martedì 1 dicembre 2009

Con il "mitra" nel pugno

Intervista a Pasquale Squitieri
Voce Repubblicana del 2 dicembre 2009
di Lanfranco Palazzolo

Negli anni ’70 il Pci ci insegnava che la macchina da presa era un mitra. Lo ha detto alla “Voce” il regista cinematografico Pasuale Squitieri parlando del film ‘La prima linea’.
Pasquale Squitieri, cosa pensa del film sul terrorismo “La prima linea”, uscito in questi giorni, che ha provocato tante polemiche?
“Come li saprà, io ho realizzato gli ‘Invisibili’, un film sulle Brigate Rosse tratto dal libro di Nanni Balestrini. Ritengo che quel periodo lungo e di demenza della nostra storia, che purtroppo porta ancora oggi con se degli strascichi, debba essere riportato. In qualsiasi modo lo si faccia. Questo purché il film crei dibattito e discussione. Ritengo che il terrorismo sia stato messo da parte dalle istituzioni e dai grandi poteri. ‘La prima linea’ è un film fatto da grandi professionisti. Anche io, quando feci ‘Claretta’ lo feci per aprire un dibattito. Ho conosciuto alcuni terroristi come Fabio Franceschini, sono stato in prigione con Toni Negri per oltre un anno. Quel periodo è stato vissuto dalla mia generazione intensamente e sbagliando clamorosamente, facendo degli errori di valutazione spaventosi. Ma l’importante è che se ne parli, che ci sia un opera che ci ricordi quanto eravamo stronzi”.
Non crede che sia un errore clamoroso raccontare il terrorismo sempre attraverso gli occhi di chi ha ucciso?
“Io non vedo questo limite. Se mi permette il problema di un film non è la scrittura, ma la lettura di un’opera cinematografica. Posso fare un film contro la violenza sessuale, però se un malato va a vedere un film può esaltarsi. Personalmente mi sono esaltato perché mi sono rivisto in situazioni molto vicine a quelle che ho vissuto. Guardando quelle scene mi sono chiesto come sia stato possibile che una generazione come la mia si sia fatta ipnotizzare da fenomeni come questi. Ricordo che una volta andai a parlare con il partigiano Giovanni Pesce, che mi disse: ‘Quando le Brigate Rosse sono venute da me io le ho prese a calci nel culo. Noi partigiani ci battevamo contro i nazisti. Se quelli ci prendevano dovevamo suicidarci. E voi – riferito alla Br state facendo questo casino per i governi balneari?!’. Quelle parole mi fecero riflettere. Mi chiesi come si può sparare a Tobagi, a Bachelet, personaggi che sono un vanto per la nostra democrazia”.
Perché negli anni ’70 il cinema italiano si disinteressò totalmente del terrorismo?
“Quasi tutta la cultura era di sinistra, quindi rivoluzionaria. Siamo cresciuti con il Pci che ci insegnava che la macchina da presa era come un mitra. La cultura era favorevole alla lotta armata. Nel 1969 girai il film ‘Io e Dio’ nel quale un prete sparava ai poliziotti perché in quegli anni Pasolini ci diceva che solo i cattolici potevano fare la rivoluzione. Non a caso Renato Curcio era cattolico”.

Quelle accuse da fantascienza

Voce Repubblicana del 1 dicembre 2009
Intervista a Elisabetta Alberti Casellati
di Lanfranco Palazzolo

Le accuse di mafia a Silvio Berlusconi mi sembrano fantascienza. Lo ha detto alla “Voce” il sottosegretario alla Giustizia Elisabetta Alberti Casellati.
Senatrice Casellati, cosa pensa di questi attacchi contro il Presidente del Consiglio Berlusconi?
“Sono rimasta sorpresa dal tono violento degli attacchi, da queste continue accuse che riguardano i processi di mafia. L'accerchiamento a Berlusconi è purtroppo tristemente datato dai tempi in cui è sceso in campo. L'estensione delle accuse al premier per processi di mafia mi sembrano francamente fantascienza. Questo è un accerchiamento inaccettabile che rende invivibile il clima politico del nostro paese”.
Berlusconi era cosciente di questi attacchi visto che ne aveva parlato recentemente?
“Credo che Berlusconi non si aspetasse un attacco e un accerchiamento di questo genere. Quando si ricorda che Berlusconi pensava ad un attacco di questo genere si fa riferimento a cose che si ritenevano 'possibili' come il processo che viene riaperto – a nostro parere in maniera sbagliata – sul caso Mills. Ma quello relativo alla strage di Capaci del 1992 e quello sugli attentati di Roma e Firenze del 1993 sono delle assurdità. Quando si parla di 'Cosa nostra' con la gente comune e si fa riferimento a Berlusconi tutti fanno un passo indietro perchè nessuno è riesce ad immaginare Silvio Berlusconi come 'il capo della mafia'. E' un'accusa inaccettabile. Che ci fosse un vento di indagini contro Berlusconi lo si sapeva, ma che ci potesse essere un seguito su questa storia ha dell'incredibile. E' non lo dico certo per difendere una parte politica, ma perchè vedo anche lo sconcerto della gente”.
In questo clima è possibile realizzare la riforma del processo breve o quella dell'articolo 68 della Costituzione? Qual è la strada da seguire?
“Credo che debbano esserci più strade. Un'ipotesi non preclude l'altra. Credo che la riforma per il processo di durata certa – questo è il termine più giusto – sia necessaria. Oggi i processi hanno una durata biblica. L'imputato si trova con una vita affettiva, di lavoro sacrificata o distrutta. Molto spesso i processi si concludono con la prescrizione come è accaduto per il processo che ha riguardato il senatore a vita Giulio Andreotti. Questa riforma è giusta perchè c'è la necessità di dare dei tempi certi al processo. E non siamo stati noi i primi a dirlo. Lo aveva fatto nel 2006 l'attuale capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro in termini più ampi dei nostri. Mentre nel 2004 erano stati i senatori Calvi e Maritati a presentare una proposta simile. Il ripristino dell'articolo 68 della Costituzione è necessario per svelenire l'attuale clima politico. Lo ha fatto capire benissimo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un suo recente intervento”.