mercoledì 15 luglio 2009

Quando il Pci "fermò" Jan Palach a Bologna

Panorama,
20 settembre 1973

E il Pci disse "No" a Jan Palach
(Nella foto sopra il consigliere
comunale socialista Carlo Vietti)

Il nome da dare a una nuova scuola elementare di San Donato, un grosso quartiere periferico di Bologna, ha creato una piccola incrinatura fra socialisti e comunisti bolognesi gettando qualche ombra sull'alleanza che, salvo brevi parentesi, regge la città da 28 anni. Il nome è quello di Jan Palach, lo studente cecoslovacco che il 16 gennaio del 1969, si bruciò vivo in piazza Venceslao a Praga, per protestare contro l'invasione russa del 1968. A proporlo è stato Carlo Vietti, 30 anni, consigliere del Psi, appartenente alla corrente che fa capo all'ex-segretario Giacomo Mancini, con una lettera-interpellanza inviata venerdì 17 agosto, mentre Bologna era ancora semideserta per le vacanze, ai capigruppo dei partiti rappresentati nel Consiglio di quartiere di San Donato e al quotidiano locale il “Resto del Carlino”. Il 5 settembre, nella sua prima riunione dopo le ferie, il Consiglio si trovò davanti la proposta Vietti e subito divampò la polemica. I comunisti, che nell'organismo sono in netta maggioranza (9 contro 5 della Dc, mentre Psi, Pdup, Psdi, Pli e Msi ne hanno uno a testa), si opposero decisamente tanto più che in precedenza avevano già raggiunto un'intesa con Psi e Dc sul nome da dare alla nuova scuola: Don Minzoni.
No al suicidio.
Accusati dal “Resto del Carlino” di temere il nome di Jan Palach e dimenticando i loro commenti sul sacrificio dei bonzi vietnamiti, i comunisti hanno sostenuto che non si può esaltare la figura di una persona che si toglie la vita. “Noi non crediamo che il gesto di Jan Palach possa offrire un esempio da additare alle giovani generazioni, ha scritto “l'Unità”. Del resto non fa parte della tradizione né della concèzione della vita proprie dei comunisti, dei socialisti e dei cattolici, l'esaltazione del suicidio come forma di resistenza e di lotta”. Il Psi, messo in difficoltà dalla proposta del suo consigliere, ha cercato di barcamenarsi con un comunicato che definiva “eccessiva” la reazione del Pci e attaccava il “Resto del Carlino” denunciandone “la funzione di giornale neo-fascista al servizio dei padroni”. Carlo Vietti però, evidentemente deciso a trarre precise conseguenze potitiche dalla sua proposta, ha ampliato il suo discorso iniziale: “A Bologna”, dice, “o il Psi ha solo il 7% dei voti, meno che nel resto d'Italia, grazie a una politica errata nei confronti del Pci, del suo trionfalismo campanilistico e della sua opera di organizzazione del consenso. Bisogna invece rivedere i termini della collaborazione, creare i legami con le minoranze locali, raccogliere gli elementi del dissenso”. La maggioranza dei suoi compagni di Partito non sembra sulle sue posizioni. Nel nome di Jan Palach si corre il “rischio di fare il gioco di chi vuol dividere la classe operaia”,commenta Nazario Sauro Onofri, 45 anni, ex-partigiano, dal 1951 redattore del “l'Avanti!”.
Artificiosa.
Bologna per il momento non si è molto appassionata al dibattito “Gli appuntamenti Per le battaglie politiche future sono altri, ben pìù importanti”, ha detto a Panorama Paola Bollini, 20 anni, studentessa di medicina) anche perché ne avverte una certa artificiosità. Nel caso specifico infatti la complessa procedura per l'intitolazione delle scuole (il nome deve essere proposto dal Consiglio degli insegnanti e vagliato successivamente dal provveditore agli Studi, dal sindaco, dal prefetto e dal ministero della Pubblica istruzione) è stata completamente ignorata. In tutto il Coumune poi c'è una sola scuola che porta il nome di un personaggio straniero, una media intitolata a John Kennedy, il presidente amerícano ucciso a Dallas nel novembre 1963. Ciò nonostante la polemica, specialmente fra le file del Psí, continua. Un altro dirigente socialista, Franchino Falsetti, segretario dell’assessorato alla Pubblica istruzione del Comune, ha approvato l'iniziativa di Vietti: “Un contributo”, ha detto, “nella lotta per ricordare e sostenere i valori fondamentali dell'uomo e i suoi diritti sociali e politici oppressi dall'invasione del 1968”.