mercoledì 18 novembre 2009

Basta preti superstar

Come sapete, i preti in televisione hanno largamente rotto i coglioni. Ogni anno la televisione di Stato ci propina il solito prete scoreggione che ci dice sempre quello che dobbiamo fare. Aveva cominciato Renato Rascel con Padre Brown. Ma sembrava finita. Ed ecco arrivare "Don Fumino" e poi "Un prete tra noi". Alla fine, gli zebedei si sono totalmente scassati con Don Matteo. Ma qualcuno nella Chiesa non ne può più.



A lanciare l'allarme ci ha pensato monsignor Mauro Piacenza, segretario della Congregazione per il clero, nel seminario organizzato dalla Pontificia universita' della Santa Croce per parlare di 'Comunicazione nella missione del sacerdote'. Monsignor Piacenza, davanti a una platea di sacerdoti provenienti da ogni parte del mondo e riuniti in occasione dell'anno sacerdotale, ha colto l'occasione per esprimere tutti i suoi timori sulla figura dei 'preti showman'. "Attenzione -ha detto - ci sono tanti preti star che vanno in tv senza autorizzazione e la gente pensa che parlino a nome della Chiesa". Non che ci sia niente di male, ha osservato padre Philip Goyret, docente presso la facolta' di Teologia della Pontificia universita' della Santa Croce, se i preti vanno in tv, ma"a patto che -ha chiarito- che diffondano la verita' e la partecipazione non sia un solo mettersi in mostra". Voi direte: Ma cosa centrano le fiction televisive? C'entrano eccome! Se i preti si presentano in tv questo significa che sono spinti dalla voglia di emulazione le loro star televisive e cinematografiche. Ma a noi non piace ricordare questi preti, ma vorremmo ricordare il prete scopone de le Iene. Eccolo qui sotto nella sua raccapricciante performance raccolta da le Iene.


Un vertice inutile

Intervista a Khaled Fouad Allam
La Voce Repubblicana del 19 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

I vertici come quello della Fao hanno segnato il passo. Lo pensa Khaled Fouad Allam, docente di sociologia del mondo arabo ed ex parlamentare della Margherita.
Professor Allam, cosa pensa del vertice della Fao che si è svolto a Roma?
“Credo che per certi aspetti il dialogo tra le organizzazioni intergovernative e i singoli governi sia superato. Credo che questo tipo di vertice abbia fatto la sua storia. Le politiche di questo livello non servono. Probabilmente bisognerebbe riformulare questi argomenti attraverso altri vettori politici. La traducibilità in fatti concreti di questi vertici non esiste o è molto deludente. A mio avviso, la questione alimentare si interseca anche con altri temi come la questione ambientale e la questione relativa al clima. Mi chiedo se non sia più utile riunire in un’unica conferenza questi argomento. La moltiplicazione di questi vertici non serve quasi mai”.
Cosa pensa dell’aumento del prezzo di molti prodotti alimentari?
“E’ vero che in questi mesi si è verificata una speculazione sulla questione alimentare. I paesi del sud del Mondo non si sentono tutelati nelle loro possibilità di sviluppare tecnologia. E il Nord del mondo non li aiuta. Questa situazione sviluppa una dinamica conflittuale”.
Pensa che i paesi arabi possano svolgere un ruolo per aiutare i paesi dell’Africa Subsahariana? Al vertice della Fao abbiamo visto il dittatore libico Gheddafi che non ha sviluppato questo tipo di confronto.
“Gli atteggiamenti di Gheddafi non sono politicamente produttivi. Ho saputo che la banca islamica darà dei fondi per la lotta contro la fame nel mondo. Molti paesi arabi dispongono certamente di mezzi finanziari per sviluppare crescita e programmazione economica. Tuttavia, sono convinto che il tempo in cui era necessario solo dare dei soldi contro la fame nel mondo sia finito. E’ necessario investire nel campo della ricerca e della trasformazione di intere zone desertiche in aree di sviluppo agricolo. Il primo esempio che mi viene in mente è quello di Israele. Gli israeliani hanno trasformato il deserto del loro paese in un giardino”.
La lotta contro la fame nel mondo ha segnato il passo alla fine degli anni ’80. Il crollo del comunismo ha tolto all’occidente l’alibi per poter fare qualcosa?
“Il comunismo non ha fatto molto contro la fame nel mondo. Ha utilizzato questo tema come argomento ideologico contro l’occidente, ma non come risultato di una precisa azione politica. L’atteggiamento dei paesi comunisti non era sincero nei confronti dei paesi che soffrivano la fame. Ma la questione della fame nel mondo non deve essere una questione politica, ma rivestire un ruolo umanitario. Il diritto di mangiare deve essere equiparato al diritto di pensiero. Se non faremo questo passo avanti tutto sarà più difficile”.

Socialdemocratico nonostante tutto

Intervista a Peppino Caldarola
Voce Repubblicana del 18 novembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Bersani rifiuterà l’etichetta di socialdemocratico, ma il suo Pd si ispira di più a questo modello che a quello dei Democratici americani. Lo ha detto l’ex parlamentare dell’Ulivo ed ex direttore de “l’Unità” Peppino Caldarola.
Onorevole Caldarola, cosa pensa dei primi passi della segreteria del Pd di Pierluigi Bersani?
“Devo dire che le prime mosse della segreteria Bersani sono molto prudenti tranne su due aspetti fondamentali della strategia che il nuovo leader si è dato: il primo punto su cui Bersani ha premuto sono i temi sociali, cosa che non hanno fatto Dario Franceschini e Walter Veltroni; Bersani non è stato nemmeno prudente sulle alleanze perché ha abbandonato subito l’idea del partito a vocazione maggioritaria. Il nuovo segretario torna oggi a proporre un nuovo sistema di alleanze che assomiglia molto all’Ulivo”.
Il Partito democratico deve temere gli abbandoni di Francesco Rutelli e di altri parlamentari che hanno scelto la strada centrista?
“Secondo me, la nuova leadership del Partito democratico farebbe bene a preoccuparsi. Al di la dei numeri e delle persone uscite e del loro ruolo – mi riferisco a Francesco Rutelli e a Massimo Cacciari – si rischia di lasciare sguarnito tutto un fronte moderato. E questo non è un problema secondario per un partito che nasce per mettere assieme riformisti di tutte le tradizioni. L’abbandono di Francesco Rutelli era largamente annunciato. E quindi la sua uscita dal Partito democratico non rappresenta certo una novità inattesa. Ma Rutelli ha indubbiamente creato un problema al Partito democratico”.
Definirebbe quello di Bersani come un partito socialdemocratico?
“Credo che Pierluigi Bersani e i suoi dirigenti rifiuteranno questa definizione. Credo che il modello di partito a cui si ispirano questi esponenti sia più vicino a quello della socialdemocrazia europea che a quello del Partito democratico degli Stati Uniti che stava tanto a cuore a Walter Veltroni. Secondo me, siamo nel solco di una tradizione della sinistra europea abbastanza conosciuta”.
Che ruolo avrà nel Pd Massimo D’Alema?
“Questo dipende dall’eventuale nomina dell’ex Presidente del Consiglio in qualità di ministro degli Esteri europeo. In questo caso il suo apporto alla politica italiana sarà ridotto. Non penso che D’Alema sia la longa manus di Bersani. Il nuovo segretario del Pd è un uomo compatto, con la sua autonomia politica. Tra i due personaggi c’è grande affinità, ma Bersani ragiona con la sua testa”.
Il Pd ha perso le elezioni regionali?
“Credo che la prossima tornata elettorale, tranne alcuni eventi imprevedibili, sarà sfavorevole al Pd. Questo dipenderà anche dalla sperimentazione dell’accordo con l’Udc in alcune regioni. Ma non c’è dubbio che il prossimo appuntamento elettorale parte con l’handicap per il Pd”.