lunedì 30 novembre 2009

La marcia degli agricoltori su Roma

Domenica 29 novembre, mentre ero in pausa pranzo, un agricoltore mi ha fermato in piazza della Repubblica per farmi assaggiare i prodotti della sua azienda. Avevo appena finito di mangiare. Non ho accettato. Quell'agricoltore ed altri lavoratori di aziende agricole si trovavano in quella piazza per chiedere il salvataggio delle aziende agrozootecniche dalla crisi. Proprio per questo ci sarà una manifestazione a Roma il prossimo 4 dicembre che partirà da piazza dell'Esquilino. Il giorno prima, a Piazza Montecitorio, si riuniranno i consigli comunali e provinciali di alcune città colpite dalla crisi. Gli agricoltoro che vedete in queste immagini vengono dalla Sicilia, in particolare dalla città di Ravanusa (Ag). Sono partiti dal centro dell'isola lo scorso 12 novembre con i loro trattori per arrivare a Roma in questi giorni.

venerdì 27 novembre 2009

Il nuovo centro

Intervista a Pierluigi Mantini
Voce Repubblicana del 28 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Il Partito democratico è un’altra cosa rispetto alla sua fondazione. Ecco perché Rutelli ha fatto benissimo a lasciarlo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato dell’Udc Pierluigi Mantini. Ecco cosa ci ha detto sui futuri rapporti con il partito di Rutelli.
Onorevole Mantini, cosa pensa della scelta di Francesco Rutelli e di altri esponenti politici di lasciare il Partito democratico? Lei è stato uno dei primi, se non il primo, ad abbandonare il Pd in altri tempi.
“Meglio tardi che mai! E’ chiaro che il Partito democratico è diventato un’altra cosa rispetto a quella sognata. Ora questo è un partito a trazione socialdemocratica con forti vincoli diepietristi. La cultura liberaldemocratica e cattolica deve dar vita ad un nuovo cantiere di centro. La scelta, seppur tardiva, di Rutelli e di altri amici è benvenuta”.
Come ha visto l’eurofallimento della candidatura di D’Alema come ministro degli Esteri dell’Unione europea? Questo tonfo è stata la conferma dello scarso peso internazionale del Pd?
“Ho pensato che fosse sbagliato proporsi come ministro socialista attraverso la sponsorship di Berlusconi. Credo che la sponsorizzazione di Berlusconi abbia nuociuto, più che giovato, a D’Alema. E’ chiaro che il peso dell’Italia in Europa è diminuito. A pesare ci ha pensato l’asse franco-tedesco e l’intesa con il Regno Unito”.
Crede che sia possibile fare una cosa di centro diversa dall’Udc?
“Intanto, l’Udc, pur conservando l’acronimo, già oggi ha cambiato denominazione perché si chiama Unione di centro. Ed è aperta a tutte le personalità che vogliono aderirvi. Abbiamo annunciato, ed è noto, la costituente di centro per fare un allargamento ulteriore. Terremo questo congresso in autunno, dopo le elezioni regionali. Mi auguro che a quell’appuntamento si presenteranno molte persone. Credo che il bipolarismo sia ormai scongelato e in via di liquefazione. L’unica leadership che tiene insieme un polo è quella di Silvio Berlusconi. Ma è chiaramente declinante ed appannata. E nel campo del centrosinistra non si può più dire che ci sia un polo. E’ chiaro che al paese serve un centro, forte e moderno, riformatore al quale possano dare contributi in molti sul patto generazionale, sulle pensioni e su tanti altri temi”.
Cosa farete per l’appuntamento delle regionali con Francesco Rutelli?
“Rinnovo l’invito a Francesco Rutelli e agli altri amici di partecipare alle liste comuni con l’Unione di centro alle prossime elezioni regionali. Una presentazione in solitudine dell’Alleanza per l’Italia appare problematica in vista dell’appuntamento della prossima primavera. Credo che ci possa essere una convergenza positiva tra Udc e Api. Questo naturalmente dipende da Francesco Rutelli. La Costituente di centro è aperta a tutti coloro che vogliono esserci”.

giovedì 26 novembre 2009

Due strategie che possono convivere

Voce Repubblicana del 27 novembre 2009
Intervista a Benedetto Della Vedova
di Lanfranco Palazzolo

La strategia dello sviluppo e quella del risanamento possono convivere anche grazie alle soluzioni del programma del Pdl. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato del Popolo delle Libertà Benedetto Della Vedova.
Onorevole Della Vedova, cosa pensa della polemica tra il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta e quello dell’Economia Giulio Tremonti?
“La polemica in se non mi interessa molto. Trovo invece positivo e importante che dentro il Governo si discuta di politica economica. Sono convinto che in una fase come questa le scelte per la politica economica del Paese sono decisive. Da questo punto di vista la discussione è positiva. Ho sempre ritenuto preziosissimo il ruolo svolto dal ministro Giulio Tremonti in termini di contenimento delle spinte che venivano dalla società, dalle corporazioni e dall’opposizione di centrosinistra affinché si varasse una politica di deficit spending in termini duali, da democrazia acquisitiva, per creare consenso. Da questo punto di vista Giulio Tremonti ha ragione. Ma riconosco che il ministro Brunetta dice il giusto quando ricorda di mollare gli ormeggi e di dare il via alla fase dello sviluppo, che non sia una politica conservativa. Ci deve essere una politica di investimenti, di sviluppo e, ma questo lo penso io, di tagli”.
Questo deve stabilirlo il ministro dell’Economia o quello della Funzione pubblica?
“Come sappiamo, il Governo è un organo collegiale e quindi la responsabilità della politica economica è di Tremonti. Ma che si discuta quello che il Governo deve fare lo trovo positivo”.
Cosa pensa sia giusto fare in politica economica?
“La questione centrale resta quella del debito pubblico. I conti pubblici devono essere tenuti sotto controllo proprio a causa del debito pubblico. Il rischio è che i differenziali dei tassi di interesse crescano rosicchiando sempre di più risorse pubbliche. La settima mozione del programma del Pdl è centrata su un piano straordinario di finanza pubblica per abbattere in modo consistente il debito dello Stato attraverso un piano di valorizzazione dei beni del patrimonio pubblico attraverso un piano di privatizzazioni. La riduzione del debito sarebbe oltre il 30 per cento. Credo che sia necessario partire da qui per sciogliere i dilemmi e le paure di Brunetta e di Tremonti. Ciò è coerente con il programma presentato dal Pdl alle elezioni politiche del 2008”.
Le strategia del risanamento e quella dello sviluppo sono in grado di convivere serenamente o ci porteremo questa polemica dietro per mesi?
“Le due strategie devono convivere. Lo sviluppo non significa finanza pubblica allegra. Oggi non ci sono alternative alla crescita. Questa politica però deve essere attuata senza dimenticare il debito pubblico. Ecco perché oggi dobbiamo rimboccarci le maniche”.

mercoledì 25 novembre 2009

Roberta Serdoz intervistata da Gigi Marzullo




In questi tre video messi in rete da Misstravaglio (Non so chi sia), Roberta Serdoz viene intervistata da Gigi Marzullo in Mezzanotte e dintorni. L'intervista che vedete qui è dello scorso febbraio. Potete vedere solo un breve estratto del filmato che, ad un certo punto, si blocca o viene oscurato.

Quel "Tribuno" è inaffidabile

Voce Repubblicana del 26 novembre 2009
Intervista ad Alberico Giostra
di Lanfranco Palazzolo

Antonio Di Pietro è un leader politico populista e trasformista. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Alberico Giostra, giornalista Rai e autore del libro “Il tribuno. Storia politica di Antonio Di Pietro”, edito da Castelvecchi.
Alberico Giostra, come è nata l’idea di una storia politica su Antonio Di Pietro?
“Il libro è nato dalla constatazione della totale contraddittorietà dell’immagine pubblica che Di Pietro si è guadagnato e ricavato attraverso la compiacenza di alcuni mass-media, massimamente di quelli della sinistra. Questo giudizio positivo era totalmente difforme dalla prassi politica messa in atto dal leader dell’Idv anche nella gestione del suo partito”.
Lei ha mai votato per Antonio Di Pietro?
“Sì, io votato per Antonio Di Pietro nel 2003, nel 2004 e nel 2006. Me ne sono pentito amaramente, soprattutto nel 2006, quando ho visto il comportamento di Di Pietro all’interno del Governo Prodi II. Un'altra motivazione che mi ha spinto a ricercare di capire i comportamenti di Antonio Di Pietro è stata l’infedeltà politica che Di Pietro ha manifestato all’interno del Governo Prodi II con una serie di attacchi che nemmeno Oliviero Diliberto e Fausto Bertinotti avevano mai fatto in precedenza”.
Come gestisce il suo potere Di Pietro nel suo partito?
“In modo verticistico ed autoritario soprattutto per quanto riguarda la questione finanziaria”.
Quando votava Di Pietro e leggeva le graffianti inchieste de “Il Giornale” cosa pensava?
“Prima delle inchieste de ‘Il Giornale’ c’erano stati una serie di servizi fatti da un mensile napoletano, ‘La voce delle voci’. E le inchieste de ‘Il Giornale’ hanno seguito questi articoli. Questo deve essere detto per far comprendere chi ha cercato di scavare nella realtà di questo personaggio politico. Le inchieste sugli appartamenti di Antonio Di Pietro sono arrivate alla fine del Govern Prodi II. Nel 2007, ‘La voce delle voci’ tirò fuori la storia degli appartamenti comprati da Di Pietro e poi affittati dal partito con i soldi pubblici. Con questi soldi pubblici Di Pietro pagava le rate del mutuo. Questo è uno scandalo che avrebbe stroncato la carriera di qualsiasi leader politico europeo”.
L’immagine di Di Pietro non è stata scalfita da queste notizie?
“La fedina penale di Di Pietro è pulita, ma anche la sua immagine pubblica è rimasta totalmente integra di fronte all’opinione pubblica italiana. E questo è inaccettabile. Per quanto riguarda le inchieste del ‘Giornale’ queste hanno favorito Di Pietro rafforzandolo”.
Vede delle analogie tra Mussolini e Di Pietro? Considera l’Idv un uomo politico di destra?
“Il paragone con Mussolini è tirato per i capelli. Più che un leader fascista o giustizialista, Di Pietro è un populista e un trasformista. E lo scontro con Berlusconi avviene su questo terreno”.

Avanti con il processo breve

Intervista a Giancarlo Lehner
Voce Repubblicana del 25 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Il processo breve il centrodestra deve andare avanti anche senza ascoltare quello che dicono i sondaggi. Non sono questi ultimi a tracciare la linea del governo. Lo ha detto l’onorevole Giancarlo Lehner del Popolo delle Libertà, membro della Commissione giustizia della Camera dei deputati.
Onorevole Lehner, cosa pensa del clima in cui parte il dibattito al Senato sul processo breve? E preoccupato per quello che potrebbe accadere?
“Credo che il centrodestra debba andare avanti spedito con le sue leggi, con le sue idee e la sua cultura. Il processo breve è una necessità di tutti e non di una sola persona. I tempi della giustizia sono scandalosi. L’Italia è condannata sistematicamente perché ha una giustizia tardiva. Il clima di questi giorni non deve essere un alibi o una scusante per fare dei passi indietro. Il centrodestra ha avuto tante volte dei progetti e delle idee importanti, ma ci sono state delle resistenze al suo interno che hanno fatto rinviare certi progetti. Mi auguro che in questa iniziativa ci sia coerenza. Ora è necessario andare fino in fondo”.
E’ opportuno ripresentare un lodo Alfano in versione legge costituzionale?
“Questa potrebbe essere una soluzione a futura memoria. Anche se qualcuno ha cercato di sondare il terreno per una proposta del genere, io direi che la via maestra rimane sempre quella della reintroduzione dell’immunità parlamentare. Questa riforma non è la reintroduzione di un privilegio, ma è un fondamento del ritorno alla cosiddetta cornice liberale. Credo che quella sia la via maestra anche se i sondaggi ci dicono che gli italiani sono contrari a questa riforma. Io sono convinto che non è sempre necessario andare dietro queste cose. Se una legge è buona e la coalizione di centrodestra la ritiene positiva, allora è il caso di riformare l’articolo 68 della Costituzione. Un sondaggio non può essere l’indicatore della realizzazione di un programma politico”.
Ci sono stati degli screzi tra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con il ministro della Giustizia Angelino Alfano?
“Non mi sembra che ci siano contrasti tra Berlusconi ed Alfano. Tra i due c’è stato un confronto personale su certi temi comuni, ma nessuna polemica di tipo politico. Le cose che ha sostenuto qualcuno in questi giorni non corrispondono affatto al vero per quanto io sappia”.
E’ preoccupato per la situazione esplosiva in alcune carceri italiane?

“Questo è un tema di grande importanza. Mancano i fondi per i progetti di nuove carceri e per habitat più civili. Il problema deve essere affrontato nel lungo periodo. Purtroppo in Italia vanno in carcere persone che non dovrebbero andarci. Penso ai malati di mente, a coloro che hanno bisogno di cure. Su questo deve impegnarsi la politica e – se esistono ancora – gli intellettuali”.

lunedì 23 novembre 2009

L'intellettuale dello Stato di diritto

Voce Repubblicana del 24 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Marco Boato
Leonardo Sciascia fu un intellettuale unico negli anni ’70 perché non ebbe mai alcun tipo di pregiudizio ideologico. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Marco Boato, ex parlamentare radicale e dei Verdi, vicino di banco di Leonardo Sciascia a Montecitorio.
Onorevole Boato, che impressione ha avuto del ricordo tributato a Leonardo Sciascia nel ventesimo anniversario della morte?
“Il ricordo su Leonardo Sciascia è stato abbastanza ampio. La figura di Leonardo Sciascia avrebbe meritato qualche attenzione in più da parte dei mass media televisivi e radiofonici. Naturalmente non sono riuscito ad ascoltare tutto quello che è stato proposto, ma ho visto qualche trasmissione e un lungo servizio di Tg2 dossier fatto molto bene e ho visto il libro di Andrea Camilleri nel quale sono state riproposte le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia dal titolo ‘Un onorevole siciliano’. Credo che sia stato importante che questa figura sia stata rievocata attraverso la sua testimonianza politica che letteraria”.
Cosa ricorda della figura dello Sciascia politico visto che in aula a Montecitorio eravate vicini di banco?
“La sua attività di parlamentare non fu certo vastissima sia per gli interventi che lui ha svolto e anche per la sua attività nella Commissione parlamentare bicamerale sull’assassinio di Aldo Moro. Ricordo che Sciascia nel 1983 pubblicò una relazione di minoranza in questa commissione che fu pubblicata anche in allegato a libro ‘L’Affaire Moro’, libro che era stato pubblicato in prima edizione nel 1978”.
Sciascia ha lasciato una traccia come parlamentare?
“Sì. I suoi interventi in aula erano molto brevi. Il suo stile parlamentare aveva una grande efficacia. La cosa che mi è rimasta in presso dei suoi interventi in aula era il silenzio dal quale erano accompagnati. Dai banchi di Montecitorio non si sentiva volare una mosca”.
Leonardo Sciascia aveva dei pregiudizi politici rispetto agli altri intellettuali di quegli anni?
“Non credo si possa dire che Sciascia avesse dei pregiudizi ideologici. Anche nei rapporti personali e frequenti che ho avuto con Sciascia in quegli anni non ho mai percepito questo tipo di atteggiamento. Sciascia aveva avuto dei rapporti politici con il Pci, ma era lontanissimo da qualsiasi simpatia verso qualsiasi totalitarismo. Ecco perché ritengo che la sua fosse una formazione politica molto liberaldemocratica, in base alla quale il punto di riferimento più importante era la difesa dello Stato di diritto. Ma in quegli anni esprimersi a favore di questa concezione era molto difficile. Ecco perché questa posizione lo pose in contrapposizione con i sostenitori delle logiche emergenziali di quegli anni affermatesi nel compromesso storico e nella logica dei cosiddetti professionisti dell’Antimafia”.

sabato 21 novembre 2009

Sciascia, un articolo da Leogrande

Un onorevole siciliano
Il Riformista, 20 novembre 2009
di Alessandro Leogrande

Voglio ringraziare pubblicamente Alessandro Leogrande per l'articolo di oggi su Leonardo Sciascia. In questi giorni, quando è uscito il libro di Camilleri su Sciascia ho avuto l'impressione di essere invisibile. Lo stesso autore ha citato tanti libri su Sciascia politico, ma non il mio. Ho partecipato ad un dibattito su Sciascia a Terni con Walter Vecellio, ma la Radio dove lavoro non lo ha trasmeso. Ma a quanto pare qualcuno si è ricordato che avevo scritto un libro su Sciascia. La cosa mi ha ferito molto perchè sono convinto che questo libro è stata la cosa più bella che ho fatto da quando ho iniziato a fare questo lavoro. Ecco perchè quello uscito su "Il Riformista" è un articolo da Leogrande.


"Nell’arco dei quattro anni in cui fu deputato radicale, dal 1979 fino al 1983, Leonardo Sciascia tenne in aula, tra interrogazioni e interpellanze, undici interventi. I testi erano stati già raccolti, insieme alla trascrizione di alcune interviste concesse a Radio radicale e ad altri scritti, in un libro curato da Lanfranco Palazzolo per le edizioni Kaos: Leonardo Sciascia deputato radicale. I soli testi «parlamentari», insieme alla relazione di minoranza redatta per la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, vengono ora riproposti in un agile volumetto Bompiani, Un onorevole siciliano, con introduzione e commento di Andrea Camilleri.Nel ventennale della morte, questi interventi tenuti a Montecitorio offrono più di uno spunto di riflessione sul confine «civile» dell’attività più strettamente letteraria del grande scrittore siciliano. Come scrive Camilleri, Sciascia è stato sempre stato «un politico», sia quando ha scritto romanzi e racconti, sia quando ha scritto articoli che hanno fatto infuriare il dibattito pubblico, sia quando è stato consigliere comunale a Palermo, come indipendente nel Pci, o appunto parlamentare radicale. E da letterato che scruta la società siciliana e italiana (o da intellettuale «illuminista» che utilizza l’arma letteraria) si è sempre prodigato, come scrisse su Tuttolibri nel ‘79, per realizzare una «salutare confusione» tra etica e politica.Perché Sciascia andò in Parlamento? Secondo Camilleri per prendere parte dall’interno alla Commissione di inchiesta parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Moro, dopo aver scritto pochi mesi prima L’affaire Moro. Ma forse c’era anche una motivazione più profonda, come dirà egli stesso in un’intervista concessa a Marcelle Padovani: contribuire nel proprio piccolo a «rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà». E farlo nelle file dell’unico partito che al momento lo consentiva, il partito radicale.Profondamente deluso, quattro anni dopo Sciascia avrebbe lasciato la Camera con un senso di liberazione. Tuttavia nel corso della legislatura intervenne su tutte le questioni più calde: la lotta alla mafia, le restrizioni delle libertà civili e la concessione di maggiori poteri alle forze di polizia, il caso Pecorelli, il caso Donat-Cattin e il coinvolgimento di Cossiga, lo scandalo della ricostruzione del Belice, le presunte violenze subite dai terroristi detenuti, l’omicidio del magistrato Ciaccio Montalto a Trapani… Parafrasando il giudizio di Camilleri, potrebbero definirsi tutti interventi politici, ma di un impolitico, di un marziano capitato nel cuore del potere legislativo.Sciascia parla sempre concisamente, va subito al dunque, spesso cita libri e romanzi nel bel mezzo dell’analisi dell’infuocata quotidianità politica. I testi delle sue interpellanze e interrogazioni sembrano quasi oscillare tra due fuochi: un riformismo volterriano che si fa via via più pessimista, in un paese castale, violento, irriformabile; e una tensione alla straniamento quasi pasoliniana.Alcuni discorsi sono talmente sciasciani che meritano di essere citati per esteso. Ad esempio, intervenendo sulle misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico, dice: «Una delle cose che più mi sgomentano in questa mia breve esperienza parlamentare è la constatazione di una doppiezza tra il dire e il fare e tra il dire e il dire, che si realizza in scarti minimi di tempo e di spazio, cioè tra questa aula e il cosiddetto transatlantico: tra quello che si dice e si fa in quest’aula e quello che si dice prima di entrarvi o appena usciti». O, altrove, quando prende la parola per parlare di mafia e si dice a favore di nuove forme di controllo sugli illeciti arricchimenti, afferma: «Questa proposta va benissimo, ma bisogna allargarla, estenderla; il controllo, cioè, deve estendersi anche a noi, che stiamo su questi banchi».In giorni in cui si discute della reintroduzione dell’immunità parlamentare, paiono davvero le parole di un alieno. Così come aliena appariva allora, a proposito della lotta alla mafia e al terrorismo, la continua riproposizione del principio secondo cui mai e poi mai lo Stato avrebbe dovuto smarrire il diritto e presentarsi come mera forza.Per Sciascia, alla fine dei cupi anni settanta, e dopo la tragedia del caso Moro, non è il paese a essere ingovernabile, bensì le sue classi dirigenti, la sua cappa politica che ha colonizzato le istituzioni. Le sue interpellanze parlamentari andrebbero rilette insieme alle raccolte di articoli e riflessioni Nero su nero e A futura memoria. Costituiscono quasi le due facce della medaglia di una medesima analisi, i due volti di un pessimismo lucido in un paese offuscato.Tuttavia, nel ventennale della sua morte, il ricordo della sua parentesi parlamentare favorisce anche un’altra riflessione. Sarebbe possibile oggi, per un epigono di Sciascia, trovare il medesimo ascolto in un aula parlamentare? In quell’Italia, Sciascia poteva essere politicamente iperminoritario, ma era ancora ascoltato. Oggi l’interlocuzione tra intellettuali e politica è totalmente saltata. Indipendentemente dall’autorevolezza dei primi, è la seconda a essersi completamente trasformata. Mutato il canone del dibattito pubblico e i criteri della rappresentanza politica, la critica illuministica – cui Sciascia ancora credeva – non ha più via d’accesso alla critica del Palazzo. O è inascoltata o si riproduce in farsa. Per cui leggere gli interventi parlamentari di Sciascia è come recuperare, a ogni pagina, un reperto archeologico. A essere sciasciani fino in fondo, si potrebbe dire che quel tentativo di interlocuzione è la nostra preistoria".

venerdì 20 novembre 2009

L'ordine: una cosa fascista

Voce Repubblcicana del 21 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Luigi Crespi

Il problema italiano è che non ci sono grandi editori puri. Lo ha detto alla “Voce” Luigi Crespi, direttore di Crespi ricerche e del quotidiano “Il Clandestino”, commentando le critiche del segretario della Cisl Bonanni sul rapporto tra stampa e poteri forti.
Luigi Crespi, cosa pensa dell’attacco del leader della Cisl Raffaele Bonanni alla Fnsi?
“Ho sempre pensato che l’ordine dei giornalisti sia un’istituzione fascista e corporativista. L’idea che i giornalisti abbiano bisogno di un ordine è veramente un’idea fascista. I giornalisti rappresentano una delle caste più malefiche del nostro paese. Quella dei giornalisti è una casta autoreferenziata che non risponde agli interessi dell’informazione, né a quelli della libertà. Il giornalismo in Italia è una manifestazione deteriore e ignobile del servilismo”.
Le sue accuse valgono anche per il sindacato dei giornalisti italiani?
“Il sindacato dei giornalisti è un’espressione ancora più becera dell’ordine dei giornalisti perché difende una parte dei giornalisti: quelli ideologicamente schierati. E non difende gli interessi di tutti i giornalisti. I giornalisti hanno degli strumenti che non hanno mai usato, ma che hanno utilizzato spesso per i loro interessi. Credo che il leader della Cisl abbia fondamentalmente ragione”.
Pensa che le proprietà dei giornali siano in mano a ristrettissimi gruppi di potere?
“Credo che nel nostro paese ci sia una metro, una cifra che ci dà il valore della carta stampata e dei giornalisti: le vendite dei giornali. Dobbiamo chiederci perché nel nostro paese la vendita dei quotidiani è la più bassa rispetto agli standard degli altri paesi europei. La risposta che io mi do è che non sono credibili. Le condizioni nelle quali operano i giornalisti sono quelle di mettersi al servizio dei padroni di turno. Io stimo molto quegli editori puri che non sono ai vertici dell’editoria italiana. La maggior parte dei giornali non ha azionariati oscuri o forti. Ma hanno azionariati diversi. Se il mio editore è un farmacista il mio giornale non parlerà mai male delle aziende farmaceutiche. E questo è un problema che si presenta spesso nelle grandi testate italiane”.
Vede la professione giornalistica in profonda crisi di identità pensa che siamo in una fase di sviluppo imprevedibile? Oppure internet distruggerà questa professione?
“Penso che internet non distrugga un bel niente. Qualche decennio fa erano in molti a pensare che la radio sarebbe stata distrutta dalla televisione. Ma non è stato così. Internet non è un’opportunità di comunicare per gli editori. Loro pensano ad internet per risparmiare. Ma internet non è un’antagonista della carta stampata. Le finalità dei due mezzi sono differenti. Altrimenti non avrei mai pensato di portare dal web all’edicola ‘Il Clandestino’”.

Separati alla nascita: Gianfranco Fini e Piero Marrazzo


Separati alla nascita: Rita Levi Montalcini - Christine Lagarde


Per qualche spazio mediatico in più

Intervista a Paolo Butturini
Voce Repubblicana del 20 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Con le sue critiche alla Fnsi Bonanni voleva ritagliarsi uno spazio mediatico. Lo ha detto alla “Voce” il Segretario dell’Associazione Stampa Romana Paolo Butturini.
Paolo Butturini, cosa pensa delle dure critiche del segretario della Cisl Raffaele Bonanni sul ruolo della Fnsi?
“La parole di Bonanni ci hanno sorpreso. Dopo quello che è accaduto in questi mesi ci aspettavamo qualche critica e qualche distinguo dopo la firma del nuovo contratto dei giornalisti. Siamo rimasti sorpresi dall’attacco diretto che il leader della Cisl ha rivolto al sindacato dei giornalisti. Bonanni mette in discussione la ragione di essere del sindacato unico dei giornalisti italiani. Quando ho letto le dichiarazioni di Bonanni mi sono interrogato sui motivi che lo hanno portato a questo attacco così virulento. Il mio dubbio è che dietro queste parole ci sia una qualche ragione politica”.
Ritiene che la manifestazione dello scorso 3 ottobre abbia evidenziato delle divisioni tra i giornalisti sulle ragioni dell’iniziativa a favore della libertà di stampa in Italia?
“Sulla manifestazione che si è svolta lo scorso 3 ottobre il dissenso era circoscritto. Per quanto riguarda le singole componenti della Fnsi, queste posizioni contrarie erano limitate alla componente di Paolo Corsini, ‘l’Alternativa’. La presa di posizione del segretario dell’Ordine dei giornalisti Enzo Jacopino, contrario alla manifestazione, ci ha sorpreso perché abbiamo materialmente visto Jacopino in piazza. E l’Ordine ha aderito. Troviamo sorprendente che questo dissenso sia nato dopo la manifestazione dello scorso 3 ottobre. Jacopino è sceso in piazza, ha visto che quella piazza non gli piaceva. E alla fine ha cambiato la sua posizione. La posizione dell’Ordine mi sembra strumentale in vista delle prossime elezioni per il rinnovo degli organi. Trovo che l’Ordine abbia invaso le competenze della Fnsi. I dissensi erano molto contenuti”.
Bonanni parla di rapporti tra “poteri forti” e carta stampata.
“Vorrei far notare a Bonanni che la questione dell’indipendenza delle testate di carta stampata e delle altre testate è stata più volte sollevata dalla Fnsi. Uno degli obiettivi della manifestazione dello scorso 3 ottobre era quello di arrivare alla discussione di uno Statuto per le imprese dell’informazione che separi la gestione delle testate dalla proprietà. Bonanni scopre l’acqua calda. Mi domando dov’era finora”.
Il segretario della Cisl attacca il canone Rai e l’informazione della Tv pubblica…
“Il problema è malposto. Non è il canone a generare l’occupazione della Rai. E’ il potere politico che non vuole vedere la Rai nel ruolo che spetterebbe alla tv di Stato. Il tema è utilizzato strumentalmente per ritagliarsi uno spazio mediatico. Bonanni voleva questo. E alla fine c’è riuscito”.

Grazie per le visite sul "Prete star"

Colgo l'occasione per ringraziare Città del Vaticano e la Conferenza episcopale abruzzese molisana per le due visite ricevute ieri. Mi riferisco al post relativo ai Preti star nel quale ho inserito il video di Celentano tratto da Le Iene e le avventure del prete pomicione. Sono contento di queste visite che rendono il mio blog sempre più prestigioso. Grazie per le visite. E tornate. Ah, dimenticavo, tra i due servizi delle Iene su alcuni religiosi non star trovare gli IP delle visite. Grazie.

19 Nov - 21:56:06 -IE 8.0
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Conferenza Episcopale Abruzzese-molisana (88.63.10.91) [Label IP Address]lanfrancopalazzolo.blogspot.com/2009/11/basta-preti-superstar.htmlhttp://www.google.it/search?hl=it&q=youtube



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Holy See - Vatican City State (212.77.0.223) [Label IP Address]lanfrancopalazzolo.blogspot.com/2009/11/basta-preti-superstar.html

giovedì 19 novembre 2009

La strage analogica



Oggi, andando in giro per Roma, ho visto tanti vecchi televisori analogici gettati al macero o nei cassonetti. Sono rimasto molto impressionato. Quando sono arrivato al lavoro e ho visto un altro mucchio di televisori ho pensato ad un soggetto per un racconto di fantascienza. E allora ho immaginato il giorno dello Switch off (Il passaggio al nuovo sistema del digitale terrestre) come il momento giusto per una rivolta dei vecchi televisori analogici, i quali hanno scelto Viterbo, l'unica città del Lazio dove resta in vita il vecchio segnale di trasmissione, per una riscossa contro la Rivoluzione digitale. Una sorta di controrivoluzione analogica. Paolo Romani non capirebbe.

New Moon at Rome (Twilight)


Vip e ragazzine hanno riempito il 17 novembre scorso, si fa per dire, piazza della Repubblica per lanteprima del nuovo film della saga di «Twilight». La facciata dellhotel Boscolo Exedra è stata trasformata per una se­ra in un maxischermo. All'appuntamento si è visto di tutto: spettaco­li di acrobazie a tema, qualche volto famoso e il film, «New Moon», secondo episodio della saga dei vampiri di «Twilight» proiettato martedì 17 novembre per un ristrettissimo pubblico di invitati. Il film era in anteprima nelle 5 sa­le del cinema Warner Moderno, in piazza dei Cinquecento. Tuttavia si è trattato di una "Prima" che possiamo definire una "sola". Infatti del cast non si è fatto vedere nessuno. Soprattutto non si è fatto ve­dere Robert Pattinson, fascino­so inglese appena incoronato dalla rivista People «Sexiest man alive» (la traduzione è su­perflua) che nella serie interpre­ta Edward Cullen, il vampiro in­namorato dellumana Bella, lat­trice americana Kristen Stewart, amata e odiata dalle fan per la sua presunta, ma non troppo, storia damore con Ro­bert.

Era venerdì 13 novembre



Venerdì (13) nero a Roma. Scene di autentico caos metropolitano lo scorso 13 novembre nella capitale. Un tragico incidente alla stazione di Piazza Vittorio (Line A) ha mandato la città in tilt e causato il blocco della linea metropolitana. Dopo le 15.00 del 13 novembre un uomo è morto schiacciato sotto la metro nella stazione di piazza Vittorio. Si tratta di un egiziano di 66 anni, scivolato sui binari. L'uomo non ha fatto in tempo a risalire sulla banchina perché pochi istanti dopo è arrivato il convoglio della metro ed è rimasto incastrato tra la banchina e la motrice del treno. Sono intervenuti i vigili del fuoco per estrarre il corpo. Queste immagini sono state girate poco prima dell 17.00. E descrivono l'assalto della folla al servizio sostitutivo della metropolitana alla stazione Termini.

mercoledì 18 novembre 2009

Basta preti superstar

Come sapete, i preti in televisione hanno largamente rotto i coglioni. Ogni anno la televisione di Stato ci propina il solito prete scoreggione che ci dice sempre quello che dobbiamo fare. Aveva cominciato Renato Rascel con Padre Brown. Ma sembrava finita. Ed ecco arrivare "Don Fumino" e poi "Un prete tra noi". Alla fine, gli zebedei si sono totalmente scassati con Don Matteo. Ma qualcuno nella Chiesa non ne può più.



A lanciare l'allarme ci ha pensato monsignor Mauro Piacenza, segretario della Congregazione per il clero, nel seminario organizzato dalla Pontificia universita' della Santa Croce per parlare di 'Comunicazione nella missione del sacerdote'. Monsignor Piacenza, davanti a una platea di sacerdoti provenienti da ogni parte del mondo e riuniti in occasione dell'anno sacerdotale, ha colto l'occasione per esprimere tutti i suoi timori sulla figura dei 'preti showman'. "Attenzione -ha detto - ci sono tanti preti star che vanno in tv senza autorizzazione e la gente pensa che parlino a nome della Chiesa". Non che ci sia niente di male, ha osservato padre Philip Goyret, docente presso la facolta' di Teologia della Pontificia universita' della Santa Croce, se i preti vanno in tv, ma"a patto che -ha chiarito- che diffondano la verita' e la partecipazione non sia un solo mettersi in mostra". Voi direte: Ma cosa centrano le fiction televisive? C'entrano eccome! Se i preti si presentano in tv questo significa che sono spinti dalla voglia di emulazione le loro star televisive e cinematografiche. Ma a noi non piace ricordare questi preti, ma vorremmo ricordare il prete scopone de le Iene. Eccolo qui sotto nella sua raccapricciante performance raccolta da le Iene.


Un vertice inutile

Intervista a Khaled Fouad Allam
La Voce Repubblicana del 19 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

I vertici come quello della Fao hanno segnato il passo. Lo pensa Khaled Fouad Allam, docente di sociologia del mondo arabo ed ex parlamentare della Margherita.
Professor Allam, cosa pensa del vertice della Fao che si è svolto a Roma?
“Credo che per certi aspetti il dialogo tra le organizzazioni intergovernative e i singoli governi sia superato. Credo che questo tipo di vertice abbia fatto la sua storia. Le politiche di questo livello non servono. Probabilmente bisognerebbe riformulare questi argomenti attraverso altri vettori politici. La traducibilità in fatti concreti di questi vertici non esiste o è molto deludente. A mio avviso, la questione alimentare si interseca anche con altri temi come la questione ambientale e la questione relativa al clima. Mi chiedo se non sia più utile riunire in un’unica conferenza questi argomento. La moltiplicazione di questi vertici non serve quasi mai”.
Cosa pensa dell’aumento del prezzo di molti prodotti alimentari?
“E’ vero che in questi mesi si è verificata una speculazione sulla questione alimentare. I paesi del sud del Mondo non si sentono tutelati nelle loro possibilità di sviluppare tecnologia. E il Nord del mondo non li aiuta. Questa situazione sviluppa una dinamica conflittuale”.
Pensa che i paesi arabi possano svolgere un ruolo per aiutare i paesi dell’Africa Subsahariana? Al vertice della Fao abbiamo visto il dittatore libico Gheddafi che non ha sviluppato questo tipo di confronto.
“Gli atteggiamenti di Gheddafi non sono politicamente produttivi. Ho saputo che la banca islamica darà dei fondi per la lotta contro la fame nel mondo. Molti paesi arabi dispongono certamente di mezzi finanziari per sviluppare crescita e programmazione economica. Tuttavia, sono convinto che il tempo in cui era necessario solo dare dei soldi contro la fame nel mondo sia finito. E’ necessario investire nel campo della ricerca e della trasformazione di intere zone desertiche in aree di sviluppo agricolo. Il primo esempio che mi viene in mente è quello di Israele. Gli israeliani hanno trasformato il deserto del loro paese in un giardino”.
La lotta contro la fame nel mondo ha segnato il passo alla fine degli anni ’80. Il crollo del comunismo ha tolto all’occidente l’alibi per poter fare qualcosa?
“Il comunismo non ha fatto molto contro la fame nel mondo. Ha utilizzato questo tema come argomento ideologico contro l’occidente, ma non come risultato di una precisa azione politica. L’atteggiamento dei paesi comunisti non era sincero nei confronti dei paesi che soffrivano la fame. Ma la questione della fame nel mondo non deve essere una questione politica, ma rivestire un ruolo umanitario. Il diritto di mangiare deve essere equiparato al diritto di pensiero. Se non faremo questo passo avanti tutto sarà più difficile”.

Socialdemocratico nonostante tutto

Intervista a Peppino Caldarola
Voce Repubblicana del 18 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Bersani rifiuterà l’etichetta di socialdemocratico, ma il suo Pd si ispira di più a questo modello che a quello dei Democratici americani. Lo ha detto l’ex parlamentare dell’Ulivo ed ex direttore de “l’Unità” Peppino Caldarola.
Onorevole Caldarola, cosa pensa dei primi passi della segreteria del Pd di Pierluigi Bersani?
“Devo dire che le prime mosse della segreteria Bersani sono molto prudenti tranne su due aspetti fondamentali della strategia che il nuovo leader si è dato: il primo punto su cui Bersani ha premuto sono i temi sociali, cosa che non hanno fatto Dario Franceschini e Walter Veltroni; Bersani non è stato nemmeno prudente sulle alleanze perché ha abbandonato subito l’idea del partito a vocazione maggioritaria. Il nuovo segretario torna oggi a proporre un nuovo sistema di alleanze che assomiglia molto all’Ulivo”.
Il Partito democratico deve temere gli abbandoni di Francesco Rutelli e di altri parlamentari che hanno scelto la strada centrista?
“Secondo me, la nuova leadership del Partito democratico farebbe bene a preoccuparsi. Al di la dei numeri e delle persone uscite e del loro ruolo – mi riferisco a Francesco Rutelli e a Massimo Cacciari – si rischia di lasciare sguarnito tutto un fronte moderato. E questo non è un problema secondario per un partito che nasce per mettere assieme riformisti di tutte le tradizioni. L’abbandono di Francesco Rutelli era largamente annunciato. E quindi la sua uscita dal Partito democratico non rappresenta certo una novità inattesa. Ma Rutelli ha indubbiamente creato un problema al Partito democratico”.
Definirebbe quello di Bersani come un partito socialdemocratico?
“Credo che Pierluigi Bersani e i suoi dirigenti rifiuteranno questa definizione. Credo che il modello di partito a cui si ispirano questi esponenti sia più vicino a quello della socialdemocrazia europea che a quello del Partito democratico degli Stati Uniti che stava tanto a cuore a Walter Veltroni. Secondo me, siamo nel solco di una tradizione della sinistra europea abbastanza conosciuta”.
Che ruolo avrà nel Pd Massimo D’Alema?
“Questo dipende dall’eventuale nomina dell’ex Presidente del Consiglio in qualità di ministro degli Esteri europeo. In questo caso il suo apporto alla politica italiana sarà ridotto. Non penso che D’Alema sia la longa manus di Bersani. Il nuovo segretario del Pd è un uomo compatto, con la sua autonomia politica. Tra i due personaggi c’è grande affinità, ma Bersani ragiona con la sua testa”.
Il Pd ha perso le elezioni regionali?
“Credo che la prossima tornata elettorale, tranne alcuni eventi imprevedibili, sarà sfavorevole al Pd. Questo dipenderà anche dalla sperimentazione dell’accordo con l’Udc in alcune regioni. Ma non c’è dubbio che il prossimo appuntamento elettorale parte con l’handicap per il Pd”.

martedì 17 novembre 2009

17 novembre 1989: gli iscritti del Pci non vogliono cambiare nome al partito

Questo sondaggio che fu pubblicato nell'edizione del 17 novembre del quotidiano l'Unità è istruttivo. Qui si vede chiaramente quanto gli elettori del Pci fossero avversi a Bettino Craxi. Gli elettori del Pci erano convinti che il loro partito aveva fatto benissimo e che non erano necessari altri cambiamenti per il partito.

lunedì 16 novembre 2009

No alla tessera del tifoso

Voce Repubblicana del 17 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Marco Perduca

Non è giusto che le squadre di calcio abbiano accesso al casellario giudiziario. Lo ha detto, a proposito della tessera del tifoso, Marco Perduca, senatore radicale eletto nelle liste del Pd.
Senatore Perduca, perché siete contrari alla tessera del tifoso?
“Non esiste una norma di legge chiara che istituisce la tessera del tifoso. C’è stata solo un’ordinanza emessa dal ministro degli Interni Roberto Maroni a ferragosto, nella quale si rendeva obbligatoria, per tutti i tifosi che volessero seguire la propria squadra in trasferta nel settore degli ospiti, una sorta di affiliazione con la propria società sportiva che implicasse il costo di una decina di euro. Ma senza questa tessera non si può entrare in uno stadio”.
Che tipo di problemi ha creato questa tessera?
“Il tifoso che non ha la tessera non può seguire la propria squadra in trasferta. Il problema è che per rilasciare questa tessera occorre che la società sportiva del tifoso acceda al casellario giudiziario, controlli la sua fedina penale e decida se dare o non dare la tessera al supporter della squadra. Nella tessera ci possono essere i reati commessi dal tifoso ed eventuali diffide. Ricordiamo che un decreto del 2007 del ministro dell’interno Giuliano Amato, emanato all’indomani dell’assassinio di Raciti a Catania, ha stabilito che il tifoso oggetto di una diffida non potrà più mettere piede in uno stadio di calcio perché si ritiene che questa persona possa creare dei problemi di ordine pubblico”.
Quali sono le vostre perplessità su questi fatti e sul ruolo delle società sportive?
“Non si capisce perché una società sportiva di calcio possa avere libero accesso al casellario giudiziario. Inoltre è chiaro che le regole per l’accesso allo stadio dei tifosi sono troppo severe. Si pone anche un problema di costituzionalità della norma. L’accesso in un luogo aperto al pubblico, come sono tutti gli stadi italiani, avverrebbe con una tessera a pagamento”.
Qual è stata la risposta delle società di calcio?
“All’inizio i grandi club erano favorevoli a questa ipotesi. Si può anche pensare che siano state le società stesse a suggerire a Maroni questa tessera. Poi si sono pronunciate le società più piccole, che hanno fatto presente che avrebbero avuto delle difficoltà con questa tessera”.
Quali sono le caratteristiche tecniche di questa tessera?
“Dovrebbe fungere da telepass con una tecnologia molto più complessa. Il tifoso passa davanti ad uno scanner con la tessera. I suoi dati vengono memorizzati e il tifoso può entrare. Questo sistema costa molto. E all’interno di questo programma ci sono società come Autogrill, Ferrovie dello Stato e alcune banche. La maggior parte dei proventi non andrebbero alle squadre di calcio. Ecco perché all’interno dei club è sorto più di un dubbio”.

Magistrati contro a Calciotto: grazie

Volevo ringraziare l'Associazione nazionale dei magistrati, il ministero della Giustizia e il Consiglio superiore della magistratura che mi hanno onorato di una loro visita. Il calcio, anzi, il calciotto è sempre un grande spettacolo. E se un giorno vorranno fare un torneo organizzato per correnti sarò il primo ad accorrere alle loro manifestazioni sportive per intervistarli. Naturalmente l'arbitro di questo torneo, per contrappasso, dovrà essere designato da Silvio Berlusconi.

sabato 14 novembre 2009

Tangentopoli non ha aiutato il Pci-Pds-Ds-Pd

Intervista a Margherita Boniver
Voce Repubblicana del 14 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

D’Alema ha capito che tangentopoli non ha aiutato il Pci-Pds-Ds-Pd. Anche se fu lui a far entrare Di Pietro in politica per riconoscenza. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Margherita Boniver (Pdl) che vuole cambiare l’articolo 68 della Costituzione.
Onorevole Boniver, perché ha presentato una proposta di modifica costituzionale per il ripristino dell’immunità parlamentare?
“E’ passato molto tempo dalla riforma dell’articolo 68 avvenuta del 1993. Ci sono flebili segnali positivi da parte dell’opposizione per cambiare questa norma della Costituzione italiana. Questo è un argomento che non è più tabù. Non mi azzarderei a dire di più perché, essendo questa una legge di revisione costituzionale, i meccanismi sono tali per cui si prevede un tempo non inferiore a due anni vista la doppia lettura richiesta. Inoltre è necessaria anche una maggioranza qualificata dei 2/3 altrimenti si andrebbe al voto referendario qualora fosse richiesto. Come vede è una questione molto complessa se guardiamo ai meccanismi legislativi. Ma si tratta di una iniziativa dalle motivazioni limpide".
Cosa ricorda della riforma del 1993?

“In quella legislatura ero senatrice del Partito socialista italiano. E fui tra i pochissimi parlamentari a votare contro quella legge di revisione costituzionale. Quel voto di modifica della Costituzione avvenne con il voto palese, come si usa nei parlamenti finti delle ex Repubbliche sovietiche. In quella occasione provai veramente un senso di vergogna per il comportamento della stragrande maggioranza del comportamento dei parlamentari per un’intimidazione che proveniva dalla magistratura, ma veniva anche dai media, dalle piazze che si riempivano di persone che chiedevano l’‘impiccagione’ dei ‘politici corrotti’. Quella resa condizionata mi è rimasta in mente come una resa incondizionata della politica”.
Lei mi ha parlato di flebili segnali positivi da parte dell’opposizione. Sono dovuti alle inchieste che hanno toccato il Pd?
“Non collegherei queste aperture con i guai che sta vivendo l’opposizione. Questi segnali sono da collegare al fatto che oggi non esiste più un Pci salvaguardato dalle inchieste della magistratura che hanno distrutto il pentapartito. Questo dibattito aprirebbe la possibilità per il Pd di sganciarsi dal partito manettaro di Antonio Di Pietro”.
Massimo D’Alema si è pentito di aver cavalcato con il Pci-Pds-Ds-Pd il terremoto di tangentopoli.
“D’Alema non è stupido. In questi anni ha fatto tutte le considerazioni possibili. Salvo Primo Greganti, nessun dirigente del Pci fu messo sotto processo. Inoltre non possiamo dimenticare che Massimo D’Alema scelse anche di candidare Antonio Di Pietro al Senato nel lontano 1997, nel collegio blindato del Mugello come inequivocabile segnale di riconoscenza alla magistratura”.

venerdì 13 novembre 2009

Magistrati contro a calciotto

Per la prima volta nella storia, il 14 ed il 15 novembre 2009 i magistrati italiani daranno vita al primo torneo nazionale di calciotto. Si tratta di una serie di incontri sportivi, aventi ad oggetto partite di calcio ad otto, disciplinati in forma di unico torneo ed avente carattere spontaneo ed occasionale. Le squadre partecipanti sono Calabria, Campania, Lazio, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana ed Umbria. Il torneo andra' in scena al Futbolclub di Via degli Olimpionici a Roma, dove si terra' anche il prestigioso torneo "T League", a 16 squadre che prendera' il via domani alle 13.30 e si concludera' alla meta' di maggio 2010. Scenderanno in campo ex calciatori come: Giannichedda, Marcolin, Bruno Giordano, Angelo di Livio, Massimo Piscedda e Luciano Marangon, ma anche procuratori sportivi come Davide Lippi, Simone Canovi, Ludovico Spinosi e Matteo Materazzi, e attori come Brenno Placido, Emanuele Propizio e Vincenzo Alfieri. Ma anche manager come Nicola Maccanico e Magistrati come Luca Palamara Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati. Forse sarebbe stato meglio organizzare le squadre in correnti. Sarebbe stato più bello vedere Unicost che sfida Magistratura democratica. Sai le botte. Invece i magistrati italiani hanno scelto la strada federalista.

Con Berlusconi resta il bipolarismo

Intervista a Piergiorgio Corbetta
La Voce Repubblicana del 13 novembre 2009
Di Lanfranco Palazzolo
(Nella foto il prof. Corbetta davanti ad una libreria Billy di Ikea),

Fino a quando ci sarà Silvio Berlusconi sulla scena politica sarà difficile la nascita di un nuovo grande soggetto politico di centro. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il professor Piergiorgio Corbetta, docente di Metodologia e tecniche della ricerca sociale all'Università di Bologna e autore dell’unico manuale di geografia politico elettorale mai pubblicato in Italia.
Professor Corbetta, cosa pensa del nuovo partito rutelliano Alleanza per l’Italia?
“Lei mi fa una domanda difficilissima alla quale nessuno è in grado di rispondere. Il reale interrogativo che oggi non incombe – ma che tra non molto incomberà sulla politica italiana – sarà il destino del Popolo delle Libertà o comunque cosa succederà quando uscirà di scena Silvio Berlusconi. Il Presidente del Consiglio è un uomo continuamente esposto a polemiche e controverso. Tuttavia, Berlusconi ha dato comunque – volenti o nolenti – una svolta notevole e rilevantissima alla politica italiana. E diciamo che la sua spinta alla trasformazione della politica italiana, in senso bipolare, è dovuta proprio in gran parte alla personalità politica di Silvio Berlusconi e alla sua capacità di polarizzare l’elettorato in amici e nemici. La polarizzazione della vita politica italiana è legata moltissimo alla figura di Silvio Berlusconi. Le leggi elettorali introdotte dopo il 1993 hanno introdotto questa polarizzazione che è rimasta in piedi anche con la riforma elettorale del 2005. Ma è indubbio che questa polarizzazione non ha solo componenti istituzionali e strutturali, ma ha componenti emotive e personalistiche. Nel momento in cui Berlusconi dovesse uscire dalla politica nessuno è in grado di dire cosa accadrà”.
Perché il Partito democratico ha perso questo esiguo numero di parlamentari dopo l’elezione di Pierluigi Bersani?
“E’ indubbio che Pierluigi Bersani sia portatore di assolutamente non orientata verso il bipolarismo, ma orientato verso un sistema partitico a più voci. Non è assolutamente nascosta a nessuno la simpatia di Bersani per quel cotè verso un sistema proporzionale alla tedesca. Lo sanno tutti che Bersani è un uomo politico che tende alla proporzionalizzazione della vita partitica italiana. Ma la vera variante della politica italiana non è Bersani, ma Silvio Berlusconi”.
Vede delle analogie tra il tentativo di Mario Segni del 1994 e la formazione di Alleanza per l’Italia di Francesco Rutelli?
“Il tentativo di Segni era molto diverso. Quel tentativo di Segni era un modo per agganciare quello che restava della Democrazia cristiana. Mentre qui si tratta di costruire qualcosa di nuovo. Tuttavia il tentativo di Rutelli e quello di Casini non portano con se tanti voti, ma sono solo tentativi di affiancamento politico nei confronti di Berlusconi. Ma niente di più”.

giovedì 12 novembre 2009

Anche le calciatrici menano

RU486 in ritardo

Intervista a Silvio Viale
Voce Repubblicana del 12 novembre 2009
Di Lanfranco Palazzolo


L’attenzione che esiste sulla pillola RU486 non esiste per nessun altro farmaco al mondo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il Silvio Viale, responsabile della sperimentazione della pillola RU486 all’Istituto S. Anna di Torino che è stato ascoltato dal Senato nell’ambito delle audizioni sulla sperimentazione di questo farmaco. Ecco cosa ci ha detto al termine dell’incontro con i parlamentari.
Dott. Viale, che impressione ha avuto dell’audizione e qual è il suo bilancio su questa sperimentazione?
“L’incontro è andato bene. Il Presidente società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), il prof. Giorgio Vittori che è un medico obiettore, ha fatto una relazione impeccabile dal punto di vista scientifico, specificando che si trattava di una relazione non personale ma dell’associazione scientifica che rappresentava. Questa relazione era in linea con la posizione della federazione internazionale di ostetricia e di ginecologia. Nell’occasione ho approfittato per toccare tanti punti di polemica anticipano anche possibili quesiti sull’argomento. Sostanzialmente ho ribadito come la RU486 sia rispettata nella legge 194. Ho confutato alcune affermazioni che sono state fatte sul ricovero, che non è previsto dalla legge 194: nella legge del 1978 è scritto ‘se necessario’. Ho fatto il parallelo anche con altre situazioni mediche come l’interruzione volontaria, come la gravidanza extrauterina o i parti gemellari nei quali la donna non è ricoverata. Ho fatto un unico capitolo dell’aborto spontaneo e di quello volontario perché al di la del primo movens, le dinamiche sono le stesse. Per cui è difficile prevedere che due donne nella stessa situazione clinica debbano avere due comportamenti differenti. Ho cercato di far comprendere che la RU486 non è nulla di diabolico, ma siamo di fronte a passi avanti della scienza”.
Qual è la posizione dell’Italia sulla RU486 rispetto ad altri paesi europei?
“Oggi siamo in ritardo rispetto agli altri paesi occidentali. Non lo eravamo 20 anni fa, quando la clinica Mangiagalli di Milano partecipava agli studi dell’Organizzazione mondiale per la sanità. Sarei curioso di sapere cosa pensa l’Istituto superiore di Sanità dopo che 4mila donne hanno sperimentato questa pillola. La RU486 ha un’attenzione nel mondo che nessun altro farmaco ha. Il numero di segnalazioni negative su questo farmaco è inferiore a quello di qualsiasi altro farmaco. E questo dovrebbero tenerlo presente tutti”.
Qual è la copertura della RU486 sul territorio italiano?
“Al momento è una copertura ideologica. Dipende dagli obiettori di coscienza. Non temo il fatto che il sistema sia applicato in modo diseguale perché questo avviene già in Italia. L’obiezione di coscienza è comunque superiore per la legge 40 sulla procreazione assistita”.

Vile aggressione al Partito Radicale


Oggi alcuni militanti del LIS (Lotta studentesca( hanno attaccato la sede del Partito radicale a Roma per ribadire il loro "No" al pronunciamento della Corte dei diritti dell'Uomo contro il crocifisso nelle scuole italiane. Ecco quali sono le loro motivazioni.


Alle ore 10.30 di questa mattina, i militanti di Lotta Studentesca, movimento giovanile vicino a Forza Nuova, hanno fatto irruzione nella sede dei Radicali di Roma lanciando volantini e affiggendo crocifissi.

"Si è trattata di un’azione pacifica – sottolinea il portavoce romano Roberto Benignetti – finalizzata alla critica della visione di un’Europa priva di quei valori che l’hanno costruita nei secoli: cristianità, nazione, popolo. I Radicali sono tra coloro che vorrebbero distruggere questi principi e svuotare l’Europa sia spiritualmente che moralmente. Il loro pensiero rispecchia la deriva che l’Europa di Lisbona sta prendendo: scardinare cultura e valori millenari. La sentenza sui crocifissi della corte di Strasburgo è un esempio di disgregazione dell’identità comune ai popoli europei."

Il Coordinatore nazionale di Lotta Studentesca Gabor De Arcangelis aggiunge: "Non permetteremo a nessuno di imporre dogmi ultralaicisti in Italia e chi tenterà di rimuovere il crocefisso si troverà di fronte un muro umano guidato da Lotta Studentesca. Con questa iniziativa lanciamo ufficialmente la campagna per riportare i crocifissi nel nostro paese, non solo nelle scuole ma anche negli edifici pubblici.”

Roma 12/11/09


Qui sopra potete leggere il comunicato delirante di Lotta studentesca. Dai toni usati è chiaro che ci troviamo di fronte a dei fanatici in preda ad una sorta di delirio di onnipotenza. Il problema è che la maggior parte del mondo politico italiano segue questo tipo di battaglia per compiacere il Vaticano. Che tristezza.........

Intervista a Pierluigi Castagnetti ("Il Tempo")

Questo è il testo della mia intervista pubblicata integralmente ieri sul blog e oggi uscita su "Il Tempo". Buona lettura.

Ein erinnern für Robert Enke

Ein erinnern für Robert Enke. Der deutsche Torhüter Robert Enke hat vor zwei Tagen gestorben. Ich weiß nicht, ob es Selbstmord war. Das, was ich möchte betonen, ist der deutsche Sport als für ihre eigenen Athleten, da ein Großteil der deutschen Mannschaft wurde abgebrochen. In Italien würde sich niemand träumen lassen, um die Wiedergabe der italienischen Nationalmannschaft für den Tod eines seiner Spieler. Ich möchte Enke in einem Video vor ein paar Jahren erinnern, daß ich sehr schön fand, und dass die Liebe zu dieser Spieler für Hunde bezeugt. Gute Sicht.
Un ricordo per Robert Enke.
Il portiere tedesco Robert Enke è morto due giorni fa. Non so se sia stato un suicidio. La cosa che voglio sottolineare è il rispetto dello sport tedesco nei confronti dei propri atleti visto che una partita della nazionale tedesca è stata annullata. In Italia nessuno si sarebbe mai sognato di fermare una partita della nazionale italiana per la scomparsa di un suo giocatore. Voglio ricordare Enke in un video di qualche anno fa che gho trovato molto bello e che testimonia l'amore di questo giocatore per i cani. Buona visione.

Rutelli e quel partito di "romani"

Intervista a Pierluigi Castagnetti
per "Il Tempo".
(Versione completa)
Di Lanfranco Palazzolo
Nella foto a destra Rutelli
si tuffa nella nuova avventura

Ieri ho intervistato per "Il Tempo" l'onorevole Castagnetti. Purtroppo l'intervista è stata rimaneggiata per motivi di impaginazione. Tuttavia ho sentito la necessità di piazzare integralmente nel mio blog l'intervista completa perchè a questo mondo non si butta niente. E poi visto che c'era perchè buttarla nel cestino? Ovviamente oggi pubblicherò anche la verà intervista che uscirà sul quotidiano romano. Un saluto ai miei fans.

Francesco Rutelli e Alleanza per l'Italia non hanno radicamento sul territorio. L'unico che può temere questo soggetto è proprio Pierferdinando Casini perché molti elettori del suo partito potrebbero scegliere questo nuovo soggetto. Lo pensa il deputato del Pd Pierluigi Castagnetti, Presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera.
Onorevole Castagnetti, cosa pensa di Alleanza per l'Italia? Vede una prospettiva per questo soggettino politico?
“Non credo che abbia molto spazio per quanto riguarda il consenso elettorale. E' un partito che si forma al vertice, che nasce a Roma, si sviluppa in Parlamento. Alleanza per l'Italia non nasce nella società. Queste condizioni lo configurano come un partito collocato al centro, ma senza ramificazioni importanti. Questo soggetto non è espressione di una spinta popolare. L'area che Rutelli intende coprire è in parte rappresentata dall'Udc di Pierferdinando Casini. Però non sottovaluto l'effetto negativo che questa iniziativa potrebbe avere sul Partito democratico. Non alludo solo ai parlamentari che Alleanza per l'Italia sta sottraendo. Anche se il numero di questi parlamentari non è elevato. Anche qui dipende dalle sensibilità. Ogni volta che se ne va una persona di qualità è un impoverimento per tutti”.
Il centrodestra non ha accolto male questo tentativo. Vede qualche analogia con l'Alleanza per l'Italia che il futuro presidente della Camera Gianfranco Fini propose alla fine del 2007?
“Non vedo nel centrodestra l'apertura per un'iniziativa parallela o paragonabile a quella di Rutelli. Quella dell'ex sindaco di Roma è una piccola scissione del Pd che si colloca in un'area che è rappresentata. Penso che Rutelli finirà per prendere i voti dell'Udc e da quelli democratici. Non vedo elementi significativi di novità politica e di movimento dell'elettorato. Sono preoccupato per la ricaduta per il Pd”.
Il meccanismo elettorale delle regionali porterà al fallimento del rutellismo?
“Non credo che Alleanza per l'Italia non si presenterà al voto delle regionali. Non sono pronti. Per affrontare questo voto impegnativo è necessario avere strutture in tutte le province. Mi pare che Rutelli non voglia rischiare una conta in un momento in cui non è preparato a farla”.
Vede qualche analogia di Alleanza per l'Italia con il tonfo di Mariotto Segni nel 1994?
“L'unica analogia che mi viene in mente è quella di Democrazia europea, il movimento creato da Sergio D'Antoni e Giulio Andreotti nel 2000-2001. La differenza di fondo è che Democrazia europea aveva un certo radicamento nel territorio perché era promosso dal segretario uscente della Cisl e godeva di un certo consenso nel territorio. Mi pare che i parlamentari al seguito di Rutelli siano molto 'romani' nel senso che hanno esperienza di vertice tranne l'onorevole Calgaro che ha un certo sostegno elettorale a Torino”.
E' rimasto sorpreso dalla permanenza di Paola Binetti nel Pd dopo l'aut-aut di Paola Concia qualche settimana fa?
“No, affatto. Tutti vogliono connotare il partito di Rutelli come un iniziativa laica. Non credo che la Binetti sia interessata a questo. Debbo registrare che la Binetti ha sempre detto di non voler mai lasciare il Pd. La presenza della Binetti avrebbe connotato troppo Alleanza per l'Italia”.
Pierferdinando Casini cercherà di assorbire questa nuova intercapedine di centro?
“Credo di no. Rutelli cercherà di irrobustire il consenso della sua iniziativa per presentarsi al tavolo con Casini e costruire un'alleanza. Per Casini questa è un insidia elettorale”.

mercoledì 11 novembre 2009

Il gol più veloce della storia del calcio: 2 secondi


Lo ha realizzato Nawaf Al Abed, attaccante di 21 anni dell'Al Hila, la squadra più titolata dell'Arabia Saudita, sabato ha realizzato il gol più veloce nella storia del calcio professionistico, segnando due secondi dopo il fischio del calcio d'inizio nella partita contro l' Al Shoalah valida per la Coppa del Principe Faisal bin Fahad. Al Abed ha notato che quel fessacchiotto del portiere avversario era fuori posizione ha tentato un improbabile tiro da metà campo che ha sorpreso l'estremo difensore.

Il 1989 di Walter in difesa di Biagio Agnes

Quando lunedì sera ho visto Walter Veltroni a Berlino per festeggiare l'anniversario della caduta del muro di Berlino non sono rimasto sorpreso. Mi aspettavo quella presenza nella capitale tedesca. E quanto ho sentito Veltroni celebrare il 9 novembre del 1989 sono andato a curiosare se Veltroni in passato aveva scritto qualcosa su quell'evento. E sull'Unità del 12 novembre del 1989 ho scoperto questo articolo......

Il mio 1989: calendario McDonald's Budapest


Nota bene la macchia di maionese sul frontespizio del cartoncino calendario dell'anno della rivoluzione democratica ad Est.

Io non avrei fatto il capogruppo

Voce Repubblicana dell'11 novembre 2009
Intervista a Mario Adinolfi
di Lanfranco Palazzolo

Nella situazione attuale del Pd non avrei accettato l’incarico di capogruppo alla Camera. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Mario Adinolfi, Vicedirettore di Red tv ed esponente del Partito democratico.
Mario Adinolfi, è preoccupato dalla fuga dal Partito democratico di Francesco Rutelli e di Gianni Vernetti?
“E’ inevitabile che lo spostamento a sinistra dell’asse del Partito democratico, che fa somigliare il Pd al Pds, portasse con se qualche difficoltà nell’anima centrista di questo grande partito. Qualche uscita dal partito era prevedibile. E di questo rischio ne era ben consapevole il nuovo segretario Pierluigi Bersani e lo immaginavano anche le persone che erano accanto alla sua mozione. Ma questo forse era l’esito auspicato. Si noterà che non ci sono grandi iniziative per trattenere i parlamentari che hanno deciso di lasciare il partito. Questa situazione era inevitabile. E’ la conseguenza della vittoria di Bersani al congresso”.
Questi esponenti politici che hanno lasciato il Partito democratico verranno assorbiti dall’Udc di Pierferdinando Casini oppure avranno un loro percorso autonomo?
“Inizialmente cercheranno di fare una loro ‘cosa’, ma poi il calderone che hanno davanti non consente alternative in quanto è unico. La novità è che rispetto al sistema con cui si immaginava, con la vocazione maggioritaria del Pd, di aver portato il sistema politico sull’orlo del bipartitismo il sistema politico si organizzerà diversamente. Penso che si affermerà una sorta di multipolarismo politico. Questo passaggio avverrà attraverso un tripolarismo che certo non farà bene al paese”.
Nel Partito democratico c’è stata la spartizione tra le due principali mozioni di cui parlava Ignazio Marino alla vigilia delle elezioni primarie?
“Più che una spartizione si è verificata una situazione molto diversa. Il segretario che ha vinto le primarie ha nominato un Presidente e un vicesegretario della stessa mozione. Questa divisione degli incarichi mi sembra molto diversa dalla spartizione. Lo definirei un accaparramento. Credo che il Partito democratico avrebbe bisogno di una gestione più plurale. Al posto di Dario Franceschini non avrei accettato l’incarico di capogruppo in questa situazione”.
Adesso sarà più difficile governare il partito dove i riflettori non sono accesi? In Sicilia la situazione è molto difficile. Cosa pensa?
“Non credo sarà molto semplice dialogare all’interno del partito. Penso che sia utile unire le forze del Pd per mettersi al lavoro in vista delle prossime elezioni regionali. Non so se il Pd accrescerà i suoi consensi dopo l’abbandono di alcuni esponenti centristi. Se il risultato delle regionali non porterà qualche risultato positivo ci saranno molti problemi. All’orizzonte vedo una stagione politicamente complessa”.

martedì 10 novembre 2009

I miracoli del "Male": la riunificazione tedesca prevista dalla satira

Quella che vedete sopra è una finta prima pagina della Bild stampata da quei bontemponi del settimanale satirico "Il Male". Potete vedere come la redazione del periodico avesse previsto fin dal luglio del 1980 quello che sarebbe successo appena otto nni dopo. Una curiosità: il vero editore del Bild Axel Springer telefonò ai redattori del "Male" per congratularsi della trovata. Una trovata che si sarebbe trasformata in realtà nel breve volgere di pochi anni.

Venti anni sprecati

Intervista a Gianni De Michelis
Voce Repubblicana del 10 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

I venti anni dalla caduta del muro di Berlino sono stati in gran parte sprecati perché non siamo riusciti a costruire una “nuova governance” del mondo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis.
Onorevole De Michelis, cosa ricorda della caduta del muro di Berlino e che tipo di valutazioni fece allora da ministro degli Esteri?
“Quell’evento era in qualche modo prevedibile perché il mondo comunista era entrato in crisi da mesi. Avevamo assistito a quello che era accaduto nei mesi precedenti in Polonia e in Ungheria. Ci aspettavamo altre novità. Indubbiamente l’impatto di quell’evento fu enorme perché il muro di Berlino era stato il simbolo della divisione dell’Europa. Tante persone erano morte cercando di fuggire da Berlino Est”.
Avevate fatto delle previsioni politiche su quello che sarebbe accaduto?
“Non avevamo capito la velocità di quel tipo di processo politico. Nel momento in cui cadde il muro di Berlino avevamo previsto l’unificazione tedesca, ma eravamo convinti che quel processo sarebbe durato molti anni. Invece la riunificazione della Germania arrivò prima di un anno dalla caduta del muro. L’unificazione della Germania avvenne il 1 ottobre del 1990, una settimana prima dell’anniversario della caduta del muro”.
Cosa ricorda dell’atteggiamento del Partito comunista italiano di allora. Il Pci era preoccupato per quel tipo di evento?
“Non ho nessun particolare ricordo di quel tipo di reazione politica. Il Pci prese atto di quegli eventi rendendosi conto che il comunismo non era più una merce politicamente vendibile. Negli anni successivi il gruppo dirigente comunista ha fatto di tutto pur di non prendere atto della fine della guerra fredda. Il Pci ha cercato di posporre la fine del regime di Yalta. I fatti hanno voluto che la fine del regime di Yalta sia avvenuto 20 anni dopo con la grande crisi del Partito democratico”.
Bettino Craxi fece un grave errore politico proponendo di mettere nel simbolo del Psi il termine Unità socialista. Il Pci come lo ricambiò?
“Bettino Craxi non commise nessun errore perché il suo ragionamento era che la caduta del muro di Berlino portò la fine dei regimi comunisti. Craxi era convinto che i partiti comunisti avrebbero fatto la scelta socialdemocratica e prefigurò una situazione che sarebbe stata utile al Paese nel confronto tra le forze moderate e popolari con quelle socialdemocratiche. Il Pci fece una scelta diversa evitando di riconoscere la vittoria della socialdemocrazia anche a costo di fare un grosso danno al paese. Questo lo abbiamo visto bene negli ultimi 20 anni perché non siamo riusciti a costruire la governance del nuovo mondo globale. Questa costruzione oggi è resa molto più difficile dall’assenza di nuove leadership mondiali”.