venerdì 30 ottobre 2009

Una decisione da prendere con la base

Intervista ad Ileana Argentin
Voce Repubblicana
del 31 ottobre 2009
Di Lanfranco Palazzolo

Prima di prendere una decisione sulla segreteria del Pd nel Lazio dobbiamo consultare la base del partito. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Ileana Argentin del Partito democratico e candidata alla segreteria regionale del Lazio per la mozione Marino.
Onorevole Argentin, cosa accadrà per la segreteria regionale del Lazio dopo che alle primarie nessuno dei candidati ha superato il 50 per cento? Cosa farete?
“Per noi resta importantissimo il programma che la mozione Marino ha portato avanti. Noi continuiamo a sostenere che staremo con il candidato che dimostrerà di essere più vicino alle nostre proposte: contrarietà all’utilizzo dell’energia nucleare, riconoscimento delle cosiddette coppie di fatto, di sostegno alla meritocrazia. Il nostro programma sarà il criterio per stabilire possibili accordi con una delle due mozioni che hanno ottenuto una percentuale superiore alla nostra. Anche se sono dell’idea che questa decisione debba essere presa insieme ai nostri delegati e insieme ai nostri simpatizzanti. Faremo delle riunioni dove stabiliremo la nostra linea. Nel Lazio ho preso il 19,6 per cento e a Roma il 21 per cento. Il nostro ruolo di ago della bilancia nelle decisioni che verranno prese è molto forte. Non sono certo io da sola a decidere in qualità di candidato. Ora dobbiamo confrontarci con i circoli e con le altre realtà”.
Molti esponenti della mozione Marino hanno accusato Dario Franceschini e Pierluigi Bersani di voler fare un accordo per la spartizione dei posti nel Partito democratico. Accadrà questo?
“Mi sembrerebbe una scelta vergognosa soprattutto se la facesse Bersani che ha sempre sostenuto un’apertura interna. Gli inciuci e gli accordicchi non stanno né in cielo, né in terra. Se qualcuno cercherà di intraprendere questa strada ci opporremo rispetto a questa ipotesi. Non siamo pronti ad un partito che ci vive come un’opposizione. Dobbiamo stare nel Partito democratico e lavorare insieme”.
A chi pensate di aver tolto consensi nel Pd?
“Non saprei dirlo con precisione. L’istinto mi dice che abbiamo tolto molti consensi alla mozione Franceschini perché i bersaniani sono un mondo a se e sostengono il ritorno ad una politica del passato che nega il valore aggiunto del Partito democratico. La soluzione migliore è legata alle posizioni di Dario Franceschini. Io sono una veltroniana.
Quindi si può pensare che Morassut diventerà il segretario del Pd nel Lazio?
“Questo non posso ancora dirglielo. Le ho detto che dobbiamo consultarci con la base del partito che ci ha sostenuto”.
Quali ripercussioni ha avuto il caso Marrazzo nel Pd?
“Dal punto di vista umano ho un grande rispetto per la storia di Piero. Dal punto di vista politico dobbiamo essere rappresentati da una nuova figura e da un’ideale politico nuovo”.

Troppo facile attaccare Marrazzo

Intervista a Francesco Storace
Voce Repubblicana del 30 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Oggi sarebbe troppo facile attaccare Marrazzo. Mi auguro solo che la Regione Lazio possa essere governata da un governo autorevole di centrodestra. La Regione Lazio ha bisogno proprio di questo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’ex ministro della Salute ed ex Governatore del Lazio Francesco Storace, leader de la Destra.
Senatore Francesco Storace, cosa pensa della vicenda Marrazzo e della difficoltà ad arrivare alle dimissioni del Governatore del Lazio?
“Non voglio entrare nel merito su come si è arrivati a questa decisione. L’importante è che questa scelta sia stata fatta. Adesso l’importante è dare alla Regione Lazio un governo degno di questo nome e che entri presto nella pienezza dei suoi poteri”.
E’ rimasto sorpreso delle rivelazioni su Piero Marrazzo se consideriamo le polemiche che c’erano state alcuni anni fa sulla vicenda Laziogate?
“Quello che è accaduto in questi giorni è la dimostrazione che quanto si disse allora fu una sciocchezza. Non c’era bisogno che nessuno assoldasse alcunché. Marrazzo aveva quei gusti sessuali. E quello era un problema suo. Ma a me questo non interessa. Sono più interessato a quello che è accaduto dopo: la mancata denuncia di un alto rappresentante delle istituzioni rispetto all’iniziativa di una banda di estorsori. C’è stata una trama di ricatti alla quale lui ha colpevolmente ceduto. Questo è l’epilogo giusto. Quando si governa un’istituzione bisogna anche avere senso di responsabilità”.
Chi ha indotto Piero Marrazzo a scegliere la strada dell’autosospensione?
“Il Partito democratico ha giocato una partita abbastanza spregiudicata sulla pelle di Marrazzo. Io credo che il Presidente uscente della Regione Lazio abbia vissuto giorni di tragedia. La sua formazione politica è stata molto cinica”.
Quali sono stati i suoi rapporti con Marrazzo dopo lo scontro politico del 2005?
“Oggi sarebbe troppo facile rispondere viste le polemiche che ci sono state tra me e Marrazzo. Preferirei evitare di farlo”.
Lei mantiene ancora la sua intenzione di volersi candidare alle prossime elezioni regionali nel Lazio?
“E’ evidente che bisogna aprire tutti i giochi. Si tratta di capire cosa vuole fare chi pensa di rappresentare un’opposizione al centrosinistra. L’ideale sarebbe quello di organizzare un centrodestra ampio che si propone di ritornare alla guida della Regione. Noi siamo pronti a fare la nostra parte. Bisogna vedere cosa vogliono fare gli altri”.
La vittoria di Bersani nel Pd indurrà il Pdl ad allargare l’alleanza?
“Questo sarebbe accaduto anche con Franceschini. Bersani ha un altro problema: deve spiegare al suo partito il fallimento del centrosinistra in tante regioni. Loiero, Bassolino, Soru e altri hanno dato una pessima prova delle loro capacità politiche. E il risultato e sotto gli occhi di tutti”.

giovedì 29 ottobre 2009

Marrazzo doveva pensare alla sanità pubblica

Voce Repubblicana, 29 ottobre 2009
Intervista a Donato Robilotta
di Lanfranco Palazzolo

L’errore più grosso di Piero Marrazzo è stato quello di non aver pensato alla sanità pubblica e di aver favorito quella cattolica. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il consigliere regionale del Lazio Donato Robilotta (Pdl).
Consigliere Robilotta, cosa pensa dello scandalo Marrazzo e delle dimissioni del Presidente della Regione Lazio giunte attraverso la scelta dell’autosospensione?
“Le dimissioni di Piero Marrazzo sono quelle di un avversario politico, ma anche di una brava persona. Credo che se avesse seguito il suo istinto, Marrazzo si sarebbe dimesso fin da sabato scorso. Credo che la gestione della sua maggioranza gli ha impedito di darle e ci ha fatto assistere al balletto delle sue dimissioni che non faceva onore a lui e alla sua storia. Una volta che la scelta delle dimissioni è passata alla volontà della famiglia e di Marrazzo, il governatore uscente ha fatto bene a lasciare l’incarico per occuparsi della sua salute e togliersi da questa esposizione mediatica”.
L’autospensione è stata imposta dal Partito democratico per ragioni politiche?
“Credo di sì. In casi come questi si parla di ragione politica. I commissari del popolo sono andati a spiegargli che la ragione politica richiedeva di mettere in campo l’autosospensione per permettere al Pd di organizzare le primarie e poi la campagna elettorale. Leggendo la lettera di dimissioni di Marrazzo ho trovato una nuova conferma su come si è arrivati a queste dimissioni”.
Che bilancio ha fatto dei cinque anni dell’amministrazione Marrazzo?
“Ho trovato questi cinque anni negativi. La difficoltà più grande di Marrazzo è stata quella di non avere dalla sua una coalizione nata per governare, ma per difendersi. La coalizione di Marrazzo era costruita su misura ‘contro’, ma non era in grado di governare. Ecco perché la giunta dimissionaria non è riuscita a realizzare il suo programma. Mi riferisco alla non applicazione dello Statuto regionale, alla non attuazione della legge elettorale, l’istituzione del Comitato di garanzia, l’istituzione del referendum propositivo. E infine voglio ricordare la questione della Sanità. Marrazzo ha perso i suoi primi tre anni senza fare riforme”.
Riconosce un merito a Marrazzo?
“Ha autorizzato l’impianto dei rifiuti di Albano. Lo ha fatto contro la sua maggiorana e imponendosi sugli alleati come commissario per l’emergenza rifiuti”.
Quale era il rapporto di Marrazzo con il mondo cattolico?
“Marrazzo ha finanziato la legge sugli oratori. Trovo questa scelta plausibile. Ma si è occupato della sanità cattolica privilegiandola rispetto a quella pubblica. Trovo che questo sia stato un errore. Nel momento in cui bisognava applicare un piano di rientro sulla Sanità, Marrazzo ha fatto un patto con i poteri forti della sanità cattolica e del Gemelli”.

mercoledì 28 ottobre 2009

"Assicurazioni" per la ripresa

Intervista a Maurizio Valsecchi
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana
del 28 ottobre 2009

Il settore assicurativo vede la fine del tunnel della crisi anche se il settore Rc auto avrà ancora qualche problema. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’ingegner Maurizio Valsecchi, di Towers Perrin, una delle principali società del mondo di consulenza aziendale dopo il convegno dedicato al ruolo dei Chief risk officer (Cro) delle imprese assicurative.
Ingegner Valsecchi, solo pochi giorni fa avete organizzato un evento sulle assicurazioni cui hanno partecipato molti dei principali attori del mercato assicurativo. Quali questioni avete affrontato?
“Oggi ci troviamo in un momento in cui si intravede l’uscita dalla crisi, ma non ci sono segnali fortissimi. Oggi si nota ancora qualche incertezza. Oggi viviamo nell’attesa di un ritorno alla normalizzazione. Se guardiamo al settore assicurativo notiamo che le aspettative sono buone per quanto riguarda il businness vita. Sul businness danni c’è qualche incertezza in più per il periodo di breve termine. Questo non dipende dalla crisi quando da valutazioni di tipo ciclico. I numeri di questo settore non sono molto incoraggianti soprattutto per quello che riguarda l’Rc auto”.
Stiamo uscendo dalla crisi?
“I segnali di uscita dalla crisi ci sono. Il problema della crisi del settore danni non è correlato all’andamento macroeconomico. Solo 7-8 anni fa l’Rc auto segnalava forti perdite. Ma poi si è ripreso. Prevediamo che nel futuro potrebbero esserci altri problemi”.
Come ne esce il sistema finanziario assicurativo italiano?
“Possiamo dire che il settore assicurativo è uscito da questa crisi dimostrando una grande solidità. Non abbiamo visto nessun fenomeno di macrotematiche come ci sono stati negli Usa e in altri paesi europei. Il settore ha dimostrato una grande solidità nonostante l’influsso della crisi. Questo successo è dovuto all’approccio prudente del settore assicurativo italiano e dal buon lavoro fatto dall’Isvap in qualità di autorità di vigilanza”.
Cosa ci ha insegnato questa crisi? Ci sono stati problemi con le banche?
“Non abbiamo avuto problemi specifici. La nostra è un’attività di consulenza. La crisi del credito non ci ha toccato. La crisi degli ultimi anni ci hanno insegnato che l’impatto della globalizzazione resta un vantaggio, ma anche un grosso rischio”.
Nel convegno avete presentato i risultati di un’indagine sullo stato di avanzamento del settore assicurativo italiano nell’implementazione di Solvency 2 (la Basilea 2 delle assicurazioni). Quali sono i risultati emersi?
“Solvency 2 ha cambiato le regole di calcolo sulla solvibilità e sui rischi. Abbiamo interrogato i Cro le compagnie di assicurazioni su come vedono l’introduzione di questa normativa. I chief risk officer si sono dichiarati pronti ad accoglierla entro il 2012 o anche prima per gestire i rischi in modo efficace”.

Di Pietro libertario: "Rivendico la libertà di andare con i trans"


Corriere della Sera Magazine del 5 aprile 2007

E lo sputtanamento

Roma-Arsenal: non era l'auto blu di Marrazzo

martedì 27 ottobre 2009

Marrazzo si è dimesso


Arrestato Catello Romano


E' stato arrestato Catello Romano, 19anni, uno dei sicari del commando che a febbraio scorso uccisea Castellammare di Stabia il consigliere comunale del Pd Luigi Tommasino per uno "sgarro" al clan D''Alessandro. Romano erastato arrestato il 13 ottobre scorso, e aveva datodisponibilità a collaborare con le forze dell''ordine. Poi, ameno di 24 ore dalle prime ammissioni, era fuggito dall''albergodel brindisino dove si trovava in attesa di entrare neiprogrammi di protezione per i collaboratori di giustizia,utilizzando lenzuola e una finestra. Il 19enne era iscritto in una sezione del Pd cittadino.

Errori dal Televideo: Angela Finocchiaro capogruppo al Senato della Repubblica


Complimenti, oggi abbiamo appreso che Angela Finocchiaro era la capogruppo del Partito democratico al Senato. Complimenti all'attrice lombarda. Ma che fine ha fatto Anna Finocchiaro....?!

Marrazzo, sono cresciuto in parrocchia

Famiglia Cristiana del 27 settembre 2009
Intervista a Piero Marrazzo
di Alberto Chiara

Voglio ricordare una delle ultime interviste rilasciate da Piero Marrazzo da Presidente della Regione Lazio. Si tratta di un'intervista concessa un mese fa al settimanale antiberlusconiano "Famiglia Cristiana". Ho sottolineato le parti più interessanti, almeno per me, delle parole del Presidente della Regione autosospeso. Il tutto senza fare commenti.

«MESSA, FILM, PARTITE:MI RIVEDO ALL’ORATORIO» «Sono cresciuto nella parrocchia di Santa Chiara», dice. I ricordi di allora, le attese di oggi. Da padre. E da politico. Che non se ne vergogni lo prova quanto sta scritto in bella evidenza nel sito Web ufficiale del Lazio. Piero Marrazzo, volto noto della Rai, dall’aprile 2005 alla guida della Giunta regionale, «è cresciuto come molti ragazzi della sua generazione, frequentando l’oratorio e la parrocchia di Santa Chiara».
Partiamo da lì, presidente...
«Partiamo da lì».
Che ricordi ha di quegli anni?
«Rammento la Messa dei ragazzi, celebrata ogni domenica alle 10 dal viceparroco, don Antonino, una sorta di Fernandel nei panni di don Camillo. Ho in mente anche altri sacerdoti allora giovani, don Aristide e don Benedetto. Terminata la celebrazione eucaristica, alle 11 proiettavano un film. E poi, il gioco. Se chiudo gli occhi rivedo il campo. Era il parcheggio per le auto, "pavimentato" con brecciolino: se cadevi, come minimo ti laceravi i pantaloni e ti sbucciavi le ginocchia. Era stato "attrezzato" con due porte da pallamano e con due canestri da basket. Ah, quante partite. Giocavo in difesa, terzino».
Vita di gruppo?
«Sono stato scout, gruppo Roma 24. Un passaggio veloce prima di lasciarmi prendere dalla politica degli anni Settanta e dal giornalismo. Ma se penso all’oratorio ricordo pure quando, sotto Pasqua, da chierichetto seguivo il parroco, don Gianni Todescato, nelle due cliniche vicine alla parrocchia. Lì ho cominciato a misurarmi con il dolore».
Che senso ha per lei, ora, l’oratorio?
«Come padre ho garbatamente spinto le mie figlie (tre, ndr) a frequentarlo. È un luogo interclassista, dove il figlio della portinaia sta accanto al rampollo dell’alta borghesia. È una "palestra" dove impari a gestire vittorie e sconfitte, gioia e noia. Oggi ha qualche nemico in più, l’oratorio. Game boy, playstation e via elencando: si è più portati a chiudersi. Una volta bastava un pallone per socializzare. Adesso è tutto più difficile».
Come presidente della Regione?
«Sono convintissimo della funzione sociale ed educativa che continuano ad avere, come giustamente recitano sia la nostra legge regionale che quella nazionale. È un fiore all’occhiello del cosiddetto "privato sociale". Frequentandoli s’impara la tolleranza, l’attenzione agli altri, la dimensione verticale che ogni esistenza esprime. Tutto ciò fa bene anche alla politica, perché l’accogliere tutti, senza discriminare nessuno, insegna che, volendo, una società a dimensione umana è possibile. Gli oratori sono un patrimonio per l’intera collettività, su cui bisogna investire a prescindere dalle proprie appartenenze politiche o da calcoli elettorali».

lunedì 26 ottobre 2009

Intervista a Roberta Serdoz (fuoriondanews)

Oggi ho chiesto ad Andrea Atzori di "Fuorionda News" la pubblicazione di questa intervista a Roberta Serdoz, la moglie di Piero Marrazzo. Lo voglio fare senza commenti sulla vicenda che ha visto come protagonista il Governatore della Regione Lazio. Lo faccio ricordando, come mi ha chiesto cortesemente lo stesso Atzori, che si tratta dell'intervista più recente fatta dalla Serdoz. Inoltre ho garantito ad Atzori che non metterò nessun commento dei lettori del blog visto che le principali vittime di questa vicenda, come mi ha ricordato lo stesso Atzori, sono lei e la figlia di otto anni del governatore del Lazio. Concordo con Andrea.
Di Andrea Atzori
Per "Fuorionda news"
del 14 maggio 2009
“Il web presto soppianterà l’informazione della carta stampata e degli stessi telegiornali.” Una previsione senza tentennamenti, che fa ancor più impressione se a farla è proprio un “mezzo busto” della Rai. A lanciarla è infatti l’impeccabile e arguta, felice (anzi felicissima) di lavorare per il Tg 3, Roberta Serdoz. Non ho fuorionda suoi da mettere sul Blog (quelli della Rai valgono praticamente oro per quanto sono rari), ma ha promesso che mi manderà qualcosa e noi ovviamente pubblicheremo volentieri. Dopo diversi giornalisti Mediaset e Sky, questa è la prima intervista di "Fuorionda News" ad una giornalista-conduttrice della televisione di stato. Fra le altre cose Roberta afferma che questo Blog sui fuorionda è “ delizioso”.
Raccontaci come si è sviluppata la tua carriera giornalistica. Quando è iniziata e con chi .
"Avrei voluto fare l’archeologa o al massimo dedicarmi a quella stampa di settore scientifico che mi aveva coinvolto per tanti anni da ragazzina e, invece, ho iniziato a lavorare nel 1989 a Mixer, il programma di Giovanni Minoli, come segretaria di produzione. All’epoca si girava con il sistema Bvu e la troupe era decisamente più numerosa. Finita la gavetta sono diventata programmista regista e poi giornalista. Una grandissima conquista, raggiunta consumandomi le suole delle scarpe in giro per l’Italia e il mondo…Sette lunghi anni di un lavoro entusiasmante che mi ha fatto dimenticare i sogni da adolescente. Poi la Vita in diretta, gli speciali con Sassoli fino al 1998….Era novembre quando solcai il portone della mitica palazzina C del Tg3! Volevo lavorare in questa testata e caparbiamente ce l’ho fatta".
Se ho letto bene hai partecipato alla nascita del Telegiornale di Sky Tg 24. Come mai hai tradito la Rai e poi che è successo, te ne sei pentita?
"Si, è vero ho partecipato allo start up di Sky tg24……la verità? Mi hanno offerto una buona posizione e un buon contratto. Lo rifarei subito, respirare aria nuova ogni tanto non guasta!Ma “mamma rai” non si abbandona, nessun pentimento direi piuttosto nostalgia".
Che giudizio dai dell’informazione in Italia. Prova a fare una classifica dei tre migliori tg, il tuo Tg3 escluso, ?
"Altalenante, il direttore in un giornale vuol davvero dire molto. Mi piace meno il Sole 24 ore di Riotta e più il Corriere della Sera di De Bortoli. Moltissimo La Stampa di Calabrese, mia prima lettura mattutina. Meno affezionate a Repubblica, a volte non capisco proprio le campagne giornalistiche pro e contro! Fantastici, per diversi motivi, i titoli di prima de “ il Manifesto” e “Libero”. La classifica dei tg mi è più ostica….sono troppo compromessa! Sky fa un ottimo tg, primo posto; escludendo il tg3, faccio fatica a trovare un secondo posto…. Pari e patta tra tg5 e tg1 con l’ago più rivolto al tg di Mimun; al terzo La Sette ma solamente per mancanza di risorse.(nella foto a lato Roberta con il marito Piero Marrazzo)".
Tu sei l’esempio di interazione tra informazione televisiva e on line. Ti ricordiamo per le informazioni dal web .Pensi che verrà un giorno in cui faremo a meno della carta stampata?
"Penso che presto faremo a meno dei giornali cartacei e anche dell’informazione dei tg, troppa velocità nel web. Non bisogna però dimenticarsi che non sempre il web può essere attendibile, mi preoccupa l’idea di non avere il controllo –in senso positivo- sulle notizie….bisognerà studiare nuove regole. Il pianeta on-line con tutte le sue relazioni è divertente e nuovo…..senza fb, ad esempio, sarebbe stato più difficile trovarsi, no?".
Che pensi del mio Blog tutto dedicato ai fuorionda?
"Delizioso, chi ha spirito (e non so nel nostro lavoro quanti ce ne sono) dovrebbe essere fiero di esserci! Appena trovo qualcosa prometto che ve lo inoltro!!! Mi pubblicherete??Un grande direttore diceva: “Purchè se ne parli!!”. Niente di più vero in quest’epoca. Ad maiora e grazie".
(Grazie a Roberta per la sua disponibilità).

La carica pubblica di quel governatore

Il Tempo 27 ottobre 2009
Intervista al costituzionalista
Massimo Villone
Di Lanfranco Palazzolo

L'autosospensione può essere la scelta giusta in un partito, ma non può esserlo per chi ricopre cariche pubbliche come ha fatto Piero Marrazzo. Lo ha detto il costituzionalista Massimo Villone, ex senatore dei Democratici di sinistra e di Sinistra e Libertà.
Senatore Villone, cosa pensa della decisione di Piero Marrazzo di autosospendersi dalla guida della Presidenza della Regione Lazio? La medesima decisione aveva suscitato molte polemiche quando era stata presa dal sindaco uscente di Pescara Luciano D'Alfonso del Pd.
“E' necessario fare innanzitutto una valutazione politica. La scelta politica di Marrazzo dell'autosospensione è apprezzabile, giusta e opportuna. Questa scelta dimostra una sensibilità istituzionale. Marrazzo si è fatto da parte”.
La scelta è giuridicamente percorribile?
“Qui è più difficile trovare una giustificazione di tipo giuridico. Le funzioni pubbliche non sono disponibili per chi ne è titolare. L'esercizio delle funzioni pubbliche è doveroso. Se io ho una funzione pubblica di qualsiasi tipo non posso decidere io se esercitarla o no. La devo esercitare. Se non ho intenzione di esercitare questa funzione pubblica mi sottraggo a questa scelta evitando di esercitarne la titolarità. Dubito che questo si possa fare con un'autosospensione”.
Quale consiglio darebbe a Marrazzo?
In fatto di funzioni pubbliche ho sempre consigliato di non scegliere la strada dell'autosospensione a chi non ha più la possibilità di esercitare questo tipo di funzioni. Una scelta di questo genere può funzionare all'interno di un partito politico, ma nel campo delle cariche pubbliche ho il dubbio che questa sia la strada giusta. La discussione sulle dimissioni ha una sua sostanza. Capisco l'opposizione politica a questa scelta perché la maggioranza di centrosinistra ha tutta l'intenzione di spostare il voto, ma le mie considerazioni giuridiche restano”.
Marrazzo è rimasto vittima della sua stessa approssimazione politica. Il Comitato di garanzia statutaria che deve decidere sulla sua autosospensione non è mai stato nominato in base allo Statuto della Regione Lazio. Considera questo un autogol?
“Non conosco nel dettaglio lo Statuto regionale del Lazio. Ma se anche ci fosse una norma statutaria che attribuisse ad un organo della Regione la valutazione dell'autosospensione, mi sembrerebbe curioso che ci sia un organo che debba decidere su questo. Una norma statutaria del genere sarebbe dubbia. Quello che abbiamo davanti è un caso che deve essere valutato sui principi generali del diritto. Non so se un organo del genere possa essere chiamato in gioco in casi di questo genere”.
Lei è stato uno dei primi a denunciare la Casta in un libro che scrisse nel 2005. Pensa che esista una questione morale?
“La questione morale deve essere affrontata da tutti i partiti. Lo sto vedendo anche qui in Campania in vista delle candidature per le regionali. Il problema non è solo del Pd. L'etica pubblica che c'era ai tempi dei grandi partiti non esiste più. Oggi manca l'etica pubblica. Il sistema politica è fuori asse”.
Il problema del Pd è stato quello di non riuscire a selezionare bene la sua classe politica?
“Questo è accaduto per il Pd, ma anche per il Pdl. Vedo tutti i partiti in cattiva salute”.
La cronaca politica ingoierà il caso Marrazzo in breve tempo?
“La vicenda Marrazzo ha un connotato che colpisce particolarmente la pubblica opinione. Ma non è più grave di tante altre”.
In questa vicenda il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione è stato applicato?
“Sì, sono tutti in cattiva salute politica”.

Marrazzo doveva dimettersi

Voce Repubblicana del 27 ottobre 2009
Intervista ad Enzo Carra
di Lanfranco Palazzolo

Sono sempre stato un ipergarantista, ma Piero Marrazzo doveva dimettersi subito dalla guida della Regione Lazio e non autosospendersi. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Enzo Carra, deputato del Partito democratico e sostenitore della mozione Franceschini.
Onorevole Carra, che effetti avrà il caso Marrazzo sul Pd? Ignazio Marino ha sempre parlato di una questione morale nel vostro partito.
“Non voglio parlare di questo tema mentre si sta ancora votando per le primarie. E non ho interesse a fare polemiche con Ignazio Marino. Non si può negare che esista una questione morale. Mi sembra che il più deciso nell’affrontare questo tema sia stato Dario Franceschini. La questione morale va ben oltre la vicenda personale del Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo”.
Crede che il Presidente della Regione Lazio abbia sbagliato a non dare immediatamente le dimissioni?
“Sono sempre stato un ipergarantista. Quando devo affrontare questo argomento mi duole sempre discutere sulle scelte altrui. E lo faccio con molta difficoltà. Però non dobbiamo sottrarci di fronte alla realtà. E la realtà è che se Marrazzo, qualche giorno fa, ha sottoscritto un verbale alla Procura di Roma nel quale ammetteva alcune cose, il giorno dopo ha smentito tutto, al momento dell’impatto della notizia con l’opinione pubblica. Ma alla fine il governatore del Lazio ha ammesso i fatti. A quel punto penso che le dimissioni sarebbero state la scelta giusta. L’autosospensione è solo un pannicello caldo”.
Al di la di come andranno le primarie, è convinto che nel Pd si riuscirà a trovare una giusta sintesi tra laici e cattolici?
“Mi auguro che il vincitore non si faccia prendere da una forma di onnipotenza pensando di aver vinto su tutta la linea e di escludere la collaborazione con le altre componenti del partito. Mi riferisco ad Ignazio Marino, a Pierluigi Bersani e naturalmente a Dario Franceschini. Se il vincitore sarà così bravo nel voler discutere con tutti penso che il progetto del Partito democratico non potrà che crescere”.
E contento di questo meccanismo delle elezioni primarie o crede che questo sistema debba essere semplificato?
“Se i partiti cominciassero ad utilizzare i meccanismo democratici e il Pd funzionasse come un partito moderno si potrebbe considerare che l’elezione del segretario del Pd venga sostenuta dalla pubblica opinione. Ma la prima selezione di base deve essere comunque fatta dal partito. Il problema di questo meccanismo è che prevede due votazioni troppo ravvicinate nel tempo. A questo punto sarebbe anche giusto pensare alle elezioni primarie all’americana senza alcun tipo di antipasto a pochi giorni dalla scelta finale, con una votazione definitiva. Tutto sarebbe molto più semplice per la scelta del segretario del Partito democratico”.

sabato 24 ottobre 2009

Il vero Pd è quello del Lingotto

Voce Repubblicana del 24 ottobre 2009
Intervista a Roberto Giachetti
di Lanfranco Palazzolo

Credo nel Pd del Lingotto. Mi sono battuto sempre per questo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Roberto Giachetti del Partito democratico.
Onorevole Giachetti, il dibattito delle elezioni primarie è stato positivo per il Partito democratico?
“Credo che la campagna per gli iscritti e le successive elezioni primarie potevano essere meno pesanti, meno ‘hard’ tra i candidati. Credo che per i candidati sarebbe stato meglio rivolgersi al paese. Questo è stato un limite della ‘campagna elettorale’ che si concluderà il 25 ottobre. Sono comunque convinto che le primarie siano un grande fatto democratico di ui bisogna avere rispetto. Siamo l’unico partito che ha il coraggio di rivolgersi all’elettorato italiano e non solo agli iscritti. Questo è un grande percorso democratico che darà il senso di un partito vero”.
Ignazio Marino ha accusato il Pd di correntismo.
“Queste accuse mi fanno sorridere. La mozione Marino è appoggiata dagli uomini che sono stati i capostipiti del correntismo nel Pd. Mi riferisco ad esempio a Goffredo Bettini che è sempre stato un uomo di potere, un capobastone in tutte le occasioni in cui ha fatto politica. Inoltre, in quella mozione ci sono altri uomini come Meta che hanno queste caratteristiche. Visto che Marino è un cattolico gli consiglio di riflettere – io non lo faccio da laico – sulla frase: ‘Chi è senza peccato scagli la prima pietra’. Sarebbe più importante che Marino si occupasse delle questioni politiche senza dare lezioni di pulizia visto che certe differenze non ci sono tra la sua e le altre correnti”.
Chi sosterrà alle elezioni primarie?
“Dario Franceschini perché è il candidato che si richiama di più alle idee del Lingotto. Quello è il Partito democratico per il quale mi sono sempre battuto, con 45 giorni di sciopero della fame, e che ho sempre voluto. Detto questo penso che i tre candidati alla segreteria siano persone per bene. Ho anche una grande stima di Pierluigi Bersani. Credo che il segretario che esce da questa competizione sia forte perché avrà un riconoscimento politico vero”.
Le voci di una possibile scissione sono un capitolo di fantapolitica o ci sarà qualcuno che abbandonerà il partito individualmente nei prossimi mesi?
“Nella storia dei partiti politici italiani le scissioni non sono mai fantapolitica. Questo è un tema che è sempre all’ordine del giorno nella politica italiana. Mi auguro che questa situazione non si verifichi nel Pd e ce il prossimo segretario sappia tenere tutti uniti attraverso la via maestra della politica”.
Gli iscritti della sinistra ideologica andranno a votare per Bersani per ritornare all’Ulivo?
“Non credo che questo avverrà. La democrazia dei partiti ha degli anticorpi. Le persone che andranno a votare sono convinte della validità delle nostre idee”.

Come deve cambiare la sinistra

Dibattito su "A destra tutta" -Prossimamente sulla "Voce Repubblicana"
Ieri si è svolto alla "Voce" questo dibattito che ho dovuto sbobinare per il mio giornale. Lo pubblico qui per la gioia dei miei amici. Buona lettura.

Giovedì 22 ottobre si è svolto a Roma, presso la sede nazionale del Pri, un dibattito organizzato dalla Voce Repubblicana sul saggio di Biagio De Giovanni dal titolo “A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?” (Marsilio). All'incontro, moderato dal Condirettore della “Voce Repubblicana” Italico Santoro hanno partecipato Luigi Compagna (Senatore Pdl), Stefano Folli (editorialista de "Il Sole 24 Ore")e Daniele Garrone (Decano Facoltà valdese teologia). Ecco quali sono state le loro riflessioni su “dove si è persa la sinistra”.
Italico Santoro: “Diamo inizio a questo furum della 'Voce Repubblicana' sul libro di Biagio De Giovanni dal titolo 'A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?'. Come annota l'autore, il libro è stato scritto da un'apolide della politica, da un intellettuale che si considera un uomo di sinistra, ma al di fuori degli schemi precostituiti. Si tratta di un'analisi a tutto campo che tende a prefigurare una diversa prefigurazione dei fenomeni in atto nello scenario mondiale. E soprattutto un'interpretazione diversa e quasi da contrappunto rispetto alla paura e alla speranza di Giulio Tremonti. Per iniziare il forum, passo subito la parola al senatore Luigi Compagna”.
Luigi Compagna: “A me non sembra che Biagio De Giovanni abbia voluto dedicare queste pagine al tema che emerge dal titolo: 'A destra tutta. Dove si è persa la sinistra', né che voglia rivendicare per se una tribuna di osservatore dalla parte della sinistra, ma di una sinistra al di fuori degli schemi precostituiti. A me sembra tutto il contrario. Biagio de Giovanni ha attraversato gran parte della storia della Repubblica nell'ambito di certi schemi. Lo ha fatto con vivacità ed intelligenza. L'autore non si ritrova più nei nuovi schemi di un 'sinistrismo' praticato e predicato come antiberlusconismo e giustizialismo e via dicendo. De Giovanni ricorre alla definizione di se stesso come di 'apolide della sinistra'. Questa definizione è molto amara. Credo che De Giovanni conosca molto bene il significato della parola apolide che fu utilizzato da Hanna Arendt nelle sue “Analisi del totalitarismo”. In quel libro, proprio partendo dalla concezione degli apolidi, l'autrice si scagliava in un'invettiva democraticistica contro Rousseau, contro gli 'Human Rights' in nome della più dell'antica tradizione liberale. Ci sono polemiche e polemiche su Edmund Burke contro la Rivoluzione francese. Hanna Arendt dice che il dramma degli apolidi ha rappresentato l'incubazione del totalitarismo. Perchè l'apolide è l'essere umano nudo. Ad un certo punto c'è una pagina bellissima nella quale è scritto: “Ma cosa me ne faccio degli 'Human Rights' quando mi si nega il diritto ad avere diritti?!”. Da questo punto di vista credo che – al di la della suggestione di questa tribuna di De Giovanni - dobbiamo raffreddare i sentimenti e gli argomenti e cercare di valutare ed apprezzare il libro di Biagio De Giovanni fuori da questi schemi precostituiti: la destra, la sinistra, il centro. Questo è un libro sulla vicenda italiana dell'ultimo quindicennio con molti richiami alla situazione internazionale. Il libro ha la singolarità di essere un libro di politica. Abbiamo letto tanti libri di politologia e non di politica. Biagio De Giovanni va fuori dagli schemi. E' inutile ribadire quanto siano labili gli schemi di destra e sinistra. La grande destra storica che amavano tanto Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini nasce dal centrosinistra, dal 'connubio', da Cavour, da Rattazzi. E allora basterebbe questo per non incartarci in queste categorie su dove si è persa la sinistra. L'analisi dell'autore parte dall'ambizione di cercare dove si è perduta la nazione, la tradizione, la Costituzione. Si tratta di tre concetti che si legano insieme come il Burke della Arendt evocato nel suo libro. Il libro di De Giovanni ha una parte molto importante dedicata alla dissoluzione della cosiddetta questione meridionale. L'autore è appartenuto al meridionalismo del mondo gramsciano: 'Cronache Meridionali', avversario irriducibile nel merito del meridionalismo democratico di 'Nord e Sud'. L'analisi sul leghismo di De Giovanni è penetrante e giusta, la critica alla sinistra con la quale questa ha guardato al leghismo è importante per cogliere l'atteggiamento di De Giovanni. Ma in questa analisi manca qualche cosa. Ma in questo libro manca il termine 'a quo' della dissoluzione della questione meridionale e delle implicazioni su nazione, tradizione e costituzione che gli attribuisce De Giovanni nella prima parte del libro. Il leghismo è un fenomeno importante. Ma non lo anticipiamo troppo! La dissoluzione della questione meridionale come grande questione nazionale è precedente. E' la nascita delle regioni, siamo nel 1970, segna la fine di quel riferimento. Nel 1993, ho avuto la fortuna di ascoltare la dichiarazione di voto di Gerardo Chiaromonte sulla fine dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno alla vigilia del referendum contro la Cassa del Mezzogiorno. L'anno prima la Lega aveva ottenuto 80 parlamentari nei due rami delle Camere. Un referendum di quel genere avrebbe sfasciato tutto. Chiaromonte, dai banchi del Pds, fece la storia dell'anti intervento straordinario della tradizione togliattiana, ma diceva una verità che faceva fatica ad emergere. Chiaromonte diceva che la 'Questione meridionale', quando si fanno 21 regioni in quel modo, perde diritto di cittadinanza nella politica nazionale. De Giovanni non arriva a questo tipo di considerazione. De Giovanni rivisita un dibattito politico fatto di banalità e di frasi fatte di sciocchezze. Il federalismo fiscale sul quale l'Italia è costretta ad approdare per correggere i vizi del regionalismo viene celebrato in continuità con l'istituzione delle regioni. Qualche giorno fa parlavamo con Rocco Buttiglione e Giorgio La Malfa parlavamo dei laender tedeschi e della Germania. Qualcuno aveva paragonato i laender alle regioni italiani. Ma un tedesco si era offeso spiegando che il paragone era improponibile. Noi non abbiamo fatto le regioni come chiedeva la Costituzione, ma le abbiamo concepite come un grande comune con il criterio della gestione e con la mentalità del peggiore lobbismo. Negli anni della ricostruzione di De Giovanni abbiamo fatto questo presidenzialismo alla vaccinara. In un circuito molto ristretto abbiamo il vertice dell'esecutivo direttamente eletto dai cittadini. Rispetto all'interrogativo che ci si poneva all'inizio del percorso del sentiero delle riforme costituzionali, di politica costituzionale, che comincia con il secondo governo Spadolini (1982), noi abbiamo realizzato le riforme sui 'piani bassi' del sistema. Abbiamo una partitocrazia non più nazionale, ma territoriale in cui gli elementi di contiguità con la delinquenza e gli elementi con il peggiore lobbismo sono quelli che sono. E' una vicenda degli ultimi 10 anni. La riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra aveva come motivazione unica una motivazione dettata dalla necessità di fare una rappresaglia contro il leghismo perché quest'ultimo non sembrava più disposto ad essere una costola della sinistra. Prima di arrivare a questo c'erano le leggi Bassanini che erano un'aggressione alla Costituzione. A quelle leggi si era arrivati con l'acclamazione di Vittorio Feltri e di Indro Montanelli. Quest'ultimo non si rende conto che diventano strutture di Governo quelle degli enti locali. Oggi non si può considerare la l'ente regione il perno di tutto. Se posso concludere qui, posso dire che De Giovanni fa bene a percorrere antiparlamentarismo e giustizialismo. Ma non facciamone questione di destra e di sinistra. Oggi sono rubricato come parlamentare di destra – questo non mi importa - ieri ero un parlamentare di centro e prima ancora di sinistra democratica. Questo libro mi è piaciuto molto perché al di la della tradizione nazione-costituzione che è addebitata come svanita nella sinistra, mi sento sulla sua lunghezza d'onda. Mi fermo qui”.
Stefano Folli: “Ho trovato molto bello il libro di Biagio De Giovanni. E' un libro che ne contiene molti altri perché ci sono molti rimandi che permettono di immaginare infinite riflessioni. Questo è un libro politico che pone la centralità dell'analisi politica al centro in un momento in cui si è persa l'analisi politica in derive di altro genere. De Giovanni ripropone questa come priorità citando Benedetto Croce e Niccolò Machiavelli. E lo fa per portare la sinistra a considerare la priorità dell'analisi politica per costruire una prospettiva che abbia un senso. Non tutti lo fanno. Italico Santoro diceva che questo è un libro che fa da contrappunto alle tesi espresse dal ministro dell'economia Giulio Tremonti. Questo libro non è stato certo pensato per questo scopo. Tremonti è una testa pensante nel centrodestra, che prova a proporre una critica alla globalizzazione e che si richiama alla tradizione. Lo fa per costruire una prospettiva per il centrodestra anche per il dopo-Berlusconi. Nel libro di De Giovanni mi hanno colpito molte cose. Ne citerò solo due. Nella prima annotazione che ho fatto De Giovanni sottolinea che nella sinistra italiana si è sbagliato nell'approccio al cosiddetto fenomeno Berlusconi. Dopo 15 anni di egemonia del berlusconismo non si può continuare a parlare di anomali e non si può continuare a parlare di Berlscuni come 'illegalità'. La sinistra non ha capito la chiave utilizzata da Berlusconi per capire il paese. Naturalmente il mio riferimento è alla sinistra moderata e non a quella massimalista ed ideologica messa fuori gioco dall'iniziativa del segretario del Pd Walter Veltroni nel 2008. Inoltre, la sinistra ha mancato l'appuntamento con la modernizzazione del paese. E questo spiega perchè ha lasciato campo libero a Berlusconi, il quale è – a sua volta – un personaggio che non ha saputo modernizzare il paese. Ha annunciato la modernizzazione del paese, l'ha predicata, ma non l'ha attuata. La sinistra ha mancato questo appuntamento. E il libro parla di questo. Giustamente, De Giovanni spiega che i migliori anni della nostra vita sono stati quelli in cui la cultura cattolica è entrata in contatto con la parte più moderna e più viva del nostro paese, in cui è entrata in contatto con la cultura laica del nostro paese. Queste sono state le stagioni più interessanti della nostra democrazia. De Giovanni annota che la cultura cattolica è cangiante in base alle alleanze. Quando le alleanze sono state virtuose abbiamo avuto un buon livello di riformismo. Quando ha prevalso la sinistra cattolica nel suo incontro con il comunismo le corporazioni si sono date la mano e c'è stato un sostanziale immobilismo. Il corporativismo è sempre andato a braccetto con un certo populismo. Che, con il passare degli anni, diventa quello che poi è diventato il limite del centrosinistra: il moralismo, la banalizzazione di certi temi, la 'fine del novecento'. Questo è l'aspetto populistico dal quale è nato il Pd secondo De Giovanni. La sinistra cattolica e il comunismo non sono state la modernizzazione, ma sono state un impasto di corporativismo e populismo. Questo è un elemento che ha appesantito le ali del Pd. Lo vediamo con queste elezioni primarie, le quali sono inficiate da un'assenza di dibattito. Sono in pochi ad aver capito questa contrapposizione tra i due principali contendenti del Pd. Come se non avessero voluto fare i conti con il loro passato. Con le primarie si elegge un segretario di partito e non il candidato alla Premiership in vista dell'imminenza del voto. Questo è un ragionamento estremamente debole. Il libro di De Giovanni è un invito a fare dei conti con tante sciatterie con le quali non si sono fatti i conti. Il Pd non sa parlare al paese perché non lo capisce e non ha idee originali. Fare i conti con il paese significa fare i conti con la storicità del paese. Forse è proprio da qui che si deve ripartire per fare i conti con la modernizzazione del Paese che si richiami al dopoguerra, alle grandi alleanze del nostro paese. Compagna diceva che De Giovanni non denuncia i mali del regionalismo fatto male. Sono d'accordo con questa tesi. De Giovanni parte dell'oggi e della forza dello Stato. Il localismo della lega e il populismo di Tremonti sono i punti ai quali la sinistra deve guardare per proporre qualcosa di diverso come partito dello Stato per stare dentro i processi della modernizzazione. Questo è il compito della sinistra, che deve pensare ad un assetto decentrato che non sia un fattore di inquinamento della nostra vita civile e di moltiplicazione della spesa. Su questo la sinistra dovrebbe qualificarsi e darsi un ruolo e una capacità di indirizzo. Il terreno su cui agire è questo per trovare una nuova via di comunicazione con il Paese”.
Daniele Garrone: “Anche a me il libro è piaciuto molto. Sono in imbarazzo perché non sono parlamentare e non sono giornalista. Ho pensato di rappresentare la voce del cittadino che si trova d'accordo con questo libro. Di questo libro mi ha colpito la definizione di 'apolide della sinistra'. Da un apolide ci si aspetta di non partecipare alla vita politica e guardare quello che accade. Mentre il libro che ho letto è quello di un cittadino che assiste a quello che accade nella politica. De Giovanni non rinuncia alla costruzione di una nuova sinistra. Il riconoscimento della una mancanza di cittadinanza significa che De Giovanni intravede un percorso da fare. In questo libro non vedo alcuna rassegnazione, ma intravedo la possibilità di un futuro per la sinistra. Anche io come protestante e anche molti liberali italiani si sono sentiti apolidi soprattutto nel Risorgimento italiano perché i nostri riferimenti erano britannici e non avevano alcun collegamento con l'Italia. Ci sentivamo come in una realtà senza identità. Si potrebbe discutere su questo o su quell'aspetto del libro. Mi sono ritrovato nelle parti in cui l'autore ha criticato la sinistra. Forse non mi ritrovo nelle sue definizioni e nella sua lettura del berlusconismo. Sul rapporto tra il berlusconismo e la cultura liberale italiana sarei molto più critico. Ma questo fa parte della logica di chi vuole prendere sul serio l'avversario nella sua concretezza. Per noi che veniamo dalla sinistra, la parte illuminante è quella relative alla critica alla sinistra, in particolare la questione della laicità e del condizionamento del Vaticano. Molti considerano quella della laicità come una questione settoriale. Per me è uno dei nodi della vita politica italiana. Una componente negativa per il Pd è la componente cattolica. La Cei e il Vaticano non considerano questa corrente organizzata nel Partito democratico. Il successo del Pd non passa attraverso quella corrente. De Giovanni parla di una politica laica. Questa estate ho avuto occasione di seguire costantemente le vicende politiche italiane attraverso i telegiornali. Ogni sera ero costretto a vedere un telegiornale nel quale ero costretto ad assistere al sermone del segretario del Pd Dario Franceschini contro Silvio Berlusconi. Io sono uno di quei cittadini che voterebbe per un determinato partito e vorrebbe pagare le tasse per sostenere il sistema della sanità pubblica. Non lo faccio per ragioni politico, ma per motivi cristiani. Il problema è che la politica dovrebbe dirci qual è la strada per risolvere certi problemi e farci capire dove c'è qualcosa che non funziona. Incontro molti cattolici e ho l'impressione che il libro di De Giovanni è sulla lunghezza d'onda della maggior parte dei cittadini italiani con i quali parlo, che si appassionano sulle questioni veri. Mi chiedo se non sia possibile tentare qualcosa di nuovo. Da questo Pd non verrà fuori nulla. Il berlusconismo non è un fatto passeggero. Se partiamo da questi temi possiamo partire dal basso per affrontare una nuova politica. Un ultima considerazione, non possiamo considerare finite la modernità e il novecento. La partita non è chiusa. Per questo non possiamo voltare pagina con grande disinvoltura”.
Luigi Compagna: “Continuo a pensare che il libro sia molto bello e non rimanga insecchito nella polemica tra destra e sinistra. Il libro si rivolge al mondo confluito nel Pd. E ci spiega come questo partito non sappia parlare al paese e continua a predicare nuovi e vecchi pregiudizi. Proviamo a fare una sintesi. La sinistra sbaglia il suo approccio al berlusconismo perché lo tira fuori dall'armadio di una certa sinistra – alla quale De Giovanni non appartiene –, la quale pratica la ferocia e la stupidità dell'anticraxismo. Lo abbiamo visto alla vigilia delle elezioni europee del 1984 dopo la morte di Enrico Berlinguer. Al funerale partecipa Bettino Craxi che viene duramente contestato. Nel 2000 muore Bettino Craxi il presidente del Consiglio Massimo D'Alema parla di funerali di Stato. Il dott. Borrelli risponde che non sono possibili perché l'Italia ha chiesto l'estradizione per quel 'delinquente matricolato' di Craxi. Alla fine nemmeno lo stesso D'Alema partecipa e ci manda il ministro degli Esteri Lamberto Dini, dando pienamente ragione ai paradossi giuridici che Borrelli aveva fatto valere. De Giovanni non è mai stato un craxiano, ma ha sempre cercato di capire questa storia politica al contrario di quello che successo alla sinistra. Ecco perché la sinistra non ha saputo essere moderna, e non ha rappresentato il partito dello Stato, ma si è candidata alla nascita dello Stato etico. In questo ping-pong tra Corte Costituzionale e parlamento nasce perché un gruppo di 'squadristi', protestando, impose alla Camera di seppellire il testo che i senatori avevano inviato a Montecitorio che conteneva un importante istituto di garanzie. Questo non viene discusso. Viene cancellata l'immunità parlamentare. Se la sinistra, per ragioni di conformismo totalitario, assorbe tutte le voci critiche non si può pretendere che la sinistra stessa sia in grado di essere qualcosa di nuovo. La sinistra deve cancellare il suo squadrismo, il suo anticraxismo. Il regionalismo della Costituente nasce dall'esigenza di eliminare il secessionismo della Sicilia. Nasce lo Statuto siciliano. Nel 1970 le regioni si fanno come stanca rivendicazione della sinistra nei termini sbagliati che poi si aggravano in questi anni. Oggi ci troviamo di fronte al paradosso di una spesa pubblica ingigantita di 2/3 di più e si tagliano le spese della polizia. Questo avviene mentre le regioni fanno quello che vogliono. Su Tremonti voglio aggiungere qualcosa. Il ministro dell'Economia guarda ad un'esperienza di grande intesa nel suo libro dal titolo “La paura e la speranza”. Dal libro di De Giovanni leggiamo con quanta irresponsabilità, quando quell'esperienza era possibile dopo il voto del 2006, la sinistra ha detto in piazza: 'Abbiamo vinto!', bruciando quel possibile tentativo. Le analogie che possono esserci nell'interpretazione del leghismo e del berlusconismo nei due libri vengono meno. Anche se i due libri vengono discussi e letti. A proposito della laicità della politica posso dire che quando vengono eliminati dall'azione penale i partiti nei quali aveva un senso che il figlio di Ugo La Malfa e di Arnaldo Forlani stavano in partiti distinti nella nuova stagione politica queste appartenenze non ci sono più e trova spazio il lobbismo. Qui trova spazio Berlusconi e viene aggredita la laicità della politica alla quale si richiamava il professor Garrone. Nel libro di De Giovanni ci sono delle osservazioni che ci spiegano come l'antiparlamentarismo, il regionalismo, il giustizialismo e il localismo hanno distrutto la concreta aspirazione di essere classe dirigente nel Parlamento”.
Italico Santoro: Faccio una considerazione iniziale usando un termine calcistico. Se dovessi schierarmi in campo tra le proposte che vengono fatte dal professor De Giovanni e di quelle di Giulio Tremonti, mi schiererei dalla parte del professor De Giovanni. Il problema è che la sinistra delineata dal professor De Giovanni non esiste. Ma la destra che descrive nel suo libro Giulio Tremonti cè ed esiste. Da osservatore non avrei alcun dubbio nel condividere le proposte di De Giovanni. Ma voglio fare delle provocazioni. Mi rivolgo innanzitutto a Luigi Compagna. Quando si parla con esponenti di centrodestra, attenti alle questioni culturali, si sente dire che la cultura risorgimentali e riformista sono assorbite nel Pdl. Nel momento in cui il Pdl opera una rottura con la Costituzione rivaluta – tesi non mia –, questa rivaluta le tesi che la Prima Repubblica ha dimenticato. De Giovanni sostiene che la Prima Repubblica e tutta all'opposizione. Questo cosa significa: la Prima Repubblica non aveva assorbito questi valori?! C'è qualcosa che non funziona?! Il professor De Giovanni, come Dodo Battaglia e Luigi Compagna, è schierato con il bipolarismo. Anche io avevo pensato che il bipolarismo e il bipartitismo potesse essere una soluzione per il paese. Di fronte ad un'analisi realistica della situazione italiana posso dire che questo sistema è fallito quando Veltroni ha deciso di fare l'apparentamento con Antonio Di Pietro invece che con i socialisti e i radicali. La partita oggi è chiusa. Questo sistema rischia di accentuare solo una forma di divisionismo politico che accentua e drammatizza le divisioni. Sognavamo il Nordamerica, ma oggi rischiamo il Sudamerica. In questi giorni il Presidente del Consiglio italiano è a Mosca. Nel Governo c'è una forte componente che ha messo in quarantena il rapporto con gli Stati Uniti per privilegiare il rapporto con la Russia. Per chi, come me, è legato all'evoluzione del mondo di oggi e pensa di essere espressione di una cultura liberale legata al mondo atlantico queste scelte mi preoccupano molto. Ecco perchè è meglio percorrere certe scorciatoie invece che compromettono il futuro dell'Italia nell'Occidente. Do la parola all'autore che avrà tutto il tempo per rispondere”.
Biagio De Giovanni: “Ringrazio tutti gli intervenuti per le cose che hanno detto sul mio libro. Questo resta un atto di mia particolare riconoscenza. Non prenderò molto tempo perché sono convinto che gli autori hanno scritto nel libro quello che volevano dire. Ma è compito degli autori ascoltare commenti e critiche e riflettere per seconde edizioni anche se non credo che questo tipo di libro ne avrà un’altra. Ringrazio gli intervenuti per le cose che hanno detto sul mio libro, in particolare Italico Santoro del quale apprezzo sempre molto le riflessioni su ‘L’Acropoli’. Il libro è nato da una scintilla che credo abbia ancora senso nonostante quello che è successo in questi mesi: il voto dell’aprile del 2008, che non era lo stesso di quello della vittoria della Cdl alle elezioni del 2001. Allora la Prima Repubblica si trovava all’opposizione, compresa l’Udc che era alleata con il centrodestra. Tutti i partiti che avevano governato il Paese erano all’opposizione nel 2008. E le forze nuove come Alleanza nazionale erano addirittura fuori dell’arco costituzionale o, nel periodo della Prima Repubblica non esistevano. In questi anni abbiamo giudicato quello che è accaduto tramite i fatti paragiudiziari e criminal dimenticando la storia politica di questo paese. E’ mai possibile che la sinistra italiana si sia così involuta al punto da interpretare 15 anni della storia della Repubblica alla luce di criteri che hanno rovesciato tutte le logiche precedenti: il conflitto di interessi, le inchieste della magistratura, le veline, l’evasione fiscale i rapporti tra mafia e politica. Da crociano dico che la politica è un’altra cosa. Ho segnalato il doppio trauma internazionale degli anni ’90. L’Italia era un paese di frontiera per aver vissuto la dialettica tra Pci e Dc e ha assistito alla caduta delle culture riformiste per via giudiziaria. Noi possiamo formulare tutte le accuse possibili sulla Prima Repubblica. Ma resta il dato politico. Con un fenomenologia che non ha precedenti nella storia delle democrazie moderne un sistema politico cade per via giudiziaria. Nel bene e nel male, in quel sistema politico c’erano le culture politiche della Repubblica. Nel libro dico una cosa che ha fatto arrabbiare molto Massimo D’Alema nel corso della presentazione del libro: la crisi della sinistra italiana comincia con la fine del Partito socialista italiano. La sinistra italiana non si è ancora sollevata dalla fine del Psi. Muore una tradizione storica che aveva più di cento anni alle spalle e che era stata, anche negli errori, un pezzo del riformismo italiano. L’ex Pci pensa di occupare ogni spazio della sinistra italiana giocando anche la carta giudiziaria. In quel momento la crisi politica diventa irreversibile. Questo tentativo di occupare quello spazio politico interrompe la storia di alcune innovazioni di cultura politica. La crisi degli anni novanta blocca la formazione di una nuova classe dirigente. Nel vuoto totale del sistema mentale e politico italiano la Lega e Silvio Berlusconi sono i due fenomeni che innovano la politica. Qui irrompe il populismo che supera la crisi della mediazione politica che i partiti della Prima Repubblica operavano. Rimango convinto che il Popolo delle Libertà è una cosa solida e non è una cosa da poco. E’ una cosa che è incardinata a modo suo, in forme che non sono tradizionali. Ma è un errore fare una comparazione politica su questo. Sono convinto che il Pdl non è un soggetto politico che risponde ad un solo padrone, ma è una cosa incardinata nella società italiana come in parte hanno dimostrato le elezioni amministrative successive al voto politico del 2008. Il Governo del centrodestra ha una grande stagione davanti a se. Per quanto riguarda il Pd interviene un dato di fondo importante. In quel partito non c’è nulla della tradizione liberale. Ma non è un caso perché in quel partito ci sono gli eredi del Pci e della sinistra Dc. Questo è un mini compromesso storico. Nel Pd manca questa dimensione culturale. Non voglio dare solo delle risposte, ma formulare altre domande. A me non impressione la mancanza di chiarezza di idee sulle riforme. Mi chiedo se in questa fibrillazione non si riescano ad intravedere le possibilità di riforma del Paese. Quando ho scritto questo libro ero molto più ottimista e possibilista sulle riforme. Al nuovo “regime” Berlusconiano è stato contestato di aver tentato di mettere in crisi il principio di eguaglianza. E allora come rispondere a tutti gli attacchi che i corporativismi hanno assestato alla Costituzione. E questo l’ho segnalato nel libro. Il centrosinistra ha assestato dei colpi ben più duri alla Costituzione di quanto non abbiano fatto altri. Oggi non dobbiamo scandalizzarci delle parole di Berlusconi sulla ‘coabitazione’, ma chiederci come riorganizzare le nostre istituzioni. Gli equilibri tra i poteri devono essere riorganizzati. Gli equilibri del 1947-48 ormai non reggono più. E allora ci vorrebbe un paese capace di pensare questo. E qui vengo alla questione che pone Italico Santoro e che mi inquieta. Oggi dobbiamo difendere un’idea bipolare della politica. Altrimenti io vedo il ritorno fisico e mentale da una situazione dalla quale eravamo usciti. In Germania non esiste un sistema bipolare, ma che consente un’alternativa. Il bipolarismo implica l’alternativa. Il rischio di un ritorno al consociativismo mi fa venire i brividi e mi lascia immaginare un paese conservatore. Io interpreto il centrosinistra come il vero elemento di conservazione del Paese. Se foglia si muove il centrosinistra si ribella: se si aumenta di un anno l’età pensionabile due settimane dopo scendono in piazza due milioni di persone che gridano al fascismo. E questo non è sostenibile. Riconosco che quello che qualcuno ha chiamato bipolarismo barbarico. La storia italiana è storia del divisionismo che assume toni di guerra civile. Accetto la serietà dell’obiezione di Italico Santoro. Io spero che la partita non sia persa perché non oso pensare cosa significherebbe la scomparsa di questi partiti. Oggi dobbiamo lavorare dentro questa realtà. In merito alla laicità e alle questioni sottolineate da Daniele Garrone, nel libro sostengo una tesi forse molto azzardata: il berlusconismo ha chiuso con la vecchia modalità della ‘Questione cattolica’ in Italia. Non sottovaluterei questo dato. Mi colpisce che nel conservatorismo del centrosinistra continui a sopravvivere una questione cattolica organizzata con Paola Binetti e Rosy Bindi. Nel centrodestra la questione è più complessa perché non c’è più una struttura cattolica organizzata. E quindi c’è la possibilità di una relazione più aperta. Nel berlusconismo ci sono elementi di drastica secolarizzazione delle realtà. Questi vanno presi come una cosa sulla quale riflettere. Le chiacchiere sulle veline non restituiscono il nucleo fondante di questa riflessione. Ecco perché dobbiamo riflettere sulla fenomenologia della questione cattolica. Lascio il tema qui. L’ultima osservazione la voglio riservare allo scoppio della questione relativa alla spesa pubblica. Questo tema esplode nel momento in cui assistiamo alla regionalizzazione della vita pubblica. E’ probabile che forme assennate di federalismo fiscale possano cambiare la situazione attuale che è incontrollabile. Ma basta vedere quello che sta accadendo in Campania con la dissipazione dei soldi pubblici. Infine, credo che la Costituzione vada modificata. In essa c’erano elementi di cultura risorgimentale. Sono totalmente in sintonia con Italico Santoro sulle tesi e i timori espressi su “L’Acropoli” in merito alla nuova collocazione della politica estera italiana che si allontana da quella di tradizionale amicizia con gli Stati Uniti. Questo mi preoccupa e mi auguro che ci siano dei contrappesi a questo tipo di politica estera personalistica. Forse il populismo conteneva anche questo elemento nella sua anima. Se il populismo ha nella sua radice la svalutazione della tradizione liberale a prepolitica questa sarebbe una svolta drammaticamente negativa anche se il populismo italiano non aveva questo di caratteristica”.
Italico Santoro: “Voglio ringraziare con calore tutti i partecipanti a questo dibattito, in particolare voglio anche ringraziare Radio Radicale che ha registrato tutti gli interventi sul libro di Biagio De Giovanni”.

giovedì 22 ottobre 2009

Silvio imprenditore & politico

Intervista a Lorenzo Ruggiero
Voce Repubblicana, 23 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo

La storia di Berlsuconi imprenditore è ancora poco conosciuta. Volevamo colmare questo vuoto. Lo ha spiegato alla “Voce” Lorenzo Ruggiero, curatore di “Dossier Berlusconi. Anni settanta” (Kaos Edizioni), volume che raccoglie documenti e interviste sugli inizi di Silvio Berlusconi come imprenditore privato.
Lorenzo Ruggiero, come è nata l’idea di questo libro?
“L’idea di fare un libro su Silvio Berlusconi nasce dalla considerazione che la storia di questo imprenditore politico è ancora molto poco conosciuta. La grande informazione non ha mai analizzato gli inizi di Berlusconi, ma non c’è mai stata un’informazione diffusa su Berlusconi per motivi abbastanza ovvi. Con questo libro volevamo dare una nuova chiave di documentazione su Silvio Berlusconi attraverso gli atti di questo imprenditore. Il nostro scopo è stato quello di fornire del materiale per capire cosa ha significato Silvio Berlusconi nel periodo che abbiamo preso in esame: gli anni ’70”.
In recenti dichiarazioni, il Presidente del Consiglio ha detto che da quando è entrato in politica la magistratura ha cominciato a perseguitarlo.
“Questa considerazione rientra nella chiacchiera stratificata. Per anni si è affermato questo. Molti hanno finito per credere a questa tesi. La magistratura si è occupata di Berlusconi anche prima del suo ingresso in politica. Alcune vicende giudiziarie che hanno riguardato Berlusconi si sono protratte per anni”.
Perché nel libro avete messo in evidenza l’informazione che nessuna delle vicende prese in esame nel libro si è conclusa con una sentenza finita in giudicato?
“Nel libro abbiamo citato almeno un migliaio di persone. La nostra non è una ricostruzione giudiziaria delle vicende che abbiamo trattato nel libro. Non è nostra intenzione ridurre tutto alle sole vicende giudiziarie. Il nostro interesse non era quello di sapere se Berlusconi era oggetto di qualche procedimento giudiziario ma ricostruire la storia politica del nostro paese”.
Negli anni ’70 Silvio Berlusconi era un imprenditore vicino alla destra?
“Questa è una interpretazione riduttiva. Berlusconi è certamente un imprenditore con una forte propensione alla politica che trova uno spazio culturale nella destra e nella sinistra. Berlusconi pensa ai rapporti politici con chiunque e in particolare con il Partito socialista di Bettino Craxi”.
La Kaos ha pubblicato tanti libri su Berlusconi. Alcuni bibliofili sostengono che alcune edizioni dei vostri libri sono stati fatti “sparire” dalle librerie.
“Quella dei libri ‘spariti’ è una leggenda metropolitana. L’accaparramento e la sparizione dei libri non è realisticamente possibile. Una volta giunti in libreria è difficile far sparire dei libri. Anzi, questa ‘sparizione’ decreterebbe ancora di più il successo di qualsiasi biografia”.

Primarie: Braccobaldo Franceschini Show


Il nostro amico Dario ha dimostrato la sua grande capacità di spirito piazzando un bel manifesto abusivo in Via Nazionale nel quale viene rappresentato in una sorta di locandina cinematografica di un famoso cartone animato. Eccolo sorridente, quasi come Braccobaldo o Yoghi, in questa presentazione del cartoon spartitorio di domenica prossima. Buona visione.

Primarie: Bersani con Bancomat


Tra pochi giorni si concluderanno le elezioni primarie. Con questo voto finale finirà un'epoca di politica non spettacolo. I tre candidati non hanno dato grande prova delle loro capacità dialettiche. La palma dei migliori se la sono acchiappata i due favoriti Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Il secondo ha dato una grande prova di se facendo attaccare questo bellissimo manifesto in Corso vittorio Emanuele presso la sede dell'Unicredit di Piazza Navona. Vi lascio immaginare la bellezza del momento mentre il correntista prende i soldi e vede Bersani, che fa finta di girarsi dall'altra parte, mentre il cliente digita il Pin...

mercoledì 21 ottobre 2009

Dossier Berlusconi (Anni settanta)

Oggi ho fatto una chiacchierata molto interessante con Lorenzo Ruggiero, curatore del nuovo libro della Kaos Edizioni dal titolo "Dossier Berlusconi. Anni settanta". Il libro racconta, attraverso i documenti la storia imprenditoriale di Silvio Berlusconi e i suoi rapporti con la politica negli anni '70. Sentiamo cosa ci ha detto il curatore di questo libro della Kaos (Sotto la foto di Berlusconi che compare nella copertina del libro).

Ascolta l'Intervista con Lorenzo Ruggiero.

Io voto Bersani

Intervista a Paolo Gambescia
Voce Repubblicana del 22 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Per le primarie del Pd scelgo Bersani. Lo ha detto alla “Voce” l'ex direttore de “Il Mattino” e de “Il Messaggero” Paolo Gambescia.
Onorevole Gambescia, che impressione ha delle elezioni primarie del Pd?
“Le elezioni primarie hanno un grande significato perché sono uno strumento di grande democrazia anche se non siamo negli Stati Uniti. Penso che il meccanismo messo in piedi sia troppo farraginoso e con troppe contraddizioni. Forse si poteva fare una cosa molto più snella e semplice. Mi rendo conto che questo meccanismo è il frutto del compromesso tra le varie anime del Partito democratico”.
Pensa che ci sarà una scissione nel Pd?
“In questo paese si pensa troppo a quello che potrebbe accadere tra un anno invece di pensare all'immediato, al domani. Questo è un grosso limite. Aspettiamo di vedere la partecipazione alle primarie, come si divideranno quelli che andranno a votare. Capisco che dal punto di vista della strumentalizzazione politica parlare di scissione sia importante. Molte di queste voci sono alimentate dalle forze politiche che sostengono il governo. Capisco che anche alcune componenti del Partito democratico hanno tutta l'intenzione di pesare di più nel partito mettendo in campo lo spauracchio della frammentazione. Mi sembra che questa prospettiva non ci sia o che non siamo entrati nei tempi di una fase del genere”.
E' una contraddizione che nel Pd i maggiori consensi siano stati raccolti da Bersani che si dichiara contrario al mito dell'autosufficienza del Pd inaugurato da Veltroni?
“Non vedo nessuna contraddizione. Credo che sia limitativo. Come sostiene qualcuno, pensare che il Pd vuole aprire a sinistra. Pierluigi Bersani vuole riprendere le fila da dove è iniziata la liquidazione de l'Ulivo: uno schieramento dove ci sono due anime che si mettono d'accordo su un programma minimo”.
Pensa che la qualità dei candidati sia inferiore a quella delle tornate della coalizione nel 2005 e di quelle del Pd del 2007?
“Sono contrario a questa semplificazione. Ogni tempo ha i suoi candidati. Non guardo mai indietro. Sono candidati di tutto rispetto e sono portatori di diverse istanze della società. Il voto per l'uno o per l'altro non è indifferente. Gli elettori del Pd non sceglieranno il loro candidato in base al loro precedente orientamento. Questa volta andrà così. Ne sono convinto”.
Cosa ne pensa dei giudizi che ha dato la stampa estera sulle primarie del Pd?
“Non condivido certi giudizi perché le valutazioni della stampa straniera si formano sulle valutazioni dei giornali italiani. L'Italia è un paese complesso che la stampa straniera non sempre comprende”.
Per chi voterebbe alle primarie?
“Per bersani. La sua idea di opposizione mi convince perché non crede nel partito autosufficiente. Ci vuole un nuovo schieramento”.

Impegno per rinnovare il Pd

Intervista a Leonardo Impegno
Voce Repubblicana 21 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Il problemi del Pd in provincia di Napoli non possono essere risolti da un commissario. Ci vuole una nuova classe dirigente per il Partito democratico. Lo ha detto alla “Voce” il Presidente del Consiglio comunale di Napoli Leonardo Impegno, sostenitore della mozione Franceschini in vista delle primarie del Pd del prossimo 25 ottobre.
Presidente Impegno, cosa pensa delle rivelazioni sull’assassinio del consigliere comunale di Castellammare di Stabia Gino Tommasino, ucciso da un gruppo di persone del quale faceva parte un iscritto al Partito democratico? Pensa che questo fatto cambierà gli equilibri precongressuali in vista delle primarie del 25 ottobre?
“Ho appreso questa notizia dai giornali. Ritengo queste rivelazioni drammatiche e sconvolgenti. Purtroppo il Partito democratico, a livello provinciale, è commissariato. Uno dei primi provvedimenti presi dal commissario Enrico Morando è stato di commissariare il partito a Castellammare di Stabia. Questo è successo anche a Torre del Greco. Questa situazione denota una grave crisi del Partito democratico in Campania. A fronte di 120mila iscritti non corrisponde un partito forte e radicato sul territorio. Questo è uno dei problemi che dobbiamo affrontare in questa campagna congressuale, in particolare il 25 ottobre prossimo con le elezioni primarie. Dobbiamo invitare tutte le persone che hanno passione politica a partecipare al voto. Il mio invito è quello di votare per Dario Franceschini per voltare pagina rispetto ad un governo di 15 anni che ha fatto cose positive, ma si è caratterizzato anche per i fallimenti”.
Che opinione si è fatto sul tesseramento nel Pd?
“Ho sempre detto con molta chiarezza che siamo molto vulnerabili nel Mezzogiorno. Anche il Partito democratico è vulnerabile se punta al numero degli iscritti senza che ci sia un effettivo controllo e non viene controllato chi porta pacchetti di tessere. C’è bisogno di un vero e proprio cambio di rotta in Campania. Un partito che è sempre stato subordinato al potere senza avere una sua autonomia di idee. Questo atteggiamento ci ha resi molto vulnerabili”.
Cosa è cambiato nel Pd dopo il commissariamento del partito?
“C’è stato un grande sforzo da parte del commissario Enrico Morando nel mettere in ordine alcune realtà che erano sgangherate, tanto per utilizzare un eufemismo. In alcune zone abbiamo verificato che c’erano più iscritti che votanti. Questo è stato un grande problema. Grande plauso per il lavoro che ha svolto Enrico Morando. I problemi non possono solo essere risolti da un commissario, ma da una nuova classe dirigente che porti il Pd a rappresentare realmente quello che vogliamo: una vera innovazione nella vita politica italiana. E non essere identificati nella conservazione. Questa sarebbe una vittoria per il Pd”.

lunedì 19 ottobre 2009

Quel caso è agghiacciante

Intervista a Franco Vittoria
Voce Repubblicana, 20 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Le rivelazioni sull’assassinio di Gino Tommassino creano disagio. Lo ha detto alla Voce Repubblicana Franco Vittoria, candidato della mozione Marino alle primarie del Pd in Campania.
Franco Vittoria, cosa pensa delle rivelazioni sull’assassinio di Gino Tommasino, consigliere comunale del Pd a Castellammare di Stabia, ucciso probabilmente da un iscritto del suo stesso partito?
“Questo è un caso agghiacciante perché mette di fronte non solo i dirigenti del partito, ma tutti coloro che credono in un partito riformista vero. In un momento come questo la questione etica è molto importante. Noi abbiamo sempre messo in evidenza l’importanza della qualità del tesseramento nel Partito democratico. Per me e per coloro che sostengono la nostra battaglia, il tesseramento significa incrociare le persone. Invece, spesso ci rendiamo conto di trovarci solo davanti a dei numeri. Questo clima di scontro politico offusca la necessità di rilanciare la politica e abbattere la conservazione dell’esistente. Il nostro obiettivo è quello di formare un vero partito riformista che eviti ogni ambiguità. Ecco perché la questione etica viene prima di quella morale”.
Quali sono le reazioni nel Pd dopo le rivelazioni su Castellammare di Stabia?
“Questo è un fatto che crea molti disagi. Oggi dobbiamo riflettere su quello che è accaduto. Ma la nostra riflessione non può certo limitarsi alla semplice richiesta di espulsione per un nostro iscritto. Ecco perché ritengo che oggi nel Pd si apra una vera e propria questione culturale”.
Il commissario del Pd nella provincia di Napoli Enrico Morando che tipo di lavoro ha svolto?
“Mi è capitato di dire che il nostro non è un partito di iscritti, ma di numeri. Oggi non abbiamo certo bisogno di commissari. Il Pd ha la necessità di ripristinare la normalità all’interno delle proprie strutture. Non è necessario fare mille tessere quando i partecipanti ai congressi o agli appuntamenti pubblici del Pd sono appena cento. Il Partito democratico è nato per cambiare le cose. Se questo nuovo soggetto ripercorre gli errori commessi nel passato si fa fatica ad immaginare un Partito democratico in grado di stare nella società. Dobbiamo smetterla di fare la differenza tra le mozioni e parlare di quello che sta accadendo nel Mezzogiorno e quello che accade in Campania. La questione della legalità è una questione vera e forte. Il Pd deve impegnarsi ad essere una risposta culturale alla richiesta di diritti per tutti. Il nostro limite è stato quello di occupare troppo tempo a fare un conta invece di proporre un nuovo progetto”.
Qual è la mozione che ha moltiplicato di più le tessere?
“E’ una pratica che hanno messo in atto tutti. Dobbiamo uscire dalla moltiplicazione delle tessere altrimenti un domani non ci sarà più un Partito democratico”.

domenica 18 ottobre 2009

La modernità non secolarizza

Intevista a Gaetano Quagliariello
Il Tempo, 18 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo

La modernità non deve essere intesa come un fenomeno di secolarizzazione obbligatoria. Lo ha detto, riferendosi ai finiani del Pdl, il Vicepresidente dei senatori del Popolo delle Libertà GaetanoQuagliariello.
Senatore Quagliariello, cosa pensa della proposta Urso sull'ora di insegnamento islamica nelle scuole pubbliche?
“Non la condivido. Non metto in dubbio le intenzioni della propostache si propone di migliorare l'integrazione. Non credo che questa soluzione sia quella giusta. Questa soluzione ripercorre i canoni del multiculturalismo che sono già falliti in altre parti d'Europa. Non è un caso che il Governo Blair, che non è certo di centrodestra, bollò questa soluzione come un incubo dal quale fuggire”.
Crede che sia necessaria un'intesa con i musulmani per stabilirequesto tipo di regole o pensa che si debba evitare?
“Le intese con queste religioni non sono semplici perché non esisteuna gerarchia o un vertice religioso con il quale concludere questotipo di accordo. Con la Chiesa cattolica è stato tutto molto più semplice. Il nostro obiettivo deve essere quello di difendere i valori della nostra identità e della nostra cultura. Grazie a questi punti di forza dobbiamo avere rispetto verso le altre culture e le altrereligioni: a condizione che queste rispettino la legge e che abbiano sensibilità per il nostro senso comune”.
L'ora di religione cattolica alimenta il rivendicazionismo religioso?Un modello separatista come quello della Costituzione americanafornisce maggiori garanzie?
“La religione cattolica è parte importante della nostra identità. Ed è per questo che ha uno status privilegiato nel nostro sistema scolastico. Questo non significa che l'ora di religione siaun'imposizione. Chi non vuole frequentare questa ora può chiederel'esonero. Permettere un'ora di insegnamento a tutte le religioni è unerrore culturale che ci farebbe cadere nei canoni del multiculturalismo. Anche dal punto di vista pratico è un precedente sbagliato. Se fissiamo questa equivalenza per l'ora di religione musulmana domani saremmo costretti a rispondere a tutti coloro chechiedono questo insegnamento anche per la loro religione. Non credo sia il caso di introdurre anche l'ora di Scientology nelle scuole italiane”.
Un parlamentare del suo gruppo, il senatore valdese Lucio Malan, hadetto che un regio decreto del 1930 consentirebbe l'insegnamento di altre religioni.
“Mi sembra una provocazione che parte da un'idea di eguaglianza di tutte le religioni di fronta al programma scolastico statale. Non è la soluzione. Oggi, in un momento in cui è difficile mantenere la propriaidentità, dobbiamo partire dalla nostra identità per convivere con lealtre religioni. Il compito dello stato non è quello di consentire lagiustapposizione tra culture differenti, ma di considerare la nostrai dentita' una risorsa da tutelare. D'altra parte, anche se lo Stato volesse, non potrebbe tutelare in modo paritario il pluralismoreligioso: non sarebbe in grado di assolvere a tutte le richieste”.
Cosa pensa di questa onda progressista i finiani del Pdl stannomuovendo nel partito. Crede che stiano facendo il percorso inverso diMussolini?
“Senza andare così a ritroso, penso che interpretino la modernitàcome un fenomeno di secolarizzazione obbligatoria. E ritengono che una destra moderna non possa fare a meno di accettare questa parabola storica. Non condivido questa interpretazione della modernità. Ma d'altra parte sono convinto che il Pdl non possa essere un partito monoculturale se vuole essere un partito del 40 per cento. E' bene che queste posizioni si esprimano, ma che ci sia anche la consapevolezzache nel Pdl e nel suo corpo elettorale queste sono proposte minoritarie. Naturalmente questo deve essere accertato nelle sedistatutarie. E se queste proposte saranno in minoranza, cio' non deve costituire alcun dramma".

Manifestazione contro il razzismo a Roma


venerdì 16 ottobre 2009

Il partito dei "Dieci piccoli indiani"

Voce Repubblicana del 17 ottobre 2009
Intervista a Riccardo Villari
di Lanfranco Palazzolo

Il Pd sembra vivere nei “Dieci piccoli indiani”. Non è possibile espellere un deputato ogni giorno. Lo ha detto il senatore del gruppo misto Riccardo Villari.
Senatore Villari, cosa ne pensa del tentativo di eliminare Paola Binetti dal gruppo parlamentare del Partito democratico alla Camera dei deputati?
“Mi sembra che nella vicenda che ha toccato l’onorevole Antonio Gaglione e la deputata Paola Binetti ci sia una continuità se pensiamo all’incerta e approssimativa conduzione del gruppo parlamentare del Pd. Da quello che ho letto la Binetti afferma di essersi attenuta ad una prima indicazione del gruppo parlamentare. Poi, il gruppo parlamentare ha deciso di cambiare orientamento e non tutti ne sono stati informati. E qualcuno si è comportato in maniera difforme. L’incertezza del gruppo parlamentare del Pd è chiara. Dal punto di vista sostanziale il Pd, che era nato per unire diversità, per andare oltre i soggetti fondatori come i Ds e la Margherita, si è ridotto ad una riproposizione della trama dei ‘Dieci piccoli indiani’ attuando un’espulsione al giorno. Nel Pd vedo intolleranza e un continui richiamo ad un autoritarismo che significa in pratica scarsa autorevolezza. Il Pd si richiama sempre allo statuto e ai regolamenti. Sono tutte cose alle quali si ricorre quando non c’è la politica”.
Crede che nei gruppi parlamentari del Pd, almeno secondo quanto è accaduto durante il voto sullo scudo fiscale, ci siano degli intoccabili come la Meandri e altri mentre alcuni deputati non possono fare nulla senza essere messi sotto processo?
“Questa è una storia che si ripete. C’è sempre una sorta di ‘rispetto’ per alcuni. La verità è che al Pd manca un guida autorevole e anche il buon senso”.
Dopo le primarie cambierà qualcosa o il partito perderà altri pezzo con l’uscita dei cattolici del Pd?
“Leggendo qua e la si comprende perfettamente che questa situazione non piace a molti dei cosiddetti padri fondatori del Pd. Arturo Parisi ha detto apertamente che questo non è il mio partito. Anche Rutelli e Veltroni hanno detto la stessa cosa. A questo punto viene da chiedersi: Di chi è questo partito e chi ha voluto costruirlo?! La campagna per le elezioni primarie, con tutto lo strascico delle polemiche che si porta dietro, lascia da parte ogni prospettiva di cambiamento. Il nuovo segretario è chiamato a tirare fuori il Pd dalle secche della situazione in cui si trova”.
Quale sarebbe la peggiore soluzione per queste primarie?
“Secondo me, la soluzione peggiore è rappresentata da Dario Franceschini. Se posso fare un appunto a Franceschini è quello di aver cercato il consenso facile senza avere quella autorevolezza necessaria per potersi imporre dentro il Partito democratico. E questo resta un limite per il segretario uscente”.