mercoledì 8 aprile 2009

Friuli 1976: il salvataggio del piccolo Paolo Fabris ad Osoppo


Nem maggio del 1976 Paolo Fabris aveva appena 10 anni. Mauro è il figlio di un farmacista di Osoppo. Per 21 ore Paolo resta seppellito sotto le macerie della sua abitazione. Il padre era riuscito a portare in salvo la moglie e le due figlie. La figlia più piccola purtroppo non ce la fa a salvarsi. Il ragazzo viene estratto dai piedi con una vistosa ferita al viso. Ma è salvo. La salvezza di Paolo viene accolta da un applauso ai cittadini di Osoppo.

Immagini del terremoto in Friuli, maggio 1976. Il dramma e la rinascita di Maiano



La prima e la terza foto riguardano la cittadina di Maiano. Ricordo che la città di Maian ha ricevuto la medaglia d'oro al valore civile con questa motivazione: «In occasione di un disastroso terremoto, con grande dignità, spirito di sacrificio ed impegno civile, affrontava la difficile opera di ricostruzione del tessuto abitativo, nonché della rinascita del proprio futuro sociale, morale ed economico. Splendido esempio di valore civico e d’alto senso del dovere, meritevole dell’ammirazione e della riconoscenza della Nazione tutta». Nell'immagine sotto: "Majano: un anno dopo". Vi invito a leggere questa lettera per non perdere la speranza.


"Non bastano le buone leggi per avere soccorsi efficenti", di Vittorio Gorresio


La foto del giorno: Silvio Berlusconi consola una donna anziana a L'Aquila

Ci sono delle foto molto significative che meritano di passare alla memoria. Questa immagina è emblematica del dramma di questi giorni in Abruzzo. Un'anziana donna che si avvicina al Presidente del Consiglio per essere consolata. Ecco perchè è molto importante la presenza delle istituzioni in Abruzzo. In Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è comportato benissimo nei confronti dei terremotati e delle persone che hanno vissuto queste ore drammatiche. Insieme a questa foto voglio postarne altre due: quelle del 26 novembre del 1980 quando il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e il Papa Giovanni Paolo II si recarono in Irpinia dopo il sisma del 23 novembre 1980. Nel blog potrete anche leggere il messaggio del Papa dopo il sisma del 23 novembre del 1980.

Perche il Papa non è andato in Abruzzo?

Questa mattina è rimbalzata negli ambienti ecclesiastici dell'Aquila, la notizia di una possibile visita di Benedetto XVI nei luoghi colpiti dal sisma. La voce si era sparsa già dalle prime ore di questa mattina. Poco dopo gli abruzzesi sono stati gelati dalla notizia che il papa si rechera' in Abruzzo in tempi brevi, ma ''non questa settimana di Pasqua '' e ''verosimilmente nemmeno la prossima'': lo ha precisato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. Dunque erano solo voci quelle che volevano una visita di Benedetto XVI all'Aquila per il venerdi' santo per celebrare i funerali delle vittime del terremoto. Eppure per arrivare al L'Aquila ci vuole appena un'ora. Il Papa sarebbe arrivato in meno tempo. Il Papa non ci fa certo una bella figura in questa vicenda. Gesù disse che la sua missione era “predicare il Vangelo ai poveri …, guarire quelli che hanno il cuore rotto, proclamare la liberazione ai prigionieri e il ricupero della vista ai ciechi, rimettere in libertà gli oppressi e predicare l’anno accettevole del Signore” (Vangelo di Luca 4,18-19). Non so se Benedetto XVI si ricorda questo passo del Vangelo. Vorrei ricordarglielo io. Ma a quanto pare per Benedetto XVI è più importante restare a Roma.
Nei post sotto ho messo alcuni messaggi di altri pontefici che hanno ricordato altri momenti dolorosi della nostra storia. Naturalmente è stata mia premura mettere qui cosa ha detto Benedetto XVI non appena appresa la notizia del sisma. Anche se, per la verità, Benedetto XVI si è affidato ad un telegramma del segretario di Stato Tarcisio Bertone.
Papa Benedetto XVI si dice "costernato" per la tragedia che ha colpito l'Abruzzo e assicura le proprie preghiere per le vittime, i superstiti in particolare bambini, i soccorritori. "La drammatica notizia del violento terremoto che ha scosso il territorio di questa diocesi - scrive il segretario di Stato Tarcisio Bertone in un telegramma a nome del Papa all'arcivescovo dell'Aquila - ha riempito di costernazione l'animo del Sommo pontefice, il quale incarica vostra eccellenza di trasmettere l'espressione della sua viva partecipazione al dolore delle care popolazioni colpite dal tragico evento".
E, prosegue il messaggio, "nell'assicurare fervide preghiere per le vittime, in particolare i bambini, Sua Santita' invoca dal Signore conforto per i loro familiari, e mentre rivolge una affettuosa parola di incoraggiamento ai superstiti e a quanti in vario modo si prodigano nelle operazioni di soccorso invia a tutti la speciale benedizione apostolica".

Paolo VI ricorda le vittime del terremoto in Friuli del maggio 1976

PAOLO VI
REGINA COELI
Domenica, 16 maggio 1976


Noi domanderemo oggi al Signore che ci conceda un cuore forte. La temperie della storia lo esige. Possiamo noi cristiani, che aspiriamo ad essere discepoli della scuola evangelica, trovare rimedio spirituale alle sventure e alle avventure, che agitano i nostri giorni, nella indifferenza, nella insensibilità, nella atarassia, che si dà pace limitando quanto più è possibile il proprio interesse per il mondo esteriore alla osservazione passiva, all’informazione circostante, alla circospezione di non essere coinvolti in una compassione che fa nostri gli affanni ed i malanni altrui?
No, questo rifiuto alla solidarietà nel dolore e nell’angustia altrui non è cristiano. Noi dobbiamo vedere come un progresso dello sviluppo umano, anzi della penetrazione dello spirito cristiano nella civiltà moderna la partecipazione di tutti alle vicende altrui, specialmente se queste sono dolorose e reclamano comune soccorso.
La sensibilità per le sofferenze dei fratelli non è una debolezza, come anche ai nostri giorni fu superbamente qualificata; no; essa è una estensione umana che dobbiamo dire fortezza e progresso.
Noi alludiamo al terremoto del Friuli, con l’ammirazione e la riconoscenza in nome di Cristo per la spontaneità, l’urgenza, l’efficienza, la molteplicità dei soccorsi offerti a quella gente forte, positiva silenziosa, che in tanta disgrazia meritava l’aiuto di tutti, e che nella sua durissima prova ha dimostrato appunto virtù superiore. Cuori forti e pazienti, in chi è stato colpito dalla disgrazia; cuori forti e generosi, in chi subito si è messo al loro fianco per confortarli e rianimarli. Dio benedica.
Ma altre sventure pubbliche in altri Paesi, altre situazioni sollecitano da chi le subisce e da chi le osserva analogo interessamento. Tutti le conosciamo.
E poi diverse congiunture, d’altro genere, mettono alla prova la fedeltà, la coerenza, lo spirito di sacrificio dei cuori buoni e sinceri. La fortezza spirituale è la virtù di questa stagione storica. Preghiamo per quanti sono tentati di debolezza, di opportunismo, di viltà; preghiamo per quelli che soffrono per la coerenza alla verità, alla giustizia, alla carità, affinché forti rimangano.
La Madonna, la Virgo fidelis, ci assista.

Angelus del Papa dopo il terremoto in Irpinia (30 novembre 1980)

GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS, I° Domenica di Avvento30 novembre 1980


“Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (Gaudium et Spes, 22).
Oggi, prima domenica di avvento, desidero ricordare queste parole della costituzione pastorale “Gaudium et Spes”. Infatti con l’avvento inizia, per così dire, sempre di nuovo quel corteo dei cuori umani verso Cristo, che rivela loro il mistero del Padre e del suo amore. E perciò ho desiderato molto che con la prima domenica di avvento venisse collegato l’annuncio dell’enciclica “Dives in Misericordia”, il cui principale scopo è di ricordare l’amore del Padre, rivelato in tutta la missione messianica di Cristo, incominciando dalla sua venuta nel mondo fino al mistero pasquale della sua croce e della risurrezione.
Tale Enciclica, che reca la data di oggi anche se sarà pubblicata fra qualche giorno, ha come tema la misericordia di Dio. La Chiesa e il mondo hanno bisogno della misericordia, la quale esprime l’amore più forte del peccato e di ogni male, in cui è avvolto l’uomo e la sua esistenza terrena.
2. Anche oggi i nostri pensieri e i nostri cuori si rivolgono verso le regioni dell’Italia, che sono state colpite dalla catastrofe del terremoto. Lo esige la dimensione della disgrazia, che si è abbattuta su moltissimi nostri fratelli e sorelle, togliendo la vita ad alcune migliaia di persone e portando il lutto in tante famiglie. Numerosi feriti si trovano negli ospedali. Sono adulti, giovani, bambini. Migliaia di famiglie hanno perso la casa e hanno bisogno di essere protetti, tanto più nella presente stagione.
Sarebbe difficile non scorgere, con vera edificazione, in mezzo a tutte queste sofferenze, i molteplici sforzi, che provengono dalla solidarietà umana e dall’amore cristiano del prossimo, per andare incontro ai bisogni dei nostri fratelli e sorelle tanto provati. A tale riguardo desidero manifestare particolare apprezzamento a quelle famiglie italiane e a quelle istituzioni religiose che, con carità cristiana e lodevole generosità, hanno aperto le porte delle loro case per accogliere alcuni dei fratelli colpiti dal terremoto, offrendo ad essi temporaneamente un riparo.
Il Signore benedica quanti danno o daranno ospitalità - nella misura delle proprie possibilità - nell’intimo del loro focolare alle persone provate dal sisma, specialmente a quelle che per età o per condizioni di salute maggiormente soffrono.
Nel raccomandare a Dio, in questo momento così difficile della loro vita, tutti i fratelli e sorelle delle zone devastate dal terremoto, chiediamo che la generosità dei cuori e la solidarietà dell’intera società possano pienamente corrispondere alle esigenze del momento.

Udeinza generale di Paolo VI del 17 gennaio 1968 dopo il terremoto del Belice

UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Mercoledì, 17 gennaio 1968


Diletti Figli e Figlie!
La nostra parola, quest’oggi, si sente obbligata a riferirsi al terremoto, che ha devastato un’ampia zona della Sicilia, facendo centinaia di vittime, migliaia di feriti, decine di migliaia di senza tetto, sconvolgendo la vita d’interi paesi e diffondendo lo spavento, la compassione, il dolore non solo nell’isola, ma nell’intera Nazione italiana. Siamo anche Noi partecipi della pena di tanta sciagura; lo siamo con quanti ne soffrono; lo siamo con tutti coloro che si prodigano a recare soccorso e conforto; lo siamo con tutto il cuore. Il cuore del Papa è come un sismografo, che registra le calamità del mondo; con tutti, per tutti soffre; e più lo deve per questa cara e povera gente, a Noi geograficamente e spiritualmente vicina! Risuonano nel Nostro spirito le parole dell’Apostolo: «Chi è infermo, che anch’io non lo sia?» (2 Cor. 11, 29).
Ma perché a voi, cari visitatori, diciamo queste cose? Perché voi siete venuti a trovarci per conoscerCi un poco da vicino, per guardarci nel cuore, e per vedere nel Nostro sentimento quello della Chiesa; ebbene, la Chiesa, che così si esprime, dimostra un aspetto fondamentale della sua costituzione, quello che la definisce una «comunione»; una società cioè simile ad un corpo, nel quale - sempre per usare la parola di San Paolo - «se un membro soffre, tutte le membra soffrono con esso» (1 Cor. 12, 26). Cosi è la Chiesa, un sodalizio, ove la carità è principio vitale e legge al suo sentire e al suo operare; e a voi non deve dispiacere che verità così grande, così originale e così cristiana vi sia qui ricordata.
E a voi queste cose ancora diciamo per trovare conforto nella presente sventura, osservando come i segni della bontà e della fraternità si sono subito manifestati e moltiplicati intorno a quelle popolazioni infelici, da parte di tutti; dalle Autorità civili per prime, e poi da quanti hanno possibilità di recare qualche aiuto. Ne diamo loro lode Noi stessi, che, pur nell’esiguità dei Nostri mezzi, non abbiamo voluto essere assenti nel compimento d’un dovere, che le proporzioni stesse della disgrazia rendono comune. Questa grande afflizione Ci ha confermato con nuovi segni la sensibilità umana e cristiana d’un popolo, che non mai come nelle ore delle grandi prove dimostra la sua spirituale unità e la sua pronta generosità; e non dubitiamo che anche voi, con la compassione almeno degli animi nobili, vogliate essere solidali nel tributare cordiale sollievo a chi soffre e a chi piange.
E dicendovi queste cose non perderemo infine l’occasione per ricordarvi come l’incomprensibile fatalità di simili catastrofi non deve essere motivo d’interiore ribellione alla concezione d’un ordine buono e sapiente, sovrastante alle sorti della nostra fragile ed effimera vita, ma stimolo piuttosto a sempre bene impiegarla, questa vita, e a scoprire nel dolore stesso una fonte di superiore grandezza e di trascendente redenzione. Per il cristiano tutto può volgere a bene; ed affermando questo misterioso ottimismo, non diventiamo artificiosamente insensibili, o scioccamente stoici davanti alla tragicità di certe angosciose situazioni dell’umana esistenza; ma piuttosto pietosi a comprenderla, questa tragicità, a condividerla, a consolarla. La Croce ci è maestra.
E così, mandando un pensiero affettuoso e una preghiera fraterna alle vittime, morte o vive che siano, del terremoto siciliano, ed a quanti nel mondo intero soffrono e muoiono, metteremo nel cuore qualche buono e grande sentimento cristiano, che Noi, con la Nostra Benedizione Apostolica, vogliamo assecondare e avvalorare.

Radio messaggio di Giovanni XXIII nel 50° anniversario del terremoto di Messina

RADIOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII ALLA POPOLAZIONE DI MESSINA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DEL 28 DICEMBRE 1908, Domenica, 28 dicembre 1958

Ai diletti figli della città di Messina il Nostro saluto e la Nostra paterna Benedizione!
Quando, nel lontano 1906, accompagnando il Pastore della Nostra Diocesi Bergomense in pellegrinaggio verso la Terra Santa, sostammo nella vostra città per venerarvi la prodigiosa immagine della Madonna della Lettera, eravamo ben lontani dall'immaginare l'immensità di dolori che quella incantevole terra teneva nascosti nel suo seno per voi col terribile terremoto, che due anni dopo doveva colpirvi. E tanto meno potevamo pensare che sarebbe toccato a Noi, da questa Cattedra Apostolica, parlarvi a cinquant'anni di distanza da quell'immane disastro, in una data che, per i dolorosi ricordi che rievoca, vela con una nube di tristezza i gaudi santi di queste solennità natalizie.
Fa onore alla vostra sensibilità di cristiani, e alla vostra squisita umanità, il significato che voi avete voluto dare a questa celebrazione cinquantenaria: più che rievocazione storica di un episodio tragico che commosse il mondo, essa vuol essere anzitutto un omaggio di pietà alla memoria delle vittime, che formano l'aspetto più commovente di quella catastrofe.
Comprendiamo pienamente la commozione vostra in questo giorno, diletti Figli, Noi che nel Nostro animo ancora conserviamo vivo il ricordo dello schianto che sentimmo nel cuore, quando giunse la notizia di quel tragico mattino del 28 dicembre 1908, in cui la furia devastatrice del terremoto si abbatté spietata su voi e sulla città sorella della opposta sponda, seminando lutti e rovine. Quel solo disastro bastò ad accumulare più rovine di qualsiasi cataclisma, che la storia della vostra città dolorosamente ricordi. Ed allorché apparve la luce del giorno, uno spettacolo terrificante si presentò allo sguardo: quella che poche ore prima era una delle più belle città d'Italia, giaceva ormai irriconoscibile in un ammasso informe di macerie, come avvolta in un manto funereo che ricopriva una ecatombe di vittime, per le quali d'improvviso il letto si fece bara e tomba la casa. Un brivido di commozione percorse il mondo. L'Italia tutta pianse. Oh, come allora veramente poteva applicarsi per le due grandi città colpite, il grido del Profeta che la Liturgia ricordava in quel giorno: « Vox in Rama audita est, ploratus et ululatus multus; Rachel plorans filios suos, et noluit consolari quia non sunt » [1].
Considerando tanta catastrofe, all'uomo non resta che chi¬nare la fronte dinnanzi agli imperscrutabili disegni di Dio, e, pur non comprendendoli, ripetere : « Iustus es, Domine, et rectum iudicium tuum » [2]. Ma se la sventura che colpì la vostra città fu grande, grande pure fu lo spettacolo di abnegazione, di eroismo e di virtù, che il vostro dolore seppe suscitare nel mondo intero in quei giorni. Vogliamo riferirCi a quella grandiosa e meravigliosa opera di soccorso, che strinse come in un sol cuore genti le più diverse, ricchi e poveri, umili e potenti. O ammirabile sapienza di Dio, che anche a traverso le prove più dure sa attuare i piani della sua infinita misericordia a favore di noi, povere creature! Se la tragica sorte della vostra città ha saputo così affratellare gli uomini e suscitare tante energie di bene; se ha fatto rinascere in molti la fiducia nella generosità — e di essi il mondo ha bisogno più che materiale —, ciò sta a provare che non inutile fu la invano voi avete pagato il vostro tributo di dolore.
Fra i tanti, i cui nomi rimangono scritti a caratteri d'oro negli annali della vostra martoriata città, non possiamo fare a questo momento, di ricordare l'angelica figura del Nostro Predecessore S. Pio X, che più di ogni altro fece sentire a voi il conforto della carità cristiana, di quella vera carità che si offre e non ha misure, che sa toccare i cuori. Egli, che fanciullo conobbe gli stenti della povertà, che sempre e dovunque sentì profondamente le miserie del popolo e fece della carità la caratteristica precipua della sua vita, in quei giorni di terrore e di lutto non conobbe tregua o riposo nel tergere lacrime; fu il padre degli orfani, il consolatore dei derelitti, mentre la voce di mondo — come dice un'iscrizione — lo acclamava «Calabriae ac Siciliae adiutor et pater ».
Accanto alla mano paterna e benefica del rappresentante i Gesù, non mancò anche — voi ben lo sapete — la mano invisibile di una tenera madre; era la mano di Colei, che padri da secoli scelsero come Regina e Patrona, la della Lettera, che mille volte sorresse la città nelle ore tragiche ed alla quale nell'ora certamente più funesta della vostra storia, voi quasi istintivamente vi rivolgeste, quando tutto era crollato intorno, e, unico bene superstite, vi rimaneva il conforto della fede.
Voi avete un gran debito verso questa celeste Madre, Signora della vostra città.
É giusto pertanto che all'omaggio doveroso per le vittime oggi, o diletti figli, anche l'inno della riconoscenza. La gratitudine per il passato è pegno di fiducia per il futuro. « Dio esige da noi che lo ringraziamo dei benefici ricevuti » non perchè abbia bisogno dei nostri ringraziamenti, ma « affinché inducano a concederne anche dei maggiori » [3]. Vi è da sperare adunque che la Madre di Dio, accettando il vostro ringraziamento, non lascerà incompleta la sua opera, ma proseguirà ad accordarvi il suo materno patrocinio.
Bisogna però che la speranza vostra non sia presunzione; bisogna cioè che voi, accogliendo il consiglio che Ella dava alle nozze di Cana, facciate tutto ciò che Gesù vi dice [4], Ed Egli vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi, di amare Dio al di sopra di tutte le cose, di riporre in Lui solo la vostra speranza e la vostra difesa contro le calamità, poichè « nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt qui aedificant eam; nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam » [5]. Vi dice inoltre che in quest'ora tremenda in cui lo spirito del male adopera ogni mezzo per distruggere il Regno di Dio, debbono essere impegnate tutte le energie per difenderlo, se volete evitare alla vostra città rovine immensamente più grandi di quelle materiali disseminate dal terremoto cinquant'anni or sono. Quanto più arduo sarebbe allora riedificare le anime, una volta che fossero staccate dalla Chiesa e rese schiave delle false ideologie del nostro tempo.
Sarà così, o diletti figli, che nella vostra città risorta a nuova vita, sacra alla Vergine e sacra ancora alla memoria delle innumerevoli vittime che oggi commemorate, potrà regnare e trionfare « tutto quello che è vero, tutto quello che è onesto, tutto quello che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quello che rende amabile ... e il Signore della pace sarà don voi » [6].
Affinché questi Nostri voti trovino generosa rispondenza nelle vostre anime, a voi tutti, diletti figli, ed in particolare al vostro venerando Presule Monsignor Angelo Paino, e al suo confratello Monsignor Giovanni Ferro, arcivescovo di Reggio Calabria, impartiamo con affetto paterno la confortatrice Apostolica Benedizione.
[1] Cfr. Matth. 2, 18.
[2] Ps. 118, 137.
[3] S. Ioan.Crisost. Hom. 52 in Gen. P. G. 54, 460
[4] Cfr. Io, 2, 5
[5] Ps. 126, 1-2
[6] Phil. 4, 8-9

Radio messaggio di Paolo VI per il 50° anniversario del terremoto di Avezzano

RADIOMESSAGGIO DI PAOLO VIAI FEDELI DELLA MARSICA NEL 50° DEL TERREMOTO DI AVEZZANO
Mercoledì, 13 gennaio 1965

Figli dilettissimi di Avezzano e dell’intera diocesi dei Marsi! La nostra voce si rivolge con pienezza di affetto a voi, oggi che, stretti intorno all’Altare in un rito di mesto suffragio, avete ricordato le innumerevoli vittime, causate dal terremoto di cinquant’anni fa, quando l’immane flagello, sconvolgendo le viscere della vostra terra antica e gentile, causò ruine e lutti di incalcolabile gravità. L’anniversario riporta alla memoria, insieme con le tragiche immagini di quella desolazione e il rimpianto per le vittime, anche il pensiero di quanti vi furono vicini nell’ora della prova, a consolare, a incoraggiare, a tergere le lacrime dei superstiti: il Nostro Predecessore Benedetto XV, che tanto si adoperò per moltiplicare ogni genere di soccorsi; il venerato Vescovo di allora, Monsignor Pio Marcello Bagnoli; e, primi nell’empito della carità sollecita, il Beato Luigi Guanella e il Servo di Dio Don Luigi Orione, i quali accorsero fra voi a portare l’incomparabile conforto dell’amore operoso e concreto.
L’odierna commemorazione, pur nell’onda di mestizia che essa porta con sé, vorrà essere pertanto una solenne affermazione degli alti motivi di fede, di speranza e di amore, che vi sostennero nella durissima prova; vorrà essere un appello a continuare su la via intrapresa di fedeltà a Cristo e alla Chiesa, che sempre è stata la nota distintiva delle vostre popolazioni; vorrà essere soprattutto un tributo doveroso, fervido, delicatissimo di riconoscenza al Signore, che umilia e consola, che prova e sostiene con l’onnipotenza della sua grazia, nella misteriosa pedagogia del dolore; e, insieme, un atto di gratitudine filiale alla vostra Patrona, la cara Madonna di Pietraquaria, che dal suo santuario solitario tra le cime dei vostri monti, ha vegliato allora materna sul vostro dolore, e vi ha sorretti nel superare pene e fatiche. Alla sua intercessione Noi affidiamo il ricordo orante delle vittime del terremoto; e altresì Le offriamo i vostri cuori, con i sentimenti e i propositi, con gli affanni e le speranze, con le prove e le certezze ultraterrene, affinché Ella vi mantenga sempre generosi e coerenti nella vostra vita di lavoro e di famiglia, nella compattezza delle organizzazioni cattoliche; protegga i vostri bambini, custodisca pura e fervorosa la vostra gioventù, consoli i poveri e i sofferenti, infondendo in tutti il desiderio e l’impegno di conoscere, amare e servire sempre meglio il Signore.
In pegno dei doni celesti, che copiosi invochiamo per la intercessione dei vostri Santi protettori, in particolare di San Bartolomeo, che insieme con l’Apostolo San Tommaso ha accompagnato i Nostri passi verso le immense regioni dell’India, Noi impartiamo al Signor Cardinale Carlo Gonfalonieri, tra voi presente in questo giorno di solenne raccoglimento, al vostro venerato e zelante Vescovo, agli altri Presuli, cestì convenuti, alle Autorità civili e religiose dell’intera Marsica, ed a tutti voi, figli dilettissimi, la confortatrice Benedizione Apostolica, affinché sia sempre con voi la pace e la letizia di Cristo.

Giovanni Paolo II in Irpinia (1980)

Giovanni Paolo II ebbe maggior cuore. In Irpinia ci andò a 48 ore dal terremoto del 1980 e mentre gli aiuti non erano ancora arrivati. Arrivarono, prima di essi, il Papa e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Era il 26 novembre 1980, terzo giorno dal sisma che aveva ucciso 2.500 persone. Non era mai successo che, di fronte ad una catastrofe nazionale, si muovessero contemporaneamente da Roma il Presidente della Repubblica e il Pontefice. Addirittura era la prima volta, dal giorno del bombardamento di San Lorenzo a Roma il 19 luglio del 1943, che un Papa esciva dal Vaticano senza preavvertire le autorita' italiane. Ricordiamolo a Benedetto XVI.

Dall'inizio del sisma 354 scosse

Dall'inizio del sisma che ha devastato la provincia dell'Aquila con il terremoto che si e' verificato alle prime ore del 6 aprile sono state registrate 354 scosse, 182 soltanto nella giornata di ieri e una sessantina di magnitudo superiore al 3.0 (Nella foto Corso Umberto a L'Aquila).

Roma ore 19.49: scossa di terremoto nella sede del Partito Radicale

Ieri sera mi trovavo nella sede del Partito Radicale per una riunione. Poco prima delle 19.50 abbiamo avvertito una scossa che ha fatto tremare l'antico edificio di via di Torre Argentina 76. Si è trattato di una scossa di magnitudo 5.7 della scala Richter. La nuova violentissima scossa di terremoto è stata avvertita alle 19,47, nel territorio de L'Aquila e distintamente anche a Roma e in altre province del centro Italia. In quel momento la segretaria di Radicali Italiani Antonella Casu aveva appena aperto una riunione e aveva interrotto la sua esposizione per poi riprenderla dopo un minuto. La sera stessa abbiamo appreso che la magnitudo della scossa era simile a quella di lunedì all'alba.

Abruzzo 03.32: l'ora della tragedia

Questa immagine passerà alla storia come il simbolo del terremoto. Si tratta di un antico orologio fermo all'ora della tragedia. La crepa sul muro è la testimonianza della rottura causata dal terremoto e della spietatezza di un sisma che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno di fronte al simbolo di una tradizione antica.