domenica 20 dicembre 2009

L'ambientalista radicale Giovanni De Pascalis parla del vertice di Copenhagen

Il "tour de France" più violento

Il Giro di Francia ha più incuriosito è stato, senza dubbio, quello del lontano 1950. Il Tour de France 1950 fu la trentasettesima edizione della competizione ciclistica. L'appuntamento che si svolse dal 13 luglio al 7 agosto 1950 fu caratterizzato da una gravvissima manifestazione di violenza contro i nostri corridori. Durante la 12° tappa, da Saint-Gaudens a Perpignan, la squadra italiana (con Fiorenzo Magni in "maglia gialla"! Chi lo farebbe oggi!) decise di ritirarsi dalla corsa in seguito alle pressioni e alle insistenze di Bartali, che disse di essere stato aggredito (cosa non provata), nella precedente tappa, sul Col d'Aspin, da alcuni spettatori francesi. Cosa era successo? Nell'11 tappa del giro di Francia, l'Italia aveva ottenuto la maglia gialla con Fiorenzo Magni, ma a suon di botte. A consegnargliela era stato proprio Bartali con la vittoria della tappa tra Pau e Saint-Gaudens (230 chilometri). Ma cosa era accaduto in quella drammatica circostanza? Inutile dire che i tour precedenti erano stati caratterizzati dal dominio della coppia Coppi-Bartali. Ma nell'edizione del 1950 il primo era convalescente da un infortunio. Però il secondo era in forma. E i francesi se ne accorsero tappa dopo tappa. Ma andiamo con ordine sui tempi. Prima dell’inizio di quel "maledetto" Tour ci fu maretta tra Bartali ed il patron del Tour Jacques Goddet. Secondo alcuni Gino pretendeva, contro il regolamento della corsa francese, di portarsi al seguito il suo massaggiatore personale, Virginio Colombo. Secondo altri, invece, voleva che anche l’Italia, come Francia e Belgio, potesse schierare al via una squadra B, la cosiddetta squadra "cadetti". Il campione toscano minacciò di restarsene a casa. Andò a finire che l’Italia schierò la sua squadra "cadetti" e che il massaggiatore Colombo dovette restarsene a casa. Gianni Brera asserirà poi che Colombo non restò a casa ma andò al Tour a prendersi cura, di nascosto, dei preziosi polpacci del suo campione.
Fu così che, il 13 luglio 1950, partirono da Parigi le due squadre italiane. La nazionale, nella tradizionale maglia biancorossoverde, era capitanata da Bartali e Magni e poteva contare su tre uomini della "Bartali": Angelo Brignole, Attilio Lambertini e l’indispensabile Giovannino Corrieri. Due erano gli "Atala", Guido De Santi e Luciano Pezzi; poi c’erano Virginio Salimbeni della Legnano, Serafino Biagioni della Bottecchia e Silvio Pedroni della Frejus. I "cadetti", in maglia azzurra, schieravano sei uomini: Valerio Bonini e Alessandro Ghirardi della Benotto, Giulio Bresci e Alfredo Pasotti della Bottecchia, Remo Sabatini ed il velocissimo Adolfo Leoni della Legnano. Il clima in quel Tour del 1950 non poteva certo essere idilliaco. I francesi non avevano ancora digerito le sonore batoste inflitte dagli italiani ai vari Bobet, Robic, Lazarides e compagnia cantante nei due anni precedenti. Non avevano digerito nemmeno le intemperanze dei tifosi italiani nella tappa Briancon-Aosta dell’anno prima, quella in cui Coppi conquistò la maglia gialla. Si dirà poi che, sotto sotto, c’erano anche motivi economici ed occupazionali in quanto, dopo le affermazioni italiane in terra di Francia nei due anni precedenti, l’industria ciclistica transalpina era in crisi perché tutti volevano acquistare biciclette italiane. Il discorso poteva essere valido per le esportazioni ma non per il mercato interno, conoscendo il nazionalismo dei francesi. Congetture. Quello che è certo è che tutte le altre squadre avrebbero corso contro di noi perché eravamo la squadra da battere. I Pirenei vennero affrontati il 25 luglio da Pau a Sait Gaudens, 230 chilometri con le scalate dell’Aubisque, del Tourmalet (La prima foto in alto grande riguarda quel tratto) e dell’Aspin, nell’ordine. Robic, il piccolo bretone soprannominato "Testa di vetro" (Nella Seconda foto grande in alto), fece sognare i tifosi francesi con uno scriteriato attacco sulla prima salita. Il "Biquet" pagò lo sforzo e, nella discesa, venne raggiunto dal gruppetto dei migliori. Il francese Piot attaccò sul Tourmalet e Bartali si mise al suo inseguimento. Qui cominciò l’indegna gazzarra. I tifosi francesi inferociti cominciarono ad inveire, a dare manate. Volarono sputi. Gino lasciò andare Piot e, prudentemente, salì con Bobet e Ockers che, molto signorilmente, gli fecero da scudo. Le cose precipitarono sul col d’Aspin. Piot fu raggiunto dal gruppetto dei migliori. Invettive, spintoni, sputi aumentarono di intensità Bobet, Ockers e lo stesso Robic, che era rientrato, difendevano Bartali, menando colpi di pompa a destra e a manca (Nella foto a sinistra in alto ecco come la 'Domenica del Corriere' raccontò quei fatti). Si racconta che lo stesso Goddet, salito su una moto, menasse fendenti con un ramo d’albero. Una bolgia. Verso la vetta gli spettatori restringevano la sede stradale. Un’auto nera del seguito, per passare, sfiorò Gino che scartò, toccò Robic e finì a terra assieme al bretone. Fu un parapiglia. Volarono pugni, spinte, manrovesci. Qualcuno tentò di sottrarre la bici a Bartali, che raccontò poi di avere dato cazzotti a sua volta e di avere intravisto luccicare la lama di un coltello. Riagguantata la sua bicicletta, il vecchiaccio si buttò in discesa verso Saint Gaudens. Quanto durò il fattaccio? Pochi secondi? Qualche minuto? Sicuramente fu una cosa breve ma non tanto da passare inosservata perché alcuni corridori attardati, tra i quali Magni, riuscirono a rientrare quasi subito lungo la discesa. Goddet, per amor di patria, disse di non essersi accorto proprio di nulla. Il Patron mentiva sapendo di mentire. Il gruppetto dei primi giunse così a Saint Gaudens; Magni che, fatti quattro conti, sapeva di essere la nuova maglia gialla (Nella foto a sinistra mentre prepara la valigia), tirò la volata a Bartali che vinse con largo margine su Bobet, Ockers e gli altri. Magni indossò la maglia gialla e poi salì in macchina con Bartali per andare all’albergo. Fiorenzo non si era accorto dell’accaduto e non si spiegava un Gino così taciturno. Poco dopo Bartali si rivolse al compagno più o meno con queste parole:"Te, tu, Fiorenzo, sei maglia gialla e hai diritto di fare quel che tu vuoi ma io domani vo a casa. Sono venuto qui per correre ‘n bicicletta mia pe’ fa’ la guerra. Ovvia! La guerra contro la Francia l’abbiamo già fatta e non ero punto d’accordo nemmeno l’altra volta". Gli eventi precipitarono. Binda fu messo al corrente dell’intenzione di Bartali. Magni, in cuor suo sperava di continuare. Goddet si precipitò all’albergo degli italiani per dissuaderli dal proposito; promise un maggior numero di poliziotti; giunse a proporre di fare correre gli italiani con una maglia anonima. Bartali si offese ancor di più. Maglia anonima a chi? La mettesse Goddet la maglia anonima! Binda telefonò in Italia al presidente Rodoni. A notte inoltrata (Dopo la cena - foto sopra a destra) giunse la decisione: tutti a casa! Il giorno dopo i fotografi immortalarono Fiorenzo Magni mentre riponeva la maglia gialla in valigia e i cinegiornali ripresero Gino e gli altri mentre salivano in macchina per tornare in Italia. I giornali italiani diedero ampio spazio alla vicenda e tutti approvarono il fiero e responsabile comportamento dei corridori, di Binda, di Rodoni e dell’Unione Velocipedistica Italiana. L'onore era salvo. Ma il Tour de France era perso.... (Nelle foto sotto uno dei momenti della partenza della squadra, mentre si prepara la valigia e poi i momenti del ritorno di Bartali e il suo arrivo in famiglia a Viareggio. Infine, ecco cosa faceva Coppi in quei giorni di convalescenza).

Giù dalla torre i giustizialisti del Pd

Il Tempo del 20 dicembre 2009
Lanfranco Palazzolo

«Dalla torre del mio partito butterei giù tutti i giustizialisti». Lo ha detto il vicepresidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai Giorgio Merlo (Pd), commentando le critiche di Franceschini e Veltroni all'idea di D'Alema di «aprire» a Berlusconi.

«Le parole dell'onorevole D'Alema — spiega — non vanno strumentalizzate. Il riferimento che l'ex Presidente del Consiglio ha fatto sull'articolo 7 della Costituzione è un alto esempio di dialogo, che io personalmente condivido. Se si vuole declinare quella volontà di ricerca di accordi sulle grandi riforme o sugli assetti istituzionali da dare al nostro Paese, credo che sia necessario, oggi come allora, anche se i contesti storici cambiano, cercare le ragioni di un dialogo».
Nel vostro partito questa opzione pare non sia possibile senza andare incontro a scosse.
«Secondo me c'è spazio per il dialogo se non prevale la ragione del rancore politico o la cultura della vendetta personale. Mi pare che a volte sia quello l'elemento prevalente. Sarebbe nefasto, se in un partito, seppur plurale e articolato come il Pd, dovesse prevalere quel tipo di cultura».
Veltroni non vuol sentir parlare di Governo di legislatura.
«Io vorrei che il Pd fosse al Governo. Non credo che esponenti del nostro partito debbano lavorare per lo scasso continuo dell'attuale governo. Se il centrodestra non ha la maggioranza, o entra in crisi, si torna al voto. Ma auspicare tutti i giorni che il governo cada non mi sembra una grande prospettiva».
Pensa che D'Alema abbia avuto coraggio nel formulare la proposta dell'«inciucio»?
«Ho stima di Massimo D'Alema. Ma penso che occorra lavorare per ottenere questo risultato».
Nei confronti di Antonio Di Pietro che tipo di atteggiamento assumerete?
«Ho piena fiducia nell'azione politica che ha svolto e svolgerà Bersani. In questi mesi ha lavorato bene ed introdotto elementi innovativi nel confronto con la maggioranza. Per quanto riguarda il partito dell'onorevole Di Pietro, personalmente ho espresso giudizi politici molto netti e molto chiari: un partito riformista, democratico e moderato come il Pd ha poco da spartire con una cultura giustizialista e violenta».
Lei si terrebbe nel partito quelli del Pd che sono andati al «No B day»?
«La censura e l'espulsione non si possono praticare nel nostro partito. Tutti hanno diritto di cittadinanza nel Pd. E si debbono riconoscere nella proposta unitaria di Bersani». Se dovesse buttare giù dalla torre un esponente del Partito Democratico chi sceglierebbe? «Non personalizzo mai: i giustizialisti».