giovedì 22 gennaio 2009

Una crisi da sconfiggere subito

Parla Maurizio Molinari
Voce Repubblicana del 23 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo
La prima sfida importante, per Barack Obama, sarà quella della crisi economica. Una strategia contro la recessione che però, paradossalmente, dovrà trovare una sintesi proprio con le proposte dei Democratici al Congresso. Lo ha detto alla “Voce” Maurizio Molinari, corrispondente a New York del quotidiano “La Stampa” e autore dei saggi “Cowboy Democratici”, (2008) e “Gli ebrei di New York”, (2007).
Maurizio Molinari, quali sono le sue impressioni sull’”inaugural address” di Barack Obama a Capitol Hill?
“Il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha detto all’America che deve ripartire dalla Costituzione e dai principi dei suoi padri fondatori. La sua analisi è che, in un momento di crisi economica, in mezzo a conflitti bellici ancora aperti, per rilanciarsi l’America deve ritrovare i valori sui quali è fondata, perseguendo uguaglianza e libertà. Questa è la ricetta che punta ad unire gli americani. Obama è convinto che l’emergenza economica potrà essere superata se l’America si raccoglie, si unisce, lavorando sui mercati e sugli investimenti. Il Presidente degli Stati Uniti punta a rigenerare l’ottimismo e a stimolare la capacità produttiva degli americani. Per riuscire a raggiungere questi obiettivi Obama fa appello alla Costituzione”.
L’impressione del discorso di Obama è quella di un intervento destinato a passare alla storia, come il discorso di John Fitzgerald Kennedy nel 1961 – il celebre “Ask not” -, oppure crede che l’esordio sia stato come quello di tanti altri presidenti?
“Per comprendere meglio le parole del discorso inaugurale è necessario comprendere la filosofia di Obama. Il Presidente degli Stati Uniti dice: ‘Il fatto che io sia un presidente afroamericano è certo un momento storico per la nazione. Ed è il frutto della sconfitta del cinismo, di coloro che non credono che l’America riesca a centrare ogni obiettivo’. Obama applica questa teoria all’economia e chiede agli americani di riuscire proprio dove tutti dicono che gli Stati Uniti non riusciranno. Comprendo benissimo che queste parole possono sembrare piene di retorica e prive di contenuti per gli europei. Ma nel linguaggio politico degli americani questi termini rappresentano l’opposto di quello che pensiamo. Obama afferma che è giunto il momento di liberare la politica dai dogmi, chiudendo i conti con le ideologie. Ecco, in quel momento Obama parla la lingua dei coloni che hanno conquistato e costruito l’America. Il Presidente ha ricordato che alcuni decenni fa suo padre non avrebbe potuto trovare lavoro in una città di ‘bianchi’ come Washington, mentre lui invece era alla Casa Bianca per il giuramento più importante. Oggi Obama invita gli americani ad unirsi. Soprattutto contro l’attuale crisi economica degli Stati Uniti, un paese che conta 11 milioni di disoccupati”.
Gli europei e la Ue hanno qualche ragione per essere preoccupati dell’arrivo di Obama alla Casa Bianca? O meglio: questa novità imporrà agli europei nuove responsabilità proprio a causa delle emergenze che deve affrontare l’amministrazione democratica?
“Obama ha detto delle cose importanti sulla politica estera. Il Presidente ha parlato del rafforzamento e del rinnovamento delle alleanze rivolgendosi ai nemici degli Stati Uniti: ‘Non pensiate che ci siamo indeboliti; noi continueremo a difendere il nostro modo di vita. Chiunque proverà a sfidarci con il terrorismo sarà sconfitto’. Però Obama ha anche parlato di un ritiro ‘responsabile’ dall’Iraq e della necessità di combattere in modo ponderato la guerra in Afghanistan. E ha fatto una apertura importante al mondo musulmano puntando sull’identificazione di comuni interessi, di valori condivisi per andare avanti insieme. In questo intervento Obama ha confermato di essere un pragmatico e un ‘centrista’ in politica estera. Il presidente appena entrato in carica continua insomma a combattere la guerra al terrorismo iniziata dopo l’11 settembre, ma tentando di allargare la sfera degli interlocutori. E anche sui temi economici Obama conferma di essere un centrista. Il Presidente ha ricordato agli americani che i mercati aperti portano ricchezza, ma anche che devono essere controllati. In questo caso Obama conferma di voler abbracciare il libero commercio come George W. Bush, ma chiede più controllo. Come appunto vuole la sinistra democratica”.
Uno degli aspetti delicati riguarderà le scelte della nuova amministrazione verso il Medio Oriente. Il presidente, come ha già sottolineato lei, non ha nascosto di voler aprire un dialogo con il mondo musulmano. Se dovessimo collocare Obama tra le figure degli ex presidenti, dove metteremmo l’attuale inquilino della Casa Bianca? Forse tra George W. Bush e Jimmy Carter?
“In politica estera Obama sarà molto pragmatico, punterà a difendere gli interessi degli Stati Uniti. Questi interessi mirano a conservare l’alleanza degli Stati Uniti con Israele, cioè con una democrazia. Quello che accomuna Israele agli Stati Uniti sono gli stessi valori del Canada, della Corea del Sud e continua - della Nuova Zelanda. E’ un rapporto tra democrazie. Ma Obama dice che gli americani, in quanto figli della Costituzione, devono perseguire la felicità per tutti. La Costituzione americana è universale. E quindi riguarda anche gli arabi e i musulmani. In questo atteggiamento troviamo un passo in più rispetto alle idee di George W. Bush. Sarà interessante vedere come gli risponderanno i leader musulmani. Obama li ha invitati apertamente, dicendo che gli Stati Uniti sono pronti a stringere loro la mano, ricordando che i loro popoli non li giudicheranno per quello che hanno distrutto ma per ciò che costruiranno. Obama si presenta come un leader molto aperto, ma anche molto energico e molto rigido su alcune questioni: proprio perché, ripeto, è un pragmatico. Il punto è che noi non siamo abituati a leader pragmatici e capaci di fare, a seconda delle circostanze, una scelta di sinistra, una scelta di destra, a seguire gli interessi nazionali indipendentemente dal loro colore. Gli ultimi quattro mandati presidenziali, a cominciare da quando Bill Clinton è stato eletto per la prima volta, sono stati segnati dalle contrapposizioni ideologiche: o si era liberal o si era conservatori. Ebbene, proprio questo è il clima che Obama rifiuta. Il nuovo Presidente rifiuta il concetto che un’idea sia buona solo perché è liberal o che sia cattiva perché è conservatrice”.
La crisi economica è la prima emergenza per Barack Obama. Quando Franklin Delano Roosevelt si insediò come Presidente degli Stati Uniti nel 1932, in cento giorni riuscì a porre le basi per cambiare la piega che il paese aveva preso dal 1929. Oggi, Obama è chiamato ad uno sforzo simile, ottenendo rapidi risultati. E’ lecito aspettarsi questo da Obama?
“La realtà politica degli Stati Uniti è quella di un paese dove il Presidente governa con il Congresso. Il punto è che mentre Obama ha 4 anni davanti, il Congresso ne ha solo 2 prima delle elezioni di ‘mid term’ del 2010. Se Obama non dovesse essere in grado di ottenere risultati economici entro un anno al massimo, a pagare lo scotto sarebbero i Democratici nelle elezioni del 2010. L’elettorato si rivolterebbe contro il partito. Questa situazione potrebbe portare il leader dei Democratici nel Congresso ad entrare in contrapposizione con Obama. Il nuovo presidente è consapevole di non avere molto tempo a disposizione. Il punto è anche di strategia economica. Obama dice di avere 4 anni di tempo e pensa ai tagli fiscali. Ma i Democratici del Congresso gli dicono che non c’è tempo. E chiedono maggiori benefici per i disoccupati e per i servizi sociali. Sono due strategie economiche molto diverse. Le prime difficoltà per Obama verranno dallo sforzo per armonizzare queste misure economiche. Questa è la prima sfida di Obama sin dalla prima riunione del suo esecutivo. Il fatto che nel giorno del suo insediamento i mercati siano andati giù è rivelatore di tali tensioni: gli operatori sanno che ci sono queste due visioni del mercato”.

Se il colonnello è un antisemita

Intervista a Matteo Mecacci
Voce Repubblicana del 23 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo

L'accordo di amicizia stipulato con la Libia legittima una dittatura che ha dichiarato apertamente di volere la distruzione dello Stato di Israele. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato radicale (nel Pd) Matteo Mecacci.
Onorevole Mecacci, la Camera ha approvato in prima lettura l’accordo con la Libia che ha provocato numerose polemiche. Perché avete votato contro?
“In questi mesi di governo, alcuni elementi della politica estera del nostro Paese sono mutati rapidamente. Questo lo avevamo visto già negli anni del secondo e del terzo Governo Berlusconi, quando l’esecutivo aveva stretto i suoi rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Ma adesso, con l’avvio di questo trattato di cooperazione e di amicizia con la Libia – dopo l’avvicinamento alla Russia e al Kazakhistan – l’Italia comincia a mutare anche il quadro di riferimento delle proprie alleanze internazionali. Questo sta avvenendo per un motivo ben preciso: in tutti questi paesi l’Eni ha dei grossi interessi economici nel settore dell’esplorazione dei giacimenti di gas e di petrolio e per il trasporto di queste fonti di energia. Questi interessi condizionano la politica estera italiana”.
Questo accordo allontana l’Italia dalla Nato?
“La conseguenza della ricerca di accordi speciali con queste dittature non viene fatta ‘gratis’. L’Italia ha dato qualcosa in cambio alla Libia per concludere questo accordo. La Libia cerca la legittimazione politica internazionale. La comunità internazionale aveva isolato la Libia fino a qualche anno fa, quando Tripoli era ancora sotto le sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu a causa della sponsorizzazione del terrorismo internazionale. Oggi la Libia sente la necessità di rientrare nella comunità internazionale. L’Italia ha fatto molto con questo trattato perché, oltre a riconoscere la natura politica del regime di Gheddafi, cosa che normalmente non si fa in un accordo internazionale, aggiunge un impegno in materia di difesa che esplicita l’impegno italiano a non far utilizzare alla Nato il proprio territorio per attacchi contro la Libia. E questo in contraddizione con il principio della mutua difesa collettiva in caso di attacco. Se la Libia entrasse in conflitto con un Paese della Nato l’Italia non potrebbe difendere questo paese attraverso l’utilizzo delle basi Nato”.
Prima di concludere questo accordo l’Italia ha pensato alla distensione dei rapporti della Libia con gli Stati Uniti?
“Gli americani hanno tolto le sanzioni alla Libia ed hanno avviato rapporti commerciali. Ma per l’Italia si tratta di un accordo politico in materia di difesa che va oltre la cooperazione commerciale. Qui si tratta della legittimazione del regime di Gheddafi, che in questi giorni ha chiesto la distruzione dello Stato di Israele”.

Operazione Valchiria

Nei prossimi giorni uscirà in Italia il film "Operazione Valchiria". Non vedo l'ora di assistere a questo film per capire anche qualcosa sulle polemiche che lo hanno accompagnato. I tedeschi non l'hanno proprio presa bene la realizzazione di questa opera ed hanno criticato il protagonista Tom Cruise perchè ha inaugurato una sede di Scientology a Berlino. Inoltre, le riprese di questo film sono state un vero e proprio calvario. Non mi soffermo molto su queste polemiche perchè le protrete trovare agevolmente qui sulla voce "Operazione Valchiria". Di questa storia del 20 luglio del 1944 mi ha sempre colpito lo stile dei tedeschi che non hanno mai avuto una "resistenza" ed hanno affidato la fine di Hitler ad una bomba e ad un gruppo di ufficiali. Anche se in questo periodo stanno tentando di fare di tutto per riabilitare i movimenti avversi ad Hitler come il minoriario gruppo della "Rosa Bianca". Da noi gli alti ufficiali non sono arrivati a tanto. I "nobili" ufficiali badogliani del nostro regio esercito si sono accontentati di prendere Mussolini con un'ambulanza e di tenerlo prigioniero come se fosse un ingombro. Alla fine sono arrivati i tedeschi che se lo sono ripreso come se niente fosse. Avrebbero fatto meglio ad ucciderlo subito almeno avrebbero risparmiato tanti dolori al nostro paese ed una guerra civile di due anni. Scusate per la barbarie, ma non credo che durante la guerra Mussolini si fosse formalizzato molto prima di mandare a morire un sacco di gente. E allora, in omaggio al film ho pensato di fare tre regali graditi ai miei amici del Blog. In alto troverete una foto poco conosciuta nella quale viene ritratto Adolf Hitler con il colonnello Claus Schenk Von Stauffenberg. A sinistra la mappa della sala dell'esposione della bomba dei congiurati e infine, a destra, la cronaca dei fatti tratta dall'edizione del "Corriere della Sera" del 22 luglio del 1944, il giorno in cui fu fucilato Stauffenberg. Prima della lettura vi ricordo che il giornale di via Solferino usciva nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Un ultima cosa, nei prossimi giorni vi romperò i coglioni con una mia recensione del film. A presto.

Alla Rai ci vuole Umberto Eco

Intervista all'onorevole Roberto Zaccaria
Il Tempo, 22 gennaio 2009
di Lanfranco Palazzolo
(a destra U. Eco)

Per il Cda, la Rai ha bisogno di uomini lontani dalla politica. Lo pensa l'onorevole Roberto Zaccaria, deputato del Partito democratico ed ex presidente della Rai. Zaccaria insegna Istituzioni di Diritto pubblico nell'Università di Firenze, dove è anche docente di Diritto costituzionale generale e di Diritto dell'informazione.
Onorevole Zaccaria, cosa ne pensa dell'epilogo della telenovela sulla Vigilanza che ha portato allo scioglimento della Commissione Bicamerale?
“Era inevitabile dopo il deterioramento della situazione. Non era possibile una soluzione diversa”.
L'accordo in Vigilanza può essere letto come una disponibilità a fare patti tra Pdl e Pd anche sul Cda della Rai?
“No, è un'impressione sbagliata. L'azione comune del centrosinistra e del Pdl è il risultato di due azioni autonome che si sono realizzate in tempi diversi. Solo dopo l'iniziativa dei Presidenti delle Camere è scattato il meccanismo delle dimissioni. Non c'è stato nessun patto tra i due schieramenti”.
La Rai ha un suo Cda in prorogatio. Molti sono preoccupati per quello che sta accadendo.
“In questo periodo l'azienda ha fatto scelte importanti. Ora la Rai avrà un nuovo Cda e forse anche un altro Direttore generale. Non credo che con un nuovo Consiglio di amministrazione ci sarebbe stato un epilogo diverso per il caso Santoro. Inoltre, in questi mesi la Rai ha lavorato bene e ha fatto accordi importanti sulle fiction e sui diritti sportivi. La Rai c'è ed è nel pieno delle sue funzioni”.
Il Pd vuole una Rai lontana dai partiti.
“Sono d'accordo con l'impostazione di Veltroni. E' importante che questo auspicio sia rinnovato. Ma non è facilissimo con la legge Gasparri. Spero che alle parole di Veltroni seguano i fatti. Purtroppo la nomina è rimessa alla politica e fare scelte di autonomia dalla politica non è semplice”.
Farete la vostra parte?
“In questa legislatura non ho fatto parte della Commissione di Vigilanza. E non ho nessuna voce in capitolo sulla scelta. Mi auguro che il Pd scelga dei soggetti con una forte autonomia personale”.
Secondo questo principio Petruccioli potrebbe non essere più il presidente del Cda?
“Non dico di sì o di no a questa ipotesi. Petruccioli ha lavorato bene. E nel suo caso sarebbe ingiusto pensare ai suoi precedenti politici che ormai sono lontani. Non ho candidature in testa. Quindi perché no?!”.
Anche se ha una storia politica definita?
“Non sono io che decido. Deve essere il Cda a dimostrare di essere autonomo dai partiti”.
Lei consiglierebbe a qualcuno di assumere questo incarico?
“Io ho svolto questo incarico in buona autonomia. Non posso giudicarmi. Quella del Presidente della Rai è una bellissima attività”
Un nome per il Cda lo farebbe?
“Mi vengono in mente tanti nomi. Ci sono alcuni grandi nomi come quello di Umberto Eco. La Rai ha bisogno di persone di prestigio, i quali hanno raggiunto posizioni di un certo rilievo grazie alle loro capacità e che non mettano in gioco il loro nome per operazioni di piccolo cabotaggio. Questa è la migliore garanzia per tutti. Se le persone sono indipendenti si può pensare che riescano a fare le scelte per l'interessi di tutti”.
Lei ha detto che ha svolto il suo mandato in “buona autonomia”. Tornerebbe alla guida della Rai?
“In questo momento sono un parlamentare. La mia esperienza mi impedisce di essere ancora presidente della Rai. Forse tra 10 anni. Ma credo che allora sarò un po' vecchiotto per questo incarico. E poi non dimentichiamo che sono un parlamentare. Il mio nome potrebbe sembrare legato alla politica”.

E non mancate l'appuntamento con Maurizio Molinari