giovedì 31 dicembre 2009

Svizzera-Italia e il mancato miracolo di Berna

C'è stato un periodo in cui la nazionale italiana ha fatto davvero schifo: negli anni '50. In quegli anni gli azzurri erano caratterizzati per non essere troppo "italiani". La squadra era piena di oriundi senza troppe qualità. Questo era dovuto al fatto che il calcio italiano cercava di arruolare stranieri senza qualità per accontentare le piazze del calcio italiano. E poi gli allenatori dell'epoca non erano proprio in gamba. Ecco spiegato il perchè di questo penoso 1-1 tra Svizzera e Italia, giocato nel pieno della crisi politica del novembre del 1956 in Ungheria (A proposito di pena, sopra a sinistra potete ammirare una delle poche occasioni magnate dagli azzurri). La partita di cui stiamo parlando si è giocata allo Stadio di Berna l'11 novembre del 1956. Nel 1954, in quella stessa città, si erano sfidate Germania Ovest e Ungheria nella finale della Coppa Rimet. A sorpresa erano usciti vincitori i tedeschi, complice il campo pesante e altri "fattori misteriosi". Meglio non indagare! Da quei mondiali l'Italia sarebbe uscita fuori malamente, cacciata via proprio dagli elvetici. Ecco perchè due anni dopo era giustificata la voglia di rivincita, che però non ci fu. L'Italia arrivò penultima in quella Coppa Internazionale. Ma quella partita fu un piccolo disastro, anche se fu il primo punto rimediato dalla nazionale italiana. Prima di quella partita, l'Italia aveva giocato contro la Jugoslavia perdendo 4-0 e poi prendendo due pallini dall'Ungheria. Questa seconda partita è resocontata nel mio blog. Andate a cercare alla voce Ungheria o Puskas. Detto questo, il primo punto degli azzurri nella Coppa Internazionale fu il frutto di una partita mediocre. Lo scrisse anche Vittorio Pozzo dopo la partita di Berna. Gli Svizzeri andarono in vantaggio con una rete di Ballaman al 26 (Vedi prima foto sotto), raggiunti qualche minuto più tardi dal pareggio italiano di Firmani al '35 del primo tempo (La foto è la seconda grande sotto in sequenza da quattro). All'inizio di questo post ho parlato male degli oriundi, ma l'oriundo Firmani fece un gol meraviglioso. Il portiere elvetico Parlier fu letteralmente sorpreso dal tiro dell'attaccante italiano.
Nonostante quella prodezza. l'Italia rischiò di subire una goleada. Ma il portiere italiano, Ghezzi, memore della valanga di reti rimediate in quelle prime due partite della Coppa riuscì a fare il possibile e a salvare la rete. Prima della partita, Berna fu invasa da tifosi italiani incazzati perchè non volevano più gli oriundi nella nostra squadra azzurra (vedi la foto della manifestazione a sinistra). L'avrebbero avuta vinta solo dopo il disastro del Cile nel 1962. Ma al peggio non c'è mai fine. E nel 1966, con una squadra interamente italiana, ci pensò la Corea a darci una lezione di cosmopolitismo calcistico. Il vero miracolo di Berna della nostra nazionale sarebbe arrivato solo ai mondiali in Messico. Ah, dimenticavo una cosa, solo il 9 dicembre del 1956, un mese dopo, l'Italia è riuscita a battere l'Austria e a vincere la prima partita della Coppa Internazionale...Nella quale siamo arrivati penultimi. Buona visione.

mercoledì 30 dicembre 2009

Gino Paoli - Devi Sapere ( Il Faut Savoir )

Instant Karma - John lennon

L'ultima tournèe della Honved

Quando il calcio si incontra con la politica, la peggiore politica, sono dolori per tutti. Anche per i giocatori di calcio. Poche settimane dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria (nel dicembre del 1956), la squadra dell'esercito ungherese disputò una serie di partite all'estero. La squadra andò in Spagna e poi in Italia. La partita più bella giocata in quella serie di partite fu quella che venne disputata a Madrid contro una selezione mista del Real Madrid e di alcuni giocatori dell'Atletico. La partita fu spettacolare e si concluse per 5-5. Gli spettatori avevano speso bene i soldi del loro biglietto. Non so con quale spirito i giocatori scesero in campo. Ma la fotografia sopra, dove si vede in grande Puskas entrare in campo, spiega tutto. Quel giorno fu difficile scendere in campo visto che gran parte dei giocatori stava pianificando un futuro lontano dall'Ungheria e da quel regime. Ma in campo quei giocatori furono grandi lo stesso.....

Non perdere tempo per le regionali

Voce Repubblicana del 31 dicembre 2009
Intervista a Laura Puppato
di Lanfranco Palazzolo

Il centrodestra è ancora diviso in Veneto. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il sindaco di Montebelluna Laura Puppato (Pd), possibile candidata del centrosinistra alle elezioni regionali in Veneto, forte delle 30mila preferenze raccolte alle ultime elezioni europee.
Laura Puppato, cosa pensa di quello che sta accadendo nel centrosinistra alla vigilia delle elezioni regionali? Anche il Pdl è alle prese con parecchi problemi. Voi cosa farete?
“La direzione del centrosinistra sta cercando di trovare un accordo politico che coinvolga l’area della sinistra più estrema e l’area dell’Udc. Il partito di Pierferdinando Casini è stato in questi anni molto vicino alla giunta Galan. Mi pare che non sia stato formalizzato nessun accordo, se non quello di trovare dei punti di congiunzione con gli alleati”.
Si è parlato di una sua candidatura…
“Sono giunti due messaggi importanti: da parte della base del Partito democratico e di due esponenti della cultura e dello spettacolo, il poeta Andrea Zanzotto e l’attore Marco Paolini. Questi due personaggi hanno fatto appello ad una mia candidatura per la guida della Regione Veneto. Hanno individuato nella mia persona quell’esponente politico che si avvicina di più ad un Veneto non chiuso, non individualista e aperto alla contaminazione intellettuale. Molti iscritti del Pd hanno visto in me la figura di un esponente politico che è riuscito a coniugare la sicurezza con i principi di legalità e di rispetto della persona. Da responsabile del forum ambiente del Partito democratico nazionale posso dire di essere riuscita a far convivere le esigenze dello sviluppo con quelle della vivibilità delle aree di cui ho la responsabilità come sindaco di Montebelluna”.
Ha la sensazione che nel Pdl si sia avviata una sorta di dinamica distruttiva?
“In questo momento il centrodestra in Veneto non è affatto compatto. La Lega Nord in Veneto ha una linea di appartenenza istituzionale che supera le forme di rispetto reciproco. La Lega non è un partito di garanzia. Luca Zaia è un grande comunicatore, ma i timori sulla Lega Nord ci sono tutti. Ecco perché nel centrodestra è difficile accettare la strategia di questo partito pigliatutto in Veneto. Il centrodestra è in grave difficoltà per il tentativo della Lega di assumere il controllo dell’alleanza. Ecco perché si pensa che molti elettori del centrodestra del Pdl forse non voteranno per Zaia, pur sostenendo la lista del Pdl”.
Che modello di coalizione vorrebbe per vincere?
“Dobbiamo tentare tutte le strade per mettere in campo una coalizione credibile e con il maggior numero di soggetti che credono nel programma. E soprattutto spiegare alla gente cosa vogliamo fare. Ecco perché non possiamo perdere tempo nella costruzione del nostro progetto in vista delle regionali”.

Milan-Inter 0-1: quel "catenaccio" del '52

Nella stagione 1952-53 l'Inter vinse uno degli scudetti più sofferti e contrastanti giocando il calcio più brutto possibile. La tattica dei nerazzurri era quella del catenaccio. Solo in questo modo l'allenatore dell'Inter Alfredo Foni riuscì a riportare lo scudetto a Milano facendo piangere i cugini rossoneri. In questo caso piangere è il termine più giusto perchè stiamo parlando di una partita giocata il 2 novembre del 1952 tra Inter e Milan a San Siro. Dalle cronache che ho letto di quella partita il Milan disputò una gara bellissima, ma il trio degli attaccanti svedesi formato da Nordhal, Liedholm e da Gren si mangiò questo mondo e quest'altro. A questa disgrazia si aggiunse anche l'infortunio del numro 5 del Milan Tognon. Una vera disgrazia per i rossoneri. A decidere quella partita dominata dal catenaccio dei nerazzurri ci pensò Lorenzi. E pensare che l'Inter aveva anche sbagliato un rigore con Nyers a due minuti dalla fine. Forse sarebbe stato un dispetto troppo grosso far vincere per 2-0 l'Inter in quella occasione. Ma, alla fine, l'audacia ha aiutato i modesti a salvarsi da quel grande Milan e a vincere lo scudetto. Ecco perchè oggi nessuno si ricorda del Milan di quella stagione e negli annali ritorna il nome dell'Inter dopo 13 di anni di assenza dal vertice del calcio nazionale. Nella foto a destra è ritratta la stretta di mano tra un giocatore dell'Inter e il difensore del Milan Silvestri, in calzoncini bianchi. La sera prima della partita del 2 novembre 1952 Silvestri era diventato padre di due gemelli. Le congratulazioni erano d'obbligo.

martedì 29 dicembre 2009

Novantanove palloncini

In Campania non abbiamo ancora vinto

Voce Repubblicana del 30 dicembre del 2009
Intervista a Mario Landolfi
di Lanfranco Palazzolo

La vittoria alle prossime regionali in Campania non è scontata. Ecco perché oggi dobbiamo pensare alle nostre scelte su un territorio che è stato devastato dal centrosinistra. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Mario Landolfi, coordinatore del Popolo della Libertà in
Campania.
Onorevole Landolfi, cosa farete nel voto delle prossime elezioni regionali in Campania?
“In questa fase dobbiamo uscire dai nominalismi e puntare sulle cose da fare in un territorio che è stato devastato in questi anni di gestione scellerata del centrosinistra in Campania. Oggi siamo pronti a confrontarci con i vertici del Pdl nazionale per la scelta definitiva sul candidato da scegliere in vista del voto delle elezioni regionali. Ma oggi la nostra priorità deve riguardare i programmi”.
Pensate che il vostro compito sarà facile in vista del voto delle regionali dopo tutto quello che è successo nel centrosinistra? E pensate che la giunta comunale di Napoli sia prossima al tracollo?
“Nulla è facile. Oggi noi non indulgiamo al facile trionfalismo anche se i sondaggi sono tutti dalla nostra parte. Quanto al Comune di Napoli, penso che la rivolta interna dell’Italia dei valori sia rientrata dopo il diktat voluto da Antonio Di Pietro, che è molto bravo a declamare i valori della legalità. Tuttavia l’Idv difende una giunta che è stata travolta da numerose vicende giudiziarie, che hanno gettato un’ombra sinistra su quell’amministrazione. Se il sindaco di Napoli Iervolino dovesse essere disarcionato affronteremo anche questa emergenza. Ma allo stato escludo questa possibilità”.
Una candidatura di un uomo super partes nel centrodestra sta incontrando il vostro favore?
“Questa ipotesi non incontra il favore degli elettori. Il popolo non capirebbe il motivo di una scelta simile e non riuscirebbe ad interpretare la volontà di evitare la scelta su un candidato espressione della politica del Pdl. E’ auspicabile che il Pdl scelga un candidato politico. Noi siamo reduci da una faticosa battaglia di opposizione contro Bassolino. Il governo Berlusconi ci ha dato una grossa mano di fronte all’emergenza rifiuti e nella lotta alla criminalità. Adesso dobbiamo raccogliere gli sforzi della nostra opposizione. E il candidato del Pdl deve essere un uomo che esprime la politica del partito e della coalizione”.
Cosa farà l’Udc?
“Con questo partito abbiamo condiviso tanti anni di opposizione. Con l’Udc abbiamo vinto le elezioni provinciali a Salerno, Benevento e Avellino. La nostra intenzione è quella di continuare a vincere insieme la battaglia per le elezioni regionali”.
Quanto è ancora forte il sistema di potere di Bassolino in Campania?
“Quello di Bassolino è un sistema clientelare ancora fortissimo. E la sinistra è in forte imbarazzo per questa dipendenza politica”.

lunedì 28 dicembre 2009

I misteri dell'aggressione al Papa

Quello che si è appena concluso non è stato certo un bel Natale tra maltempo, attentati (fortunatamente!) di al-Qaeda falliti e l'aggressione al Papa. In queste settimane abbiamo scoperto la precarietà della sicurezza di alcune personalità dopo il vile attentato contro il Presidente del Consiglio e anche dopo l'incidente occorso al Papa poco prima della celebrazione della messa di Natale. Però l'aggressione al Papa merita un approfondimento particolare. La psicolabile che ha tentato di abbracciare il Papa non era male intenzionata. Lo ha dichiarato dopo essere stata bloccata dalla sicurezza vaticana. La ragazza non era armata e voleva solo abbracciare il Papa. Se lo avessero consentito lo scorso anno, quando la ragazza era venuta in Vaticano, forse questo nuovo episodio non si sarebbe verificato. Ci chiediamo invece cosa sia accaduto lo scorso anno quando la ragazza era stata bloccata per tempo dalla sicurezza vaticana sempre in occasione della celebrazione della messa di Natale. L'episodio accaduto lo scorso anno meriterebbe grande attenzione. E' possibile che quella ragazza, che lo scorso anno era stata protagonista di un episodio analogo non sia stata in qualche modo "memorizzata" dalla security della Santa Sede? L'interrogativo non è secondario perchè la sera della vigilia di Natale la ragazza era addirittura vestita con la stessa felpa dello scorso anno. Ecco perchè non ci sono buone ragioni per tollerare che un'aggressione del genere si sia verificata. Vogliamo sottolineare che nessuno ha tenuto a ricordare cosa aveva detto lo scorso anno la sicurezza del Papa dopo quel tentativo di aggressione. In una nota diffusa il giorno successivo al Natale, la "security" del Vaticano aveva spiegato di non considerare l'episodio rilevante. E nessuno aveva reso noto il nome della ragazza, che presumibilmente era stata rilasciata subito. Ma la notizia del tentativo di aggressione al Papa era stato reso noto quasi 24 ore dopo il tentativo della Maiolo e, soprattutto, dopo che la CNN, il 25 dicembre del 2008, aveva diffuso le immagini del tentativo della ragazza italo elvetica. Inoltre ci domandiamo anche perchè si sia atteso quasi 12 ore prima di rendere noto il nome della ragazza. Nel caso dell'aggressione contro Berlusconi i tempi sono stati molto più brevi. Quello che è accaduto la sera del 25 dicembre è una falla gigantesca nel sistema di sicurezza del Vaticano. Non vorremmo che dietro questa aggressione si nascondano altri conflitti interni alla Chiesa o polemiche sotterranee tra la gerndarmeria vaticana e le Guardie svizzere. Sarebbe un bel guaio soprattutto per la buona sorte della sicurezza del Papa. Detto questo non è nemmeno tollerabile che Giuseppe De Carli, il direttore di "Rai Vaticano", altra anomalia del servizio pubblico, non sia riuscito a spiegare tempestivamente cosa sia accaduto al pontefice negli attimi prima della celebrazione della messa natalizia soprattutto in una Chiesa piena di telecamere e dove non sarebbe stato pensabile attendere qualche minuto prima di essere informati di quello che stava accadendo. Ma certe cose succedono solo in Vaticano. Del resto, nel blog di Rai Vaticano (http://raivaticano.blog.rai.it/) si sono ben guardati dal trattare l'argomento per evitare ogni critica. Per maggiore conoscenza degli amici del mio blog lascio qui le due note di agenzia diffuse lo scorso anno, quando in Vaticano si sono decisi a spiegare quello che era accaduto al Papa.


Le note di agenzia del 25 dicembre del 2008 in occasione della precedente aggressione al Papa
(ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 25 DIC - Alla fine della messa celebrata dal Papa per la notte di Natale, ieri nella basilica di S.Pietro, mentre Benedetto XVI si avvicinava all'uscita una donna ha tentato di scavalcare la transenna per raggiungerlo, ed e' stata bloccata da un agente della Gendarmeria vaticana. La scena ha attirato l'attenzione di Papa Ratzinger e delle persone a lui vicine e l'episodio e' stato registrato dalle telecamere. Sia ieri sera che questa mattina la sicurezza vaticana ha precisato di non aver considerato l'episodio ''rilevante'' e che non c'e' stato alcun pericolo per la persona del Papa. Non e' infrequente che durante le cerimonie e gli impegni pubblici dei Papi, fedeli desiderosi di avvicinarsi tentino di forzare i blocchi.(ANSA).
CHR/FV
25-DIC-08 18:27 NNNN

Natale/ Durante messa donna cerca di avvicinarsi a Benedetto XVI Fermata dall' intervento degli uomini della sicurezza vaticana Città del Vaticano, 25 dic. (Apcom) -
Ieri sera, al termine della messa di mezzanotte, celebrata da Benedetto XVI nella basilicata di San Pietro, una donna ha cercato di avvicinarsi al papa. L'episodio è stato catturato dalle telecamere del centro televisivo vaticano e le immagini sono state diffuse oggi sul sito della Cnn. Mentre i fedeli intonano "Tu scendi dalle stelle" e il pontefice si avvia a uscire dalla basilica, una donna con indosso una giacca rossa cerca di raggiungere Benedetto XVI. Ma l'intervento degli uomini della sicurezza vaticana la bloccano a poca distanza dal santo padre. Il papa nota qualcosa di strano ma prosegue la sua processione.
Bla
25-DIC-08 19:55 NNNN

Basta con le Maxiaffissioni selvagge

I radicali romani si battono per cause giuste. In questo caso la loro lotta contro le maxiaffissioni selvagge è sacrosanta. Qui ho intervistato Riccardo Magi di RadicaliRoma. Ecco cosa mi ha detto del manifesto commerciale selvaggio a Roma.

Finalmente ho intervistato Michele Vietti

Non c'è proprio nulla da dire: Michele Vietti è l'uomo più elegante del Parlamento. L'ho intervistato in questi giorni per la radio. Vi ripropongo l'intervista qui per la vostra gioia. Ecco cosa ci ha detto sulle trattative tra Pd e Udc in vista delle regionali in Piemonte e dell'accusa di ingratitudine nei confronti di Berlusconi lanciata dal quotidiano "Il Giornale". Avvertenza: è inutile tentare di cliccare su questa immagine sotto perchè si tratta solo di una foto e non del sito di Vietti.

Ascolta qui l'Intervista con Vietti

Clochard dopo licenziamento, morto: era iscritto alla CISL

Era stato licenziato dalle Poste, dove lavorava come autista, l'uomo trovato oggi morto assiderato nel parcheggio di un negozio a Trento. Carmelo Frioli, nato a Trento 54 anni fa, era dal 2007, anno del suo licenziamento, di fatto senza fissa dimora. E' probabile che con la pioggia degli ultimi giorni e con il gelo delle ultime due notti, il fisico dell'uomo, gia' debilitato, non abbia resistito. Addosso la vittima aveva una tessera della Cisl, grazie alla quale e' stato identificato.

Sbagliato parlare del Copasir

Voce Repubblicana del 29 dicembre 2009
Intervista a Giuseppe Caforio
di Lanfranco Palazzolo

E’stato un errore parlare della querelle sulla Presidenza del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica sui giornali. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore Giuseppe Caforio dell’Italia dei Valori.
Senatore Caforio, dopo le dimissioni di Francesco Rutelli alla guida del Copasir proseguono le polemiche sulla guida della Commissione.
“La scelta delle dimissioni di Francesco Rutelli è stata apprezzata da tutti. Per le norme previste dal regolamento del Copasir quelle dimissioni non erano dovute. Ma credo sia necessaria una riflessione su questa vicenda, sulla rosa di nomi che si sta cercando di individuare per la presidenza della Commissione. E’ stato un errore rendere pubblico questo dibattito e parlarne sui giornali. Forse sarebbe stato più giusto parlarne nell’ambito dello stesso Copasir, vista la delicatezza di questo istituto. In questa legislatura è previsto per prassi che la Presidenza spetti ad un senatore. Quindi non vedo come si possa proporre un deputato per la guida del Comitato. Inoltre ricordo che Rutelli ha dato le dimissioni dalla Presidenza del Comitato e non dal Copasir. All’interno del Partito democratico è in corso una battaglia interna per vedere chi far entrare nella Comitato. Quindi sono molto preoccupato per tutte queste polemiche”.
Come avete lavorato con Rutelli?
“Con Rutelli abbiamo svolto un buon lavoro. Ci sono stati dei momenti di disappunto. Ma questo rientra nelle regole del confronto democratico. Oggi dobbiamo confrontarci all’interno del Comitato per vedere cosa fare”.
Vi siete visti dopo le dimissioni di Rutelli?
“No, mai. La lettera delle dimissioni di Rutelli ci è stata inviata per email e l’abbiamo ricevuta anche per posta, nella casella postale al Senato, solo di venerdì, quando tutti eravamo a casa. Infatti, ho conosciuto l’esistenza della lettera di dimissioni di Rutelli solo dai giornali perché non mi trovavo a Palazzo Madama”.
Cosa pensa della candidatura di Massimo D’Alema?
“Direi che D’Alema è una personalità di grande rispetto, di grande qualità. Il Copasir è un istituto di grande rilevanza. Ma credo sia un errore dare l’impressione all’opinione pubblica che su queste vicende si possa trattare per il nome del Presidente del Comitato; questo può preoccupare la gente. Qui stiamo parlando di una Commissione che dovrebbe essere al di sopra di ogni cosa e di ogni appartenenza perché anche da questa commissione dipende la sicurezza del Paese”.

Pensa che oggi ci sia l’urgenza politica di piazzare D’Alema da qualche parte dopo la sua mancata nomina come ministro degli Esteri Ue?

“Io mi guarderei bene dal pensare alle sistemazioni personali, rispetto all’importanza di un’istituzione come il Copasir, perché la sorte di questo Comitato dovrebbe preoccupare tutti gli italiani”.

30 anni fa Bologna-Juventus (1-1)

Il match giocato nel gennaio del 1980 tra Bologna e Juventus meriterebbe una menzione speciale nel novero delle partito più discusse del calcio italiano. Alla fine del girone di andata di quella stagione la Juventus se la stava passando proprio male perchè navigava nei bassifondi della classifica di serie A. Per fare qualcosa la Juventus provò ad addomesticare la partita con il Bologna che aveva nella sua squadra grandi campioni disposti ad addomesticare le partite. Lo scandalo del marzo del 1980 lo avrebbe confermato. Ne "Il fango del Dio Pallone" (Kaos Edizioni), Carlo Petrini racconta come andarono le cose in quei giorni: "Il giovedì prima della partita il direttore sportivo del Bologna, Riccardo Sogliano, alla fine dell'allenamento ci radunò tutti nello spogliatoio - titolari e riserve - e ci disse: «Ci siamo messi d'accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E' chiaro per tutti?». Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obiettare, cosi Sogliano se ne andò tutto soddisfatto: un favore del genere alla Juve poteva tornare molto comodo al Bologna, nel futuro... A quel punto parlò il nostro allenatore Perani, che ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. Solo due giocatori si tirarono indietro, Renato Sali e Franco Castronaro: loro non vlevano partecipare a scommesse. Discutemmo con Perani la somma da puntare e si decise per 50 milioni. Mentre stavo lasciando lo spogliatoio per andare a telefonare la puntata a Cruciani, l'allenatore mi prese da parte e mi disse di aggiungere alla scommessa altri 5 milioni a nome suo, suoi personali. Dovetti telefonare a Cruciani varie volte: era dubbioso, non si fidava. Infatti mi disse che ultimamente aveva preso più di una fregatura: certi giocatori gli avevano promesso risultati che in campo non erano stati mantenuti, così lui ci aveva rimesso un mucchio di soldi. Si convinse solo quando gli dissi che gli accordi per il pareggio non li avevamo presi noi giocatori , ma i dirigenti delle due società. La prova di quello che dicevo, Cruciani la trovò nella Gazzetta dello Sport della domenica mattina: «Alla Juve basta un pareggio» dichiarava l'allenatore juventino Trapattoni. Anche per noi giocatori era una garanzia il fatto che il pareggio fosse stato combinato dalle due dirigenze. Infatti nelle ore che precedettero la partita, cercammo altre strade per scommettere ancora e vincere più soldi. Colomba telefonò al suo amico Chiodi (un ex del Bologna passato al Milan) a Milanello, e gli chiese di scommettere per noi sulla piazza di Milano il pareggio di Bologna-Juve. Ricordo come fosse ieri, allo stadio Comunale imbiancato dalla neve caduta nella notte, i minuti che precedettero l'ingresso in campo. Io ero destinato alla panchina, quando uscii dagli spogliatoi incrociai Trapattoni. Gli raccomandai il rispetto dell'accordo, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c'era nessun problema. Con Trapattoni avevo giocato nel Milan e nel Varese, sapevo che era una persona seria. I miei compagni , nel sottopassaggio prima di entrare sul terreno di gioco, fecero lo stesso con alcuni giocatori juventini (che quel giorno erano: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Brio, Scirea, Causio, Prandelli, Tavola, Bettega, Merocchino). Gli dissero che avevamo scommesso sul pari, uno di loro rispose: «Noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l'abbiamo fatto già due domeniche fa con l'Ascoli».Quando si concordavano i pareggi si puntava allo 0 a 0, proprio per evitare di trovarci in situazioni imbarazzanti o che il controllo del risultato potesse sfuggire di mano. Fu cosi anche per il primo tempo di quella partita combinata: il nostro primo tiro nella porta juventina lo facemmo al 35° minuto, e la Juve non fece niente di meglio. Il pubblico cominciò a protestare, sembrava una commedia più che una partita di calcio: alla fine del primo tempo arrivarono in campo fischi e palle di neve. Nella ripresa il nostro portiere Zinetti , totalmente deconcentrato, ne combinò una grossa: al 10° minuto, su un innocuo tiro da lontano di Causio (Vedi la prima foto sopra), si impaperò e il pallone gli scivolò nella rete. In campo l'imbarazzo fu generale. Causio, più dispiaciuto che contento per il gol, si avvicinò alla panchina e discusse con Trapattoni. Perani, preoccupato, mi fece entrare in campo. Nel giro di pochi minuti cominciammo a sospettare che alcuni giocatori della Juve non volessero più rispettare l'accordo, e che ormai - già che c'erano - puntassero a vincere la partita. La tensione in campo divenne alta, noi insultavamo gli juventini, che tacevano imbarazzati. A un certo punto Bettega ci disse «Calmatevi, la responsabilità di farvi fare gol me la prendo io». Meno di un quarto d'ora dopo la situazione venne risolta dagli stessi bianconeri: su calcio d'angolo di Dossena, Brio ci regalò una bella autorete (Vedi foto sotto al termine dell'articolo. A destra Brio durante lo stacco e sopra a sinistra l'azione vista dalle spalle del portiere del Bologna). Tutti a posto, tutti conntenti. Tutti meno il pubblico, che a fine garà ci saltò con bordate di fischi e con una pioggia di palle di neve.L'indomani, leggendo sui giornali la cronaca della partita, ce la ridemmo di gusto. Il Resto del Carlino scriveva: «Le due squadre erano così amiche che i bianconeri non hanno nemmeno protestato per un mani in area di Albinelli su tiro di Bettega... Qualcuno sussurra che le due squadre si sono messe d'accordo». E la Gazzetta dello Sport: «Sembrava che il Bologna collaborasse alla soluzione della crisi juventina... E' un pareggio che sembra tacitamente concordato. Piuttosto strano il comportamento di Causio subito dopo il gol, la sua esultanza è stata freddina».(...) L'ufficio inchieste della Federazione cominciò gli interrogatori. Capimmo che gli inquirenti della giustizia sportiva non erano interessati a sapere tutta la verità dei fatti: avevano fretta di chiudere la faccenda al più presto, volevano solo l'ammissione di qualche nome da dare in pasto all'opinione pubblica. In abase al regolamento federale, non dovevano dimostrare loro la nostra colpevolezza, dovevamo dimostrare noi la nostra innocenza. Ma noi eravamo convinti che bastasse tenere duro e negare tutto, anche noi volevamo che l'inchiesta si chiudesse in fretta. (...) Ai primi di maggio la Figc chiuse la sua inchiesta. Per la partita Bologna?Juventus del 13 gennaio venivo rinviato a giudizio insieme a Savoldi e Colomba, al presidente Fabretti e all'allenatore Perani. Processati anche il presidente della Juve Boniperti e l'allenatore Trapattoni. (...) Il turno di noi del Bologna arrivò il 23 maggio. Mi si avvicinò il presidente juventino Boniperti accompagnato dall'avvocato Chiusano. Disse che voleva parlarmi in disparte. Andammo nell'ufficio box della società bianconera all'interno della Federazione. A quel punto Boniperti mi disse: «Petrini, è nell'interesse di tutti - nostro ma anche suo - che domani Cruciani non venga in aula a testimoniare. Noi rischiamo la retrocessione in Serie B, ma lei rischia la radiazione. Bisogna rintracciare Cruciani e convincerlo a non presentarsi». Poi il presdiente juventino aggiunse: «Gli dica e gli prometta quello che vuole, ma lo convinca a non essere qui... Se lei darà una mano a noi, poi noi daremo una mano a lei». Non la feci tanto lunga, ero talmente solo e disperato che per avere una mano dalla Juve avrei fatto qualunque cosa. «Si sbrighi a trovarlo» concluse Boniperti, «ci sono pochissime ore di tempo. Gli dica pure che ha parlato con noi e gli prometta quello che vuole».Sabato 24 maggio 1980, il superteste Cruciani non si presentò in aula a testimoniare. Il magistrato sportivo Corrado De Biase, per Bologna-Juventus, chiese l'assoluzione delle due società per mancanza di prove, ma una squalifica di sei mesi per Sogliano, Savoldi e Petrini.Il Corriere della Sera del giorno successivo: "C'è un nuovo giallo che ha per protagonista Massimo Cruciani, uno dei due accusatori romani, la cui deposizione nella prima parte del processo ha compromesso la posizione di Paolo Rossi, squalificato per tre anni. Risulta che, nella notte tra venerdì e sabato, Cruciani avrebbe pernottato in un albergo del centro di Milano. Cruciani, quindi, sarebbe giunto da Roma a Milano per deporre davanti alla Commissione disciplinare relativamente alle tre partite in discussione, ma avrebbe poi sorprendentemente cambiato idea, decidendo di rientrare a Roma senza presentarsi nell'aula del tribunale calcistico. Aumentano quindi i sospetti su questa defezione dell'amico di Alvaro Trinca, il quale proprio davanti alla Commissione disciplinare ha ironizzato pesantemente sull'assenza di Cruciani". E La Gazzetta dello Sport, sulle richieste di condanna e assoluzione: "Sono richieste tali da lasciare profondamente sconcertato chiunque abbia seguito un po' da vicino questo maledetto e sporco imbroglio... La gente oggi si chiede anzitutto come mai i super-accusatori, i super-scommettitori Cruciani e Trinca, e i loro amici, vengano creduti come l'oracolo per certi episodi e vengano invece disattesi come bugiardoni patentati per certi altri. Ecco, si vorrebbe capire perché Cruciani e i suoi amici sono credibilissimi quando parlano di Paolo Rossi, tanto che basta la loro parola per infliggere a questo calciatore tre anni di squalifica; mentre credibili non lo sono più quando affermano di aver sentito dire da Petrini che la partita Bologna-Juve era stata già combinata per il pareggio".

domenica 27 dicembre 2009

Dove arriva quel cespuglio........

Cantona

Il mio amico Ken. Lode a Cantona

A Natale si presenta sempre il dilemma di vedere un film decente. Quest'anno era obiettivamente difficile cercare e trovare un film accettabile. Di solito chi va nelle sale è costretto ad andare a vedere stronzate come il film di Pieraccioni. Gardate che cazzo si è inventato questo........


Chi non vuole sorbirsi questa roba è costretto ad ammirare uno dei soliti film di registi sfigati di sinistra che parlano del terrorismo e di tutta questa roba qui. Chi intende sfuggire a questa logica deve andare a cercare con il lanternino un film piacevole. Devo dire che quest'anno è andata bene perchè l'amore per il calcio mi ha portato a vedere "Il mio amico Eric" di Ken Loach. In questo film c'è tutto: l'amore, il calcio, il passato e tanti errori....fortunatamente rimediabili. Nell'opera del regista inglese la vita passa in rassegna sotto gli occhi del protagonista, Eric, un impiegato delle poste britanniche che ha commesso nella sua vita tantissimi errori. Forse sarebbe andata peggio per lo sfortunatissimo Eric se non fosse arrivato il suo amico Cantona. Il bello di questo film è che racconta la nostra vita quando non la sappiamo affrontare e non siamo in grado di reagire ai nostri errori. La capacità di Loach è quella di farlo senza retorica, ma forse con troppa fantasia. Non succede quasi mai di trovare un intero settore della tua curva dello United che ti aiuti nel momento più difficile della tua vita. Grazie comunque a Ken Loach per questo piccolo sogno "reale". Quest'anno il regista britannico mi ha fatto il regalo più bello: mi salvato da quel coglione di Pieraccioni e dalla "Prima linea" di non so chi. Di questo te ne sarò grato per sempre, caro amico Ken..........Ricordati di me quando sarò in difficoltà.......


mercoledì 23 dicembre 2009

Immigrazione: media scorretti

Intervista a Mario Morcellini
Voce Repubblicana del 24 dicembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

I mezzi di informazione italiani sono scorretti nei confronti degli immigrati. Lo ha detto alla “Voce” il professor Mario Morcellini, sociologo e Preside della Facoltà di Scienza della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma. Lo studioso ha pubblicato una ricerca universitaria sul rapporto tra immigrazione e media italiani dal titolo “Immigrazione e asilo visti dai media italiani”.
Professor Morcellini, come si comportano i mass-media italiani sugli immigrati?
“La scorrettezza domina. Questo non significa che non ci siano eccezioni e qualche caso di concreto cambiamento culturale. Quello che colpisce è il conformismo della narrazione. Gli articoli sono quasi tutti uguali e sembrano invariare rispetto alle personalità dei protagonisti dei fatti. Sembra che ci sia un repertorio di pochi termini fissi da utilizzare in questi casi, quasi come se ci trovassimo di fronte ad un canone, ad un canovaccio. Da un altro punto di vista, l’aspetto più impressionante della ricerca è che nel racconto delle vicende sull’immigrazione la cronaca nera è dominante”.
Qual è la testata dei media che si occupa nel peggior modo dell’immigrazione?
“Studio Aperto’ su ‘Italia Uno’. Il suo stile è molto aggressivo. Nella ricerca che abbiamo svolto abbiamo trovato la terminologia di questo tg impressionante. E’ come se fosse un ‘partito preso’. C’è una tendenza generale dei mezzi di informazione italiani a smarcarsi dal registro della paura e della cronaca nera. Sono anni che la stampa ha scelto quella che si chiama la gigantografia della cronaca nera. Si poteva pensare che si trattasse di un bisogno della campagna elettorale. Ma questa tendenza è proseguita quasi come se il giornalismo non avesse altre tendenze o argomenti da affrontare”.
Quale nazionalità viene messa sempre in cattiva luce dai media?
“Il rumeno. Diciamo che c’è un andamento ‘stagionale’. Qualche anno fa ‘il colpevole’ era l’albanese. Questo accade mentre la tendenza dell’immigrazione dalla Romania all’Italia sta diminuendo. Ma i media continuano ad insistere sulla Romania anche quando la tendenza delle presenze e dei reati che riguardano i rumeni sono in calo. Neanche il 20% degli italiani sa quali sono le percentuali degli immigrati presenti in Italia. Mentre l’80% le moltiplica per quattro. Questo dipende dai media”.
I mezzi di informazione descrivono i rumeni come degli extracomunitari?
“Sì, anche se la Romania è entrata nell’Unione europea. La presa d’atto che la Romania è entrata nell’Unione è faticosa”.
Qual è un altro luogo comune che emerge dal suo studio?
“Da quello che abbiamo visto l’immigrato è sempre un clandestino. I protagonisti di un atto di cronaca vengono giudicati in base alla nazionalità. Questo è un elemento sorprendente rispetto agli altri paesi europei”.

martedì 22 dicembre 2009

Inter-Juventus 6-0, nel 1954 una sconfitta indimenticabile

Non so voi, ma io ho sempre odiato la Juventus. Non ho mai sopportato quella maglietta insignificante, quella squadra brutta e quei giocatori nati per "vincere". Infatti, quando i bianconeri perdono non riescono mai ad accettare la sconfitta. Lo "stile Giuve" nasce proprio per questa incapacità nell'accettare la supremazia da parte degli avversari. Ma perchè vi parlo di questo? Già, volevo proporre agli amici del mio blog un documento unico: la clamorosa sconfitta della Juve contro l'Internazionale nel ritorno del campionato 1953-1954 (4 aprile del 1954). I bianconeri persero per 6-0. Una sveglia senza precedenti se calcoliamo che la Juve concluse quel campionato al secondo posto con 50 punti, sui 51 raccolti dalla vincente Inter. L'incontro non è raccontato nella voce Wikipedia di quel campionato. Mi sfugge la ragione di questo buco clamoroso visto che quella sconfitta fu decisiva per la bocciatura della Juve come campione d'Italia. Ma lasciamo perdere queste cose. La partita si giocò in uno stadio di San Siro stracolmo di spettatori. Il pubblico incontrò molte difficoltà per riuscire a vedere il match senza troppi problemi perchè gli spalti erano davvero strapieni. Il pubblico dovette far fronte ad un caldo pazzesco. E le foto che abbiamo a disposizione a quasi 60 anni di distanza lo confermano. Il primo gol subito dalla Juve fu proprio la classica rete da autentici coglioni. Il portiere dell'Inter Ghezzi fece un lungo rinvio che finì sui piedi dello svedese Skoglund. Il giocatore passò il pallone a Brighenti. I giocatori della Juve pensavano che si trattasse di un passaggio in fuori gioco e si fermarono tutti. Si fermò, come fece Manninger lo scorso anno, anche quel genio del portiere della Juventus, tale Viola. Non si fermò certo Brighenti che ripassò il pallone ancora a Skoglund, il quale scaricò una bombarda in porta nonostante questa fosse sguarnita: 1-0 (La prima foto grande sotto). A quel punto il secondo gol venne su un'azione in mischia dentro l'area juventina (Seconda foto grande sotto). Ma, secondo molti, a complicare quella partita per la Juve ci penso il clamoroso infortunio di Muccinelli alla fine del primo tempo. Ma la Juve stava già perdendo per 2-0. La sconfitta di quel 4 aprile del 1954 restò inspiegabile nel mezzo di un campionato quasi esemplare da parte della Juve. Eppure, in un momento così triste per la Juve avevamo il dovere di ricordarla soprattutto perchè in quella partità la Juve non riuscì a mettere in piedi nemmeno un'offensiva credibile. Guardate (nella foto sopra a destra) con quale grinta il portiere dell'Inter Ghezzi riprende il pallone dai piedi dell'attaccante juventino Ferrario e come se lo magna sgridandolo. Per la cronaca, la terza foto in basso grande riguarda il terzo gol dell'Inter, il primo del secondo tempo.

I veri laburisti siamo noi

Voce Repubblicana del 23 dicembre 2009
Intervista a Maurizio Fugatti
di Lanfranco Palazzolo

Il Governo Berlusconi è il governo più laburista degli ultimi decenni perché ha fatto tanto per gli ammortizzatori sociali in un momento di grave crisi. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Maurizio Fugatti della Lega Nord, membro della Commissione Finanze della Camera dei deputati.
Onorevole Fugatti, che tipo di Finanziaria ha approvato la Camera dei deputati?
“La Finanziaria che abbiamo approvato arriva in un momento di grave crisi economica. Credo che il provvedimento sullo scudo fiscale abbia portato molti vantaggi e importanti risorse per il Paese. Il nostro dilemma era se andare a cercare i 4 miliardi di cui avevamo bisogno aumentando le tasse oppure tagliare le spese sociali. Abbiamo raggiunto lo scopo di far pagare le tasse a chi non le aveva mai pagate. Siamo stati costretti a fare un patteggiamento che ci ha permesso di far pagare le tasse a chi non lo avrebbe mai fatto. Le entrate di 100mila miliardi nelle casse dello Stato porteranno nuova linfa vitale nelle casse dello Stato, che in un momento di crisi saranno un buon volano per l’economia”.
A quanto ammonta la Finanziaria di quest’anno?
“La Finanziaria di 8 miliardi permette di coprire settori che ci chiedevano il sostegno in una fase difficile del ciclo economico. Il Governo Berlusconi ha dato 1 miliardo per la proroga degli ammortizzatori sociali. Questo è il governo più laburista degli ultimi dieci decenni. Noi abbiamo garantito la proroga di tutti gli ammortizzatori sociali sul 2010. E nello stesso tempo siamo riusciti a garantire anche i fondi per l’agricoltura e per la sicurezza, che è un tema a cui la Lega Nord tiene molto”.
Cosa avete chiesto per i Comuni in merito ai vincoli per il Patto di stabilità?
“Abbiamo garantito ai comuni le risorse sostitutive per i mancati introiti derivanti dall’Ici sulla prima casa con 1 miliardo in due anni. Sul patto di stabilità per i Comuni siamo convinti che si debba fare qualcosa. I comuni non possono utilizzare al meglio i loro investimenti a causa del Patto di stabilità, altrimenti rischiano di essere penalizzati. Ecco perché ci attendiamo un provvedimento da parte del governo nei prossimi mesi. Riteniamo che le nostre critiche siano fondate”.
Pensate che la diminuzione della pressione fiscale oggi sia programmabile?
“Siamo favorevoli alla riduzione della pressione fiscale. Questa scelta deve essere inserita in un contesto economico positivo. Siamo il Paese che ha il terzo debito pubblico del mondo senza essere la terza economia mondiale. La crisi ha fatto crescere il debito pubblico di tutti i paesi nel mondo. Se noi dovessimo abbassare le tasse senza una concreta ripresa le agenzie di rating internazionali declasserebbero il nostro paese. E questo renderebbe più difficile la ripresa della nostra economia”.

Un accordo al di sotto delle aspettative

Voce Repubblicana del 22 dicembre 2009
Intervista a Carlo Corazza
di Lanfranco Palazzolo

L’accordo uscito da Copenhagen è stato al di sotto delle aspettative. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Carlo Corazza, direttore dell’ufficio della Commissione europea a Milano e autore del saggio “EcoEuropa, le nuove politiche per l'energia e il clima” (Edizioni Cultura e Società, Egea).
Dottor Corazza, cosa pensa dell’epilogo della Conferenza sul clima di Copenhagen? Qual è il bilancio per l’Unione europea e come ci siamo trovati di fronte alle grandi potenze industriali come la Cina e gli Stati Uniti?
“Quello che si prospetta è un accordo al di sotto delle aspettative, almeno dal punto di vista dell’Unione europea. I rappresentanti dell’Ue chiedevano di rispettare alcuni target entro il 2020, li voleva più precisi, voleva che entro sei mesi si raggiungesse un accordo vincolante tra i paesi che hanno partecipato alla Conferenza. Invece, quello che è uscito fuori dalla conferenza è un accordo molto vago che guarda come obiettivo temporale il 2050. Quindi è inutile nascondersi dietro le parole. L’Unione europea è abbastanza delusa da quello che è uscito fuori dal vertice”.
Che ruolo ha svolto il Presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso in questo negoziato?
“Sia il Presidente della Commissione europea Barroso, che la presidenza svedese dell’Unione europea hanno cercato in tutti i modi di spingere la Cina e gli Stati Uniti a mettere sul tavolo degli impegni più ambiziosi. Se si vuole raggiungere il target del contenimento dei due gradi della temperatura, quello che è stato fatto finora non basta assolutamente. Trovo che ci sia stata un’incoerenza tra gli obiettivi che si è detto di voler raggiungere e i passi che si è disposti a fare”.
La conferenza è stata un vittoria degli “inquinatori”, i quali escono da questo appuntamento senza regole che li limitino?
“Credo che sia stata la vittoria di un concetto sbagliato di sovranità, che vede un limite nel senso di responsabilità nei confronti di una risorsa, che non è necessariamente dei paesi sovrani, ma che è quella condivisa dell’ecosistema”.
Si poteva fare di più all’indomani dell’applicazione del trattato di Lisbona?
“Ancora prima di Lisbona l’Ue aveva degli strumenti molto efficaci. Essersi impegnati unilateralmente ad un taglio del 20 per cento delle emissioni dei gas serra ha un impatto sul processo di trasformazione dell’economia verde. Qui a Copenhagen non ci si aspettava una certa rigidità da parte della Cina e degli Stati Uniti. In molti sono rimasti spiazzati”.
Obama come ne uscito?
“Non ne esce bene. Anche Obama è stato spiazzato dalla rigidità dimostrata dalla Cina. I target della sua legge sull’ambiente sono malvisti negli Stati Uniti, mentre l’opinione pubblica guardava a lui come se fosse il salvatore dell’ambiente. Non è andata così”.

Berlusconi si fida del Pri

Voce Repubblicana del 22 dicembre 2009
Intervista a Giancarlo Camerucci
Di Lanfranco Palazzolo

Silvio Berlusconi si fida della lealtà del Partito Repubblicano Italiano. Lo ha rivelato alla “Voce Repubblicana” il Vicesegretario del Partito Repubblicano Italiano Giancarlo Camerucci, che ha incontrato Silvio Berlusconi con la delegazione del Pri il giorno in cui è stato dimesso dall’ospedale San Raffaele di Milano. Oltre a Camerucci, la delegazione del Pri era composta dal Segretario Nazionale del Partito Repubblicano Francesco Nucara e dal consigliere comunale repubblicano al comune di Milano Franco De Angelis.
Dottor Camerucci, come è nata l’idea di un incontro con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dopo il grave attentato che il capo del Governo ha subito a Milano oltre una settimana fa?
“L’idea della visita che abbiamo svolto lo scroso 17 dicembre è nato in un clima di grande solidarietà umana nei confronti dell’assurdo atto che il Presidente del Consiglio ha subito in Piazza Duomo due domeniche fa. Vedere questa ferocia contro il Presidente del Consiglio ci è sembrata assurdo ed inusuale. La sensazione che abbiamo avuto è stata quella del degrado del clima politico, che non fa parte della nostra storia recente. Il nostro è stata un’iniziativa spontanea ed umana. Il nostro desiderio era quello di poter incontrare il Presidente del Consiglio”.
Eravate sicuri di riuscire a vederlo visto il riserbo che c’era stato attorno al capo del Governo dopo l’aggressione in Piazza Duomo?
“No, non eravamo sicuri di vederlo. Sapevamo che il premier sarebbe uscito tra il 16 dicembre e il 17 dicembre dall’ospedale e che avrebbe avuto la necessità di non vedere nessuno. Ma quando la delegazione del Pri, composta da me e dal Segretario Francesco Nucara, è giunta a Milano non abbiamo atteso molto tempo prima di ricevere una risposta positiva da parte del premier. Berlsuconi si è detto sorpreso di questa violenza contro la sua persona e dell’odio che ha visto quel giorno in piazza da parte di alcuni che lo hanno criticato in piazza”.
Cosa vi ha detto in particolare sul Pri?
“Ci ha ringraziato per l’appoggio che abbiamo dato e continuiamo a dare al Governo. Ha sottolineato che il Partito Repubblicano Italiano ha dato il suo appoggio al Pdl pur senza entrare nel nuovo partito. Noi abbiamo ribadito a Berlusconi che non vogliamo ammainare la bandiera del repubblicanesimo e dei repubblicani pur restando fedeli all’impegno dell’alleanza con l’attuale governo. Abbiamo ribadito a Berlusconi l’intenzione di dare il nostro apporto alla maggioranza con i nostri uomini e il nostro impegno di soggetto politico autonomo per risolvere i problemi del Paese che si sono aggravati con la crisi economica internazionale”.
Che tipo di considerazioni ha fatto Berlusconi?
“Ha detto che si fida del Partito Repubblicano Italiano e che considera il nostro come un partito di persone serie e caratterizzato dalla coerenza. Berlusconi si è detto dispiaciuto che il Pri non ha potuto partecipare attivamente al suo quarto governo nonostante le legittime aspettative del Partito. Noi abbiamo ribadito a Berlusconi che il problema non è affatto quello di un ministero per i repubblicani, ma di portare avanti la nostra collaborazione con la maggioranza, che qualche volta ci soddisfa e qualche volta incontra anche le nostre critiche. Ma questo fa parte della dialettica politica. Questo è il senso di quello che ci siamo detti”.
Quali altri argomenti avete toccato?
“Non abbiamo parlato solo di politica. Abbiamo chiesto a Berlusconi i particolari dell’intervento che ha subito dopo l’aggressione e gli abbiamo domandato nei particolari che tipo di ferite aveva riportato sul viso. Berlusconi era sconcertato per questo gesto perché si ritiene un amico della gente. E non si aspettava un atto del genere. Il Presidente del Consiglio è consapevole della crisi economica e delle difficoltà che incontrano le persone in momenti come questi. E di questo si è rammaricato molto con noi”.
Lo avete trovato depresso per certi attacchi duri che ha subito in queste settimane?
“Berlusconi non è affatto depresso. E’ molto dispiaciuto del clima che ha visto contro di lui. Ma dal punto di vista della tempra, ho avuto l’impressione di un uomo molto forte e che vuole tornare subito all’impegno politico. Lui ci ha detto che avrebbe voluto fare di più per gli italiani, ma i problemi legati al bilancio e alle finanze pubbliche non gli hanno permesso uno sforzo superiore”.
Ha fatto delle domande specifiche sul Pri oltre ai temi che avete trattato?
“Non ha fatto nessuna domanda particolare dopo quello che ci siamo detti. Berlusconi sa perfettamente quanto siamo seri e conosce le motivazioni ideali che ci sono dietro le nostre posizioni. Quando Berlusconi ha parlato di noi lo ha fatto citando i repubblicani come identità politica e ha lodato la lealtà di Francesco Nucara”.
Avete trovato parole di odio da parte di Berlusconi contro il suo aggressore?
“No, non ha pronunciato nemmeno una parola di odio o di critica personale nei confronti di Massimo Tartaglia. Ho avuto l’impressione – ma questa è una mia impressione – che Berlusconi sia più propenso a perdonare questo ragazzo piuttosto che a volere contro di lui la pena più dura. Se dovessi riassumere i sentimenti che ho visto in Berlusconi potrei parlare di serenità, di tristezza per l’atto subito e di grande determinazione nel proseguire il suo impegno politico. E’ pronto per andare avanti sul cammino che il governo ha intrapreso”.

lunedì 21 dicembre 2009

Pio XII: "No" ai negri a Roma

Repubblica — 22 marzo 2007
pagina 47 sezione: CULTURA
di Simonetta Fiori
In questi giorni voglio manifestare la mia ostilità alla beatificazione di Pio XII, dopo che Benedetto XVI ha dato il via alla procedura su Papa Pacelli. E questo è uno degli articoli che mi aiuterà a dimostrare che io e migliaia di persone che si oppongono a questa beatificazione hanno ragione.

"È un breve messaggio, nascosto tra le carte del Foreign Office britannico. Una richiesta a dir poco imbarazzante, che porta la firma del capo della Cristianità. Sono i giorni concitati dello sbarco americano ad Anzio, nel gennaio del 1944. In molti s' illudono che la liberazione di Roma sia una questione di pochi giorni. Anche Pio XII ne è persuaso, tanto da rivolgere a sir Francis d' Arcy Godolphin Osborne, ambasciatore di Sua Maestà presso la Santa Sede, un appello che oggi può apparire stupefacente. «Il Papa spera che non ci siano truppe alleate di colore (Allied Coloured Troops) tra i gruppi che potrebbero essere posti di stanza a Roma dopo l' occupazione», riferisce il diplomatico inglese non senza una punta di ironia. «Si è affrettato ad aggiungere che la Santa Sede non ha fissato un limite alla gamma dei colori, ma che spera che questa sua richiesta possa essere accettata». Non c' è "un limite alla gamma dei colori", ma insomma meglio la pelle bianca per difendere la culla intoccabile della civiltà occidentale. Ancora una follia della guerra, aggravata dal crisma della Chiesa. «Sono possibili diverse ipotesi», dice l' autore del ritrovamento, lo storico Umberto Gentiloni Silveri, che ha raccolto nel volume ora edito dal Mulino Bombardare Roma. Gli alleati e la città aperta (pagg. 300, euro 25,00) alcune preziose carte del fascicolo Bombing of Rome scovato nei National Archives di Londra (con i materiali de ministero dell' Aeronautica inglese e della Royal Air Force). «L' imbarazzante richiesta del pontefice riflette l' impostazione tenuta dalla Santa Sede nel corso dell' intero conflitto: la difesa di Roma come simbolo della cultura occidentale, oltre che patria del Cattolicesimo. Un patrimonio da affidare alla tutela della razza bianca». E le cosiddette "marocchinate"? Si può ipotizzare che fossero arrivati alla Santa Sede lontani echi delle orribili violenze commesse in Ciociaria e nel Frusinate dai soldati di colore provenienti dalle colonie francesi? «Non lo possiamo escludere, anche se è difficile che la notizia di quegli stupri avesse già raggiunto il Vaticano». La singolare richiesta di Pio XII è solo una delle numerose acquisizioni storiografiche ricavate dal ritrovamento nei National Archives di Londra di importanti fondi sul bombardamento di Roma. Una variegata mole di lettere, telegrammi, reports, note, bozze di dichiarazioni, appunti, dossier, fotografie, mappe (per larga parte inediti) che lumeggiano le posizioni inglesi, ma anche il punto di vista del Vaticano e dell' amministrazione americana, anticipando al 1940 la decisione di bombardare Roma. Fin dal giugno di quell' anno, nei palazzi dell' establishment britannico, era cominciata a circolare l' ipotesi di un' incursione aerea nell' Urbe. Non importa se Città Eterna, inviolabile scrigno della cristianità, come il pontefice si affannava a ricordare. Per gli inglesi Roma era la capitale di Mussolini e del fascismo, principale alleato dell' odiato Fuhrer. Ad evitare ambiguità, il 7 novembre del 1940 - cinque mesi dopo il nostro intervento in guerra e prima della partecipazione americana - il War Cabinet comunica al Parlamento di riservarsi «piena libertà di azione nei riguardi di Roma». Negli stessi giorni il Foreign Office e lo Stato maggiore dell' aeronautica inglese si preoccupano di scegliere gli obiettivi e di valutare l' impatto anche morale dell' incursione nel cielo santo. Roma conoscerà "la ferità e l' odore delle bombe" solo tre anni più tardi, il 19 luglio del 1943. Fu il primo raid aereo nella sua storia millenaria. Ma le radici di quell' attacco affondano nelle discussioni del 1940, finora rimaste nell' ombra. Il volume Bombardare Roma (firmato anche da Maddalena Carli) restituisce l' ampia tessitura politica e diplomatica che precedette l' azione bellica, oltre cinquanta incursioni per settemila vittime (il bilancio è ancora incompleto). Se da parte inglese fin da principio non ci fu esitazione nel progetto di colpire la capitale di Mussolini e dell' asse nazifascista, ad ampio raggio è il lavoro diplomatico svolto da Pio XII in nome dell' inviolabilità della città santa: appelli che esercitano larga presa sull' opinione internazionale, e dal dicembre del 1941 anche sugli americani. Spetta all' ambasciatore Osborne liquidare il Pontefice con un monito severo: si guardi bene il Vaticano, scrive nell' ottobre del 1941, dal «produrre la sfortunata impressione che il Papa stia intervenendo per proteggere lo Stato italiano e il governo fascista». L' incalzare degli eventi spinge la Gran Bretagna a definire nel dettaglio "il piano di bersagliamento" della capitale, fino al minuzioso progetto illustrato al premier nel dicembre del 1942: bombardare solo Palazzo Venezia e Villa Torlonia, simboli pubblici e privati di Mussolini. Significativa la replica di Churchill, sia per l' asciuttezza tipicamente british e soprattutto per la valenza politica e militare: «Mi piace il progetto, ma cosa resta per la Germania?». La stagione narrata dal volume è quella di "Roma città aperta" ma Roma non sarà mai veramente aperta negli anni del conflitto, piuttosto in sequenza "sacra", "fascista", "prigioniera", "occupata", "alleata" e finalmente "libera". «La formula "città aperta"», dice Gentiloni, «fu piegata di volta in volta alle finalità del momento. Inventata per rivendicare l' inviolabilità giuridica e materiale dell' Urbe, si rivelò una definizione illusoria e mai davvero rispettata. L' unico linguaggio che dominò in quegli anni fu quello della guerra, un codice legato al conflitto e niente più». Rimettere Roma al centro del teatro bellico comporta anche rivedere molte letture della Resistenza invalse negli ultimi anni nel segno della demolizione. «Se si accoglie la dimensione della guerra e delle sue logiche, non ha molto senso piangere sul sangue dei vinti», aggiunge Gentiloni. «Uno dei limiti del nostro dibattito storiografico è stato proprio quello di dividere e contrapporre le varie componenti del conflitto, separando gli eserciti alleati e il partigianato. Una scorciatoia con due esiti rischiosi: enfatizzare il contributo autonomo della Resistenza ridimensionando il condizionamento internazionale oppure, ancor più sbagliato, minimizzare il ruolo svolto dai partigiani rispetto all' apporto angloamericano». La guerra ridotta a un patchwork nel quale ciascuno sceglie ciò che più gli conviene. «Quel che si è perso da noi, e non altrove, è la trama complessiva dei rapporti». - Il 21 ottobre del 1941 Alexander Cadogan, Permanent Secretary del Foreign Office, informa Charles Portal, capo di Stato maggiore dell' aeronautica, che Churchill «è pronto a bombardare Roma al momento opportuno». Non nasconde le perplessità degli americani. - Il documento porta la data del 26 gennaio del 1944 e vi si riassume la richiesta di Pio XII rivolta all' ambasciatore inglese Osborne. «Il Papa spera che non ci siano truppe alleate di colore tra i gruppi che potrebbero essere posti di stanza a Roma dopo l' occupazione». - «Mi piace il progetto, ma cosa resta per la Germania?». Così Churchill commenta il 1 dicembre 1942 il dettagliato progetto bellico illustrato da Charles Portall: un attacco diurno contro Palazzo Venezia di sei Lancaster con equipaggi particolarmente selezionati. - È la lista degli obiettivi militari a Roma, preparata nel 1943. Al punto 3 della legenda l' indicazione «Città del Vaticano: non bombardare». Lo stesso Roosevelt rassicurò il Pontefice che nessuna bomba sarebbe stata sganciata sulla Santa Sede".

domenica 20 dicembre 2009

L'ambientalista radicale Giovanni De Pascalis parla del vertice di Copenhagen

Il "tour de France" più violento

Il Giro di Francia ha più incuriosito è stato, senza dubbio, quello del lontano 1950. Il Tour de France 1950 fu la trentasettesima edizione della competizione ciclistica. L'appuntamento che si svolse dal 13 luglio al 7 agosto 1950 fu caratterizzato da una gravvissima manifestazione di violenza contro i nostri corridori. Durante la 12° tappa, da Saint-Gaudens a Perpignan, la squadra italiana (con Fiorenzo Magni in "maglia gialla"! Chi lo farebbe oggi!) decise di ritirarsi dalla corsa in seguito alle pressioni e alle insistenze di Bartali, che disse di essere stato aggredito (cosa non provata), nella precedente tappa, sul Col d'Aspin, da alcuni spettatori francesi. Cosa era successo? Nell'11 tappa del giro di Francia, l'Italia aveva ottenuto la maglia gialla con Fiorenzo Magni, ma a suon di botte. A consegnargliela era stato proprio Bartali con la vittoria della tappa tra Pau e Saint-Gaudens (230 chilometri). Ma cosa era accaduto in quella drammatica circostanza? Inutile dire che i tour precedenti erano stati caratterizzati dal dominio della coppia Coppi-Bartali. Ma nell'edizione del 1950 il primo era convalescente da un infortunio. Però il secondo era in forma. E i francesi se ne accorsero tappa dopo tappa. Ma andiamo con ordine sui tempi. Prima dell’inizio di quel "maledetto" Tour ci fu maretta tra Bartali ed il patron del Tour Jacques Goddet. Secondo alcuni Gino pretendeva, contro il regolamento della corsa francese, di portarsi al seguito il suo massaggiatore personale, Virginio Colombo. Secondo altri, invece, voleva che anche l’Italia, come Francia e Belgio, potesse schierare al via una squadra B, la cosiddetta squadra "cadetti". Il campione toscano minacciò di restarsene a casa. Andò a finire che l’Italia schierò la sua squadra "cadetti" e che il massaggiatore Colombo dovette restarsene a casa. Gianni Brera asserirà poi che Colombo non restò a casa ma andò al Tour a prendersi cura, di nascosto, dei preziosi polpacci del suo campione.
Fu così che, il 13 luglio 1950, partirono da Parigi le due squadre italiane. La nazionale, nella tradizionale maglia biancorossoverde, era capitanata da Bartali e Magni e poteva contare su tre uomini della "Bartali": Angelo Brignole, Attilio Lambertini e l’indispensabile Giovannino Corrieri. Due erano gli "Atala", Guido De Santi e Luciano Pezzi; poi c’erano Virginio Salimbeni della Legnano, Serafino Biagioni della Bottecchia e Silvio Pedroni della Frejus. I "cadetti", in maglia azzurra, schieravano sei uomini: Valerio Bonini e Alessandro Ghirardi della Benotto, Giulio Bresci e Alfredo Pasotti della Bottecchia, Remo Sabatini ed il velocissimo Adolfo Leoni della Legnano. Il clima in quel Tour del 1950 non poteva certo essere idilliaco. I francesi non avevano ancora digerito le sonore batoste inflitte dagli italiani ai vari Bobet, Robic, Lazarides e compagnia cantante nei due anni precedenti. Non avevano digerito nemmeno le intemperanze dei tifosi italiani nella tappa Briancon-Aosta dell’anno prima, quella in cui Coppi conquistò la maglia gialla. Si dirà poi che, sotto sotto, c’erano anche motivi economici ed occupazionali in quanto, dopo le affermazioni italiane in terra di Francia nei due anni precedenti, l’industria ciclistica transalpina era in crisi perché tutti volevano acquistare biciclette italiane. Il discorso poteva essere valido per le esportazioni ma non per il mercato interno, conoscendo il nazionalismo dei francesi. Congetture. Quello che è certo è che tutte le altre squadre avrebbero corso contro di noi perché eravamo la squadra da battere. I Pirenei vennero affrontati il 25 luglio da Pau a Sait Gaudens, 230 chilometri con le scalate dell’Aubisque, del Tourmalet (La prima foto in alto grande riguarda quel tratto) e dell’Aspin, nell’ordine. Robic, il piccolo bretone soprannominato "Testa di vetro" (Nella Seconda foto grande in alto), fece sognare i tifosi francesi con uno scriteriato attacco sulla prima salita. Il "Biquet" pagò lo sforzo e, nella discesa, venne raggiunto dal gruppetto dei migliori. Il francese Piot attaccò sul Tourmalet e Bartali si mise al suo inseguimento. Qui cominciò l’indegna gazzarra. I tifosi francesi inferociti cominciarono ad inveire, a dare manate. Volarono sputi. Gino lasciò andare Piot e, prudentemente, salì con Bobet e Ockers che, molto signorilmente, gli fecero da scudo. Le cose precipitarono sul col d’Aspin. Piot fu raggiunto dal gruppetto dei migliori. Invettive, spintoni, sputi aumentarono di intensità Bobet, Ockers e lo stesso Robic, che era rientrato, difendevano Bartali, menando colpi di pompa a destra e a manca (Nella foto a sinistra in alto ecco come la 'Domenica del Corriere' raccontò quei fatti). Si racconta che lo stesso Goddet, salito su una moto, menasse fendenti con un ramo d’albero. Una bolgia. Verso la vetta gli spettatori restringevano la sede stradale. Un’auto nera del seguito, per passare, sfiorò Gino che scartò, toccò Robic e finì a terra assieme al bretone. Fu un parapiglia. Volarono pugni, spinte, manrovesci. Qualcuno tentò di sottrarre la bici a Bartali, che raccontò poi di avere dato cazzotti a sua volta e di avere intravisto luccicare la lama di un coltello. Riagguantata la sua bicicletta, il vecchiaccio si buttò in discesa verso Saint Gaudens. Quanto durò il fattaccio? Pochi secondi? Qualche minuto? Sicuramente fu una cosa breve ma non tanto da passare inosservata perché alcuni corridori attardati, tra i quali Magni, riuscirono a rientrare quasi subito lungo la discesa. Goddet, per amor di patria, disse di non essersi accorto proprio di nulla. Il Patron mentiva sapendo di mentire. Il gruppetto dei primi giunse così a Saint Gaudens; Magni che, fatti quattro conti, sapeva di essere la nuova maglia gialla (Nella foto a sinistra mentre prepara la valigia), tirò la volata a Bartali che vinse con largo margine su Bobet, Ockers e gli altri. Magni indossò la maglia gialla e poi salì in macchina con Bartali per andare all’albergo. Fiorenzo non si era accorto dell’accaduto e non si spiegava un Gino così taciturno. Poco dopo Bartali si rivolse al compagno più o meno con queste parole:"Te, tu, Fiorenzo, sei maglia gialla e hai diritto di fare quel che tu vuoi ma io domani vo a casa. Sono venuto qui per correre ‘n bicicletta mia pe’ fa’ la guerra. Ovvia! La guerra contro la Francia l’abbiamo già fatta e non ero punto d’accordo nemmeno l’altra volta". Gli eventi precipitarono. Binda fu messo al corrente dell’intenzione di Bartali. Magni, in cuor suo sperava di continuare. Goddet si precipitò all’albergo degli italiani per dissuaderli dal proposito; promise un maggior numero di poliziotti; giunse a proporre di fare correre gli italiani con una maglia anonima. Bartali si offese ancor di più. Maglia anonima a chi? La mettesse Goddet la maglia anonima! Binda telefonò in Italia al presidente Rodoni. A notte inoltrata (Dopo la cena - foto sopra a destra) giunse la decisione: tutti a casa! Il giorno dopo i fotografi immortalarono Fiorenzo Magni mentre riponeva la maglia gialla in valigia e i cinegiornali ripresero Gino e gli altri mentre salivano in macchina per tornare in Italia. I giornali italiani diedero ampio spazio alla vicenda e tutti approvarono il fiero e responsabile comportamento dei corridori, di Binda, di Rodoni e dell’Unione Velocipedistica Italiana. L'onore era salvo. Ma il Tour de France era perso.... (Nelle foto sotto uno dei momenti della partenza della squadra, mentre si prepara la valigia e poi i momenti del ritorno di Bartali e il suo arrivo in famiglia a Viareggio. Infine, ecco cosa faceva Coppi in quei giorni di convalescenza).