giovedì 1 ottobre 2009

Bananarama Robert De Niro's Waiting

Non serve un Santoro di centrodestra

Intervista a Marco Taradash
Il Tempo, 1 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Non c'è bisogno di un Santoro di centrodestra. Lo ha detto l'ex parlamentare della Cdl Marco Taradash, che in passato ha condotto «La zona rossa» su Retequattro e «Iceberg» su Telelombardia.
Marco Taradash come giudica le polemiche su «Annozero»?
«Trovo tutte queste polemiche molto noiose. Anno dopo anno ci sono discussioni sulle trasmissioni condotte da Michele Santoro. Lui fa un programma volto esclusivamente alla polemica e al martirio. C'è chi abbocca e lo fa martire. Ho visto che Berlusconi ha detto l'unica cosa saggia, cioè che trasmissioni come "Annozero" portano voti al centrodestra. Questo non so dirlo. Ma sono certo che non tolgono voti alle forze della maggioranza. La più danneggiata da questa situazione è un'opposizione che mira a fare un'opposizione politica e non quella moralistisca.La Rai deve scegliere se vuole Santoro o non lo vuole. Una volta fatta questa scelta legittima credo che non sia giusto fare questo tipo di programma».
Corrado Formigli, inviato della trasmissione dice che il problema è aggiungere nuove voci, non toglierle.
«Non credo che la necessità sia questa. Se ciò significa aggiungere faziosità ad altre faziosità credo che questo sia un errore. Sarebbe come dire che se l'arbitro non fischia il rigore io sono autorizzato a commettere un fallo altrettanto grave. Non è il metodo da seguire. Se questo significa aprire la Rai a voci diverse, non faziose, che abbiano come obiettivo l'informazione, il rapporto diretto con l'ascolto invece che il rapporto indiretto con l'opposizione politica, sarei contento. Significherebbe fare una piccola rivoluzione culturale. E riportare la Rai al servizio pubblico».
E il Santoro di destra?
«Non c'è bisogno di un Santoro di centrodestra per controbattere a quello di sinistra. Sono due tipi di trasmissione censurabili e incompatibili con qualsiasi genere di servizio pubblico che, mi domando ancora, se dopo tanti anni abbia ancora un senso. Lo spettatore di centrosinistra ha in mente un modello di televisione che gli fornisca una verità, una bandiera sulla quale combattere. Solo Giuliano Ferrara ha saputo fare una televisione alternativa, quando ha scelto di fare un tv di nicchia».
Come spiega il mancato successo di altri giornalisti che si sono cimentati su trasmissioni di politica? Bruno Vespa è l'unico modello?
«Ci vuole tempo e fiducia. Chi fa queste trasmissioni deve dare per scontato che questo tipo di ascolto deve essere conquistato. Era chiaro che ci voleva del tempo e il sostegno della pubblicità all'interno delle reti. Su determinate tv un film potrebbe riscuotere maggiore successo. Nelle reti dove la trasmissione di informazione è attesa bisogna sperimentare un nuovo modello. Ma non quello che vorrebbero i faziosi. La Rai di oggi è restia nel fare investimenti commerciali e non vuole nemmeno sperimentare».
È giusto un giornalismo che Formigli definisce contro il potere?
«Non ha senso quel tipo di giornalismo. Il buon giornalismo è quello che ricerca la verità dei fatti e ne offre una interpretazione aperta senza dire bugie».

Cavour e il separatismo americano

Voce Repubblicana del 1 ottobre 2009
Intervista a Paolo Pertici
di Lanfranco Palazzolo

Cavour era un uomo che guardava al separatismo americano cercando di adattare quel sistema al modello europeo. Lo ha detto alla “Voce” Paolo Pertici, autore di “Chiesa e Stato in Italia”, edito da “Il Mulino”, volume che raccoglie gli atti parlamentari dei dibattiti sui rapporti tra Stato e Chiesa in Italia.
Professor Pertici, come è nata l’idea di questo volume?
“Il libro è nato all’interno di una collana de ‘Il Mulino’ che si chiama ‘Dibattiti storici in Parlamento’. In questa collana sono già usciti due volumi. Il mio è il terzo. Il primo volume, curato da Gaetano Quagliariello, riguarda la legge elettorale del 1953. Il secondo volume ha riguardato la prima legge sulla tutela del patrimonio artistico del 1909, curata dal sindaco di Forlì Roberto Balzani. Il volume sulla Chiesa e lo Stato era stato affidato al prof. Margiotta Broglio, il quale ha dovuto rinunciare. A quel punto sono subentrato io cambiando il progetto del professor Margiotta Broglio. Ho scelto di concentrare la mia analisi sui rapporti tra lo Stato Italiano e la Chiesa cattolica, anticipando la trattazione alla prima guerra mondiale. Il mio studio finisce nel 1984, anno della revisione del Concordato del 1984”.
Nel Cd allegato al volume ci sono i testi dei dibattiti parlamentari dal 1921 al 1984. Perché ha deciso di non pubblicare i dibattiti su Roma Capitale e quelli sulla legge delle guarentigie?
“Noi prevedevamo un volume solo novecentesco. La colpa, in parte, è anche mia perché il mio saggio arriva fino a 600 pagine. E quindi abbiamo dovuto ridurre, per la parte a stampa, la documentazione degli interventi parlamentari. Ripercorrere quei dibattiti parlamentari avrebbe richiesto un altro volume di studio. La mia tesi è che la Grande guerra ha introdotto una novità nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Questa è stata la ragione che mi ha portato a far partire il mio studio da quel periodo. Anche se nel volume c’è anche un ampio saggio sui rapporti tra il Regno d’Italia e la Chiesa”.
Per alcuni studiosi il presidente del Consiglio Cavour è apparso come un grande idealista nei rapporti tra Stato e Chiesa. Mentre altri storici hanno parlato di lui come di un uomo molto realista che trattava la Chiesa come un “ramo secco” da tagliare.
“In Cavour c’erano entrambi questi aspetti. Il suo atteggiamento è molto complesso e non fu lo stesso per tutta la vita. Cavour si era formato negli anni della Restaurazione, quando si guardava alla Chiesa come un elemento di incivilimento. E lo fece guardando al modello separatista americano. Ma lo fece trasferendo questo esempio al modello europeo di allora cercando di limitare il potere temporale della Chiesa cattolica nel tentativo di giungere ad un accordo con lo Stato pontificio per arginare il suo potere politico”.
Intervista a Michele Bagella
Voce Repubblicana del 1 ottobre 2009
di Lanfranco Palazzolo
(A destra un veduta di Pittsburgh)
La del sistema economico finanziario è scongiurata, ma stiamo ancora scontando le conseguenze di questa crisi. Lo ha detto alla “Voce” il professor Michele Bagella, Preside della facoltà di Economia e Commercio all’Università Tor Vergata di Roma.
Professor Bagella, quali sono le sue valutazioni dopo il vertice del G20 a Pittsburgh. Crede che i grandi siano convinti che il peggio della recessione e della crisi economico e finanziaria sia alle spalle?
“Il G20 è convinto di una ripresa dell’economia mondiale nel prossimo anno. Nelle parole di vari leader e dello stesso Presidente degli Stati Uniti Barack Obama c’è stato un richiamo nella necessità di non abbassare l guardia sia dal punto degli stimoli che sono stati annunciati. L’Europa non ha ancora realizzato il piano di rilancio delle costruzione delle infrastrutture. Questo progetto è rimasto sulla carta sia per le nuove regole da varare a livello internazionale per un migliore controllo delle attività dei mercati finanziari”.
Proprio su questo ultimo punto molti economisti si sono lamentati e hanno detto che si è fatto poco per regolare il mercato finanziario, che resta ancora troppo “libero”. Molti hanno parlato di delusione perché dal vertice di Pittsburgh non è giunto nessuna proposta precisa.
“Questo è uno dei dati su cui riflettere. Anche io avevo fiducia che si potesse fare qualche passo in avanti rispetto a quanto era stato annunciato in varie occasioni precedenti. Mi pare che la materia in questione sia particolarmente sensibile. Il problema è che non si riesce a trovare un accordo che possa andare bene a tutti. Gli europei vorrebbero che gli americani varassero un piano che lo stesso Presidente Obama ha più volte annunciato che prevede un maggiore controllo del sistema finanziario. Evidentemente gli americani hanno qualche problema a varare delle misure che sono in controtendenza rispetto al passato. Basti pensare alla 5 linee di azione della nuova amministrazione democratica della Casa Bianca. Questo piano si richiama alla tutela dei consumatori finanziari, al controllo del mercato dei derivati. In una delle proposte di Obama si parla anche di un fondo per fare fronte ad eventuali crisi sistemiche. E’ un panorama che propone una regolazione dei mercati. Non è proprio la linea che è stata seguita dai mercati negli ultimi anni”.
Pensa che Stati Uniti e Gran Bretagna restino gli anelli deboli di questa catena e possano essere ancora fonte di crisi finanziarie?
“La crisi che abbiamo visto in questi anni è nata soprattutto in questi paesi. Però, pensare che il mercato americano ed inglese siano permanentemente a rischio non è vero. Credo che quello che è stato detto nell’ambito del “Financial stability forum” (FSF) sia giusto: ci vuole una nuova regolamentazione cogente su questi nuovi prodotti finanziari. Ma questo non significa che il mercato inglese e quello americano non hanno più quel ruolo che avevano in passato. Si tratta di fare in modo che questo ruolo svolto da questi paesi, nel nuovo quadro internazionale, sempre più integrato, sia svolto con nuove regole che siano coerenti con l’evoluzione degli ultimi anni. Non si possono avere delle legislazioni nazionali ed un mercato internazionale aperto di un mercato libero e aperto, dove ci sono paesi nei quali si può agire senza regole”.
Cosa pensa del nuovo ruolo di strategia economica che si è dato il G20 e di quello politico che è stato assegnato al G8? Crede in questa suddivisione ed è coerente con i ruoli dei paesi che sono chiamati a queste scelte nei due organi?
“Vedo questa suddivisione solo come una via di transizione. E’ un momento di transizione. Non c’è dubbio che il mondo sia profondamente cambiato, che l’economia mondiale è profondamente cambiata. E non c’è dubbio che ci siano in campo nuovi attori come la Cina, l’India e il Brasile, per ricordare quelli più grandi, sono paesi ai quali si chiede di darsi delle politiche economiche per far riprendere l’economia mondiale. Alla Cina si chiede di consumare di più in modo da compensare le esportazioni in meno che ci saranno negli Stati Uniti. La riunione di Pittsburgh ha preso atto che questo cambiamento porterà al cambiamento degli equilibri economici nel Mondo. Si pensa che il G20 sia la sede adatta per prendere le decisioni importanti a livello economico. Ma il G8 resta in piedi perché si pensa che questo sia ancora un comitato di attuazione delle linee generali che saranno proposte dal G20. Il Presidente Obama voleva cambiare anche il numero dei rappresentati all’interno del FMI per dare spazio maggiore ai paesi emergenti e meno spazio all’Europa”.
Nel G20 si è parlato anche di occupazione. Nessuno dei paesi che annuncia la ripresa ha contato una ripresa dell’occupazione. Dobbiamo preoccuparci di queste tendenze che non mutano?
“Se parliamo dello scongiurato pericolo di una crisi sistemica dell’economia possiamo dirci d’accordo. Ma le conseguenze di questa crisi non sono state ancora superate. Il fatto che negli Stati Uniti ci siano tassi di disoccupazione che raggiungono livelli del 9 per cento. La stessa percentuale la troviamo anche in Europa. Qualche anno fa queste percentuali erano alla metà. La ripresa dipende o dipenderà in gran parte da come si comporteranno le economie con maggiore capacità di consumo. Siccome si spera che gli Stati Uniti siano una di queste economie, si spera che possano trovare una strada di equilibrio macroeconomico. In modo tale che il loro livello di consumi sia compatibile con la loro produzione di ricchezza. I consumi non possono essere stimolati con il debito, come era stato fatto fino a ieri. Se noi pensiamo a tutto questo, non c’è dubbio che la prospettiva di ripresa dell’occupazione è legata ad una prospettiva macroeconomica molto legata alle piccole e medie imprese, ai settori che hanno una diffusione vasta sull’economia. Sarà li che si vedrà, quando verranno ristabilite le condizioni di fiducia nei mercati, che si vedranno i primi risultati. Tutto dipende anche dal settore del credito. In questo periodo le banche hanno bisogno di ricapitalizzarsi. E quindi ci vorrà del tempo prima che questo avvenga. Prima di recuperare i livelli di occupazione di qualche anno fa ci vorrà del tempo”.
Cosa pensa delle polemiche sui bonus ai manager delle banche? In Francia il tema ha suscitato grandi polemiche.
“Non credo che sia questa la questione che risolve la crisi finanziaria in atto. Capisco che questo sia un segnale nella direzione giusta per rimettere moralità in un settore economico, come quello finanziario, che in passato era piuttosto sregolato”.
Crede nella “Green finance”? Pensa che questo tipo di strategia possa dare frutti nel futuro?
“Io me lo auguro. Il mondo sta cambiando sotto tanti aspetti. Basta pensare a cosa ha significato l’introduzione di Internet o lo sviluppo del sistema satellitare dei cellulari. Sull’‘Economist’ c’era una articolo che spiegava come paesi lontani fossero raggiungibili facilmente a costi più bassi del passato. Anche nel campo dell’energia dobbiamo differenziare le nostre fonti cercando di evitare di trovarci di fronte ad una situazione difficile. Per me, la ‘Green finance’ è una grande sfida. Si può fare finanza cercando di salvaguardare i principi etici dell’economia”.