abolì la schiavitù, fino alla sbarco in Normandia e fino agli ultimi eventi. Gran parte del discorso di Obama è stato caratterizzato dal pragmatismo. Ma direi che in questo intervento c'è anche un forte spirito patriottico. Lo scopo di Obama è quello di unificare il paese di fronte alle difficoltà che stanno attraversando gli Stati Uniti. Basta leggere il passo nel quale Obama si appella ai musulmani, agli ebrei e ai cristiani”.
Vede delle analogie tra questa presidenza e quella del 1933 di Fraklin D. Roosvelt?
“Il paragone con il 1933 è ormai ampiamente scontato. Gli Stati Uniti oggi devono affrontare una crisi paragonabile a quella del 1929. Tuttavia, il contesto di quella e di questa crisi sono sensibilmente diversi. Allora non esisteva la globalizzazione dell'economia. Gli Stati Uniti erano una nazione sviluppata come lo erano la Germania, la Gran Bretagna e altre poche nazioni. Vedo una grande diversità tra le scelte di tipo keynesiano che fece Roosvelt nel 1933 da quelli che sta progettando oggi Obama. Oggi i rapporti di economia internazionale sono diversi da quelli di 70 anni fa”.
Il Congresso avrà un atteggiamento positivo nei confronti del nuovo presidente viste le difficoltà che aveva incontrato George W. Bush negli ultimi mesi?
“Il Congresso costituirà un bel problema per Obama. Oggi i democratici controllano la Camera dei rappresentanti e il Senato. Nonostante questo non sarà facile per Obama far passare i suoi provvedimenti. A creare qualche problema ad Obama ci penseranno i conservatori fiscali, contrari alla spesa che ricade sui contribuenti, e dall'altra parte i liberal che ritengono che l'attuale stanziamento di 800 miliardi di dollari non sia sufficiente e che bisognerebbe raddoppiare gli aiuti allo sviluppo come ha detto il premio Nobel all'Economia Paul Krugman. Quindi Obama non si troverà davanti ad una situazione facile”.

martedì 27 gennaio 2009

Il giorno della memoria


In questo secondo documento del ministero delle Corporazioni del 1942, vengono segnalati dei casi di aziende che fanno lavorare personale di religione ebraica. Questo significa che non tutti gli industriali italiani sostennero le misure discriminatorie contro gli ebrei. Il fatto che nel 1942 le disposizioni del 1938 non erano ancora state applicate totalmente significa che qualche sacca di restistenza ai quegli odiosi provvedimenti ci fu.

Il giorno della memoria


Oggi non potevo restare indifferente di fronte al giorno della memoria. Volevo dare un mio piccolo contributo per onorare il popolo ebraico. Per farvi comprendere la cattiveria del regime fascista volevo pubblicare due documenti. Il primo riguarda una circolare del giugno del 1940 nella quale si raccomandava di non far lavorare nel mondo dello spettacolo, a nessun livello, personale di religione ebraica. Non ci risulta che nel mondo dello spettacolo qualcuno abbia mosso un dito nei confronti di questo provvedimento. E pensare che, almeno, nel mondo accademico qualcuno evitò di fare il giuramento a favore del regime fascista. Ma nel mondo del cinema nessuno, ma proprio nessuno, si mosse per ribellarsi a quello stato di cose. Non è un caso che i registi e gli sceneggiatori che avevano lavorato con il regime, e che poi "ripareranno" a Salò per costruire il cinevillaggio a Venezia, saranno perfettamente integrati nel nuovo cinema democratico.

lunedì 26 gennaio 2009

La legge che vorrebbe il Pd

Intervista a Monica Frassoni
Voce Repubblicana, 27 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo

Il Partito democratico è la forza politica che ha il maggiore interesse a volere una legge elettorale con lo sbarramento in vista delle prossime elezioni europee. Lo ha detto alla “Voce” la Presidente del gruppo Verdi Ale al Parlamento europeo Monica Frassoni.
Onorevole Frassoni, è sorpresa della ripresa del confronto sulla legge elettorale?
“Sì, sono sorpresa. Penso che discutere adesso di legge elettorale sia fuori tempo massimo. E poi credo che la discussione della legge elettorale per le prossime consultazioni di giugno non abbia nulla a che vedere con l’Europa. E riflette semplicemente un problema di rapporti di forza nel Partito democratico, ma anche nel Popolo delle libertà. Quindi penso che questa discussione non abbia niente di virtuoso”.
Perché il Pd si presta a questo confronto dialogando con il Pdl?
“Il Partito democratico è la forza politica che ha il maggiore interesse a volere la riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo. E’ evidente che il ‘gioco’ del voto utile alle elezioni politiche nazionali è stata una delle ragioni della scomparsa della sinistra e dei Verdi dal Parlamento nazionale. Oggi si vuole tentare la stessa operazione. E’ evidente. Mi sembra che questo sia un problema soprattutto per il Partito democratico, soprattutto per Berlusconi, il quale vuole eliminare l’Udc e nominarsi i suoi deputati europei. Diciamo che il problema fondamentale di entrambe le forze politiche è che c’è una visione completamente nazionale e che non considera che stiamo per andare ad eleggere un Parlamento europeo dove la dialettica fra i gruppi non è solo una ricchezza, ma un elemento indispensabile per fare giocare delle maggioranze che non sempre sono le stesse. E anche per premiare quelli che nel Parlamento europeo fanno un buon lavoro”.
Come reagirà l’Udc a questa offensiva? E sarà facile fare questa riforma?
“La cosa che deve essere decisa da coloro che riformano la legge è cosa fare con le preferenze. Questo è un punto che non è stato chiarito. Berlusconi vuole uno sbarramento al 5%, mentre il Partito democratico lo vorrebbe sulle preferenze. Le ragioni di questa riforma non sono quindi molto nobili. Si tratta di questioni interne a questi due partiti politici. Credo che l’Udc non gradirà questo scambio e che si opporrà seriamente a questa riforma”.
E’ preoccupata per la sorte della ex sinistra arcobaleno dopo la scissione di Nichi Vendola da Rifondazione comunista?
“Penso che questa scissione sarebbe dovuta avvenire molto prima. La scelta di Vendola non indebolisce nulla perché queste forze politiche erano già deboli. Se ci sarà questa legge dovremmo evitare di deprimerci e riflettere ad una lista che metta insieme i verdi, i socialisti, la sinistra e i radicali con un programma davvero europeista”.

sabato 24 gennaio 2009

Poco tempo per l'Obamanomics

Intervista a Tito Boeri
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 24 gennaio 2009

La prima sfida di Obama è di far passare al Congresso le sue proposte economiche entro febbraio. Lo spiega alla “Voce Repubblicana” l'economista Tito Boeri, docente di diritto del Lavoro all'Università Bocconi di Milano.
Professor Boeri, lei ha scritto l'introduzione del libro di John R. Talbot dal titolo “Obamanomics”. Il libro ci fornisce degli elementi utili per capire la politica economica di Obama?
“Sì, anche se devo dire che serve a capire quello che è stato il fenomeno Obama e la sua campagna elettorale. Ho trovato questo libro molto interessante perché spiega come è stata gestita questa campagna elettorale negli Stati Uniti. Tenga conto che la politica di Obama si è dovuta modellare su eventi che sono avvenuti negli ultimissimi mesi. Quindi l'agenda di Obama è nettamente intrecciata con la crisi economica in atto. E quindi, per forza di cose, dovrà essere molto diversa dai temi che sono stati sviluppati nel corso della campagna elettorale. Quindi ci sono degli spunti importanti nel lavoro di Talbott. 'Obamanomics' è un lavoro importante perché ci fa comprendere qual è il tipo di blocco sociale che sostiene Obama e come questo grande politico potrà modificarlo negli anni a venire”.
Quali potranno essere i rapporti tra Obama e le lobbies che lo hanno sostenuto nel corso della campagna elettorale?
“Non è semplice dare una risposta. Le lobbies che hanno sostenuto Obama non sono facilmente identificabili come nel caso dell'amministrazione precedente. La sfida di Obama è quella di cambiare il blocco sociale di riferimento. Questa sfida non è riuscita nemmeno al precedente presidente democratico Bill Clinton. Obama potrebbe essere proprio il protagonista di questo cambiamento”.
Approva la politica di tagli fiscali di Obama?
“Credo che questa sia la strada giusta. Obama deve fare cose di questo tipo. Oggi gli Stati Uniti hanno bisogno di provvedimenti di stimolo dell'economia anche se ci sono diverse cose su cui concentrare l'attenzione. Il primo settore da affrontare è quello della casa e dei mutui. La diminuzione dei prezzi delle case è del 40 e del 50%. In queste condizioni, gli interventi fin qui fatti, che hanno allungato la durata dei mutui, hanno alleggerito i tassi. Questi interventi non sono più sufficienti. Lo Stato si deve accollare di questa rinegoziazione dei mutui. Questo intervento è indispensabile”.
Obama ha poco tempo per la sua Obamanomics?
“Il tempo è poco. Obama ha vinto le elezioni quando la crisi ha avuto degli effetti devastanti sull'economia. Le cause della crisi vanno ricercate nella precedente amministrazione. C'è ancora tempo per intervenire anche se gli eventi stanno precipitando. Bisogna essere pronti negli interventi. L'importante è che Obama faccia passare le sue proposte al Congresso entro febbraio”.

venerdì 23 gennaio 2009

La droga rovina l'amicizia


Ieri mi sono imbattuto in questo striscione di un circolo dell'estrema destra romana. La frase mi ha colpito molto: "La droga rovina l'amicizia". Sono d'accordo fino ad un certo punto. Veramente ero convinto che "la droga" rovinasse tutto, compresa l'amicizia. Mi riferisco, ad esempio all'eroina. Ma non è detto che tutte le droghe abbiano effetti deleteri sull'amicizia. Ad esempio, i cocainomani cementano la loro amicizia con questa sostanza, però si rovinano totalmente il cervello. Allora - da non fumatore e da persona che è sempre stata lontana dalle droghe (Non fumo nemmeno!) - mi rivolgo agli "amici" di questi circoli per fare una cortese richiesta: la prossima volta mettete il nome della droga che rovina l'amicizia e mettete anche l'elenco delle altre cose che queste sostanze rovinano. Vi saluto romanamente: "se vedemo".

Barack's first challenge

Interview with Tito Boeri
Voce Repubblicana, 24 january
by Lanfranco Palazzolo

The first challenge for Obama is to go to Congress his economic proposals by February. This explains at "Voce Repubblicana" the economist Tito Boeri, professor of labor law at Bocconi University in Milan.
Professor Boeri, you wrote the introduction of the book by John R. Talbot entitled "Obamanomics." The book provides useful information for understanding the economic policy of Obama?
"Yes, although I must say that it helps to understand what was the Obama phenomenon and its election campaign. I found this book very interesting because it explains how it was handled this election campaign in the United States. Takes into account that the policy of Obama is due to shape events that have occurred in the last few months. So the agenda of Obama is clearly intertwined with the economic crisis in place. So, inevitably, will be very different from the issues that have been developed during the election campaign. Then there are important insights into the work of Talbott. 'Obamanomics' work is important because it helps us to understand what kind of social bloc that supports Obama and how can this great political change in the years to come".
What will be the relationship between Obama and lobbyists who have argued during the election campaign?
"It is not easy to answer. The lobbyists have argued that Obama is not easily identifiable as in the previous year. Obama's challenge is to change the social block of reference. This challenge has failed even to former Democratic President Bill Clinton. Obama could be the protagonist of this change".
Adopted the policy of tax cuts for Obama?
"I think this is the right way. Obama has to do things of this kind. Today, the U.S. needs the stimulus measures even if there are several things on which to focus. The first area to be addressed is that of housing and mortgages. The fall in house prices is 40 and 50%. In these conditions, the interventions made so far, which have lengthened the duration of the loans, rates have eased. These interventions are no longer sufficient. The State has the right of the renegotiation of the loans. This intervention is essential".
Obama has little time for its 'Obamanomics'?
"The time is short. Obama won the election when the crisis has had devastating effects on the economy. The causes of the crisis lie in the previous administration. There is still time to intervene even if the events are falling. We must be ready in the speeches. The important thing is that Obama is spending his proposals to Congress by February".

giovedì 22 gennaio 2009

Una crisi da sconfiggere subito

Parla Maurizio Molinari
Voce Repubblicana del 23 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo
La prima sfida importante, per Barack Obama, sarà quella della crisi economica. Una strategia contro la recessione che però, paradossalmente, dovrà trovare una sintesi proprio con le proposte dei Democratici al Congresso. Lo ha detto alla “Voce” Maurizio Molinari, corrispondente a New York del quotidiano “La Stampa” e autore dei saggi “Cowboy Democratici”, (2008) e “Gli ebrei di New York”, (2007).
Maurizio Molinari, quali sono le sue impressioni sull’”inaugural address” di Barack Obama a Capitol Hill?
“Il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha detto all’America che deve ripartire dalla Costituzione e dai principi dei suoi padri fondatori. La sua analisi è che, in un momento di crisi economica, in mezzo a conflitti bellici ancora aperti, per rilanciarsi l’America deve ritrovare i valori sui quali è fondata, perseguendo uguaglianza e libertà. Questa è la ricetta che punta ad unire gli americani. Obama è convinto che l’emergenza economica potrà essere superata se l’America si raccoglie, si unisce, lavorando sui mercati e sugli investimenti. Il Presidente degli Stati Uniti punta a rigenerare l’ottimismo e a stimolare la capacità produttiva degli americani. Per riuscire a raggiungere questi obiettivi Obama fa appello alla Costituzione”.
L’impressione del discorso di Obama è quella di un intervento destinato a passare alla storia, come il discorso di John Fitzgerald Kennedy nel 1961 – il celebre “Ask not” -, oppure crede che l’esordio sia stato come quello di tanti altri presidenti?
“Per comprendere meglio le parole del discorso inaugurale è necessario comprendere la filosofia di Obama. Il Presidente degli Stati Uniti dice: ‘Il fatto che io sia un presidente afroamericano è certo un momento storico per la nazione. Ed è il frutto della sconfitta del cinismo, di coloro che non credono che l’America riesca a centrare ogni obiettivo’. Obama applica questa teoria all’economia e chiede agli americani di riuscire proprio dove tutti dicono che gli Stati Uniti non riusciranno. Comprendo benissimo che queste parole possono sembrare piene di retorica e prive di contenuti per gli europei. Ma nel linguaggio politico degli americani questi termini rappresentano l’opposto di quello che pensiamo. Obama afferma che è giunto il momento di liberare la politica dai dogmi, chiudendo i conti con le ideologie. Ecco, in quel momento Obama parla la lingua dei coloni che hanno conquistato e costruito l’America. Il Presidente ha ricordato che alcuni decenni fa suo padre non avrebbe potuto trovare lavoro in una città di ‘bianchi’ come Washington, mentre lui invece era alla Casa Bianca per il giuramento più importante. Oggi Obama invita gli americani ad unirsi. Soprattutto contro l’attuale crisi economica degli Stati Uniti, un paese che conta 11 milioni di disoccupati”.
Gli europei e la Ue hanno qualche ragione per essere preoccupati dell’arrivo di Obama alla Casa Bianca? O meglio: questa novità imporrà agli europei nuove responsabilità proprio a causa delle emergenze che deve affrontare l’amministrazione democratica?
“Obama ha detto delle cose importanti sulla politica estera. Il Presidente ha parlato del rafforzamento e del rinnovamento delle alleanze rivolgendosi ai nemici degli Stati Uniti: ‘Non pensiate che ci siamo indeboliti; noi continueremo a difendere il nostro modo di vita. Chiunque proverà a sfidarci con il terrorismo sarà sconfitto’. Però Obama ha anche parlato di un ritiro ‘responsabile’ dall’Iraq e della necessità di combattere in modo ponderato la guerra in Afghanistan. E ha fatto una apertura importante al mondo musulmano puntando sull’identificazione di comuni interessi, di valori condivisi per andare avanti insieme. In questo intervento Obama ha confermato di essere un pragmatico e un ‘centrista’ in politica estera. Il presidente appena entrato in carica continua insomma a combattere la guerra al terrorismo iniziata dopo l’11 settembre, ma tentando di allargare la sfera degli interlocutori. E anche sui temi economici Obama conferma di essere un centrista. Il Presidente ha ricordato agli americani che i mercati aperti portano ricchezza, ma anche che devono essere controllati. In questo caso Obama conferma di voler abbracciare il libero commercio come George W. Bush, ma chiede più controllo. Come appunto vuole la sinistra democratica”.
Uno degli aspetti delicati riguarderà le scelte della nuova amministrazione verso il Medio Oriente. Il presidente, come ha già sottolineato lei, non ha nascosto di voler aprire un dialogo con il mondo musulmano. Se dovessimo collocare Obama tra le figure degli ex presidenti, dove metteremmo l’attuale inquilino della Casa Bianca? Forse tra George W. Bush e Jimmy Carter?
“In politica estera Obama sarà molto pragmatico, punterà a difendere gli interessi degli Stati Uniti. Questi interessi mirano a conservare l’alleanza degli Stati Uniti con Israele, cioè con una democrazia. Quello che accomuna Israele agli Stati Uniti sono gli stessi valori del Canada, della Corea del Sud e continua - della Nuova Zelanda. E’ un rapporto tra democrazie. Ma Obama dice che gli americani, in quanto figli della Costituzione, devono perseguire la felicità per tutti. La Costituzione americana è universale. E quindi riguarda anche gli arabi e i musulmani. In questo atteggiamento troviamo un passo in più rispetto alle idee di George W. Bush. Sarà interessante vedere come gli risponderanno i leader musulmani. Obama li ha invitati apertamente, dicendo che gli Stati Uniti sono pronti a stringere loro la mano, ricordando che i loro popoli non li giudicheranno per quello che hanno distrutto ma per ciò che costruiranno. Obama si presenta come un leader molto aperto, ma anche molto energico e molto rigido su alcune questioni: proprio perché, ripeto, è un pragmatico. Il punto è che noi non siamo abituati a leader pragmatici e capaci di fare, a seconda delle circostanze, una scelta di sinistra, una scelta di destra, a seguire gli interessi nazionali indipendentemente dal loro colore. Gli ultimi quattro mandati presidenziali, a cominciare da quando Bill Clinton è stato eletto per la prima volta, sono stati segnati dalle contrapposizioni ideologiche: o si era liberal o si era conservatori. Ebbene, proprio questo è il clima che Obama rifiuta. Il nuovo Presidente rifiuta il concetto che un’idea sia buona solo perché è liberal o che sia cattiva perché è conservatrice”.
La crisi economica è la prima emergenza per Barack Obama. Quando Franklin Delano Roosevelt si insediò come Presidente degli Stati Uniti nel 1932, in cento giorni riuscì a porre le basi per cambiare la piega che il paese aveva preso dal 1929. Oggi, Obama è chiamato ad uno sforzo simile, ottenendo rapidi risultati. E’ lecito aspettarsi questo da Obama?
“La realtà politica degli Stati Uniti è quella di un paese dove il Presidente governa con il Congresso. Il punto è che mentre Obama ha 4 anni davanti, il Congresso ne ha solo 2 prima delle elezioni di ‘mid term’ del 2010. Se Obama non dovesse essere in grado di ottenere risultati economici entro un anno al massimo, a pagare lo scotto sarebbero i Democratici nelle elezioni del 2010. L’elettorato si rivolterebbe contro il partito. Questa situazione potrebbe portare il leader dei Democratici nel Congresso ad entrare in contrapposizione con Obama. Il nuovo presidente è consapevole di non avere molto tempo a disposizione. Il punto è anche di strategia economica. Obama dice di avere 4 anni di tempo e pensa ai tagli fiscali. Ma i Democratici del Congresso gli dicono che non c’è tempo. E chiedono maggiori benefici per i disoccupati e per i servizi sociali. Sono due strategie economiche molto diverse. Le prime difficoltà per Obama verranno dallo sforzo per armonizzare queste misure economiche. Questa è la prima sfida di Obama sin dalla prima riunione del suo esecutivo. Il fatto che nel giorno del suo insediamento i mercati siano andati giù è rivelatore di tali tensioni: gli operatori sanno che ci sono queste due visioni del mercato”.

Se il colonnello è un antisemita

Intervista a Matteo Mecacci
Voce Repubblicana del 23 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo

L'accordo di amicizia stipulato con la Libia legittima una dittatura che ha dichiarato apertamente di volere la distruzione dello Stato di Israele. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato radicale (nel Pd) Matteo Mecacci.
Onorevole Mecacci, la Camera ha approvato in prima lettura l’accordo con la Libia che ha provocato numerose polemiche. Perché avete votato contro?
“In questi mesi di governo, alcuni elementi della politica estera del nostro Paese sono mutati rapidamente. Questo lo avevamo visto già negli anni del secondo e del terzo Governo Berlusconi, quando l’esecutivo aveva stretto i suoi rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Ma adesso, con l’avvio di questo trattato di cooperazione e di amicizia con la Libia – dopo l’avvicinamento alla Russia e al Kazakhistan – l’Italia comincia a mutare anche il quadro di riferimento delle proprie alleanze internazionali. Questo sta avvenendo per un motivo ben preciso: in tutti questi paesi l’Eni ha dei grossi interessi economici nel settore dell’esplorazione dei giacimenti di gas e di petrolio e per il trasporto di queste fonti di energia. Questi interessi condizionano la politica estera italiana”.
Questo accordo allontana l’Italia dalla Nato?
“La conseguenza della ricerca di accordi speciali con queste dittature non viene fatta ‘gratis’. L’Italia ha dato qualcosa in cambio alla Libia per concludere questo accordo. La Libia cerca la legittimazione politica internazionale. La comunità internazionale aveva isolato la Libia fino a qualche anno fa, quando Tripoli era ancora sotto le sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu a causa della sponsorizzazione del terrorismo internazionale. Oggi la Libia sente la necessità di rientrare nella comunità internazionale. L’Italia ha fatto molto con questo trattato perché, oltre a riconoscere la natura politica del regime di Gheddafi, cosa che normalmente non si fa in un accordo internazionale, aggiunge un impegno in materia di difesa che esplicita l’impegno italiano a non far utilizzare alla Nato il proprio territorio per attacchi contro la Libia. E questo in contraddizione con il principio della mutua difesa collettiva in caso di attacco. Se la Libia entrasse in conflitto con un Paese della Nato l’Italia non potrebbe difendere questo paese attraverso l’utilizzo delle basi Nato”.
Prima di concludere questo accordo l’Italia ha pensato alla distensione dei rapporti della Libia con gli Stati Uniti?
“Gli americani hanno tolto le sanzioni alla Libia ed hanno avviato rapporti commerciali. Ma per l’Italia si tratta di un accordo politico in materia di difesa che va oltre la cooperazione commerciale. Qui si tratta della legittimazione del regime di Gheddafi, che in questi giorni ha chiesto la distruzione dello Stato di Israele”.

Operazione Valchiria

Nei prossimi giorni uscirà in Italia il film "Operazione Valchiria". Non vedo l'ora di assistere a questo film per capire anche qualcosa sulle polemiche che lo hanno accompagnato. I tedeschi non l'hanno proprio presa bene la realizzazione di questa opera ed hanno criticato il protagonista Tom Cruise perchè ha inaugurato una sede di Scientology a Berlino. Inoltre, le riprese di questo film sono state un vero e proprio calvario. Non mi soffermo molto su queste polemiche perchè le protrete trovare agevolmente qui sulla voce "Operazione Valchiria". Di questa storia del 20 luglio del 1944 mi ha sempre colpito lo stile dei tedeschi che non hanno mai avuto una "resistenza" ed hanno affidato la fine di Hitler ad una bomba e ad un gruppo di ufficiali. Anche se in questo periodo stanno tentando di fare di tutto per riabilitare i movimenti avversi ad Hitler come il minoriario gruppo della "Rosa Bianca". Da noi gli alti ufficiali non sono arrivati a tanto. I "nobili" ufficiali badogliani del nostro regio esercito si sono accontentati di prendere Mussolini con un'ambulanza e di tenerlo prigioniero come se fosse un ingombro. Alla fine sono arrivati i tedeschi che se lo sono ripreso come se niente fosse. Avrebbero fatto meglio ad ucciderlo subito almeno avrebbero risparmiato tanti dolori al nostro paese ed una guerra civile di due anni. Scusate per la barbarie, ma non credo che durante la guerra Mussolini si fosse formalizzato molto prima di mandare a morire un sacco di gente. E allora, in omaggio al film ho pensato di fare tre regali graditi ai miei amici del Blog. In alto troverete una foto poco conosciuta nella quale viene ritratto Adolf Hitler con il colonnello Claus Schenk Von Stauffenberg. A sinistra la mappa della sala dell'esposione della bomba dei congiurati e infine, a destra, la cronaca dei fatti tratta dall'edizione del "Corriere della Sera" del 22 luglio del 1944, il giorno in cui fu fucilato Stauffenberg. Prima della lettura vi ricordo che il giornale di via Solferino usciva nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Un ultima cosa, nei prossimi giorni vi romperò i coglioni con una mia recensione del film. A presto.

Alla Rai ci vuole Umberto Eco

Intervista all'onorevole Roberto Zaccaria
Il Tempo, 22 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo
(a destra U. Eco)

Per il Cda, la Rai ha bisogno di uomini lontani dalla politica. Lo pensa l'onorevole Roberto Zaccaria, deputato del Partito democratico ed ex presidente della Rai. Zaccaria insegna Istituzioni di Diritto pubblico nell'Università di Firenze, dove è anche docente di Diritto costituzionale generale e di Diritto dell'informazione.
Onorevole Zaccaria, cosa ne pensa dell'epilogo della telenovela sulla Vigilanza che ha portato allo scioglimento della Commissione Bicamerale?
“Era inevitabile dopo il deterioramento della situazione. Non era possibile una soluzione diversa”.
L'accordo in Vigilanza può essere letto come una disponibilità a fare patti tra Pdl e Pd anche sul Cda della Rai?
“No, è un'impressione sbagliata. L'azione comune del centrosinistra e del Pdl è il risultato di due azioni autonome che si sono realizzate in tempi diversi. Solo dopo l'iniziativa dei Presidenti delle Camere è scattato il meccanismo delle dimissioni. Non c'è stato nessun patto tra i due schieramenti”.
La Rai ha un suo Cda in prorogatio. Molti sono preoccupati per quello che sta accadendo.
“In questo periodo l'azienda ha fatto scelte importanti. Ora la Rai avrà un nuovo Cda e forse anche un altro Direttore generale. Non credo che con un nuovo Consiglio di amministrazione ci sarebbe stato un epilogo diverso per il caso Santoro. Inoltre, in questi mesi la Rai ha lavorato bene e ha fatto accordi importanti sulle fiction e sui diritti sportivi. La Rai c'è ed è nel pieno delle sue funzioni”.
Il Pd vuole una Rai lontana dai partiti.
“Sono d'accordo con l'impostazione di Veltroni. E' importante che questo auspicio sia rinnovato. Ma non è facilissimo con la legge Gasparri. Spero che alle parole di Veltroni seguano i fatti. Purtroppo la nomina è rimessa alla politica e fare scelte di autonomia dalla politica non è semplice”.
Farete la vostra parte?
“In questa legislatura non ho fatto parte della Commissione di Vigilanza. E non ho nessuna voce in capitolo sulla scelta. Mi auguro che il Pd scelga dei soggetti con una forte autonomia personale”.
Secondo questo principio Petruccioli potrebbe non essere più il presidente del Cda?
“Non dico di sì o di no a questa ipotesi. Petruccioli ha lavorato bene. E nel suo caso sarebbe ingiusto pensare ai suoi precedenti politici che ormai sono lontani. Non ho candidature in testa. Quindi perché no?!”.
Anche se ha una storia politica definita?
“Non sono io che decido. Deve essere il Cda a dimostrare di essere autonomo dai partiti”.
Lei consiglierebbe a qualcuno di assumere questo incarico?
“Io ho svolto questo incarico in buona autonomia. Non posso giudicarmi. Quella del Presidente della Rai è una bellissima attività”
Un nome per il Cda lo farebbe?
“Mi vengono in mente tanti nomi. Ci sono alcuni grandi nomi come quello di Umberto Eco. La Rai ha bisogno di persone di prestigio, i quali hanno raggiunto posizioni di un certo rilievo grazie alle loro capacità e che non mettano in gioco il loro nome per operazioni di piccolo cabotaggio. Questa è la migliore garanzia per tutti. Se le persone sono indipendenti si può pensare che riescano a fare le scelte per l'interessi di tutti”.
Lei ha detto che ha svolto il suo mandato in “buona autonomia”. Tornerebbe alla guida della Rai?
“In questo momento sono un parlamentare. La mia esperienza mi impedisce di essere ancora presidente della Rai. Forse tra 10 anni. Ma credo che allora sarò un po' vecchiotto per questo incarico. E poi non dimentichiamo che sono un parlamentare. Il mio nome potrebbe sembrare legato alla politica”.

E non mancate l'appuntamento con Maurizio Molinari


mercoledì 21 gennaio 2009

Domani appuntamento con Roberto Zaccaria


Rimuovere Villari è un errore

Intervista a francesco D'Onofrio
Voce Repubblicana del 22 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo


Nessuno ha l’autorità per rimuovere il Presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai. Lo pensa il professore Francesco D’Onofrio, ex senatore dell’Udc, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”.
Senatore D’Onofrio, cosa pensa delle polemiche sulla Vigilanza Rai dopo che i radicali si sono rivolti alla magistratura denunciando l’interruzione di pubblico servizio per il blocco dei lavori della Commissione da parte dei parlamentari che vorrebbero costringere alle dimissioni il Presidente Riccardo Villari? Qual è la sua opinione?
“Sull’iniziativa giurisdizionale sono cauto e attendo di vedere cosa farà la magistratura. Ci sono degli aspetti di libertà dei singoli parlamentari, che possono decidere o meno di far parte di una Commissione parlamentare. Se non ne fanno parte, non è un’interruzione di un pubblico servizio. Se le dimissioni sono invece mirate a impedire il funzionamento della Commissione, allora c’è un reato. Io ritengo che in questo caso non ci sia. Penso che questa vicenda sia complicata. Nessuno ha l’autorità per rimuovere Riccardo Villari. La questione può essere risolta solo con le dimissioni del Presidente della Commissione”.
Con le dimissioni dei parlamentari in Vigilanza cosa accadrà? I Presidenti delle Camere le respingeranno come hanno fatto poche settimane fa con i dimissionari Pancho Pardi e con Leoluca Orlando, chiedendo ai gruppi di sostituirli?
“Non esiste la possibilità che la Commissione decada. Nella nostra Costituzione abbiamo un principio non scritto che riguarda la funzionalità degli organi costituzionali. Nell’impossibilità di funzionamento è possibile procurarne lo scioglimento. Non si tratta di una questione semplice e pacifica. La Commissione di Vigilanza è bicamerale e non rientra nella competenza esclusiva di uno dei due rami del Parlamento. E, allo stato attuale, non esistono poteri dei due presidenti delle Camere come autorità superiori della Commissione bicamerale di Vigilanza. E’ una questione complicata”.
Su questa vicenda può intervenire la Giunta del Regolamento che è però solo chiamata ad interpretare i regolamenti parlamentari? La Vigilanza ha un suo regolamento diverso da quello di Camera e Senato. E’ un abuso?
“Il Presidente del Senato Renato Schifani è un giurista. Anche il Presidente dalla Camera Gianfranco Fini lo è. La Giunta non può pronunciarsi, né deliberare sulla Vigilanza”.
Ci sarebbe una esondazione dei poteri della Giunta del Regolamento?
“La Giunta avrebbe il potere di suggerire al Presidente del Senato cosa fare. Ma il suo parere non sarebbe vincolante rispetto alla situazione della Commissione di Vigilanza sulla Rai. Sono curioso di vedere cosa accadrà”.

Storia di un ricatto reciproco

Intervista a Paolo Calzini
Voce Repubblicana del 21 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo
(a destra l'ipotesi di un nuovo gasdotto che eviti il passaggio in Ucraina)

La Ue non ha una posizione unitaria sulla politica energetica. Questa incertezza la rende debole di fronte ad una crisi come quella del gas russo. Lo ha detto alla “Voce” Paolo Calzini, Docente di Politica Internazionale presso l’Università Statale di Milano e di Russian Studies presso la Johns Hopkins University, Bologna Center.
Professor Calzini, Mosca e Kiev sono giunte ad un accordo formale per la ripresa delle forniture russe e per il transito nel territorio ucraino. Il comportamento del Cremlino è stato ricattatorio?
“Forse questo termine è eccessivo. La Russia ha mantenuto le sue posizioni di fondo. Il problema nasce dal fatto che nei rapporti tra la Russia e l’Unione europea, l’Ucraina gioca un ruolo importante come paese di transito dei gasdotti. Tra la Russia e l’Ucraina si è innescato un ricatto reciproco. La Russia ricatta l’Ucraina perché se Kiev blocca il passaggio del gas questa situazione danneggia l’Europa. E la stessa Ucraina danneggia la Russia se Mosca non concede una riduzione del prezzo del gas e del petrolio. E allora Kiev blocca il transito del gas. La Russia non aveva nessun vantaggio a bloccare il gas che passa dall’Ucraina per premere sull’Ue. Ecco perché ritengo che questo sia un gioco complicato a tre. L’Ue oggi dipende dalla Russia per i rifornimenti del gas. Ecco perché qualsiasi elemento che condiziona i rifornimenti del gas finisce per trasformarsi oggettivamente in un ricatto per la Ue in un rapporto complicato a tre”.
La Russia ha approfittato della situazione al fine di mandare un avviso agli ucraini di non avvicinarsi alla Ue?
“E’ vero. In questo gioco incrociato non esiste solo una dimensione economica, ma incontriamo una politica di fondo nel rapporto tra l’Ucraina e la Russia. Mosca è contraria al fatto che Kiev si avvicini a Brixelles. E siccome l’Ucraina vive una situazione politica difficile, la Russia ne ha approfittato. Mosca ha dalla sua, come argomento “politico”, la fornitura di beni energetici vitali per i suoi vicini a prezzi di mercato. Questi prezzi non erano stati praticati finora perché le quotazioni del gas rivolte verso il mercato ucraino erano state finora inferiori ai prezzi di mercato”.
La risposta europea alla crisi del gas è stata incerta?
“Indubbiamente lo è stata. La Ue non ha una politica comune sulla questione energetica. E’ un vecchio problema. Ogni questione che pone il problema dei rifornimenti del gas sconta il problema che l’Unione europea non ha una posizione unitaria pur dipendendo dai rifornimenti del gas russo. Ma nei rapporti tra Russia e Ue esiste una dipendenza reciproca perché anche la Russia ha bisogno dell’Europa come mercato di sbocco per le sue risorse energetiche. E l’idea che la Russia orienti i suoi rifornimenti verso l’Asia oggi è una prospettiva realistica”.

Barack Obama, discorso di insediamento



Volevo ringraziare i cittadini cinesi che hanno visitato il blog in questi due giorni. Non ne avevo compreso la ragione. Ma poi ho saputo che la trascrizione in cinese del discorso inaugurale del presidente statunitense Barack Obama sui siti web cinesi era stata censurata perchè le autorità comuniste cinesi hanno omesso i passaggi che parlavano di comunismo e di dissidenti. Il discorso di Obama ha irritato i dirigenti del partito comunista cinese, attenti a quel che internet diffonde in Cina. Obama ha dichiarato che le generazioni precedenti "hanno affontato il comunismo e il fascismo non soltanto con i missili e i carrarmati, ma con alleanze solide e convinzioni durature". Poi ha detto che "chi si attacca al potere con la corruzione e l'inganno" e "fa tacere i dissidenti" è secondo Obama "dal lato sbagliato della storia". La parola comunismo manca nella versione dei portali cinesi più popolari, Sohu e Sina, e la menzione dei dissidenti è scomparsa. A Hong Kong invece si può trovare la versione completa sul sito di Phoenix Tv.

martedì 20 gennaio 2009

The big blackmail

Interview with Paolo Calzini
Voce Repubblicana 21 january 2009
by Lanfranco Palazzolo

The EU has no unified position on energy policy. This uncertainty makes it weak in the face of a crisis like that of Russian gas. He told the "Voce" Paolo Calzini Professor of politics at the State University of Milan and of Russian Studies at the Johns Hopkins University, Bologna Center.
Professor Calzini, Moscow and Kiev reached a formal agreement for the resumption of Russian supplies and transit through Ukrainian territory. The behavior of the Kremlin was blackmail?
"Perhaps this time is excessive. Russia has maintained its positions in the background. The problem stems from the fact that in relations between Russia and the European Union, Ukraine plays an important role as a transit country for gas pipelines. Between Russia and Ukraine has sparked a mutual blackmail. Russia blackmailing Ukraine, because Kiev is blocking the passage of gas this situation harms Europe. And the same harm Ukraine Russia if Moscow does not grant a reduction in the price of gas and oil. So Kiev blocking the transit of gas. Russia had no advantage to block the gas that goes to press Ukraine on the EU. That's why I think this is a complicated game to three. The EU now depends on Russia for gas supplies. That's why anything that affects the supply of gas ends becomes objectively blackmail the EU into a complicated relationship to three".
Russia took advantage of the situation to send a notice to Ukrainians not to get closer to the EU?
"It is true. In this game there is no cross only economic, but we find a policy background in the relationship between Ukraine and Russia. Moscow is opposed to the fact that Kiev approaching Bruxelles. And since Ukraine experiencing a difficult political situation, Russia has taken advantage. Moscow has by its argument as "political", the supply of energy vital to its neighbors to market prices. These prices were not charged until now because the price of gas toward the Ukrainian market had been lower than market prices".
The European response to the gas crisis was uncertain?
"Undoubtedly it was. The EU has no common policy on energy. It 'an old problem. Every issue that poses the problem of supply of gas suffer for the problem that the EU does not have a unified position while depending on the supplies of Russian gas. But in relations between Russia and the EU there is a mutual dependency because Russia needs Europe as a market for its energy resources. And the idea that Russia will guide its supplies to Asia is now a realistic prospect".

Inaugural address, Barack Obama 2009

"My fellow citizens: I stand here today humbled by the task before us, grateful for the trust you have bestowed, mindful of the sacrifices borne by our ancestors. I thank President Bush for his service to our nation, as well as the generosity and cooperation he has shown throughout this transition. Forty-four Americans have now taken the presidential oath. The words have been spoken during rising tides of prosperity and the still waters of peace. Yet, every so often the oath is taken amidst gathering clouds and raging storms. At these moments, America has carried on not simply because of the skill or vision of those in high office, but because We the People have remained faithful to the ideals of our forbearers, and true to our founding documents.
So it has been. So it must be with this generation of Americans. That we are in the midst of crisis is now well understood. Our nation is at war, against a far-reaching network of violence and hatred. Our economy is badly weakened, a consequence of greed and i
rresponsibility on the part of some, but also our collective failure to make hard choices and prepare the nation for a new age. Homes have been lost; jobs shed; businesses shuttered. Our health care is too costly; our schools fail too many; and each day brings further evidence that the ways we use energy strengthen our adversaries and threaten our planet. These are the indicators of crisis, subject to data and statistics. Less measurable but no less profound is a sapping of confidence across our land - a nagging fear that America's decline is inevitable, and that the next generation must lower its sights.
Today I say to you that the challenges we face are real. They are serious and they are many. They will not be met easily or in a short span of time. But know thi
s, America - they will be met. On this day, we gather because we have chosen hope over fear, unity of purpose over conflict and discord. On this day, we come to proclaim an end to the petty grievances and false promises, the recriminations and worn out dogmas, that for far too long have strangled our politics.
We remain a young nation, but in the words of Scripture, the time has come to set aside childish things. The time has come to reaffirm our enduring spirit; to choose our better history; to carry forward that precious gift, that noble idea, passed on from generation to generation: the God-given promise that all are equal, all are free, and all deserve a chance to pursue their full measure of happiness. In reaffirming the greatness of our nation, we understand that greatness is never a given. It must be earned. Our journey has never been one of short-cuts or settling for less. It has not been the path for the faint-hearted - for those who prefer leisure over work, or seek only the pleasures of rich
es and fame. Rather, it has been the risk-takers, the doers, the makers of things - some celebrated but more often men and women obscure in their labor, who have carried us up the long, rugged path towards prosperity and freedom. For us, they packed up their few worldly possessions and traveled across oceans in search of a new life. For us, they toiled in sweatshops and settled the West; endured the lash of the whip and plowed the hard earth. For us, they fought and died, in places like Concord and Gettysburg; Normandy and Khe Sahn. Time and again these men and women struggled and sacrificed and worked till their hands were raw so that we might live a better life. They saw America as bigger than the sum of our individual ambitions; greater than all the differences of birth or wealth or faction. This is the journey we continue today. We remain the most prosperous, powerful nation on Earth. Our workers are no less productive than when this crisis began. Our minds are no less inventive, our goods and services no less needed than they were last week or last month or last year. Our capacity remains undiminished. But our time of standing pat, of protecting narrow interests and putting off unpleasant decisions - that time has surely passed. Starting today, we must pick ourselves up, dust ourselves off, and begin again the work of remaking America.
For everywhere we look, there is work to be done. The state of the economy calls for action, bold and swift, and we will act - not only to create new jobs, but to lay a new foundation for growth. We will build the roads and bridges, the electric grids and digital lines that feed our commerce and bind us together. We will restore science to its rightful place, and wield technology's wonders to raise health care's quality and lower its cost. We will harness the sun and the winds and the soil to fuel our cars and run our factories. And we will transform our schools and colleges and universities to meet the demands of a new age. All this we can do. And all this we will do. Now, there are some who question the scale of our ambitions - who suggest that our system cannot tolerate too many big plans. Their memories are short. For they have forgotten what this country has already done; what free men and women can achieve when imagination is joined to common purpose, and necessity to courage.
What the cynics fail to understand is that the ground has shifted beneath them - that the stale political arguments that have consumed us for so long no longer apply. The question we ask today is not whether our government is too big or too small, but whether it works - whether it helps families find jobs at a decent wage, care they can afford, a retirement that is dignified. Where the answer is yes, we intend to move forward. Where the answer is no, programs will end. And those of us who manage the public's dollars will be held to account - to spend wisely, reform bad habits, and do our business in the light of day - because only then can we restore the vital trust between a people and their government.
Nor is the question before us whether the market is a force for good or ill. Its power to generate wealth and expand freedom is unmatched, but this cr
isis has reminded us that without a watchful eye, the market can spin out of control - and that a nation cannot prosper long when it favors only the prosperous. The success of our economy has always depended not just on the size of our Gross Domestic Product, but on the reach of our prosperity; on our ability to extend opportunity to every willing heart - not out of charity, but because it is the surest route to our common good.
As for our common defense, we reject as false the choice between our safety and our ideals. Our Founding Fathers, faced with perils we can scarcely imagine, drafted a charter to assure the rule of law and the rights of man, a charter expanded by the blood of generations. Those ideals still light the world, and we will not give them up for expedience's sake. And so to all other peoples and governments who are watching today, from the grandest capitals to the small village where my father was born: know that America is a friend of each nation and every man, woman, and child who seeks a future of peace and dignity, and that we are ready to lead once more.
Recall that earlier generations faced down fascism and communism not just with missiles and tanks, but with sturdy alliances and enduring convictions. They understood that our power alone cannot protect us, nor does it entitle us to do as we please. Instead, they knew that our power grows through its prudent use; our security emanates from the justness of our cause, the force of our example, the tempering qualities of humility and restraint.
We are the keepers of this legacy. Guided by these principles once more, we can meet those new threats that demand even greater effort - even greater cooperation and understanding between nations. We will begin to responsibly leave Iraq to its people, and forge a hard-earned peace in Afghanistan. With old friends and former foes, we will work tirelessly to lessen the nuclear threat, and roll back the specter of a warming planet. We will not apologize for our way of life, nor will we waver in its defense, and for those who seek to advance their aims by inducing terror and slaughtering innocents, we say to you now that our spirit is stronger and cannot be broken; you cannot outlast us, and we will defeat you.
For we know that our patchwork heritage is a strength, not a weakness. We are a nation of Christians and Muslims, Jews and Hindus - and non-believers. We are shaped by every language and culture, drawn from every end of this Earth; and because we have tasted the bitter swill of civil war and segregation, and emerged from that dark chapter stronger and more united, we cannot help but believe that the old hatreds shall someday pass; that the lines of tribe shall soon dissolve; that as the world grows smaller, our common humanity shall reveal itself; and that America must play its role in ushering in a new era of peace.
To the Muslim world, we seek a new way forward, based on mutual interest and mutual respect. To those leaders around the globe who seek to sow conflict, or blame their society's ills on the West - know that your people will judge you on what you can build, not what you destroy. To those who cling to power through corruption and deceit and the silencing of dissent, know that you are on the wrong side of history; but that we will extend a hand if you are willing to unclench your fist. To the people of poor nations, we pledge to work alongside you to make your farms flourish and let clean waters flow; to nourish starved bodies and feed hungry minds. And to those nations like ours that enjoy relative plenty, we say we can no longer afford indifference to suffering outside our borders; nor can we consume the world's resources without regard to effect. For the world has changed, and we must change with it.
As we consider the road that unfolds before us, we remember with humble gratitude those brave Americans who, at this very hour, patrol far-off deserts and distant mountains. They have something to tell us today, just as the fallen heroes who lie in Arlington whisper through the ages. We honor them not only because they are guardians of our liberty, but because they embody the spirit of service; a willingness to find meaning in something greater than themselves. And yet, at this moment - a moment that will define a generation - it is precisely this spirit that must inhabit us all.

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter's courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent's willingness to nurture a child, that finally decides our fate. Our challenges may be new. The instruments with which we meet them may be new. But those values upon which our success depends - hard work and honesty, courage and fair play, tolerance and curiosity, loyalty and patriotism - these things are old. These things are true. They have been the quiet force of progress throughout our history. What is demanded then is a return to these truths. What is required of us now is a new era of responsibility - a recognition, on the part of every American, that we have duties to ourselves, our nation, and the world, duties that we do not grudgingly accept but rather seize gladly, firm in the knowledge that there is nothing so satisfying to the spirit, so defining of our character, than giving our all to a difficult task. This is the price and the promise of citizenship. This is the source of our confidence - the knowledge that God calls on us to shape an uncertain destiny. This is the meaning of our liberty and our creed - why men and women and children of every race and every faith can join in celebration across this magnificent mall, and why a man whose father less than sixty years ago might not have been served at a local restaurant can now stand before you to take a most sacred oath. So let us mark this day with remembrance, of who we are and how far we have traveled. In the year of America's birth, in the coldest of months, a small band of patriots huddled by dying campfires on the shores of an icy river. The capital was abandoned. The enemy was advancing. The snow was stained with blood. At a moment when the outcome of our revolution was most in doubt, the father of our nation ordered these words be read to the people: "Let it be told to the future world...that in the depth of winter, when nothing but hope and virtue could survive...that the city and the country, alarmed at one common danger, came forth to meet [it]."
America. In the face of our common dangers, in this winter of our hardship, let us remember these timeless words. With hope and virtue, let us brave once more the icy currents, and endure what storms may come. Let it be said by our children's children that when we were tested we refused to let this journey end, that we did not turn back nor did we falter; and with eyes fixed on the horizon and God's grace upon us, we carried forth that great gift of freedom and delivered it safely to future generations".

Inaugural address, George W. Bush 2005



"Vice President Cheney, Mr. Chief Justice, President Carter, President Bush, President Clinton, reverend clergy, distinguished guests, fellow citizens:
On this day, prescribed by law and marked by ceremony, we celebrate the durable wisdom of our Constitution, and recall the deep commitments that unite our country. I am grateful for the honor of this hour, mindful of the consequential times in which we live, and determined to fulfill the oath that I have sworn and you have witnessed.
At this second gathering, our duties are defined not by the words I use, but by the history we have seen together. For a half century, America defended our own freedom by standing watch on distant borders. After the shipwreck of communism came years of relative quiet, years of repose, years of sabbatical - and then there came a day of fire.
We have seen our vulnerability - and we have seen its deepest source. For as long as whole regions of the world simmer in resentment and tyranny - prone to ideologies that feed hatred and excuse murder - violence will gather, and multiply in destructive power, and cross the most defended borders, and raise a mortal threat. There is only one force of history that can break the reign of hatred and resentment, and expose the pretensions of tyrants, and reward the hopes of the decent and tolerant, and that is the force of human freedom.
We are led, by events and common sense, to one conclusion: The survival of liberty in our land increasingly depends on the success of liberty in other lands. The best hope for peace in our world is the expansion of freedom in all the world.
America's vital interests and our deepest beliefs are now one. From the day of our Founding, we have proclaimed that every man and woman on this earth has rights, and dignity, and matchless value, because they bear the image of the Maker of Heaven and earth. Across the generations we have proclaimed the imperative of self-government, because no one is fit to be a master, and no one deserves to be a slave. Advancing these ideals is the mission that created our Nation. It is the honorable achievement of our fathers. Now it is the urgent requirement of our nation's security, and the calling of our time.
So it is the policy of the United States to seek and support the growth of democratic movements and institutions in every nation and culture, with the ultimate goal of ending tyranny in our world.
This is not primarily the task of arms, though we will defend ourselves and our friends by force of arms when necessary. Freedom, by its nature, must be chosen, and defended by citizens, and sustained by the rule of law and the protection of minorities. And when the soul of a nation finally speaks, the institutions that arise may reflect customs and traditions very different from our own. America will not impose our own style of government on the unwilling. Our goal instead is to help others find their own voice, attain their own freedom, and make their own way.
The great objective of ending tyranny is the concentrated work of generations. The difficulty of the task is no excuse for avoiding it. America's influence is not unlimited, but fortunately for the oppressed, America's influence is considerable, and we will use it confidently in freedom's cause.
My most solemn duty is to protect this nation and its people against further attacks and emerging threats. Some have unwisely chosen to test America's resolve, and have found it firm.
We will persistently clarify the choice before every ruler and every nation: The moral choice between oppression, which is always wrong, and freedom, which is eternally right. America will not pretend that jailed dissidents prefer their chains, or that women welcome humiliation and servitude, or that any human being aspires to live at the mercy of bullies.
We will encourage reform in other governments by making clear that success in our relations will require the decent treatment of their own people. America's belief in human dignity will guide our policies, yet rights must be more than the grudging concessions of dictators; they are secured by free dissent and the participation of the governed. In the long run, there is no justice without freedom, and there can be no human rights without human liberty.
Some, I know, have questioned the global appeal of liberty - though this time in history, four decades defined by the swiftest advance of freedom ever seen, is an odd time for doubt. Americans, of all people, should never be surprised by the power of our ideals. Eventually, the call of freedom comes to every mind and every soul. We do not accept the existence of permanent tyranny because we do not accept the possibility of permanent slavery. Liberty will come to those who love it.
Today, America speaks anew to the peoples of the world:
All who live in tyranny and hopelessness can know: the United States will not ignore your oppression, or excuse your oppressors. When you stand for your liberty, we will stand with you.
Democratic reformers facing repression, prison, or exile can know: America sees you for who you are: the future leaders of your free country.
The rulers of outlaw regimes can know that we still believe as Abraham Lincoln did: "Those who deny freedom to others deserve it not for themselves; and, under the rule of a just God, cannot long retain it."
The leaders of governments with long habits of control need to know: To serve your people you must learn to trust them. Start on this journey of progress and justice, and America will walk at your side.
And all the allies of the United States can know: we honor your friendship, we rely on your counsel, and we depend on your help. Division among free nations is a primary goal of freedom's enemies. The concerted effort of free nations to promote democracy is a prelude to our enemies' defeat.
Today, I also speak anew to my fellow citizens:
From all of you, I have asked patience in the hard task of securing America, which you have granted in good measure. Our country has accepted obligations that are difficult to fulfill, and would be dishonorable to abandon. Yet because we have acted in the great liberating tradition of this nation, tens of millions have achieved their freedom. And as hope kindles hope, millions more will find it. By our efforts, we have lit a fire as well - a fire in the minds of men. It warms those who feel its power, it burns those who fight its progress, and one day this untamed fire of freedom will reach the darkest corners of our world.
A few Americans have accepted the hardest duties in this cause - in the quiet work of intelligence and diplomacy ... the idealistic work of helping raise up free governments ... the dangerous and necessary work of fighting our enemies. Some have shown their devotion to our country in deaths that honored their whole lives - and we will always honor their names and their sacrifice.
All Americans have witnessed this idealism, and some for the first time. I ask our youngest citizens to believe the evidence of your eyes. You have seen duty and allegiance in the determined faces of our soldiers. You have seen that life is fragile, and evil is real, and courage triumphs. Make the choice to serve in a cause larger than your wants, larger than yourself - and in your days you will add not just to the wealth of our country, but to its character.
America has need of idealism and courage, because we have essential work at home - the unfinished work of American freedom. In a world moving toward liberty, we are determined to show the meaning and promise of liberty.
In America's ideal of freedom, citizens find the dignity and security of economic independence, instead of laboring on the edge of subsistence. This is the broader definition of liberty that motivated the Homestead Act, the Social Security Act, and the G.I. Bill of Rights. And now we will extend this vision by reforming great institutions to serve the needs of our time. To give every American a stake in the promise and future of our country, we will bring the highest standards to our schools, and build an ownership society. We will widen the ownership of homes and businesses, retirement savings and health insurance - preparing our people for the challenges of life in a free society. By making every citizen an agent of his or her own destiny, we will give our fellow Americans greater freedom from want and fear, and make our society more prosperous and just and equal.
In America's ideal of freedom, the public interest depends on private character - on integrity, and tolerance toward others, and the rule of conscience in our own lives. Self-government relies, in the end, on the governing of the self. That edifice of character is built in families, supported by communities with standards, and sustained in our national life by the truths of Sinai, the Sermon on the Mount, the words of the Koran, and the varied faiths of our people. Americans move forward in every generation by reaffirming all that is good and true that came before - ideals of justice and conduct that are the same yesterday, today, and forever.
In America's ideal of freedom, the exercise of rights is ennobled by service, and mercy, and a heart for the weak. Liberty for all does not mean independence from one another. Our nation relies on men and women who look after a neighbor and surround the lost with love. Americans, at our best, value the life we see in one another, and must always remember that even the unwanted have worth. And our country must abandon all the habits of racism, because we cannot carry the message of freedom and the baggage of bigotry at the same time.
From the perspective of a single day, including this day of dedication, the issues and questions before our country are many. From the viewpoint of centuries, the questions that come to us are narrowed and few. Did our generation advance the cause of freedom? And did our character bring credit to that cause?
These questions that judge us also unite us, because Americans of every party and background, Americans by choice and by birth, are bound to one another in the cause of freedom. We have known divisions, which must be healed to move forward in great purposes - and I will strive in good faith to heal them. Yet those divisions do not define America. We felt the unity and fellowship of our nation when freedom came under attack, and our response came like a single hand over a single heart. And we can feel that same unity and pride whenever America acts for good, and the victims of disaster are given hope, and the unjust encounter justice, and the captives are set free.
We go forward with complete confidence in the eventual triumph of freedom. Not because history runs on the wheels of inevitability; it is human choices that move events. Not because we consider ourselves a chosen nation; God moves and chooses as He wills. We have confidence because freedom is the permanent hope of mankind, the hunger in dark places, the longing of the soul. When our Founders declared a new order of the ages; when soldiers died in wave upon wave for a union based on liberty; when citizens marched in peaceful outrage under the banner "Freedom Now" - they were acting on an ancient hope that is meant to be fulfilled. History has an ebb and flow of justice, but history also has a visible direction, set by liberty and the Author of Liberty.
When the Declaration of Independence was first read in public and the Liberty Bell was sounded in celebration, a witness said, "It rang as if it meant something." In our time it means something still. America, in this young century, proclaims liberty throughout all the world, and to all the inhabitants thereof. Renewed in our strength - tested, but not weary - we are ready for the greatest achievements in the history of freedom.
May God bless you, and may He watch over the United States of America".

Inaugural address, George W. Bush 2001



"President Clinton, distinguished guests and my fellow citizens, the peaceful transfer of authority is rare in history, yet common in our country. With a simple oath, we affirm old traditions and make new beginnings.
As I begin, I thank President Clinton for his service to our nation.
And I thank Vice President Gore for a contest conducted with spirit and ended with grace.
I am honored and humbled to stand here, where so many of America's leaders have come before me, and so many will follow.
We have a place, all of us, in a long story--a story we continue, but whose end we will not see. It is the story of a new world that became a friend and liberator of the old, a story of a slave-holding society that became a servant of freedom, the story of a power that went into the world to protect but not possess, to defend but not to conquer.
It is the American story--a story of flawed and fallible people, united across the generations by grand and enduring ideals.
The grandest of these ideals is an unfolding American promise that everyone belongs, that everyone deserves a chance, that no insignificant person was ever born.
Americans are called to enact this promise in our lives and in our laws. And though our nation has sometimes halted, and sometimes delayed, we must follow no other course.
Through much of the last century, America's faith in freedom and democracy was a rock in a raging sea. Now it is a seed upon the wind, taking root in many nations.
Our democratic faith is more than the creed of our country, it is the inborn hope of our humanity, an ideal we carry but do not own, a trust we bear and pass along. And even after nearly 225 years, we have a long way yet to travel.
While many of our citizens prosper, others doubt the promise, even the justice, of our own country. The ambitions of some Americans are limited by failing schools and hidden prejudice and the circumstances of their birth. And sometimes our differences run so deep, it seems we share a continent, but not a country.
We do not accept this, and we will not allow it. Our unity, our union, is the serious work of leaders and citizens in every generation. And this is my solemn pledge: I will work to build a single nation of justice and opportunity.
I know this is in our reach because we are guided by a power larger than ourselves who creates us equal in His image.
And we are confident in principles that unite and lead us onward.
America has never been united by blood or birth or soil. We are bound by ideals that move us beyond our backgrounds, lift us above our interests and teach us what it means to be citizens. Every child must be taught these principles. Every citizen must uphold them. And every immigrant, by embracing these ideals, makes our country more, not less, American.
Today, we affirm a new commitment to live out our nation's promise through civility, courage, compassion and character.
America, at its best, matches a commitment to principle with a concern for civility. A civil society demands from each of us good will and respect, fair dealing and forgiveness.
Some seem to believe that our politics can afford to be petty because, in a time of peace, the stakes of our debates appear small.
But the stakes for America are never small. If our country does not lead the cause of freedom, it will not be led. If we do not turn the hearts of children toward knowledge and character, we will lose their gifts and undermine their idealism. If we permit our economy to drift and decline, the vulnerable will suffer most.
We must live up to the calling we share. Civility is not a tactic or a sentiment. It is the determined choice of trust over cynicism, of community over chaos. And this commitment, if we keep it, is a way to shared accomplishment.
America, at its best, is also courageous.
Our national courage has been clear in times of depression and war, when defending common dangers defined our common good. Now we must choose if the example of our fathers and mothers will inspire us or condemn us. We must show courage in a time of blessing by confronting problems instead of passing them on to future generations.
Together, we will reclaim America's schools, before ignorance and apathy claim more young lives.
We will reform Social Security and Medicare, sparing our children from struggles we have the power to prevent. And we will reduce taxes, to recover the momentum of our economy and reward the effort and enterprise of working Americans.
We will build our defenses beyond challenge, lest weakness invite challenge.
We will confront weapons of mass destruction, so that a new century is spared new horrors.
The enemies of liberty and our country should make no mistake: America remains engaged in the world by history and by choice, shaping a balance of power that favors freedom. We will defend our allies and our interests. We will show purpose without arrogance. We will meet aggression and bad faith with resolve and strength. And to all nations, we will speak for the values that gave our nation birth.
America, at its best, is compassionate. In the quiet of American conscience, we know that deep, persistent poverty is unworthy of our nation's promise.
And whatever our views of its cause, we can agree that children at risk are not at fault. Abandonment and abuse are not acts of God, they are failures of love.
And the proliferation of prisons, however necessary, is no substitute for hope and order in our souls.
Where there is suffering, there is duty. Americans in need are not strangers, they are citizens, not problems, but priorities. And all of us are diminished when any are hopeless.
Government has great responsibilities for public safety and public health, for civil rights and common schools. Yet compassion is the work of a nation, not just a government.
And some needs and hurts are so deep they will only respond to a mentor's touch or a pastor's prayer. Church and charity, synagogue and mosque lend our communities their humanity, and they will have an honored place in our plans and in our laws.
Many in our country do not know the pain of poverty, but we can listen to those who do.
And I can pledge our nation to a goal: When we see that wounded traveler on the road to Jericho, we will not pass to the other side.
America, at its best, is a place where personal responsibility is valued and expected.
Encouraging responsibility is not a search for scapegoats, it is a call to conscience. And though it requires sacrifice, it brings a deeper fulfillment. We find the fullness of life not only in options, but in commitments. And we find that children and community are the commitments that set us free.
Our public interest depends on private character, on civic duty and family bonds and basic fairness, on uncounted, unhonored acts of decency which give direction to our freedom.
Sometimes in life we are called to do great things. But as a saint of our times has said, every day we are called to do small things with great love. The most important tasks of a democracy are done by everyone.
I will live and lead by these principles: to advance my convictions with civility, to pursue the public interest with courage, to speak for greater justice and compassion, to call for responsibility and try to live it as well.
In all these ways, I will bring the values of our history to the care of our times.
What you do is as important as anything government does. I ask you to seek a common good beyond your comfort; to defend needed reforms against easy attacks; to serve your nation, beginning with your neighbor. I ask you to be citizens: citizens, not spectators; citizens, not subjects; responsible citizens, building communities of service and a nation of character.
Americans are generous and strong and decent, not because we believe in ourselves, but because we hold beliefs beyond ourselves. When this spirit of citizenship is missing, no government program can replace it. When this spirit is present, no wrong can stand against it.
After the Declaration of Independence was signed, Virginia statesman John Page wrote to Thomas Jefferson: ``We know the race is not to the swift nor the battle to the strong. Do you not think an angel rides in the whirlwind and directs this storm?''
Much time has passed since Jefferson arrived for his inauguration. The years and changes accumulate. But the themes of this day he would know: our nation's grand story of courage and its simple dream of dignity.
We are not this story's author, who fills time and eternity with his purpose. Yet his purpose is achieved in our duty, and our duty is fulfilled in service to one another.
Never tiring, never yielding, never finishing, we renew that purpose today, to make our country more just and generous, to affirm the dignity of our lives and every life.
This work continues. This story goes on. And an angel still rides in the whirlwind and directs this storm.
God bless you all, and God bless America".