sabato 20 giugno 2009

Marco Pannella e Dalida

Parigi non ride più alle spalle di Dalida
“Il Giorno”, 8 febbraio 1963
Articolo di Marco Pannella


Il fotografo ha mancato una bella foto: non era ancora pronto, mentre Dalida, improvvisamente crollava a terra, gambe all'aria, con la spalliera del divano su cui stava sedendosi. Una casa che va a pezzi, e a buona ragione, quando si pagano al fisco venti milioni e ci se ne fa estorcere, dicono, quasi quaranta dal marito abbandonato. “Restiamo qui solo per qualche giorno ancora”, mi dice la cantante italiana. “L’hotel Particulier che abbiamo comprato a Montmartre non è ancora pronto perché ha il riscaldamento all'antica e non riescono ad aggiustarlo. Poi ci sono i locatari che non se ne vanno. Sa, sono cinque piani...”, spiega. “Sobiewsky si è riservato l'ultimo?”, la interrompo. Dalida esita: “Sì...come lo sa? Come lo so? Mezza Parigi (quella dei quartieri nobili o intellettuali) ride alle sue spalle, mentre l'altra metà (quella dei suoi fans, dei quartieri popolari) la compiange. Tutti, insomma, sanno cosa le capita. L’ultimo gigolò di vaglia che Parigi vanti ancora, è toccato proprio a lei. Jean Sobiewsky, 25 anni, “pittore”, dicono i giornali, di cui non si conosce una sola tela, “attore pagatissimo di un film, “Stir-tease”, (che egli ha fatto finanziare da Dalida), nonché “arredatore” (ma della sola casa di Montmartre) dopo essersi garantito con regolare ccontratto la massima autonomia professionale, ha proposto a Dalida di mettere in giardino una gabbia, e dentro la gabbia un leone vero. La mano già pronta a firmare un ennesimo chèque si paralizza. Dalida dice che questo è troppo, che ha paura... Sobiewsky si ritira nei suoi appartamenti (ultimo piano, precisano i giornali) e, con la minaccia di abbandonarla, attende l'immancabile resa di Dalida. Rispondo evasivamente alla cantante. Attendo l'arrivo di Jean Sobiewsky, che dovrebbe giungere da un momento all'altro. Dalida ci serve del whisky, ci fa ascoltare un ritmo di bossa nova, ci fa ascoltare il suo ultimo successo( “È il canto dello sbarco nel film Il giorno più lungo; pensi un pò: il film è americano, lo sbarco è in Francia, e sono io, italiana, che lo lancio a Parigi!”); confida che si veste da Balmain (“Ma solo per gli abiti da sera. Per gli altri mi piace di più comprarli quando li vedo, per caso, mentre cammino”). Poiché Sobiewsky non arriva, prendiamo appuntamento per un altro giorno. Ma il lavoro intenso dell'uno e dell'altra non ci permetteranno di vederli assieme che dopo quasi un mese, nella nuova villa di Montmartre. Fra il salone “Rinascimento spagnolo”, la terrazza, il giardino, l'atelier di Sobiewsky, dove i due, seguendo docilmente le richieste del fotografo, si spostano, comincio a discorrere con Jean sobiewsky. Nel frattempo, i giornali hanno cambiato registro: il gigolò viene ora presentato come un bravo e timido ragazzo nelle mani della “tigre” Dalida, che sta per abbandonarlo, cogliendo l'occasione dell'imminente viaggio ad Hong Kong, dove interpreta il primo ruolo realmente impegnativo. Ne so abbastanza per valutare queste storie. (Un amico, già critico artistico di “Combat”, mi assicura che Sobiewsky, come pittore, ha del talento; e che non ha voluto finora esporre, malgrado sollecitazioni non sempre disinteressate. Solitario, riservato, era da tempo sollecitato a fare del cinema, soprattutto dalle conoscenze del cognato, Gèrard Blain, il giovane attore affermatosi come interprete di film di Chabrol. Di famiglia più che agiata, ha una formazione culturale solida: ha fatto studi di architettura, venduto una quarantina almeno di quadri a una clientela internazionale, ed è borsista della Ford Foundation...
Sobiewsky non parla molto di sé. Due argomenti gli stanno a cuore: Dalida e la pittura. chiarisce anzi subito il rapporto fra questi due aspetti della sua vita: "Se dubitassi che la vita con Dalida potesse andare a scapito della pittura, non starei con lei. E questo vale anche per il futuro. Sposarci? Perché? Non ne parliamo nemmeno...Dalida è una donna eccezionale”, continua il pittore, “e non cessa di sorprendermi. Secondo me, dovrebbe tentare (e ci riuscirebbe certamente) la carriera drammatica, la prosa...penso ad una Magnani giovane, calabrese invece che romana...qui, resta sospetta perché non sanno come classificarla e sono cose che non perdonano. “Ad esempio”, prosegue, accalorandosi, “io non mi sarei mai azzardato ad avvicinarmi a lei se fosse stata felice con suo marito. Ma Morisse, lo sanno tutti, era pieno di amanti. Per Dalida era solo un eccellente manager. E lei è una donna che non sa amare senza essere fedele...”. E lei, come gigolò come si sente?, gli chiedo.
“La macchina che guido è di Dalida; se lascio Dalida non ho più questa macchina. La luce del mio atelier, qui, è ottima; ma era buona anche quella del mio studio all'ultimo piano di una casa del XVI”, risponde. “Il cinema? Mi interessa perché voglio e devo guadagnare la mia vita, e non voglio condizionare il mio lavoro con l'assillo dei problemi finanziari”. Sobiewslcy non dice che il cinema ha bisogno in Francia di un successore di Belmondo. Si deve inventare un nuovo “divo”, per ragioni di cassetta, e si pensa molto a lanciar lui, come un “giovane Werther moderno”.