sabato 24 ottobre 2009

Il vero Pd è quello del Lingotto

Voce Repubblicana del 24 ottobre 2009
Intervista a Roberto Giachetti
di Lanfranco Palazzolo

Credo nel Pd del Lingotto. Mi sono battuto sempre per questo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Roberto Giachetti del Partito democratico.
Onorevole Giachetti, il dibattito delle elezioni primarie è stato positivo per il Partito democratico?
“Credo che la campagna per gli iscritti e le successive elezioni primarie potevano essere meno pesanti, meno ‘hard’ tra i candidati. Credo che per i candidati sarebbe stato meglio rivolgersi al paese. Questo è stato un limite della ‘campagna elettorale’ che si concluderà il 25 ottobre. Sono comunque convinto che le primarie siano un grande fatto democratico di ui bisogna avere rispetto. Siamo l’unico partito che ha il coraggio di rivolgersi all’elettorato italiano e non solo agli iscritti. Questo è un grande percorso democratico che darà il senso di un partito vero”.
Ignazio Marino ha accusato il Pd di correntismo.
“Queste accuse mi fanno sorridere. La mozione Marino è appoggiata dagli uomini che sono stati i capostipiti del correntismo nel Pd. Mi riferisco ad esempio a Goffredo Bettini che è sempre stato un uomo di potere, un capobastone in tutte le occasioni in cui ha fatto politica. Inoltre, in quella mozione ci sono altri uomini come Meta che hanno queste caratteristiche. Visto che Marino è un cattolico gli consiglio di riflettere – io non lo faccio da laico – sulla frase: ‘Chi è senza peccato scagli la prima pietra’. Sarebbe più importante che Marino si occupasse delle questioni politiche senza dare lezioni di pulizia visto che certe differenze non ci sono tra la sua e le altre correnti”.
Chi sosterrà alle elezioni primarie?
“Dario Franceschini perché è il candidato che si richiama di più alle idee del Lingotto. Quello è il Partito democratico per il quale mi sono sempre battuto, con 45 giorni di sciopero della fame, e che ho sempre voluto. Detto questo penso che i tre candidati alla segreteria siano persone per bene. Ho anche una grande stima di Pierluigi Bersani. Credo che il segretario che esce da questa competizione sia forte perché avrà un riconoscimento politico vero”.
Le voci di una possibile scissione sono un capitolo di fantapolitica o ci sarà qualcuno che abbandonerà il partito individualmente nei prossimi mesi?
“Nella storia dei partiti politici italiani le scissioni non sono mai fantapolitica. Questo è un tema che è sempre all’ordine del giorno nella politica italiana. Mi auguro che questa situazione non si verifichi nel Pd e ce il prossimo segretario sappia tenere tutti uniti attraverso la via maestra della politica”.
Gli iscritti della sinistra ideologica andranno a votare per Bersani per ritornare all’Ulivo?
“Non credo che questo avverrà. La democrazia dei partiti ha degli anticorpi. Le persone che andranno a votare sono convinte della validità delle nostre idee”.

Come deve cambiare la sinistra

Dibattito su "A destra tutta" -Prossimamente sulla "Voce Repubblicana"
Ieri si è svolto alla "Voce" questo dibattito che ho dovuto sbobinare per il mio giornale. Lo pubblico qui per la gioia dei miei amici. Buona lettura.

Giovedì 22 ottobre si è svolto a Roma, presso la sede nazionale del Pri, un dibattito organizzato dalla Voce Repubblicana sul saggio di Biagio De Giovanni dal titolo “A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?” (Marsilio). All'incontro, moderato dal Condirettore della “Voce Repubblicana” Italico Santoro hanno partecipato Luigi Compagna (Senatore Pdl), Stefano Folli (editorialista de "Il Sole 24 Ore")e Daniele Garrone (Decano Facoltà valdese teologia). Ecco quali sono state le loro riflessioni su “dove si è persa la sinistra”.
Italico Santoro: “Diamo inizio a questo furum della 'Voce Repubblicana' sul libro di Biagio De Giovanni dal titolo 'A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?'. Come annota l'autore, il libro è stato scritto da un'apolide della politica, da un intellettuale che si considera un uomo di sinistra, ma al di fuori degli schemi precostituiti. Si tratta di un'analisi a tutto campo che tende a prefigurare una diversa prefigurazione dei fenomeni in atto nello scenario mondiale. E soprattutto un'interpretazione diversa e quasi da contrappunto rispetto alla paura e alla speranza di Giulio Tremonti. Per iniziare il forum, passo subito la parola al senatore Luigi Compagna”.
Luigi Compagna: “A me non sembra che Biagio De Giovanni abbia voluto dedicare queste pagine al tema che emerge dal titolo: 'A destra tutta. Dove si è persa la sinistra', né che voglia rivendicare per se una tribuna di osservatore dalla parte della sinistra, ma di una sinistra al di fuori degli schemi precostituiti. A me sembra tutto il contrario. Biagio de Giovanni ha attraversato gran parte della storia della Repubblica nell'ambito di certi schemi. Lo ha fatto con vivacità ed intelligenza. L'autore non si ritrova più nei nuovi schemi di un 'sinistrismo' praticato e predicato come antiberlusconismo e giustizialismo e via dicendo. De Giovanni ricorre alla definizione di se stesso come di 'apolide della sinistra'. Questa definizione è molto amara. Credo che De Giovanni conosca molto bene il significato della parola apolide che fu utilizzato da Hanna Arendt nelle sue “Analisi del totalitarismo”. In quel libro, proprio partendo dalla concezione degli apolidi, l'autrice si scagliava in un'invettiva democraticistica contro Rousseau, contro gli 'Human Rights' in nome della più dell'antica tradizione liberale. Ci sono polemiche e polemiche su Edmund Burke contro la Rivoluzione francese. Hanna Arendt dice che il dramma degli apolidi ha rappresentato l'incubazione del totalitarismo. Perchè l'apolide è l'essere umano nudo. Ad un certo punto c'è una pagina bellissima nella quale è scritto: “Ma cosa me ne faccio degli 'Human Rights' quando mi si nega il diritto ad avere diritti?!”. Da questo punto di vista credo che – al di la della suggestione di questa tribuna di De Giovanni - dobbiamo raffreddare i sentimenti e gli argomenti e cercare di valutare ed apprezzare il libro di Biagio De Giovanni fuori da questi schemi precostituiti: la destra, la sinistra, il centro. Questo è un libro sulla vicenda italiana dell'ultimo quindicennio con molti richiami alla situazione internazionale. Il libro ha la singolarità di essere un libro di politica. Abbiamo letto tanti libri di politologia e non di politica. Biagio De Giovanni va fuori dagli schemi. E' inutile ribadire quanto siano labili gli schemi di destra e sinistra. La grande destra storica che amavano tanto Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini nasce dal centrosinistra, dal 'connubio', da Cavour, da Rattazzi. E allora basterebbe questo per non incartarci in queste categorie su dove si è persa la sinistra. L'analisi dell'autore parte dall'ambizione di cercare dove si è perduta la nazione, la tradizione, la Costituzione. Si tratta di tre concetti che si legano insieme come il Burke della Arendt evocato nel suo libro. Il libro di De Giovanni ha una parte molto importante dedicata alla dissoluzione della cosiddetta questione meridionale. L'autore è appartenuto al meridionalismo del mondo gramsciano: 'Cronache Meridionali', avversario irriducibile nel merito del meridionalismo democratico di 'Nord e Sud'. L'analisi sul leghismo di De Giovanni è penetrante e giusta, la critica alla sinistra con la quale questa ha guardato al leghismo è importante per cogliere l'atteggiamento di De Giovanni. Ma in questa analisi manca qualche cosa. Ma in questo libro manca il termine 'a quo' della dissoluzione della questione meridionale e delle implicazioni su nazione, tradizione e costituzione che gli attribuisce De Giovanni nella prima parte del libro. Il leghismo è un fenomeno importante. Ma non lo anticipiamo troppo! La dissoluzione della questione meridionale come grande questione nazionale è precedente. E' la nascita delle regioni, siamo nel 1970, segna la fine di quel riferimento. Nel 1993, ho avuto la fortuna di ascoltare la dichiarazione di voto di Gerardo Chiaromonte sulla fine dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno alla vigilia del referendum contro la Cassa del Mezzogiorno. L'anno prima la Lega aveva ottenuto 80 parlamentari nei due rami delle Camere. Un referendum di quel genere avrebbe sfasciato tutto. Chiaromonte, dai banchi del Pds, fece la storia dell'anti intervento straordinario della tradizione togliattiana, ma diceva una verità che faceva fatica ad emergere. Chiaromonte diceva che la 'Questione meridionale', quando si fanno 21 regioni in quel modo, perde diritto di cittadinanza nella politica nazionale. De Giovanni non arriva a questo tipo di considerazione. De Giovanni rivisita un dibattito politico fatto di banalità e di frasi fatte di sciocchezze. Il federalismo fiscale sul quale l'Italia è costretta ad approdare per correggere i vizi del regionalismo viene celebrato in continuità con l'istituzione delle regioni. Qualche giorno fa parlavamo con Rocco Buttiglione e Giorgio La Malfa parlavamo dei laender tedeschi e della Germania. Qualcuno aveva paragonato i laender alle regioni italiani. Ma un tedesco si era offeso spiegando che il paragone era improponibile. Noi non abbiamo fatto le regioni come chiedeva la Costituzione, ma le abbiamo concepite come un grande comune con il criterio della gestione e con la mentalità del peggiore lobbismo. Negli anni della ricostruzione di De Giovanni abbiamo fatto questo presidenzialismo alla vaccinara. In un circuito molto ristretto abbiamo il vertice dell'esecutivo direttamente eletto dai cittadini. Rispetto all'interrogativo che ci si poneva all'inizio del percorso del sentiero delle riforme costituzionali, di politica costituzionale, che comincia con il secondo governo Spadolini (1982), noi abbiamo realizzato le riforme sui 'piani bassi' del sistema. Abbiamo una partitocrazia non più nazionale, ma territoriale in cui gli elementi di contiguità con la delinquenza e gli elementi con il peggiore lobbismo sono quelli che sono. E' una vicenda degli ultimi 10 anni. La riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra aveva come motivazione unica una motivazione dettata dalla necessità di fare una rappresaglia contro il leghismo perché quest'ultimo non sembrava più disposto ad essere una costola della sinistra. Prima di arrivare a questo c'erano le leggi Bassanini che erano un'aggressione alla Costituzione. A quelle leggi si era arrivati con l'acclamazione di Vittorio Feltri e di Indro Montanelli. Quest'ultimo non si rende conto che diventano strutture di Governo quelle degli enti locali. Oggi non si può considerare la l'ente regione il perno di tutto. Se posso concludere qui, posso dire che De Giovanni fa bene a percorrere antiparlamentarismo e giustizialismo. Ma non facciamone questione di destra e di sinistra. Oggi sono rubricato come parlamentare di destra – questo non mi importa - ieri ero un parlamentare di centro e prima ancora di sinistra democratica. Questo libro mi è piaciuto molto perché al di la della tradizione nazione-costituzione che è addebitata come svanita nella sinistra, mi sento sulla sua lunghezza d'onda. Mi fermo qui”.
Stefano Folli: “Ho trovato molto bello il libro di Biagio De Giovanni. E' un libro che ne contiene molti altri perché ci sono molti rimandi che permettono di immaginare infinite riflessioni. Questo è un libro politico che pone la centralità dell'analisi politica al centro in un momento in cui si è persa l'analisi politica in derive di altro genere. De Giovanni ripropone questa come priorità citando Benedetto Croce e Niccolò Machiavelli. E lo fa per portare la sinistra a considerare la priorità dell'analisi politica per costruire una prospettiva che abbia un senso. Non tutti lo fanno. Italico Santoro diceva che questo è un libro che fa da contrappunto alle tesi espresse dal ministro dell'economia Giulio Tremonti. Questo libro non è stato certo pensato per questo scopo. Tremonti è una testa pensante nel centrodestra, che prova a proporre una critica alla globalizzazione e che si richiama alla tradizione. Lo fa per costruire una prospettiva per il centrodestra anche per il dopo-Berlusconi. Nel libro di De Giovanni mi hanno colpito molte cose. Ne citerò solo due. Nella prima annotazione che ho fatto De Giovanni sottolinea che nella sinistra italiana si è sbagliato nell'approccio al cosiddetto fenomeno Berlusconi. Dopo 15 anni di egemonia del berlusconismo non si può continuare a parlare di anomali e non si può continuare a parlare di Berlscuni come 'illegalità'. La sinistra non ha capito la chiave utilizzata da Berlusconi per capire il paese. Naturalmente il mio riferimento è alla sinistra moderata e non a quella massimalista ed ideologica messa fuori gioco dall'iniziativa del segretario del Pd Walter Veltroni nel 2008. Inoltre, la sinistra ha mancato l'appuntamento con la modernizzazione del paese. E questo spiega perchè ha lasciato campo libero a Berlusconi, il quale è – a sua volta – un personaggio che non ha saputo modernizzare il paese. Ha annunciato la modernizzazione del paese, l'ha predicata, ma non l'ha attuata. La sinistra ha mancato questo appuntamento. E il libro parla di questo. Giustamente, De Giovanni spiega che i migliori anni della nostra vita sono stati quelli in cui la cultura cattolica è entrata in contatto con la parte più moderna e più viva del nostro paese, in cui è entrata in contatto con la cultura laica del nostro paese. Queste sono state le stagioni più interessanti della nostra democrazia. De Giovanni annota che la cultura cattolica è cangiante in base alle alleanze. Quando le alleanze sono state virtuose abbiamo avuto un buon livello di riformismo. Quando ha prevalso la sinistra cattolica nel suo incontro con il comunismo le corporazioni si sono date la mano e c'è stato un sostanziale immobilismo. Il corporativismo è sempre andato a braccetto con un certo populismo. Che, con il passare degli anni, diventa quello che poi è diventato il limite del centrosinistra: il moralismo, la banalizzazione di certi temi, la 'fine del novecento'. Questo è l'aspetto populistico dal quale è nato il Pd secondo De Giovanni. La sinistra cattolica e il comunismo non sono state la modernizzazione, ma sono state un impasto di corporativismo e populismo. Questo è un elemento che ha appesantito le ali del Pd. Lo vediamo con queste elezioni primarie, le quali sono inficiate da un'assenza di dibattito. Sono in pochi ad aver capito questa contrapposizione tra i due principali contendenti del Pd. Come se non avessero voluto fare i conti con il loro passato. Con le primarie si elegge un segretario di partito e non il candidato alla Premiership in vista dell'imminenza del voto. Questo è un ragionamento estremamente debole. Il libro di De Giovanni è un invito a fare dei conti con tante sciatterie con le quali non si sono fatti i conti. Il Pd non sa parlare al paese perché non lo capisce e non ha idee originali. Fare i conti con il paese significa fare i conti con la storicità del paese. Forse è proprio da qui che si deve ripartire per fare i conti con la modernizzazione del Paese che si richiami al dopoguerra, alle grandi alleanze del nostro paese. Compagna diceva che De Giovanni non denuncia i mali del regionalismo fatto male. Sono d'accordo con questa tesi. De Giovanni parte dell'oggi e della forza dello Stato. Il localismo della lega e il populismo di Tremonti sono i punti ai quali la sinistra deve guardare per proporre qualcosa di diverso come partito dello Stato per stare dentro i processi della modernizzazione. Questo è il compito della sinistra, che deve pensare ad un assetto decentrato che non sia un fattore di inquinamento della nostra vita civile e di moltiplicazione della spesa. Su questo la sinistra dovrebbe qualificarsi e darsi un ruolo e una capacità di indirizzo. Il terreno su cui agire è questo per trovare una nuova via di comunicazione con il Paese”.
Daniele Garrone: “Anche a me il libro è piaciuto molto. Sono in imbarazzo perché non sono parlamentare e non sono giornalista. Ho pensato di rappresentare la voce del cittadino che si trova d'accordo con questo libro. Di questo libro mi ha colpito la definizione di 'apolide della sinistra'. Da un apolide ci si aspetta di non partecipare alla vita politica e guardare quello che accade. Mentre il libro che ho letto è quello di un cittadino che assiste a quello che accade nella politica. De Giovanni non rinuncia alla costruzione di una nuova sinistra. Il riconoscimento della una mancanza di cittadinanza significa che De Giovanni intravede un percorso da fare. In questo libro non vedo alcuna rassegnazione, ma intravedo la possibilità di un futuro per la sinistra. Anche io come protestante e anche molti liberali italiani si sono sentiti apolidi soprattutto nel Risorgimento italiano perché i nostri riferimenti erano britannici e non avevano alcun collegamento con l'Italia. Ci sentivamo come in una realtà senza identità. Si potrebbe discutere su questo o su quell'aspetto del libro. Mi sono ritrovato nelle parti in cui l'autore ha criticato la sinistra. Forse non mi ritrovo nelle sue definizioni e nella sua lettura del berlusconismo. Sul rapporto tra il berlusconismo e la cultura liberale italiana sarei molto più critico. Ma questo fa parte della logica di chi vuole prendere sul serio l'avversario nella sua concretezza. Per noi che veniamo dalla sinistra, la parte illuminante è quella relative alla critica alla sinistra, in particolare la questione della laicità e del condizionamento del Vaticano. Molti considerano quella della laicità come una questione settoriale. Per me è uno dei nodi della vita politica italiana. Una componente negativa per il Pd è la componente cattolica. La Cei e il Vaticano non considerano questa corrente organizzata nel Partito democratico. Il successo del Pd non passa attraverso quella corrente. De Giovanni parla di una politica laica. Questa estate ho avuto occasione di seguire costantemente le vicende politiche italiane attraverso i telegiornali. Ogni sera ero costretto a vedere un telegiornale nel quale ero costretto ad assistere al sermone del segretario del Pd Dario Franceschini contro Silvio Berlusconi. Io sono uno di quei cittadini che voterebbe per un determinato partito e vorrebbe pagare le tasse per sostenere il sistema della sanità pubblica. Non lo faccio per ragioni politico, ma per motivi cristiani. Il problema è che la politica dovrebbe dirci qual è la strada per risolvere certi problemi e farci capire dove c'è qualcosa che non funziona. Incontro molti cattolici e ho l'impressione che il libro di De Giovanni è sulla lunghezza d'onda della maggior parte dei cittadini italiani con i quali parlo, che si appassionano sulle questioni veri. Mi chiedo se non sia possibile tentare qualcosa di nuovo. Da questo Pd non verrà fuori nulla. Il berlusconismo non è un fatto passeggero. Se partiamo da questi temi possiamo partire dal basso per affrontare una nuova politica. Un ultima considerazione, non possiamo considerare finite la modernità e il novecento. La partita non è chiusa. Per questo non possiamo voltare pagina con grande disinvoltura”.
Luigi Compagna: “Continuo a pensare che il libro sia molto bello e non rimanga insecchito nella polemica tra destra e sinistra. Il libro si rivolge al mondo confluito nel Pd. E ci spiega come questo partito non sappia parlare al paese e continua a predicare nuovi e vecchi pregiudizi. Proviamo a fare una sintesi. La sinistra sbaglia il suo approccio al berlusconismo perché lo tira fuori dall'armadio di una certa sinistra – alla quale De Giovanni non appartiene –, la quale pratica la ferocia e la stupidità dell'anticraxismo. Lo abbiamo visto alla vigilia delle elezioni europee del 1984 dopo la morte di Enrico Berlinguer. Al funerale partecipa Bettino Craxi che viene duramente contestato. Nel 2000 muore Bettino Craxi il presidente del Consiglio Massimo D'Alema parla di funerali di Stato. Il dott. Borrelli risponde che non sono possibili perché l'Italia ha chiesto l'estradizione per quel 'delinquente matricolato' di Craxi. Alla fine nemmeno lo stesso D'Alema partecipa e ci manda il ministro degli Esteri Lamberto Dini, dando pienamente ragione ai paradossi giuridici che Borrelli aveva fatto valere. De Giovanni non è mai stato un craxiano, ma ha sempre cercato di capire questa storia politica al contrario di quello che successo alla sinistra. Ecco perché la sinistra non ha saputo essere moderna, e non ha rappresentato il partito dello Stato, ma si è candidata alla nascita dello Stato etico. In questo ping-pong tra Corte Costituzionale e parlamento nasce perché un gruppo di 'squadristi', protestando, impose alla Camera di seppellire il testo che i senatori avevano inviato a Montecitorio che conteneva un importante istituto di garanzie. Questo non viene discusso. Viene cancellata l'immunità parlamentare. Se la sinistra, per ragioni di conformismo totalitario, assorbe tutte le voci critiche non si può pretendere che la sinistra stessa sia in grado di essere qualcosa di nuovo. La sinistra deve cancellare il suo squadrismo, il suo anticraxismo. Il regionalismo della Costituente nasce dall'esigenza di eliminare il secessionismo della Sicilia. Nasce lo Statuto siciliano. Nel 1970 le regioni si fanno come stanca rivendicazione della sinistra nei termini sbagliati che poi si aggravano in questi anni. Oggi ci troviamo di fronte al paradosso di una spesa pubblica ingigantita di 2/3 di più e si tagliano le spese della polizia. Questo avviene mentre le regioni fanno quello che vogliono. Su Tremonti voglio aggiungere qualcosa. Il ministro dell'Economia guarda ad un'esperienza di grande intesa nel suo libro dal titolo “La paura e la speranza”. Dal libro di De Giovanni leggiamo con quanta irresponsabilità, quando quell'esperienza era possibile dopo il voto del 2006, la sinistra ha detto in piazza: 'Abbiamo vinto!', bruciando quel possibile tentativo. Le analogie che possono esserci nell'interpretazione del leghismo e del berlusconismo nei due libri vengono meno. Anche se i due libri vengono discussi e letti. A proposito della laicità della politica posso dire che quando vengono eliminati dall'azione penale i partiti nei quali aveva un senso che il figlio di Ugo La Malfa e di Arnaldo Forlani stavano in partiti distinti nella nuova stagione politica queste appartenenze non ci sono più e trova spazio il lobbismo. Qui trova spazio Berlusconi e viene aggredita la laicità della politica alla quale si richiamava il professor Garrone. Nel libro di De Giovanni ci sono delle osservazioni che ci spiegano come l'antiparlamentarismo, il regionalismo, il giustizialismo e il localismo hanno distrutto la concreta aspirazione di essere classe dirigente nel Parlamento”.
Italico Santoro: Faccio una considerazione iniziale usando un termine calcistico. Se dovessi schierarmi in campo tra le proposte che vengono fatte dal professor De Giovanni e di quelle di Giulio Tremonti, mi schiererei dalla parte del professor De Giovanni. Il problema è che la sinistra delineata dal professor De Giovanni non esiste. Ma la destra che descrive nel suo libro Giulio Tremonti cè ed esiste. Da osservatore non avrei alcun dubbio nel condividere le proposte di De Giovanni. Ma voglio fare delle provocazioni. Mi rivolgo innanzitutto a Luigi Compagna. Quando si parla con esponenti di centrodestra, attenti alle questioni culturali, si sente dire che la cultura risorgimentali e riformista sono assorbite nel Pdl. Nel momento in cui il Pdl opera una rottura con la Costituzione rivaluta – tesi non mia –, questa rivaluta le tesi che la Prima Repubblica ha dimenticato. De Giovanni sostiene che la Prima Repubblica e tutta all'opposizione. Questo cosa significa: la Prima Repubblica non aveva assorbito questi valori?! C'è qualcosa che non funziona?! Il professor De Giovanni, come Dodo Battaglia e Luigi Compagna, è schierato con il bipolarismo. Anche io avevo pensato che il bipolarismo e il bipartitismo potesse essere una soluzione per il paese. Di fronte ad un'analisi realistica della situazione italiana posso dire che questo sistema è fallito quando Veltroni ha deciso di fare l'apparentamento con Antonio Di Pietro invece che con i socialisti e i radicali. La partita oggi è chiusa. Questo sistema rischia di accentuare solo una forma di divisionismo politico che accentua e drammatizza le divisioni. Sognavamo il Nordamerica, ma oggi rischiamo il Sudamerica. In questi giorni il Presidente del Consiglio italiano è a Mosca. Nel Governo c'è una forte componente che ha messo in quarantena il rapporto con gli Stati Uniti per privilegiare il rapporto con la Russia. Per chi, come me, è legato all'evoluzione del mondo di oggi e pensa di essere espressione di una cultura liberale legata al mondo atlantico queste scelte mi preoccupano molto. Ecco perchè è meglio percorrere certe scorciatoie invece che compromettono il futuro dell'Italia nell'Occidente. Do la parola all'autore che avrà tutto il tempo per rispondere”.
Biagio De Giovanni: “Ringrazio tutti gli intervenuti per le cose che hanno detto sul mio libro. Questo resta un atto di mia particolare riconoscenza. Non prenderò molto tempo perché sono convinto che gli autori hanno scritto nel libro quello che volevano dire. Ma è compito degli autori ascoltare commenti e critiche e riflettere per seconde edizioni anche se non credo che questo tipo di libro ne avrà un’altra. Ringrazio gli intervenuti per le cose che hanno detto sul mio libro, in particolare Italico Santoro del quale apprezzo sempre molto le riflessioni su ‘L’Acropoli’. Il libro è nato da una scintilla che credo abbia ancora senso nonostante quello che è successo in questi mesi: il voto dell’aprile del 2008, che non era lo stesso di quello della vittoria della Cdl alle elezioni del 2001. Allora la Prima Repubblica si trovava all’opposizione, compresa l’Udc che era alleata con il centrodestra. Tutti i partiti che avevano governato il Paese erano all’opposizione nel 2008. E le forze nuove come Alleanza nazionale erano addirittura fuori dell’arco costituzionale o, nel periodo della Prima Repubblica non esistevano. In questi anni abbiamo giudicato quello che è accaduto tramite i fatti paragiudiziari e criminal dimenticando la storia politica di questo paese. E’ mai possibile che la sinistra italiana si sia così involuta al punto da interpretare 15 anni della storia della Repubblica alla luce di criteri che hanno rovesciato tutte le logiche precedenti: il conflitto di interessi, le inchieste della magistratura, le veline, l’evasione fiscale i rapporti tra mafia e politica. Da crociano dico che la politica è un’altra cosa. Ho segnalato il doppio trauma internazionale degli anni ’90. L’Italia era un paese di frontiera per aver vissuto la dialettica tra Pci e Dc e ha assistito alla caduta delle culture riformiste per via giudiziaria. Noi possiamo formulare tutte le accuse possibili sulla Prima Repubblica. Ma resta il dato politico. Con un fenomenologia che non ha precedenti nella storia delle democrazie moderne un sistema politico cade per via giudiziaria. Nel bene e nel male, in quel sistema politico c’erano le culture politiche della Repubblica. Nel libro dico una cosa che ha fatto arrabbiare molto Massimo D’Alema nel corso della presentazione del libro: la crisi della sinistra italiana comincia con la fine del Partito socialista italiano. La sinistra italiana non si è ancora sollevata dalla fine del Psi. Muore una tradizione storica che aveva più di cento anni alle spalle e che era stata, anche negli errori, un pezzo del riformismo italiano. L’ex Pci pensa di occupare ogni spazio della sinistra italiana giocando anche la carta giudiziaria. In quel momento la crisi politica diventa irreversibile. Questo tentativo di occupare quello spazio politico interrompe la storia di alcune innovazioni di cultura politica. La crisi degli anni novanta blocca la formazione di una nuova classe dirigente. Nel vuoto totale del sistema mentale e politico italiano la Lega e Silvio Berlusconi sono i due fenomeni che innovano la politica. Qui irrompe il populismo che supera la crisi della mediazione politica che i partiti della Prima Repubblica operavano. Rimango convinto che il Popolo delle Libertà è una cosa solida e non è una cosa da poco. E’ una cosa che è incardinata a modo suo, in forme che non sono tradizionali. Ma è un errore fare una comparazione politica su questo. Sono convinto che il Pdl non è un soggetto politico che risponde ad un solo padrone, ma è una cosa incardinata nella società italiana come in parte hanno dimostrato le elezioni amministrative successive al voto politico del 2008. Il Governo del centrodestra ha una grande stagione davanti a se. Per quanto riguarda il Pd interviene un dato di fondo importante. In quel partito non c’è nulla della tradizione liberale. Ma non è un caso perché in quel partito ci sono gli eredi del Pci e della sinistra Dc. Questo è un mini compromesso storico. Nel Pd manca questa dimensione culturale. Non voglio dare solo delle risposte, ma formulare altre domande. A me non impressione la mancanza di chiarezza di idee sulle riforme. Mi chiedo se in questa fibrillazione non si riescano ad intravedere le possibilità di riforma del Paese. Quando ho scritto questo libro ero molto più ottimista e possibilista sulle riforme. Al nuovo “regime” Berlusconiano è stato contestato di aver tentato di mettere in crisi il principio di eguaglianza. E allora come rispondere a tutti gli attacchi che i corporativismi hanno assestato alla Costituzione. E questo l’ho segnalato nel libro. Il centrosinistra ha assestato dei colpi ben più duri alla Costituzione di quanto non abbiano fatto altri. Oggi non dobbiamo scandalizzarci delle parole di Berlusconi sulla ‘coabitazione’, ma chiederci come riorganizzare le nostre istituzioni. Gli equilibri tra i poteri devono essere riorganizzati. Gli equilibri del 1947-48 ormai non reggono più. E allora ci vorrebbe un paese capace di pensare questo. E qui vengo alla questione che pone Italico Santoro e che mi inquieta. Oggi dobbiamo difendere un’idea bipolare della politica. Altrimenti io vedo il ritorno fisico e mentale da una situazione dalla quale eravamo usciti. In Germania non esiste un sistema bipolare, ma che consente un’alternativa. Il bipolarismo implica l’alternativa. Il rischio di un ritorno al consociativismo mi fa venire i brividi e mi lascia immaginare un paese conservatore. Io interpreto il centrosinistra come il vero elemento di conservazione del Paese. Se foglia si muove il centrosinistra si ribella: se si aumenta di un anno l’età pensionabile due settimane dopo scendono in piazza due milioni di persone che gridano al fascismo. E questo non è sostenibile. Riconosco che quello che qualcuno ha chiamato bipolarismo barbarico. La storia italiana è storia del divisionismo che assume toni di guerra civile. Accetto la serietà dell’obiezione di Italico Santoro. Io spero che la partita non sia persa perché non oso pensare cosa significherebbe la scomparsa di questi partiti. Oggi dobbiamo lavorare dentro questa realtà. In merito alla laicità e alle questioni sottolineate da Daniele Garrone, nel libro sostengo una tesi forse molto azzardata: il berlusconismo ha chiuso con la vecchia modalità della ‘Questione cattolica’ in Italia. Non sottovaluterei questo dato. Mi colpisce che nel conservatorismo del centrosinistra continui a sopravvivere una questione cattolica organizzata con Paola Binetti e Rosy Bindi. Nel centrodestra la questione è più complessa perché non c’è più una struttura cattolica organizzata. E quindi c’è la possibilità di una relazione più aperta. Nel berlusconismo ci sono elementi di drastica secolarizzazione delle realtà. Questi vanno presi come una cosa sulla quale riflettere. Le chiacchiere sulle veline non restituiscono il nucleo fondante di questa riflessione. Ecco perché dobbiamo riflettere sulla fenomenologia della questione cattolica. Lascio il tema qui. L’ultima osservazione la voglio riservare allo scoppio della questione relativa alla spesa pubblica. Questo tema esplode nel momento in cui assistiamo alla regionalizzazione della vita pubblica. E’ probabile che forme assennate di federalismo fiscale possano cambiare la situazione attuale che è incontrollabile. Ma basta vedere quello che sta accadendo in Campania con la dissipazione dei soldi pubblici. Infine, credo che la Costituzione vada modificata. In essa c’erano elementi di cultura risorgimentale. Sono totalmente in sintonia con Italico Santoro sulle tesi e i timori espressi su “L’Acropoli” in merito alla nuova collocazione della politica estera italiana che si allontana da quella di tradizionale amicizia con gli Stati Uniti. Questo mi preoccupa e mi auguro che ci siano dei contrappesi a questo tipo di politica estera personalistica. Forse il populismo conteneva anche questo elemento nella sua anima. Se il populismo ha nella sua radice la svalutazione della tradizione liberale a prepolitica questa sarebbe una svolta drammaticamente negativa anche se il populismo italiano non aveva questo di caratteristica”.
Italico Santoro: “Voglio ringraziare con calore tutti i partecipanti a questo dibattito, in particolare voglio anche ringraziare Radio Radicale che ha registrato tutti gli interventi sul libro di Biagio De Giovanni”.