domenica 6 settembre 2009

Quando D'Alema mente

Parla Giorgio Forattini
Il Tempo, 6 settembre 2009
Di Lanfranco Palazzolo

Massimo D'Alema mente sulle querele quando era Presidente del Consiglio e la sinistra è nemica della satira. Lo pensa il disegnatore Giorgio Forattini.
Giorgio Forattini, è rimasto sorpreso che l'Ex capo del Gioverno Massimo D'Alema non si ricordi della querela nei suoi confronti per la vignetta sulla “sbianchettatura” del dossier Mitrokhin e che la giornalista del Corriere che lo ha intervistato si sia ben guardata dal ricordarglielo?
“Capisco questo atteggiamento perchè c'è sempre stata una timidezza reverente nei suoi confronti da parte dei giornalisti. D'Alema mi querelò nel 1999 per una vignetta sulla lista dei comunisti pagati dal Kgb. A quei tempi lui era il Presidente del Consiglio ed era stato l'ultimo Presidente del Consiglio, dopo dal 'rospo' in poi (Lamberto Dini), a non volerla pubblicare. Oggi D'Alema mente. Quando ha ritirato la querela nei miei confronti, nel 2001, lui non era più il capo del Governo. In quel periodo i suoi stessi compagni gli avevano fatto il vuoto intorno per questa querela per la quale andai via da 'Repubblica'”.
Perchè D'Alema ritirò la querela?
“Decise di presentarsi da quello....come si chiama?!...Michele Santoro! Era il periodo successivo allo scontro su 'Satyricon' di Daniele Luttazzi. In quella occasione D'Alema titò fuori un foglietto del mio avvocato Corso Bovio dicendo che quella che avevo fatto io era satira. E ritirò la querela”.
Perchè se ne andò da 'Repubblica'?
“Nessuno mi difese nel 1999. Tanto meno dall'Ordine dei giornalisti. In tanti anni ho ricevuto querele solo da esponenti della sinistra. Non mi ha mai difeso nessun esponente di sinistra. Quando disegnavo Craxi e lo dipingevo come un 'duce' mi telefonava Sandro Pertini per dirmi che il capo del governo di allora era antifascista. Io gli rispondevo che non pensavo che Craxi fosse fascista, ma volevo solo dipingerlo come 'duce della politica'. Sono sempre stato querelato da sinistra perché gli uomini di sinistra sono nemici della satira”.
Ai tempi di 'Repubblica' come venivano viste le sue vignette sulla sinistra e cosa le dicevano quando attaccava i leader del centrosinistra?
“Ad Eugenio Scalfari arrivavano continuamente le telefonate dei politici contro le mie vignette. I direttori dei giornali, negli anni, hanno maturato la convinzione che la satira è un rischio per le querele miliardarie dei politici. In tanti anni di pressioni, la sinistra ha ottenuto quello che voleva: si sono fatti la loro satira, la loro cultura. La televisione e dominata da loro. Io non vado mai in televisione. Ma quando ci vado sono dolori. Dopo la prima puntata della trasmissione arrivano le telefonate dei politici e io sparisco. Ricordo le telefonate di Enrico Berlinguer e io sparivo. 'Repubblica' era quasi un giornale liberale nel 1976. Poi sono arrivati questi ragazzi del '68 e il clima è diventato più difficile per me che non amavo girare per le redazioni perché il clima non era dei migliori. Le mie vignette venivano messe sotto processo e il 'Repubblica' non mi ha mai difeso come avrebbe dovuto. Ed era dovere di Ezio Mauro farlo perché erano d'accordo con Massimo D'Alema per farmi fuori”.
Qual è il risarcimento più grande che le è stato chiesto?
“Quando mi ha querelato Ciriaco De Mita chiedendo 5 miliardi di lire di risarcimento solo perché lo avevo accostato a Calisto Tanzi. 'Questo' [De Mita, ndr] mi ha chiesto tutti quei soldi per quelle vignette. Per non parlare delle minacce di Romano Prodi che mi diceva: 'Sono indignato'. Questa situazione ha creato una situazione di autocensura nella satira verso la sinistra. Ma se attacchi Silvio Berlusconi diventi un eroe....”.

Meglio non sputare sentenze

Intervista a Domenico Mennitti
Voce Repubblicana del 5 settembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Non voglio sputare sentenze sulle dimissioni di Dino Boffo. La sua è una scelta personale che non voglio commentare. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il fondatore di “Ideazione” e sindaco di Brindisi Domenico Mennitti.
Onorevole Mennitti, cosa pensa delle dimissioni di Dino Boffo e dello scontro di queste settimane?
“Le dimissioni del direttore di ‘Avvenire’ sono un gesto personale. Ognuno interpreta il suo ruolo nella maniera propria e decide se sia opportuno restare al centro della polemica o se fare un passo indietro. Accetto le decisioni da chi decide di assumerle. Non mi pare che in questo momento sia il caso di mettersi a sputare sentenze su un gesto che merita rispetto”.
Teme che questo clima politico si incattivirà oppure pensa che da adesso in poi la situazione si calmerà?
“Su quello che sta accadendo non c’è dubbio che oggi ci troviamo di fronte ad un imbarbarimento della battaglia politica. I giornali sono diventati lo strumento di questo imbarbarimento. La libertà di stampa deve essere difesa, ma deve essere difesa la libertà e la verità, che molte volte viene strumentalizzata. L’obiettivo di certi attacchi è una persona, un partito che viene considerato l’obiettivo da abbattere”.
Questa vicenda ci insegna che questi attacchi non servono perché diventano un boomerang politico? Lo abbiamo visto nella sua regione cosa è accaduto. Un attacco contro Berlusconi si è trasformato in uno scandalo per la giunta regionale pugliese guidata da Nichi Vendola.
“La crisi della politica continua. Quando la politica si esprime male, questa cattiva esibizione non è mai il frutto di una sola parte politica. Oggi ci troviamo di fronte ad un problema generale che coinvolge tutti e tutte le parti in causa. Quando si passa ad un sistema bipolare, ad un sistema bipartititico c’è un’accentuazione dell’individuazione personale dell’obiettivo politico. C’è la tentazione di colpire l’avversario politico per farlo cadere. Tutto questo ha bisogno di essere governato da una capacità di conservare alla politica il ruolo che svolge. E invece qui non accade nulla. Le situazioni degenerano da una parte e dall’altra. Il diritto di dire la verità viene utilizzato nel modo peggiore attraverso attacchi personali. Il convincimento di questa strategia è che per vincere bisogna distruggere l’avversario”.
I rapporti tra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la Chiesa cattolica come istituzione riprenderanno come prima dopo le dimissioni del direttore di “Avvenire” Dino Boffo?
“La Chiesa cattolica sa vivere e interpretare i momenti per superarli. Il rapporto tra la Chiesa e il governo italiano deve essere intenso. Spero che questo rapporto si ricomponga senza che si scenda in momenti di aggressione visto che certi episodi lasciano sempre il segno”.