venerdì 8 maggio 2009

I sindacati devono essere trasparenti

Intervista a Pasquale Giuliano
Voce Repubblicana, 9 maggio 2009
Di Lanfranco Palazzolo

I sindacati devono spiegare come impiegano le loro risorse secondo i criteri di trasparenza. Lo ha detto alla “Voce” il senatore Pasquale Giuliano (Pdl) Presidente della Commissione Lavoro di Palazzo Madama.
Senatore Giuliano, abbiamo appreso che la presidenza del Senato ha dato via libera ad un'indagine conoscitiva sulla gestione finanziaria delle associazioni sindacali.
“L'idea di questa iniziativa è nata da un mio disegno di legge, che a sua volta riprende una vecchia proposta di legge che fu presentata alla Camera, che chiedeva alle associazioni sindacali di presentare il loro rendiconto annuale di esercizio. Attualmente non vi è un obbligo da parte dei sindacati di presentare un loro bilancio. Questa situazione non corrisponde ai criteri di trasparenza e di buon senso. I sindacati gestiscono una massa finanziaria che è stata quantificata sui 4000 miliardi di vecchie lire all'anno oltre ad avere un patrimonio immobiliare di grande consistenza e partecipare alla gestione dei massimi enti previdenziali e di tanti enti a partecipazione statale. Ecco perché ho pensato che fosse giusto, visto che i partiti e le altre associazioni sono tenute per legge a presentare il rendiconto annuale di esercizio, ad uniformarsi alle altre associazioni. Voglio anche precisare che questo obbligo non intacca affatto la libertà sindacale. Anzi, questa proposta si ispira ai principi di libertà e di trasparenza ai quali gli stessi sindacati si ispirano. Per i sindacati questo dovrebbe essere un obbligo deontologico e morale”.
Pensa che esista una casta dei sindacati?
“Conosco il libro di Stefano Livadiotti dal titolo “La casta dei sindacati” (Bompiani). Questo libro non giustifica la lunga attesa di una normativa che obblighi queste associazioni di presentare il loro rendiconto annuale di esercizio. Se legge la mia proposta di legge (ddl 1060) troverà anche i dati sul patrimonio immobiliare dei sindacati che in alcuni casi raggiunge la quantità di 180-190 immobili nel pieno centro di Roma. Si tratta di immobili di ingente valore. Penso che da parte dei sindacati sia doveroso presentare il rendiconto di esercizio per capire anche come vengono spesi questi fondi”.
Ci sono alcuni sindacati che pubblicano il loro rendiconto di esercizio senza obbligo di legge?
“Si, però bisogna che il bilancio sia pubblicato secondo i criteri di trasparenza, di leggibilità, di verificabilità seguendo il modello europeo. I bilanci possono essere fatti in 1000 modi. Se alcuni sindacati dimostrano di voler pubblicare i loro rendiconti non si comprende perché dovrebbero opporsi alla pubblicazione obbligatoria dei loro bilanci. Le ricordo che la legge rende obbligatoria la pubblicazione dei bilanci, ma ne spiega anche i criteri che ispirano la loro corretta pubblicazione”.

Il 7 maggio 2009 ho vinto 7-6

Giovedì sera ho giocato una magica partita di calcetto contro l'Unione Sportiva Testa. Ho segnato due goals e ci siamo aggiudicati il match resistendo all'assalto degli avversari. Ecco le interviste del dopo partita.



Parla Achille Serra: 12 dicembre 1969, il mio ricordo di quel giorno violento

Intervista al senatore Achille Serra
Il Tempo, 8 maggio 2009
di Lanfranco Palazzolo

Quella che segue è la mia intervista apparsa oggi su "Il Tempo". Ho deciso di pubblicare per intero quello che avevo battuto rispetto al testo pubblicato dal quotidiano romano. L'ho fatto perchè l'intervista era molto bella e pensavo che sarebbe stato un peccato non pubblicarla integralmente. Buona lettura.
Le immagini del 12 dicembre del 1969 non le ho dimenticate. Mi accompagneranno per sempre. Questo è il ricordo del senatore Achille Serra (Pd), che il giorno della strage di Piazza Fontana fu il primo funzionario di polizia ad accorrere sul luogo dell'attentato che segnò l'inizio della cosiddetta strategia della tensione.
Senatore Serra, lei ebbe il suo primo incarico di Vice-commissario nella polizia di Stato a Milano nel periodo del cosiddetto “autunno caldo”, dopo aver terminato gli studi universitari. Che clima trovò a Milano?
“Trovai un clima che per fortuna non si è più ripetuto negli anni successivi. Era un clima di conflittualità permanente tra le forze dell'ordine e i manifestanti del movimento studentesco che si formava in quegli anni, con Mario Capanna leader. Quel clima di tensione si sviluppava ogni fine settimana con manifestazioni che si svolgevano con il lancio di bottiglie molotov da parte degli studenti e la risposta delle forze dell'ordine con i lacrimogeni. Solo nel 1972 la frequenza di questi scontri diminuì e la contestazione permanente finì per lasciare spazio agli anni bui del terrorismo”.
Cosa ricorda del pomeriggio del 12 dicembre del 1969 quando scoppiarono le bombe a Milano e a Roma?
“Ricordo tutto come se fosse oggi. Fui il primo ad entrare nella Banca Nazionale dell'Agricoltura. Nel pomeriggio del 12 mi trovavo alla centrale operativa della Questura di Milano. Arrivò una telefonata nella quale ci chiamarono dicendo che era scoppiato qualcosa in Piazza Fontana. All'inizio si pensò allo scoppio di una tubatura del gas. E allora mandarono me perché ero il più giovane. Mi precipitai sul posto”.
Cosa vide quando entrò dentro la Banca Nazionale dell'Agricoltura?
“La scena mi è rimasta negli occhi. Vidi persone che urlavano, corpi squarciati, persone con il corpo spezzato in due. Tornai immediatamente alla radiomobile e chiamai la centrale operativa chiedendo di mandare un centinaio di ambulanze”.
La richiesta fu accolta subito?
“Alla mia richiesta reagirono con perplessità perché alla questura pensarono che ero il solito giovane sprovveduto alle prime armi che aveva perso la testa. Purtroppo i miei calcoli non erano sbagliati visto che i feriti furono 88 e i morti 17. La scena fu devastante. Poi, dopo cinque minuti, arrivarono tutti: carabinieri, vigili del fuoco e altra polizia. In quei minuti giunsero sul posto anche tanti milanesi. La piazza era stracolma di gente accorsa per vedere quello che era accaduto”.
Cosa ricorda della gente che era accorsa in Piazza Fontana?
“La prima cosa che ricordo è stato il volto smarrito delle persone accorse in Piazza Fontana. I milanesi erano attoniti. Tutti si chiedevano cosa potesse essere accaduto in questo paese dove per la prima volta si assisteva ad un fatto di questa gravità”.
Non si stupì che avessero mandato un giovane per quel fatto?
“No, affatto. Ero il più giovane. La prima notizia era quella di un incidente comune, dello scoppio di un tubo del gas. In quel caso veniva mandato sempre un giovane sul luogo dell'incidente”.
Quando avete compreso che si trattava di un attentato?
“Lo capimmo immediatamente. Subito dopo arrivarono i miei maestri di allora come il commissario Luigi Calabresi, il capo dell'ufficio politico della Questura di Milano Antonino Allegra. Allora ci rendemmo conto che si trattava di un attentato politico”.
I primi sospetti su chi si appuntarono?
“La prima voce che si sparse in Questura fu che erano stati gli anarchici. Ascoltammo alcuni anarchici. E tra questi capitò Pinelli”.
Ci furono altre piste?
“I colleghi più anziani avevano pensato ad altre piste, ma la prima fu quella degli anarchici”.
I milanesi cosa pensavano in quei giorni?
“Un fatto del genere non era mai capitato prima negli anni precedenti. I milanesi reagirono con grande compostezza”.
La polizia aveva fatto indagini sugli anarchici?
“Non c'era un rapporto di conflittualità con gli anarchici. La polizia non aveva fatto indagini su di loro. Gli anarchici non avevano mai fatto azioni violenti in piazza. Non le ricordo”.
Cosa ricorda del commissario Calabresi in quel periodo?
“Il commissario Calabresi era una bravissima persona, di grande simpatia, saggio e pacato. Veniva da Roma come me e dirigeva una sezione dell'ufficio politico dopo anni di esperienza a Milano. Il Calabresi che ho conosciuto era diverso dall'uomo che è stato descritto dopo la morte di Pinelli. Calabresi aveva un grande coraggio. Spesso ci siamo trovati insieme ad affrontare situazioni difficili nelle quali io avevo paura e lui restava freddo ad affrontare ogni situazione. Cercava il dialogo sempre con i manifestanti. Da lui ho imparato questo”.
Cosa pensa di quello che è accaduto al commissario Calabresi?
“Penso che Calabresi è stato ucciso giorno dopo giorno con attacchi costanti e volgari manifestazioni di odio. Un giorno mi permisi di dirgli: 'Ma perché resti qui e non vai via? Qui corri dei grossi rischi!'. Lui mi rispose: 'Io non devo andare via perché non ho fatto niente e non ho nulla da nascondere'. Condividevo il suo pensiero. Lo Stato aveva il diritto di proteggerlo con la scorta. Ma questa precauzione non fu presa”.
Come classifica la strage di Piazza Fontana nei suoi ricordi?
“Non ricordo un altro episodio di pari violenza. Ci sono stati altri episodi di gravità inaudita. Ma quel giorno non l'ho più vissuto più nella mia vita”.

Il mio ricordo di Gianni Baget Bozzo

Oggi la mia giornata è cominciata molto male. Non ho fatto in tempo a sedermi al mio posto di lavoro che ho appreso la notizia della morte di Gianni Baget Bozzo. Non è necessario che io aggiunga nulla sulla figura di questo grande studioso. Voglio solo postare qui la mia ultima intervista con lui fatta il 19 aprile del 2007 per ricordarlo con affetto. In quella occasione gli chiesi un parere sulla costituente socialista. Lui mi disse che era un progetto sbagliato. Aveva ragione. I fatti dei mesi successivi lo avrebbero dimostrato.

Ungheria-Italia 2-0, 27 novembre 1955

Ci sono delle partite che passano alla storia come dei trionfi anche se negli almanacchi sono segnate come delle sconfitte. La partita del novembre del 1955 tra Ungheria e Italia al Nepstadion fa parte di questa serie. Parlo di questa partita perchè l'incontro si è giocato un anno prima dell'arrivo dei carri armati sovietici a Budapest e anche per ricordare l'Ungheria di Puskas. Quando ho visto le foto di questa partita mi è venuta una grande tristezza perchè pensavo ai toni trionfalistici della stampa italiana verso questa sconfitta. Si trattava pur sempre di una sveglia per 2-0 anche se con la grande Ungheria di Puskas. Ma nella vita non si può avere tutto. La partita si disputava nell'ambito della cosiddetta "Coppa internazionale". Si trattava di una sorta di Campionato europeo con la formula del girone all'italiana disputata nell'arco di sei anni. Qui siamo all'ultima edizione della Coppa internazionale degli anni 1954-1960. Per la cronaca, la competizione fu vinta dalla Cecoslovacchia. La coppa fu un'occasione per misurare la debolezza della nostra squadra nazionale. E la partita del Nepstadion ne fu una riprova. Per circa 80 minuti la porta degli italiani fu sottoposta ad un bombardamento senza tregua. Bastarono quegli ottanta minuti di Resistenza all'Ungheria per trasformare quella squadra composta da sostituti come una squadra di grandi eroi. I fatti avrebbero dimostrato che di eroico in quella squadra c'era ben poco. Nella foto sopra potete ammirare i due capitani delle nazionali prima delle ostilità. Si tratta di Puskas e dell'italiano Sergio Cervato. Qui sotto le due reti della partita. Nel corso del match Puskas fu sottoposto ad una marcatura asfissiante. Ciò non gli impedì di trovare la strada del gol con questo magnifico colpo di testa in area di rigore (foto sotto).

Dalla seconda foto sotto si può vedere il pallone appena insaccato alle spalle del portiere Viola. Si noti il numero di persone dietro la porta pronte a scattare le foto del primo sigillo ungherese mentre il portiere guarda sconsolatissimo verso il fondo della rete.

Tre minuti dopo l'Ungheria piazza il suo secondo Gol. L'ala Toth riceve il pallone da Csibor e scarica il suo sinistro contro il povero Viola che cerca di toccare il pallone tuffandosi. I difensori no possono far altro che assistere a questa seconda realizzazione. Per concludere, l'Italia riesce anche a racimolare un'occasione da gol. Ci pensa Pivatelli a sbagliarla.

27-11-1955, Budapest (CI)
Ungheria-Italia 2-0
Reti: 80’ Puskas, 83’ Toth II
Ungheria: Farago, Buzansky, Lantos, Bozsik, Szojka, Kotasz, Toth II, S. Kocsis, Tichy, Puskas, Czibor. Ct: Sebes (sotto la foto della squadra schierata prima dell'incontro).Italia: G. Viola, Magnini, Cervato, Bearzot, R. Ferrario, Giuliano, Bassetto, Montico, Virgili, Pivatelli, Segato. Ct: Commissione tecnica della Federazione, Foni (Sotto l'11 italiano).
Arbitro: Latiscev (URSS).

Referendum: ecco il Comitato per il "No"

Voce Repubblicana, 8 maggio 2009
Intervista a Sergio D'Elia
di Lanfranco Palazzolo

Il sistema che uscirebbe fuori da questi referendum elettorali sarebbe ben peggiore di quello esistente. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Sergio D'Elia, membro del Comitato per il “No” ai referendum elettorali di Mario Segni. Ecco perché questi quesiti sono da bocciare.
Sergio D'Elia, perché avete fondato il Comitato per il “No” al referendum?
“Durante la campagna di raccolta delle firme sui referendum, non abbiamo aiutato il Comitato promotore. Ma in termini metodologici abbiamo detto che era giusto che le firme venissero raccolte. Noi siamo sempre stati referendari e quindi abbiamo sempre sostenuto la necessità di mettere chiunque nella condizione di raccogliere le firme sui referendum. Nel merito riteniamo che l'obiettivo di questo referendum è esattamente l'opposto di quello che si sono proposti gli animatori e promotori dei quesiti sui quali gli elettori si esprimeranno. Se vincessero i sostenitori del “Si”, l'esito legislativo che i referendum avrebbero non sarebbe quello del bipartitismo. Siamo convinti che questo voto rafforzerebbe il regime dei partiti, dando più forza a queste forze politiche. L'esito referendario non porterebbe ad una semplificazione politica”.
Quali sono gli equivoci di questi referendum?
“Gli elettori non hanno ancora capito se con questi referendum ci sarà il ritorno dei collegi uninominali. La realtà è ben diversa. Il referendum produrrebbe un proporzionale con il premio di maggioranza al partito che prende più voti. Nessuno averebbe la scelta di scegliere i propri candidati visto che le liste bloccate rimarrebbero. Un altro aspetto molto negativo è che alle elezioni politiche verrebbero presentati due listoni con le vecchia coalizioni che diventano un'unica lista. E in Parlamento si formerebbero nuovamente i vecchi partiti. Il sistema che uscirebbe fuori da questo voto sarebbe ben peggiore di quello esistente”.
Pensate che il Comitato per il “Sì” abbia le idee confuse? Proprio mercoledì scorso il senatore Stefano Ceccanti ha ripresentato il mattarellum.
“E' il caso di dire 'mattarellum'. E' un sistema nel quale la quota proporzionale era il premio dei collegi uninominali. Proprio questa quota proporzionale era oggetto di contrattazione politica per stabilire quanti eletti spettavano ad ogni partito. Si deve mettere in discussione il sistema politico con il Presidenzialismo e il federalismo. Questa è la riforma che gli italiani vogliono”.
Farete campagna per far disertare le urne o manderete gli italiani a votare “No”?
“Non abbiamo mai fatto campagne astensioniste. Vogliamo aprire un grande dibattito in Italia sul regime dei partiti”.
Se il suo voto fosse necessario per raggiungere il quorum ai referendum e far vincere il “Sì” andrebbe a votare?
“Sì, ci andrei senza esitare e voterei 'No'”.

Appuntamento su "Il Tempo" di domani con Achille Serra, il "poliziotto senza pistola"