giovedì 30 dicembre 2010

Separati alla nascita: il pianista Giovanni Allevi - Riccardo Cucchi di Radio Rai


Quella polemica non stupisce

Voce Repubblicana del 30 dicembre 2010
Intervista ad Elio Veltri
di Lanfranco Palazzolo

La polemica dentro l’Idv non mi ha stupito. Lo ha detto alla “Voce” l’ex parlamentare Elio Veltri, cofondatore dell’Italia dei Valori e responsabile dell’associazione “Democrazia e legalità”.
Onorevole Veltri, è rimasto sorpreso quando gli eurodeputati De Magistris e Alfano hanno sollevato la “questione morale” contro Antonio Di Pietro?
“Non sono rimasto sorpreso da questa polemica. Non c’era bisogno che uscissero dal partito Scilipoti, Razzi e Porfidia, per votare a favore di Berlusconi, per comprendere che nell’Idv c’è una ‘questione morale’. Io me ne sono andato nel 2001. E tutti sanno quello che avevo fatto per fondare l’Idv e per sostenere Di Pietro. Avevo capito questa difficoltà già dieci anni fa. De Magistris e la Alfano mancano di coraggio. Loro parlano come se Di Pietro fosse altro rispetto alla crisi del partito. Si rivolgono a lui come se fosse il ‘buono’ che viene raggirato ed abbindolato dai gattini. Non è così. L’Idv è fatta su misura per il suo leader. Questo è un partito che ha voluto costruire Di Pietro con queste caratteristiche. E’ lui che sceglie le persone, le promuove e le candida. Infatti, nel gruppo parlamentare ci sono suo cognato e il cognato del cognato. E’ una polemica che deve andare al cuore del problema. Quando la situazione del partito entra in conflitto con la propria coscienza bisogna fare una scelta netta. Io me ne sono andato. Ho fatto così nel 1981 dal Psi di Bettino Craxi e l’ho fatto anche con Antonio Di Pietro dieci anni fa”.
Ci saranno delle conseguenze per questa polemica?
“Non credo. Questa polemica su Di Pietro non porta da nessuna parte. Anzi, questa polemica lo aiuta. Il leader del Idv può difendersi dicendo che De Magistris vuole prendere il suo posto alla guida del partito. Il paradosso di questa situazione è che se Scilipoti e Razzi non fossero usciti dal partito questa polemica non ci sarebbe stata. Nell’Idv si dovrebbe avere il coraggio di fare un’analisi seria e chiedere dei cambiamenti radicali. Altrimenti è meglio tacere”.
Perché esponenti del dipietrismo hanno votato per Berlusconi?
“Non mi meraviglio di niente. Se l’opposizione dell’Idv è fatta solo di insulti contro Berlusconi non si arriva da nessuna parte. Io sono stato querelato ben 12 volte da Berlusconi per cause civili perché le critiche che rivolgevo entravano nel merito delle questioni politiche. Di Pietro questo non lo fa. Ecco perché il dipietrismo rischia di diventare l’altra medaglia del Pdl e la gente se ne va dal partito denunciando la mancanza di democrazia”.
L’Idv farà la fine dell’Uomo qualunque?
“Non lo so. Oggi Di Pietro è indispensabile per l’Idv. Se Di Pietro desse spazio ad altri non sarebbe più la sua Italia dei Valori. In questi dieci anni il partito non ha voluto cambiare perché Di Pietro non lo ha voluto”.

Per quella riforma ci vogliono i soldi

Voce Repubblicana del 29 dicembre 2010.
Di Lanfranco Palazzolo.
Intevista a Gianfranco Pasquino
La situazione dell’università è intollerabile. Ma dubito che la riforma Gelmini possa essere realizzata a costo zero. Lo ha detto alla “Voce” il politologo Gianfranco Pasquino.
Prof. Pasquino, cosa pensa della riforma universitaria della Gelmini?
“Sono docente di Scienze politiche. La situazione dell’università di oggi è intollerabile. Non va bene. L’università oggi funziona molto male. Qualsiasi riforma che cerchi di cambiare il funzionamento dell’università ha degli aspetti positivi. E la riforma Gelmini ha anche degli aspetti positivi. Questi aspetti positivi sono parecchi e sono anche in corso. I nuclei di valutazione di cui si parla nella riforma esistono già. Erano stati istituiti dal ministro Fabio Mussi. Utilizzarli al meglio, come si propone questa riforma, è già un importante passo avanti. Il punto debole, e non dipende tanto dal ministro Gelmini – anzi dipende dal ministro Tremonti – è che ci sono davvero poche risorse. Le riforme senza fondi non si possono fare. A meno che, il ministro non pensi che con l’attuazione di questa riforma vengano utilizzati dei fondi risparmiati da qualche altra parte, che potranno essere investiti nell’università”.
E’ d’accordo con il mandato a termine unico di sei anni per i rettori delle università, i quali sono sfiduciabili da Senato accademico? I retori gestiscono bene il loro potere nelle università?
“La norma impedisce che ci siano rettori che durino in carica troppo a lungo. Però, la scienza politica mi consiglia che è sempre meglio avere due mandati, perché al termine del primo mandato il rettore può essere valutato, giudicato per quello che ha fatto. Con un solo mandato il rettore diventa di fatto irresponsabile. Non dovendo essere rieletto, il rettore non ha alcun interesse nel tenere conto degli interessi degli studenti. Il problema non è il rettore. Il problema della riforma è che inserisce nella struttura dell’università personale che viene da fuori, pensando di alleggerire il peso dei baroni. Ma i baroni conoscono meglio di loro il meccanismo dell’università. E questa situazione può creare dei conflitti”.
E’ positivo che nella riforma ci siano delle norme che consentono al MIUR di premiare quegli atenei che dimostrano di aver dato buona prova dell’utilizzo delle loro risorse economiche?
“Gli sprechi ci sono. Ma non ci sono dappertutto. I ministri dell’università che si sono alternati in questi anni dovrebbero chiedersi cosa hanno fatto di concreto per controllare gli atenei e le loro spese. La moltiplicazione delle sedi universitarie ha prodotto inevitabilmente degli sprechi. In qualche caso non veniva controllato il modo in cui venivano chiesti i concorsi per i professori. Se oggi esiste il blocco dei concorsi è perché in passato sono stati fatti troppi concorsi universitari”.

martedì 28 dicembre 2010

Questa riforma è importante

Voce Repubblicana del 28 dicembre 2010
Intervista a Nicolò Zanon
di Lanfranco Palazzolo

Questa riforma dell’università è importante perché cerca di migliorare il funzionamento dell’università italiana in un momento di crisi. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il professor Nicolò Zanon, ordinario di diritto costituzionale all'Università degli Studi di Milano.
Professor Zanon, cosa pensa della riforma universitaria approvata definitivamente dal Senato?
“Credo che il dibattito su questa riforma sia stato caricato di significati che vanno oltre questa riforma. In questa legge di riforma ci sono alcune scelte che condivido e altre che condivido di meno. Ma questa legge tocca alcuni settori decisivi della nostra università, la quale ha bisogno di un cambiamento radicale. Su questo testo approvato – che non è male come si dice o si vuol far credere – si innestano dinamiche del tutto esterne. Si è cercato a tutti i costi di strumentalizzare questo provvedimento. Molti giovani, che vivono la loro esperienza universitaria con sfiducia, hanno manifestato contro questa riforma in perfetta buona fede. Molti di loro sono convinti che questo ddl sia stato fatto contro di loro. Io non credo che questa sia la migliore legge del mondo, ma non penso nemmeno che questa legge sia stata concepita contro gli studenti. E’ un tentativo, in un momento di crisi economica e finanziaria, di migliorare il funzionamento dell’università”.
Nell’articolo 2 della riforma si introduce un mandato a termine per il Rettore, che può essere sfiduciato dal Senato accademico? E’ stato giusto introdurre il principio del mandato a termine?
“Credo che sia molto importante che ogni carica abbia un mandato a termine. E chiaro che i mandati troppo lunghi possono, come accade in tutte le organizzazioni pubbliche, creare qualche problema. E’ giusto che ci sia un ricambio democratico. In passato abbiamo assistito a casi non commendevoli di mandati di rettori allungati apposta. Credo che sia giusto dare ai rettori il tempo di svolgere un mandato efficace e che sia possibile il rinnovo per una sola volta con i risultati che ha ottenuto”.
Il ministro Gelmini si è preoccupato di dare agli atenei delle figure di riferimento esterne, per evitare il radicamento di autentiche cordate di potere. E’ giusto?
“Questa misura è importante per evitare che le università siano vittima di una certa autoreferenzialità. Le università italiane devono fare anche affidamento a personalità esterne che sappiano coinvolgere pezzi della società civile, che diano un contributo alla vita del singolo ateneo. L’autonomia universitaria deve essere utilizzata bene. L’intervento della Gelmini si è reso anche necessario perché non tutti gli atenei hanno utilizzato il patrimonio che gli è stato affidato nel migliore dei modi. Ecco perché l’intervento del ministro è stato opportuno con questa riforma”.

Uno scatto sull'attentato all'ambasciata greca

Oggi sono passato davanti l'ambasciata greca, in via Rossini ai Parioli, poco dopo l'arrivo della polizia e dei vigili incaricati di indagare e sventare ogni pericolo di attentato alla sede diplomatica. Quando ho visto da lontano le ambulanze della polizia e i mezzi dei vigili ho immediatamente compreso che si trattava di un attentato o di qualcosa legato ai fatti della scorsa settimana. Quella zona è piena di rappresentanze diplomatiche. Infatti, non appena sono arrivato a Radio Radicale ne ho avuto conferma dalle agenzie di stampa. Durante il mio breve passaggio con la macchina sono riuscito a fermarmi appena un istante per scattare in fretta questa foto dalla quale si intravede appena il mezzo dei vigili del fuoco. Speriamo che non ci siano altri attentati.

lunedì 27 dicembre 2010

La Camera ricorda il meglio di Enzo Bearzot

Il tempo ci ha fatto ricordare i mondiali del 1982 con sempre maggiore affetto. Però, se guardiamo bene, quei mondiali sanno proprio di marcio. I dubbi su Italia-Camerun e la vicenda dei fondi neri de la Coq Sportif non possono lasciarci indifferenti. Se pensiamo che nell'aereo presidenziale di Sandro Pertini c'erano dei soldi illegali per i nostri campioni dobbiamo davvero incazzarci per aver osannato quei campioni. Il presidente Giorgio Napolitano è stato molto più sobrio nel 2006 quando ha evitato di arrivare in Germania in grande stile per il trionfo della nostra nazionale targata Marcello Lippi. Però, se ci pensiamo bene, il trionfo del 1982 e quello del 2006 sono arrivati in due momenti particolari: dopo due grandi scandali che hanno squassato il calcio italiano. Questo, se non altro, significa che la corruzione "fa bene" al nostro calcio. Non riesco davvero a trovare un altra morale per queste vicende. Comunque questo post è dedicato al ricordo di Enzo Bearzot. In questo post potrete vedere e ascoltare quello che hanno detto i parlamentari alla Camera dei deputati. Buona visione.




Italia Camerun Primo & secondo tempo.

sabato 25 dicembre 2010

Copasir: la relazione sulle possibili implicazioni e minacce per la sicurezza nazionale derivanti dallo spazio cibernetico

Relazioni del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Relazione sulle possibili implicazioni e minacce per la sicurezza nazionale derivanti dallo spazio. Clicca sulla foto per leggere la relazione parlamentare.

Le tensioni tra la Nordcorea e la Corea del Sud

La geopolitica della Penisola coreana ha visto in tempi recenti riattivate tutte le questioni “calde” che caratterizzano quest'area dell'Estremo Oriente: va infatti ricordato che oltre all’annosa provvisorietà della situazione di non belligeranza tra le due Coree, derivante dall'armistizio del 1953, al quale non è mai seguito un trattato ufficiale di pace; le preoccupazioni della Comunità internazionale si sono negli ultimi anni prevalentemente spostate sulle minacce nucleari della Corea del Nord, le quali certamente interagiscono anche con il sistema dittatoriale in vigore a Pyongyang - particolarmente soggetta a brusche accelerazioni in occasione delle successioni dinastiche -, che coniuga elementi di dispotismo tradizionale, confucianesimo e comunismo asiatico.

L’escalation nucleare della Corea del Nord
La questione della proliferazione nucleare nella Corea del Nord ha visto il proprio inizio nell’ottobre 2002, quando gli USA resero noto che la Corea del Nord aveva ammesso di essere impegnata nella realizzazione di un programma di produzione di uranio arricchito. Nel dicembre 2002 il Governo nordcoreano decise lo smantellamento dei sistemi di sorveglianza installati dall’AIEA (Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica) nella centrale nucleare civile di Yongbyon e la successiva espulsione degli ispettori dell’Agenzia dal territorio nordcoreano. Il 6 gennaio 2003 l’AIEA chiese al governo nordcoreano l’immediata cessazione dei programmi nucleari militari: in risposta, il 10 gennaio la Corea del Nord annunciò il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare (cui aveva aderito nel 1985).

L’allarme destato nella Comunità internazionale dalle mosse nordcoreane provocò una forte iniziativa diplomatica, a seguito della quale nel mese di aprile del 2003 ebbero inizio i negoziati fra Corea del Nord, Cina e USA sulla proliferazione nucleare nordcoreana, che vennero in seguito allargati alla partecipazione di Giappone, Russia e Corea del Sud (i cosiddetti Six Parties talks). I negoziati a sei portarono, il 19 settembre, alla firma di una Dichiarazione comune, nella quale il governo della Corea del Nord si impegnava “ad abbandonare tutte le armi nucleari” e “tutti i programmi nucleari in corso”, nonché ad accettare nuovamente il Trattato di non proliferazione nucleare - con il conseguente consenso alle ispezioni dell’AIEA -, a fronte della dichiarazione degli Stati Uniti di non avere proprie armi atomiche nella penisola coreana e dell’impegno a non attaccare il paese asiatico “né con armi convenzionali né con armi nucleari”.

Nel luglio 2006, dopo il diffondersi di notizie circa l’avvenuta effettuazione di un esperimento missilistico da parte nordcoreana, il Dipartimento di Stato USA confermava il lancio missili a corto raggio, tipo Scud, caduti nell’Oceano, e quello di un missile a lungo raggio, che sarebbe però fallito. Le reazioni internazionali agli esperimenti missilistici della Corea del Nord furono di condanna pressoché unanime. Va peraltro ricordato che già nel 1998 il territorio giapponese era stato sorvolato da un missile a lunga gittata lanciato dalla Corea del Nord, e poi precipitato nell’Oceano Pacifico.

Il 15 luglio il Consiglio di sicurezza dell’ONU, dopo alcune tergiversazioni – dettate soprattutto dall’atteggiamento estremamente cauto di Pechino – trovava infine un accordo, adottando all’unanimità una risoluzione (n. 1695/2006) che condannava gli esperimenti nucleari della Corea del Nord ed esigeva la sospensione di tutti i test missilistici, chiedendo nel contempo alla Comunità internazionale di bloccare l’importazione ed esportazione di tecnologia dal potenziale uso missilistico o nucleare. Veniva inoltre fortemente raccomandato al governo nordcoreano di riprendere con urgenza i negoziati sulla non proliferazione delle armi nucleari.

La risoluzione era il frutto di un compromesso tra le posizioni più intransigenti di Stati Uniti e Giappone, e quella di Russia e Cina, inizialmente orientati ad evitare la risoluzione, limitandosi ad una generica dichiarazione di condanna. Difatti, la risoluzione non fa riferimento al capitolo VII della carta dell’ONU – che prevede la possibilità di sanzionare le nazioni inadempienti con misure economiche o, nei casi più gravi, anche con l’uso della forza - ma si colloca nell’ambito delle “speciali responsabilità” del Consiglio per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

Il 9 ottobre 2006 la Corea del Nord effettuava un esperimento di esplosione nucleare sotterranea, che peraltro, secondo la maggior parte degli osservatori, era di limitata potenza – tanto da far ipotizzare in qualche caso essersi trattato solo di una enorme esplosione convenzionale. Il Ministro degli esteri nordcoreano, due giorni dopo, giustificava il test nucleare con la minaccia statunitense, nonché con le sanzioni e le pressioni nei confronti del suo Paese. D'altra parte, il Ministro aggiungeva che la Corea del Nord si considerava tuttora impegnata all'attuazione dell'accordo congiunto del settembre 2005, e più in generale a perseguire l'obiettivo della denuclearizzazione della penisola coreana.

La reazione della Comunità internazionale, pur dopo qualche ulteriore titubanza, conduceva il 14 ottobre 2006 all'adozione, da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, della risoluzione 1718, nella quale la Corea del Nord veniva esportata a sospendere i test nucleari e qualsiasi programma di proliferazione nucleare, tornando piuttosto ai negoziati a sei. Senza troppo calcare la mano, sempre in considerazione di notevoli divisioni anche all'interno dei cinque Stati partecipanti con la Corea del Nord ai negoziati a sei, la risoluzione imponeva comunque sanzioni addizionali sul commercio nei confronti di Pyongyang, con un allargamento delle fattispecie di transazioni proibite rispetto a quelle già previste nella precedente risoluzione 1695.

In questo contesto la conclusione del quinto round dei negoziati a sei registrava, alla metà di febbraio 2007, un accordo su un piano d’azione per la progressiva e graduale attuazione dell'accordo congiunto del settembre 2005. Conseguentemente, non senza ulteriori difficoltà che punteggiavano la prima metà dell’anno, il governo nordcoreano annunciava alla fine di giugno l'inizio delle procedure per la chiusura dell'impianto nucleare di Yongbyon, confermata dall’AIEA alla metà di luglio.

Tuttavia il 6 settembre 2007 un attacco aereo israeliano distruggeva un'installazione siriana nel Nord del paese. Nei giorni successivi al raid cominciarono a circolare voci attribuibili a funzionari statunitensi, secondo le quali l'attacco avrebbe avuto per obiettivo un impianto nucleare in costruzione con l'assistenza nordcoreana, e l'impianto medesimo, già quasi completato, sarebbe stato pressoché identico a quello di Yongbyon. Il progressivo emergere della questione rimetteva in discussione almeno in parte i progressi negoziali in direzione dello smantellamento delle attività nucleari nordcoreane, uno dei cui punti fermi, si ricorda, consisteva nell'impegno nordcoreano a non esportare tecnologie e materiali nucleari.

Pertanto, la prima metà del 2008 registrava un impasse nell'attuazione degli accordi dell'anno precedente, soprattutto in merito alle modalità con cui la Corea del Nord avrebbe dovuto rendere pubbliche le proprie attività di proliferazione nucleare. Ciò di fatto rendeva impossibile il rispetto della scadenza della fine del 2007, che era stata fissata come termine ultimo per la presentazione delle dichiarazioni nordcoreane e per lo smantellamento dei reattori e delle armi atomiche. Comunque alla fine di giugno 2008 veniva consegnata alle autorità cinesi la prevista dichiarazione sui programmi nucleari di Pyongyang: si dava corso inoltre alla demolizione della torre di raffreddamento dell'impianto nucleare di Yongbyon, un gesto che, pur di valore perlopiù simbolico, sembrava tuttavia segnare una volontà positiva di proseguire sulla falsariga degli accordi del 2007.

L’ottimismo durava però ben poco in quanto, pur presentato con ritardo, il rapporto nordcoreano presentava ampie lacune, ad esempio nel non indicare il numero di ordigni nucleari prodotti con il plutonio ottenuto dall’impianto di Yongbyon, o anche nella mancanza di qualunque accenno ad attività nucleari connesse invece ad uranio arricchito. In questo problematico quadro si è inserito il révirement nordcoreano della fine di agosto 2008, quando Pyongyang ha annunciato il congelamento dei piani di abbandono dei propri programmi nucleari, con effetto dal 14 agosto 2008.

In ogni modo, dopo l’espulsione (24 settembre) degli ispettori dell’AIEA, vi è stato un nuovo apparente sviluppo positivo, quando gli Stati Uniti annunciavano (11 ottobre) il raggiungimento di un accordo - sia sul numero degli impianti da ispezionare, sia sulle metodologie da impiegare - con la Corea del nord su tutte le richieste avanzate da Washington. Nonostante le perplessità nipponiche, nella stessa giornata gli USA rendevano nota la cancellazione della Corea del nord dalla Black list. Questi concitati sviluppi vanno spiegati nel quadro della fase calante della Presidenza di George Bush, desideroso di ottenere qualche risultato di prestigio.

Non a caso, dopo il cambio di Amministrazione alla Casa Bianca non si sono registrati progressi nei rapporti con la Corea del nord, e il nuovo Segretario di Stato USA Hillary Clinton non ha mancato di rilevare indirettamente l’altalenante approccio della precedente Amministrazione americana, che da un lato non avrebbe saputo sviluppare il dialogo multilaterale che la soluzione della questione richiede, e dall’altro avrebbe peccato di ottimismo procedendo alla cancellazione di Pyongyang dalla Black list prima del raggiungimento di veri risultati.

Nel giugno 2009 la Corea del Nord ha abbandonato i negoziati a sei, in risposta all’adozione da parte del Consiglio di Sicurezza della risoluzione 1874, che ha previsto nuove sanzioni a carico di Pyongyang. La risoluzione aveva fatto seguito al test nucleare e missilistico nordcoreano del 25 maggio, quando Pyongyang faceva esplodere nel sottosuolo un ordigno di potenza indiscutibilmente di origine nucleare, congiuntamente al lancio di tre missili a corto raggio.

Il 27 giugno l’Unione europea ha adottato le nuove sanzioni dell’ONU, decidendo al contempo altre misure sanzionatorie riguardanti personalità ed entità ed introducendo una vigilanza finanziaria più dettagliata in materia ed un rafforzamento dal regime ispettivo delle navi.

Un momento di tensione si è verificato intorno alla metà di agosto 2009, quando la Corea del Nord ha posto l’esercito in stato di allerta in vista di manovre congiunte USA-Corea del Sud, e ha anche minacciato un attacco nucleare se provocata militarmente. Ciononostante, a distanza di poco tempo, il 25 agosto, la Corea del Nord ha invitato il negoziatore americano, Bosworth, per discutere del proprio programma nucleare. Intanto, il 4 settembre 2009 l’AIEA rendeva noto che i suoi ispettori non avevano avuto il permesso di accedere ai siti di arricchimento dell’uranio in Corea del Nord. Contestualmente quest’ultima annunciava, in una missiva indirizzata all’ONU, che ''i test sull'arricchimento dell'uranio sono stati portati a termine con successo e questo processo è nella sua fase conclusiva''. L’agenzia di stato Kcna riferiva inoltre che ''il plutonio estratto sta per essere trasformato in armi'', ma anche che Pyongyang era pronta ''sia per il dialogo che per le sanzioni''. Una tale dichiarazione, in aperta contraddizione con le aperture delle settimane precedenti, ha allarmato la Comunità internazionale. In particolare, la Russia si è detta preoccupata in quanto la sfrontata violazione di una risoluzione dell’ONU creava un precedente estremamente allarmante. Preoccupati anche Corea del Sud e Giappone: il ministro degli esteri giapponese ha affermato che si trattava di ''un comportamento che alza la tensione nella regione''' e che “Pyongyang è chiamata a rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e a concretizzare gli accordi per il processo di denuclearizzazione''.

Nel complesso non è possibile sfuggire all’impressione di un’accorta tattica di Pyongyang, nella quale vi è una continua alternanza di aperture e irrigidimenti, di minacce e di concessioni, nel contesto dei quali la Corea del Nord ha potuto proseguire, seppure con limitazioni, nei propri progetti nucleari, utilizzandone il peso politico sul piano internazionale per far fronte alle proprie manchevolezze in campo economico e alimentare.

Gli sviluppi più recenti
Tutto ciò è stato pienamente confermato nelle vicende più recenti della Corea del Nord – per di più intrecciandosi con un revival del confronto militare con Seul e con i prodromi di un passaggio generazionale al vertice del potere -, a partire dalla visita a Pyongyang del premier cinese Wen Jiabao (6-8 ottobre 2009), dopo la qualei toni del regime nordcoreano sono tornati concilianti, con aperture rinnovate al dialogo con gli USA e nell’ambito dei Colloqui a Sei. Tuttavia, probabilmente per accrescere il proprio potere contrattuale, Pyongyang ha reso noto ai primi di novembre 2009 di aver completato il riprocessamento di 8.000 barre di combustibile nucleare per ottenere plutonio arricchito a fini militari, attività per di più collegata alla minacciata piena riattivazione dell’impianto di Yongbyon.

Nello stesso mese di novembre il regime nordcoreano - che in aprile aveva dato intanto corso ad alcune modifiche costituzionali, sganciando il Paese dagli schemi comunisti più rigidi e accentuando il potere dei militari e del leader supremo, loro capo in quanto presidente della Commissione di Difesa nazionale - ha dato corso a una riforma monetaria, con la rivalutazione 1:100 della valuta nazionale, il won, determinando il drenaggio ulteriore di risorse a danno della popolazione – cui non si è consentito il cambio se non entro certi limiti – e innescando una nuova spirale di fame e tentativi di fuga in Cina, duramente repressi.

Dal 7 al 9 dicembre 2009 l’inviato speciale USA Bosworth ha svolto una missione a Pyongyang, per colloqui di carattere esplorativo, cui non hanno fatto seguito tuttavia sviluppi positivi. Al contrario, il 26 marzo è stata affondata nel Mar Giallo, in prossimità di acque territoriali la cui delimitazione Pyongyang contesta da sempre, la corvetta sudcoreana Cheonan, con la morte di 46 marinai. Un successivo rapporto del servizio segreto militare di Seul, di cui si è avuta notizia quasi un mese dopo l’affondamento, ha attribuito l’evento al lancio di un siluro da parte di un sottomarino nordcoreano.

Per quanto la Corea del Nord abbia negato ogni coinvolgimento nella vicenda, nei mesi successivi la questione è rimasta costantemente sullo sfondo, pregiudicando pesantemente ogni prospettiva seria di riapertura del dialogo internazionale con Pyongyang. Il presidente sudcoreano Lee Myung-Bak ha annunciato una riduzione al minimo degli scambi commerciali e degli aiuti diretti al Nord.

Sul versante interno, dopo le modifiche costituzionali dell’aprile 2009, è emersa da una serie di mosse la preparazione della successione a Kim Jong-il, che nel 2008 aveva avuto gravi problemi di salute, poi parzialmente superati. In tal senso pare doversi interpretare la nomina a vice presidente della Commissione nazionale di Difesa del cognato di Kim, Jang Song-thaek, un funzionario di partito di 63 anni che con la sua esperienza dovrebbe traghettare il giovane terzogenito del leader supremo, Kim Jong-un, di circa 27 anni, verso l’assunzione delle più alte responsabilità di governo. La successione al vertice nord-coreano sarebbe stata uno dei punti principali delle inattese due visite di Kim Jong-il in Cina (maggio e agosto 2010), nelle quali certamente i rapporti di Pyongyang con la Comunità internazionale e la necessità di aiuti economici – anche per le disastrose inondazioni di agosto – hanno giocato un ruolo importante.

Il 28 settembre, dopo 44 anni, si è svolto il congresso del Partito dei lavoratori nordcoreano, in un primo tempo previsto per l’inizio del mese, con il compito di eleggere le supreme cariche del Paese: in realtà anche questo appuntamento è stato essenzialmente dedicato alla preparazione della futura successione al leader supremo. Contestualmente al congresso, infatti, il giovane Kim Jong-un è stato nominato generale a quattro stelle, così come la zia, Kim Kyoung-hui, moglie di Jang Song-thaek.

La coppia dovrebbe probabilmente, così rafforzata, reggere lo Stato fino alla completa maturazione politica di Kim Jong-un, nel caso di scomparsa di Kim Jong-il, o del venir meno della sua leadership per i noti problemi di salute. Nel contempo il leader supremo ha proceduto a promuovere alcuni ufficiali di vertice delle forze armate nordcoreane, come bilanciamento parziale delle rafforzate posizioni del proprio clan familiare. L’operazione sembra essere riuscita, giacché i militari – vero baricentro della politica di Pyongyang – avrebbero designato proprio il giovane delfino come loro rappresentante al congresso di fine settembre. La prima uscita pubblica di Kim Jong-un accanto al padre si è avuta il 10 ottobre, nella cornice di un’imponente parata militare.

La futura leadership di Kim Jong-un è stata tuttavia ben presto contestata dal fratello maggiore Kim Jong-nam, che da anni vive una sorta di esilio dorato in vari paesi asiatici: il primogenito di Kim Jong-il si è detto contrario alla trasmissione ereditaria del potere di terza generazione, nel corso dell’intervista a una televisione giapponese, accettando peraltro la decisione del padre e dicendosi disposto a offrire dall’estero il proprio appoggio al nuovo corso nordcoreano.

Ben diversa l’ipotesi avanzata solo qualche giorno dopo dalla televisione sudcoreana KBS, secondo la quale è in atto invece un duro scontro tra i due fratelli, che avrebbe causato il rinvio del congresso del partito alla fine di settembre: Kim Jong-nam, che avrebbe anche subito un attentato ordito dalla cerchia dei collaboratori del fratello, e dal quale sarebbe scampato grazie alle autorità cinesi, avrebbe accusato Kim Jong-un di aver architettato l’affondamento in marzo della corvetta sudcoreana, che provocò la morte di 46 marinai di Seul. Secondo una fonte diplomatica citata da un quotidiano sudcoreano, lo stesso linguaggio usato da Kim Jong-nam, di inusitata franchezza, rivelerebbe una forte protezione cinese: in tal modo, Pechino utilizzerebbe il primogenito di Kim Jong-il per prefigurare una possibile alternativa di potere nella Corea del Nord, facendo pesare tale prospettiva nei complessi rapporti bilaterali con Pyongyang.

Per quanto concerne i rapporti tra le due Coree, dopo un breve periodo di ritorno al dialogo, con la richiesta a Seul di aiuti per fronteggiare gli effetti delle recenti alluvioni nel Nord, in cambio di facilitazioni nei ricongiungimenti familiari tra i due Paesi; già il 29 ottobre si verificava un incidente tra due posti di guardia di confine nord- e sudcoreano, con l’esplosione di alcuni colpi d’arma da fuoco. E’ stato tuttavia il 23 novembre che si è verificato un pesante bombardamento di artiglieria nordcoreano contro l’isola sudcoreana Yeonpyeong, nel Mar Giallo occidentale, provocando la morte di due marines sudcoreani e di due civili, oltre alla fuga di gran parte degli abitanti dell’isola in preda al terrore. La reazione di Seul, non particolarmente forte sul piano militare, ha tuttavia preannunciato una risposta decisa, accusando Pyongyang di violazione dell’armistizio del 1953. Anche gli Stati Uniti hanno condannato con forza l’attacco, ribadendo il loro forte impegno alla difesa della Corea del Sud.

Nell’immediato è emerso tuttavia che, a fronte di una generalizzata preoccupazione della Comunità internazionale, declinata in alcuni casi (Regno Unito, Unione Europea) come condanna dell'azione militare nordcoreana, in altri casi (Nazioni Unite, Russia) come forte preoccupazione, la Cina ha tenuto un atteggiamento assai cauto nei confronti del proprio alleato nordcoreano. Nei giorni successivi, mentre gli Stati Uniti tendevano a considerare l'attacco nordcoreano alla stregua di un’azione isolata da cui non devono derivare conseguenze gravissime come quelle che farebbero seguito a un’esplicita dichiarazione di violazione dell'armistizio del 1953, Pechino accentuava indirettamente il proprio sostegno a Pyongyang, cercando anche di dissuadere gli Stati Uniti e la Corea del sud dalle manovre militari aeronavali congiunte previste a partire dal 28 novembre, con la motivazione che il braccio di mare in cui si sarebbero effettuate incrocia la zona economica esclusiva dichiarata unilateralmente dalla Cina nel 1998. Più in generale, Pechino ha teso a pronunciarsi più che contro l’attacco nordcoreano, contro le provocazioni militari in qualsiasi forma - si tenga presente che Pyongyang ha giustificato l'attacco del 23 novembre come risposta, appunto, a presunte manovre sudcoreane provocatorie.

Pechino ha tentato di intervenire a suo modo come fattore moderatore della crisi nella penisola coreana, inviando due propri emissari a Seul, ma le proposte cinesi di compiere ogni sforzo per convocare una riunione straordinaria dei Six Parties Talks hanno ricevuto risposte piuttosto scettiche tanto dalla Corea del sud, quanto dal Giappone e dagli Stati Uniti: inoltre, la copertura di Pechino sulla Corea del Nord è rimasta forte anche dopo che il 30 novembre Pyongyang è tornata a rivendicare con forza i progressi raggiunti nella produzione di uranio arricchito attraverso l'operatività di migliaia di centrifughe nei pressi dell'impianto di Yongbyon.

Le affermazioni nordcoreane sembrano possedere una almeno parziale fondatezza sulla base di quanto riportato da alcuni scienziati statunitensi che hanno visitato la Corea del Nord in novembre. In particolare Charles Pritchard, già inviato speciale USA per la Corea del Nord, dopo una visita al sito di Yongbyon, ha asserito che il programma nordcoreano di realizzazione del nuovo reattore ad acqua leggera – da completare nel 2012 - è avviato, ma appare essere solo all’inizio.

Siegfried Hecker, ex direttore del Laboratorio nucleare USA di Los Alamos e attualmente professore a Stanford, ha riferito alla fine di novembre di aver visitato con alcuni colleghi il 12 dello stesso mese il complesso nucleare di Yongbyon. Hecker ha confermato lo stato iniziale della costruzione del reattore ad acqua leggera, aggiungendo di aver rilevato una struttura con circa 2.000 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, comandata da una centrale tecnologicamente molto avanzata. A giudizio di Hecker le centrifughe dovrebbero effettivamente servire – come sostenuto dai nordcoreani - solo per la produzione di uranio a basso arricchimento (LEU), ma l’impianto potrebbe anche agevolmente essere riconvertito per produrre uranio altamente arricchito a scopi militari – o, in alternativa, vi potrebbero essere altrove strutture analoghe non denunciate.

Un recente rapporto dell’ISIS (Institute for Science and International Security) dell’8 ottobre 2010 aveva evidenziato come un dato di fatto lo sviluppo di centrifughe in Corea del Nord, senza peraltro poterne determinare l’effettiva possibilità di produrre uranio altamente arricchito a scopi militari. Il rapporto asseriva comunque che la Corea del Nord era oltre lo stadio di laboratorio, e appariva capace di allestire almeno un impianto pilota. Il rapporto concludeva che comunque vi era da attendersi un uso politico-diplomatico del programma di arricchimento dell’uranio nordcoreano, e contro ciò appare necessario ostacolare gli appalti illegali di Pyongyang con Stati esteri per ottenere materiali necessari al programma, anche attraverso una migliore attuazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite.

Lo stesso ISIS aveva constatato mediante immagini satellitari già alla fine di settembre un’intensa attività di scavo nella zona della torre di raffreddamento (demolita) di Yongbyon, e alla metà di novembre rilevava già la presenza di un edificio di grandi dimensioni, quasi sicuramente la struttura visitata da Hecker – le cui notizie l’ISIS, in un rapporto del 21 novembre, ha riscontrato come attendibili, e coerenti con il rapporto dell’8 ottobre. Tuttavia l’ISIS rileva come la rapidità di realizzazione della nuova struttura di Yongbyon sia tale da destare preoccupazione in merito alla possibilità che la Corea del Nord abbia allestito – o stia allestendo – parecchie altre simili strutture, che cumulativamente potrebbero allora produrre veramente quantità rilevanti di uranio altamente arricchito per scopi militari.

Conclusivamente, si può notare come diversi osservatori convergano sul sostanziale successo delle ultime mosse di Pyongyang, che utilizzerebbe tanto i propri programmi nucleari quanto le pressioni militari nei confronti di Seul per i propri scopi diplomatici, ovvero una ripresa del negoziato a sei al fine di ottenere consistenti aiuti economici, nonché il rafforzamento della delicata transizione di potere in corso in Corea del Nord.

La strategia nordcoreana appare di successo nella misura in cui non teme di forzare limiti apparentemente invalicabili - come quelli posti dall'armistizio del 1953 o dall'apparato sanzionatorio delle Nazioni Unite -, ottenendo al massimo vibrate proteste, senza sostanziali minacce. Al contrario, si osserva che l'aggressività nordcoreana è suscettibile di porre in grave crisi l'alleanza di Seul con gli Stati Uniti, come ha mostrato in particolare la vicenda dell'affondamento della corvetta sudcoreana nel marzo 2010, dopo il quale gli Stati Uniti hanno evitato di partecipare a previste manovre militari congiunte con le truppe sudcoreane, soprattutto per la preoccupazione rispetto alle reazioni cinesi.

Particolarmente interessante appare il commento di François Godement (dell’ECFR) riportato nel fascicolo, nel quale si rileva un'inversione di ruoli nella vicenda della penisola coreana, che vede stavolta Seul capeggiare lo scetticismo verso una ripresa dei negoziati. Propedeutica a questa inversione di ruoli è stata la chiara ripresa delle azioni violente da parte della Corea del Nord, l'ultima delle quali, il grave bombardamento dell'isola di Yeonpyeong, potrebbe essere stato addirittura solo un modo per accrescere l’attenzione della Comunità internazionale in ordine alle rivelazioni sul nuovo impianto di arricchimento nucleare di Yongbyon.

Secondo Godement, la vicenda nordcoreana, anche sul piano interno, va vista in modo meno caricaturale che in passato: la successione futura a Kim Jong-il sembra ad esempio configurarsi in realtà come il passaggio a una leadership più collettiva. Sul piano regionale, nel quale i comportamenti nordcoreani vanno necessariamente inquadrati, Pyongyang ha mostrato una grande intelligenza nell'utilizzare i potenziali conflitti marittimi che la Cina ha attivato nel corso del 2010 come copertura per propri comportamenti apparentemente irresponsabili, sapendo che Pechino non può facilmente convergere con paesi con i quali ha in atto diversi contenziosi.

Inoltre, nella prospettiva di possibili compromessi americani sulla questione del nucleare iraniano, la Corea del Nord si candida, battendo i pugni sul tavolo, a godere delle stesse concessioni che eventualmente verranno accordate a Teheran. Pyongyang sa inoltre di poter contare sull'ambiguità di fondo che muove tutti i paesi dell'area, che se richiedono agli Stati Uniti una forte copertura di sicurezza, non rinunciano alle prospettive economiche assicurate dalle buone relazioni con Pechino, che della Corea del Nord è il maggiore alleato. Il risultato di tutti i comportamenti nordcoreani – che potrebbero apparire, se non inquadrati in un contesto coerente, addirittura come sintomi di una crisi irreversibile - sarebbe allora un completo successo, che si rivelerebbe nell'accettazione dello status di Pyongyang come potenza nucleare e nel riconoscimento dell’evoluzione del regime interno.

Per saperene di più:
§E. Schibotto, Corea del Nord: il rebus nordcoreano e la strategia della minaccia, in: www.equilibri.net, 6 gennaio 2010 3

§ A. Berkofsky, Japan-North Korea Relations. Bad and Not Getting Better, in: ISPI Policy Brief, luglio 2010 3

§ D. Albright, P. Brannan, Taking Stock: NorthnKorea’s Uranium Enrichment Program, in: The Institute for Science and International Security, 8 ottobre 2010 3

§ D. Albright, P. Brannan, Satellite Image Shows Building Containing Centrifuges in North Korea in: ISIS Reports, 21 novembre 2010 3

§ Deciphering North Korea’s Provocations, in: www.stratfor.com, 24 novembre 2010 3

§ V. Cha, K. Harrington, Uranium and Artillery: North Korean Revelations and Provocations, in: http://csis.org, 24 novembre 2010 3

§ G. Gentile, Do We Have Any Idea How to Deal with North Korea, in: Council on Foreign Relations, 24 novembre 2010 3

§ M. Fackler, M. McDonald, South Korea Reassesses Its Defenses After Attack, in: The New York Times, 25 novembre 2010 3

§ D. Trenin, A New Korean Crisis, in: Carnagie web commentary, 26 novembre 2010 3

§ M. Forsythe, P. S. Green, China’s Defense of North Korean Ally Risks Alienating Top Trading Partners, tratto da: www.bloomberg.com, 29 novembre 2010 3

§ F. Godement, It isn’t only about North Korea, in: ecfr.eu (European Council on Foreign Relations), 29 novembre 2010 3

§ D. Martin, N. Korea crisis reveals impatience with Chinese caution, in: Center for Strategic & International Studies, 2 dicembre 2010 3

§ J. Kurlantzick, Kimpossible, in: Council on Foreign Relations, 2 dicembre 2010 3

§ M. Mazza, Send the North a message – The best way to avoid a new Korean War is to deter North Korean provocations. Reducing U.S. forces in the region doesn’t do that, in: www.latimes.com, 3 dicembre 2010 4

§ BBC News Asia-Pacific, South Korea begins live-fire military drills, in: www.bbc.co, 6 dicembre 2010 4

§ M. McDonald, South Korea Begins Naval Firing Drills, in: The New York Times, 6 dicembre 2010 4

§ M. Wines, D. E. Sanger, Delay in Korea Talks Is Sign of U.S. – China Tension, in: The New York Times, 6 dicembre 2010 4

§ E. Alden, S.A. Snyder, Why U.S. – Korea Trade Deal Matters, in: Council on Foreign Relations, 6 dicembre 2010 4

§ S. A. Smith, Trilateral Call: China Restrain Pyongyang, in: Council on Foreign Relations, 7 dicembre 2010 4

§ Y. Ji, Yeongpyeong: Tough Test for China’s North Korea Policy, in: RSIS Commentaries, 1 dicembre 2010 4

§ G. Andornino, I colpi di coda della Corea del Nord, in: www.affarinternazionali.it, 6 dicembre 2010 4

La Gran Bretagna taglia le spese della Difesa

Le misure di revisione della spesa pubblica (Spending Review) adottate dal Governo liberal-conservatore del Regno Unito stabiliscono, per il quadriennio 2011-2015, la distribuzione di risorse tra i Dipartimenti governativi e fissano limiti di spesa per ciascuno di essi (Nella foto a sinistra le nuove divise delle truppe inglesi dopo i tagli alla Difesa). Nel quadro di tali iniziative, preordinate ad una graduale diminuzione del deficit di bilancio, sono contemplati interventi di contenimento della spesa per la difesa, i cui criteri il Governo ha illustrato nel documento pubblicato il 19 ottobre 2010 in tema di sicurezza e difesa strategica. Nelle valutazioni del Governo britannico, a motivare la necessità della revisione della spesa in un settore il quale, in ragione delle responsabilità ed ambizioni globali che tradizionalmente orientano l’azione del Regno Unito sulla scena delle relazioni internazionali, ha natura certamente “sensibile” per la politica del Paese, è il rapporto di reciproca dipendenza sussistente tra sicurezza nazionale e sicurezza economica: in tale prospettiva, il contenimento della spesa per la difesa è necessario al generale riequilibrio del deficit della finanza pubblica e a preservare la stessa sicurezza nazionale. Il perseguimento di tali finalità richiede l’individuazione di criteri generali (principles) per l’impiego delle forze armate, improntati ad una maggiore selettività seppure mantenute nella loro capacità di tutelare gli interessi nazionali nella più ampia dimensione geografica. Tali criteri, precisati nel documento dal titolo Securing Britain in an Age of Uncertainty: The Strategic Defence and Security Review (consultabile all’indirizzo


riguardano - oltre alla necessaria sussistenza dell’interesse nazionale - la chiarezza degli obiettivi strategici, la proporzionalità dei benefici rispetto ai rischi politici, economici, nonché alla perdita di vite umane, l’esistenza di politiche praticabili successivamente all’intervento militare (exit strategy) ed infine la giustificabilità dell’intervento militare sul piano del diritto internazionale.
A questi criteri generali si correlano alcuni fondamentali ambiti di operatività, articolati in sette Military Tasks (a loro volta specificati in Defence Planning Assumptions). Tali compiti sono individuati nella difesa del Regno Unito e dei suoi Territori d’oltremare, nella intelligence strategica, nel mantenimento dei dispositivi di deterrenza nucleare nazionale, nell’esercizio di compiti di protezione civile a sostegno delle competenti organizzazioni, e, più in generale, nella difesa degli interessi nazionali attraverso il mantenimento di uno status di potenza militare ed attraverso la partecipazione a operazioni militari multinazionali.
Le forze armate così prefigurate (The Future Force) risulteranno quindi costituite da tre elementi, differenziati, a seconda delle diverse modalità operative, in Deployed Force, High Readiness Force e Lower Readiness Force. La prima comprende contingenti militari impegnati in ambiti operativi ritenuti vitali per la sicurezza nazionale, come la difesa aerea territoriale, la presenza della marina militare nel Sud Atlantico e il deterrente nucleare; peraltro, anche l’attuale impegno in Afghanistan è fatto rientrare in questa categoria di operazioni. La seconda è preordinata principalmente alla reazione rapida in caso di crisi, ma può includere la partecipazione di contingenti militari in operazioni multinazionali. La terza è costituita essenzialmente da personale militare già addestrato per l’ingaggio in operazioni protratte nel tempo, che con criteri di flessibilità può tuttavia essere addestrato in prospettiva di operazioni di intervento rapido.
Sotto il profilo della spesa pubblica, la nuova definizione di strutture e di modalità operative delle forze armate, assieme ad interventi di contenimento destinati ad incidere soprattutto sui settori non operativi (personale civile, beni immobili) comporterà, nelle stime del Governo, un risparmio di 4,3 miliardi di sterline nel quadriennio della Spending Review.
Il carattere prioritario riconosciuto alla sicurezza nazionale richiede, tuttavia, che in quest’ambito i tagli della spesa seguano criteri differenziati rispetto a quelli programmati per altri Dipartimenti governativi; a tale riguardo il Governo prevede che gli obiettivi di spesa si attestino sui livelli stabiliti dalla NATO nel prossimo quadriennio, e che in tale arco di tempo il Regno Unito mantenga il quarto posto, su scala mondiale, in ordine agli stanziamenti per la difesa. La definizione di nuovi criteri di spesa è altresì resa finalizzata, nei propositi del Governo, ad una riformulazione degli equipaggiamenti e dei sistemi d’arma in dotazione alle forze armate, che superando le modalità di approvvigionamento fin qui sperimentate, rivelatesi inefficienti, ponga le condizioni per un ammodernamento delle risorse tecniche e per il loro impiego più idoneo.
Limitando l’esame alle linee più generali delle misure annunciate in materia di dotazione delle forze armate, viene in rilievo, in questo quadro, il mantenimento di un ruolo operativo di primo piano dell’Esercito, per il quale si prevede la dotazione di equipaggiamenti più leggeri tali da consentirne l’impiego con carattere di flessibilità. L’operatività delle truppe di terra è assicurata, nelle previsioni del Governo, attraverso il potenziamento della flotta di elicotteri da combattimento e per il trasporto, sia con l’acquisto di nuovi mezzi, sia con il più lungo impiego nel tempo di mezzi già disponibili.
Quanto alla Marina militare, il Governo ha manifestato l’intento di completare la costruzione di due grandi portaerei, nel presupposto che la capacità di dislocare aerei nei teatri di combattimento in assenza di basi di terra costituisca un obiettivo prioritario. La necessità di garantire l’interoperabilità del trasporto di mezzi aerei nel quadro delle alleanze militari è posta a fondamento, tuttavia, della scelta del Governo di procedere alla dismissione degli aerei Harrier e alla modifica dei mezzi navali di trasporto per consentire il decollo di aerei del tipo Joint Strike Fighter. È altresì previsto il potenziamento della flotta sottomarina, componente essenziale del deterrente nucleare britannico, con l’acquisizione di sei sottomarini di classe Type 45. La capacità di lancio di missili nucleari dei sottomarini in dotazione alla Royal Navy verrà comunque ridotta: la misura, da adottare in ottemperanza agli impegni internazionali in materia di disarmo multilaterale, consentirà, nelle stime del Governo, un risparmio di 750 milioni di sterline nel quadriennio della Spending Review e di 3,2 miliardi di sterline nell’arco del prossimo decennio.
Relativamente all’aviazione, il Governo prevede che la Royal Air Force sia dotata, entro il 2020, di versatili e moderni aerei da combattimento aria-aria ed aria-terra di tipo Typhoon, nonché dei già menzionati aerei del tipo Joint Strike Fighter. Verrà inoltre incrementata la dotazione di aerei senza pilota (Unmanned Air Vehicles) per compiti di ricognizione e di combattimento.
Nell’individuare i principali ambiti di intervento, rispetto ai quali è destinata a concentrarsi la spesa destinata alla difesa, il Governo mette al primo posto la partecipazione del proprio contingente alla missione militare a guida NATO dislocata in Afghanistan, in attesa che, a partire dal 2015, la stabilizzazione istituzionale e politica locale consenta il graduale disimpegno e la conversione delle attuali regole di ingaggio in compiti non più operativi ma in prevalenza di addestramento.
La revisione della spesa della difesa intende, tuttavia, mantenere inalterata, con riguardo ai compiti in tali ambiti esercitati da personale militare, l’efficacia dell’azione anti-terrorismo svolta sul territorio nazionale, il contrasto del residuo terrorismo nell’Irlanda del Nord e l’utilizzazione delle forze armate nel far fronte ad emergenze civili o a catastrofi naturali.

Separati alla nascita: Julian Assange & Lionello Manfredonia

Julian Assange, fondatore di Wikileaks Lionello Manfredonia, cofondatore del calcioscommesse

venerdì 24 dicembre 2010

Il "medico dei pazzi" Ignazio Marino e Rosi Mauro

Nell'esprimere la mia solidarietà a Rosi Mauro per gli attacchi di questi giorni, vi faccio vedere cosa è successo al Senato dopo l'approvazione del ddl Gelmini, quando il senatore Marino ha fatto marcia indietro sulla diagnosi che aveva fatto sulla condizione mentale della senatrice Rosi Mauro, alla quale avrebbe voluto mettere la camicia di forza. Mi chiedo se l'ordine dei medici possa intervenire in una vicenda del genere perchè il comportamento di Marino è, a dir poco, politicamente e professionalmente scorretto.

RIZZI (LNP). Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola. Io vorrei intervenire, non tanto sull'ordine dei lavori, quanto su un fatto che presenta un aspetto personale, con diverse sfaccettature. Sono contento, inoltre, che sia rimasto in Aula il presidente Ignazio Marino, perché egli è oggetto di questo mio intervento.
Io non posso fare a meno di rimarcare, prima di tutto come medico ma anche come senatore, una dichiarazione del collega Ignazio Marino di questa mattina, ripresa da diversi giornali, come ad esempio «il Giornale» piuttosto che «L'Unità», che si configura come un grosso attacco nei confronti di un membro del nostro Gruppo, ma ancor più grave a livello istituzionale, in quanto si tratta della Vice Presidente di questo Senato, la collega Rosi Mauro, alla quale vorrei esprimere parole di solidarietà.
Io mi rivolgo direttamente al senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, normalmente persona assolutamente equilibrata, che però, con parole come quelle che mi accingo a leggere, ha fatto qualcosa di veramente grave. Riferendosi a quanto accaduto l'altro ieri in quest'Aula, ma rivolgendosi personalmente alla collega Rosi Mauro con parole di questo tipo: "come medico dichiaro che andrebbe curata con benzodiazepine e con 10 giorni di riposo assoluto e qualche minuto di camicia di forza".
Orbene, signor Presidente, io credo che questa frase vada contro l'etica del Senato, sicuramente, ma anche contro la deontologia medica perché con queste parole il collega Ignazio Marino esprime una vera e propria diagnosi psichiatrica e suggerisce anche una terapia psichiatrica. Io ritengo che tale atteggiamento, deontologicamente, da parte di un collega che ha tutta la mia stima come chirurgo non possa essere tenuto. Del resto, questa sua reazione è determinata da quanto successo l'altro ieri, quando la collega Rosi Mauro, mentre presiedeva questa Assemblea, ha avuto la sola grave colpa di rivolgersi a una serie di ignobili provocatori - e voglio sottolineare l'appellativo ignobili - presenti in quest'Aula con l'espressione «Vergognatevi!».
Io vado a sottoscrivere queste parole impiegate da parte della collega Mauro, perché è inammissibile che in questa Aula si debba assistere ad atteggiamenti di questo genere. Bene ha fatto la collega a farlo rimarcare. Adesso io invito, nel modo più amichevole possibile, il collega Ignazio Marino a cambiare ulteriormente la propria specialità e, magari, a trasformarsi in oculista, andando a prendere atto della trave che sta nel proprio occhio e non della pagliuzza che sta nell'occhio dell'amica e collega Rosi Mauro, tra l'altro Vice Presidente di questa assise! (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
Se è vero che il collega Gasparri, per smorzare i toni, ha giustamente chiesto scusa alla presidente Finocchiaro, che non ha avuto modo di esprimere fino in fondo il proprio pensiero, credo che il senatore Ignazio Marino debba perlomeno fare lo stesso nei confronti della vice presidente Mauro. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL e del senatore Totaro. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Senatore Rizzi, la Presidenza esprime il suo più profondo rammarico per le vicende di ieri che hanno visto la Vice Presidente di turno oggetto di fortissime e inusitate contestazioni, che non hanno consentito a lei la prosecuzione dei lavori.
Parto dal presupposto che la Presidenza debba essere sempre posta in condizione di poter adempiere al proprio ruolo e, quindi, mi associo a questo rammarico augurandomi che per il futuro episodi del genere non si verifichino più perché sino ad oggi sia il sottoscritto che i suoi Vice si sono mossi all'unisono per fare in modo che venissero applicate le regole. Sono fiero dei miei Vice Presidenti, sia provenienti dal centrodestra che dal centrosinistra (Applausi). Sono persone di grande levatura e di grande trasparenza. Mi auguro che in futuro episodi del genere, con qualunque Vice Presidente, non si verifichino né da parte delle opposizioni né da parte della maggioranza nei confronti dei Vice Presidenti di turno.
La Presidenza opera - come diceva la presidente Mauro - sulla base di indicazioni degli Uffici. Non si inventa le soluzioni, perché a volte non è in grado di individuarle immediatamente. Ho detto ieri che i nostri Uffici sono il fiore all'occhiello del Senato, come della Camera. Sono Uffici neutri, dotati di grandissima professionalità, che hanno sostenuto i Presidenti che si sono succeduti in questi anni, di qualunque appartenenza. Sono stati il baluardo ed il riferimento all'attività dei presidenti Mancino, Marini, Pera e del sottoscritto e dimostrano competenza e neutralità. Di questo, credo che i miei predecessori - il presidente Marini, il presidente Mancino - saranno testimoni, da quei galantuomini che sono.
MARINO Ignazio (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARINO Ignazio (PD). Signor Presidente, sono felice di essermi trattenuto in Aula per ascoltare le parole di Fabio Rizzi, un senatore che stimo, con cui lavoro molto bene in Commissione d'inchiesta sul servizio sanitario da due anni.
Devo fare una brevissima premessa, e cioè che le parole che il senatore Fabio Rizzi mi ha attribuito sono effettivamente da me state pronunciate, ma non all'interno di un dibattito serio e rigoroso come quello di un'Aula del Senato, ma in una trasmissione radiofonica basata sugli scherzi, che si intitola «Un giorno da pecora», nel corso della quale, in diretta, mi è stato chiesto se un paziente con determinate caratteristiche doveva o meno essere sottoposto a trapianto di fegato, ed io scherzosamente ho risposto anche a quello.
Mi rendo assolutamente conto però che, nel contesto e nell'insieme di critiche che si sono sollevate rispetto al momento in cui la presidente Mauro presiedeva l'altro giorno la nostra Aula, tali parole possano essere state percepite come offensive. Se questo è stato, davvero me ne scuso sinceramente, perché non era questo lo scopo. Tra l'altro, ho un rispetto personale per la presidente Mauro. Ho pensato, anche nel mio ruolo di opposizione (certamente anch'io facevo la mia parte in quel momento) che effettivamente era molto complesso gestire l'Aula in quelle situazioni.
Mi auguro, quindi, che le mie parole e le mie espressioni vengano confinate nell'ambito in cui sono state pronunziate, cioè quello di una battuta scherzosa. E spero che questo incidente non comprometta assolutamente i nostri rapporti lavorativi. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
PRESIDENTE. Senatore Marino, apprezzo anch'io moltissimo questo suo intervento.
BONFRISCO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

La figuraccia della Finocchiaro al Senato



La riforma dell'università era necessaria anche perchè la Finocchiaro ha dimostrato di non conoscere bene la storia. Nel corso del suo intervento al Senato, la capogruppo del Pd ha detto un sacco di cose che non corrispondono alla verità storica. E bene ricordarle. Questo è il passaggio del suo intervento al Senato: "E guardate, non è un caso che la primavera di Praga, che è la prima frattura nel potere assoluto di un Paese dell'Unione sovietica, veda uno studente, Jan Palach, darsi fuoco davanti ad un tank (Applausi dal Gruppo PD), così come a Tienanmen è uno studente di architettura che ferma... (Prolungati applausi dal Gruppo PD. Proteste dal PdL.). Non l'ho tirato fuori io il' 68. Vi conviene ascoltare tranquillamente, perché io prometto di fare altrettanto. (Richiami del Presidente. Commenti dei senatori Gamba e Benedetti Valentini). Saranno molto contenti tutti quelli che ascoltano". Le parole della parlamentare lasciano davvero di stucco. In primo luogo, quella della rivolta di Praga non è la prima frattura nel potere assoluto dell'Urss. Ce n'erano state altre come la rivoltà d'Ungheria del 1956, i moti in Polonia nel 1957, la destalinizzazione; inoltre, Jan Palach non si era dato fuoco davanti ad un Tank sovietico. Un consiglio per la Finocchiaro, faccia un bell'esame di Storia Contemporanea. Anche se i fondi per l'università sono pochi un professore per farle fare l'esame si trova sempre....

Manifesto selvaggio: il Pd e la cabina telefonica


Guardate quanto sono civili quelli del Partito democratico. Ecco cosa hanno combinato a questa cabina telefonica in pieno centro a Roma, vicino alla stazione Termini. Non sono d'accordo sulla definizione del manifesto che sostiene la tesi di un governo avverso allo sviluppo dell'università. Dal manifesto è comunque chiaro che il Pd taglia le gambe alle cabine telefoniche.

Il Pd tutela chi è dentro l'università

Intervista a Francesco Giavazzi
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 24 dicembre 2010

Il Pd ha proposto delle modifiche marginali alla riforma Gelmini. E quando lo ha fatto ha dimostrato di voler tutelare chi già c’è dentro le università. Lo ha detto alla “Voce” l’economista Francesco Giavazzi.
Prof. Giavazzi, cosa pensa della riforma universitaria del ministro Gelmini?
“Credo che a questa riforma manchino alcune caratteristiche tipiche del libearalismo einaudiano. In questa riforma non c’è l’abolizione del valore legale della laurea. E poi manca l’innalzamento delle rette universitarie per gli studenti delle famiglie abbienti. Questi ricavi dovrebbero essere utilizzati per dare agli studenti meno ricchi delle borse di studio. In questa riforma ci sono alcune misure interessanti, ma sicuramente diverse da quelle che avrebbe fatto Einaudi”.
Tenendo conto delle proteste di piazza, se la riforma avesse contenuto anche l’abolizione del valore legale della laurea e l’aumento delle rette universitarie cosa sarebbe successo?
“L’abolizione del valore legale del titolo di studio è una cosa così lontana dalla cultura del nostro paese, al punto che nessuno ci pensa. L’aumento delle rette avrebbe dato spazio a manifestazioni ancora più forti di quelle che abbiamo visto. Ma non ha senso che oggi i poveri paghino l’università dei ricchi. Oggi, i figli delle famiglie meno abbienti frequentano meno le università italiane. Meno di quanto accadeva negli anni precedenti. Se le rette universitarie non coprono più i costi, sono i poveri che pagano per le l’università dei ricchi. Alzare le rette per i ricchi è una cosa di sinistra. Ma questo concetto non è semplice da spiegare”.
Cosa pensa della norma della riforma Gelmini che limita a sei anni il mandato per i rettori che possono essere sfiduciati dal Senato accademico?
“Il mandato a termine per il rettore mi sembra il minimo. Trovo debole la norma che consente al rettore che consente al rettore di continuare fare il Presidente del Cda dell’Università, in quanto il Cda dovrebbe essere il controllore del rettore”.
Non ritiene che l’ingresso nel Cda di personalità esterne all’ateneo possa essere una garanzia di controllo democratico sul rettore?
“Questo ingresso è positivo. I membri esterni restano pur sempre in minoranza. La maggioranza dei consiglieri di amministrazione è dell’università. La terzietà del Cda non c’è. Anche se è vero che la presenza di personalità esterne aiuterà il Cda a renderlo più indipendente”.
Come si è comportata l’opposizione su questo provvedimento?
“Le proposte del Pd si possono dividere in due categorie: sono state proposte delle variazioni marginali al ddl del governo e la linea complessiva del Pd è stata quella di proteggere chi nell’università già c’è. Invece, secondo me bisogna aprire l’università al nuovo, soprattutto a chi non ha la fortuna di esserci”.

giovedì 23 dicembre 2010

Cara Moroni, non sono al servizio della Santa Sede

Intervista a Paola Binetti
Voce Repubblicana del 23 dicembre 2010
di Lanfranco Palazzolo

Io non sono mai stata eterodiretta dal Vaticano. Le idee che esprimo sono dettate dalla mia coscienza. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana”, rispondendo alla deputata del FLI, l’onorevole Paola Binetti dell’Udc.
Onorevole Binetti, in questi giorni sono affiorate molte polemiche tra laici e cattolici nel cosiddetto terzo polo. Enzo Carra ha spiegato che ci sono molte differenze in questo nuovo Partito della nazione. Cosa sta succedendo?
“Penso che un partito come il nostro, se vuole essere un grande partito, popolare, interclassista, che coltiva l’ambizione di diventare un partito di governo, non può che contemplare fisiologicamente una serie di differenze al suo interno. Il problema vero è come gestire queste differenze politiche, come convertirle in fattore di ricchezza che rende il rapporto interno più dinamico, più dialettico invece di farne oggetto di separazione e di crisi permanente”.
La sua collega di Futuro e libertà Chiara Moroni ha detto che il terzo polo non deve seguire l’agenda vaticana, altrimenti è destinato alla fine.
“Contraccambio alla Moroni lo stesso complimento che lei mi rivolge in un altro passaggio dell’intervista, in cui dice che rispetta totalmente quello che è il mio pensiero, la mia cultura e la mia tradizione. Anche se lei ha detto che non la condivide e sospetta che non sarà facile arrivare ad un punto di convergenza. Io rispetto la cultura della Moroni. Quello che non vorrei sentire dire dalla Moroni è che noi siamo delle persone eterodirette dal Vaticano. Io non sono mai stata eterodiretta. Ho sempre avuto le mie idee, che ho attinto sempre dalla mia coscienza, dalla mia cultura e dalla mia competenza. Lo faccio rispondendo in prima persona e non perché il portavoce di un paese straniero. Il Vaticano non ha bisogno di me come ambasciatore”.”.
Quando lei ha deciso di abbandonare il Pd non pensava di lasciare per sempre certe contrapposizioni come quelle tra i laici e i cattolici?
“Noi non stiamo facendo un partito unico. Il Partito democratico è un partito unico. E doveva rispondere al suo interno di un suo codice di valori. Io stessa avevo contribuito a scrivere la Carta dei valori del Pd. Era un’operazione molto complessa, che è entrata in contraddizione con se stessa. Adesso, nel terzo polo stiamo cercando di formare un coordinamento parlamentare sulle quali ci dobbiamo confrontare per raggiungere una posizione comune per definire un trend autonomo rispetto al Pdl piuttosto che al Pd. Nell’Udc c’è una piena sintonia di valori. Mentre l’Udc si impegna a formare un coordinamento parlamentare, do’ per scontato che alcune delle componenti che ne faranno parte avranno delle posizioni diverse dalle mie. E con queste parti dobbiamo negoziare anche se non è detto che si arrivi ad un risultato positivo”.

No alle primarie di coalizione

Voce Repubblicana del 23 dicembre 2010
Intervista a Magda Negri
di Lanfranco Palazzolo

Sono contraria alle primarie di coalizione. Sarebbero un errore per il Pd. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana”, la senatrice veltroniana del Partito democratico Magda Negri.
Senatrice Negri, cosa sta accadendo nel Partito democratico torinese dopo la discesa in campo di Piero Fassino alle primarie torinesi del Pd? Il Partito democratico torinese si è comportato in modo disordinato?
“Io sono di parte. Sono stata considerata come la principale sostenitrice della candidatura di Piero Fassino. Ho sempre pensato che quella fosse la scelta migliore. Sono contenta che Fassino abbia deciso di accettare questo impegno. Forse si è trattato di una scelta disordinata. Noi ci siamo mossi in ordine sparso. Alcuni dirigenti hanno cercato la disponibilità del rettore del Politecnico Profumo, ma sembra che questo autorevole esponente della società civile torinese non abbia voluto lavorare in un contesto nel quale era previsto il meccanismo delle primarie. Questo era il problema che non ha convinto Profumo. Adesso si dice che tutta la sinistra torinese fosse d’accordo con la candidatura di Profumo. Non mi sembra che sia così. La carta di Profumo è stata giocata fino in fondo da Fassino. Ma io non posso parlare molto delle intenzioni che ha manifestato in questi giorni il Magnifico Rettore del Politecnico di Torino”.
Perché in prima istanza il Pd non ha pensato alla figura di Fassino?
“Io non ho partecipato a questo dibattito su Profumo. Non c’ero. Io sono stata una delle prime persone a sostenere la candidatura di Fassino alle primarie del Partito democratico torinese. La disponibilità di Piero Fassino non era per niente acquisita per le prossime elezioni comunali. Infatti, Fassino ha deciso di candidarsi solo quando è stato chiaro che Profumo non si sarebbe candidato alle primarie del Pd”.
Si parla di quattro candidati del Pd per le primarie. Prevedete una situazione difficile visto che gli iscritti sono 3700 e le firme da raccogliere sono tante per la candidatura?
“Finora, i candidati ufficiali sono tre. Potrebbe essere piacevolmente una bella battaglia democratica. Speravo che gli iscritti al Pd fossero molti di più. La Commissione dei garanti del Pd ha dato questo numero. Le firme che dovrebbero raccogliere i singoli candidati alle primarie dovrebbero essere circa 710-715. Non sarà semplice arrivare a 700 firme”.
Un senatore radicale nel vostro gruppo parlamentare, il radicale Perduca, ha chiesto a Fassino di rinunciare ai suoi incarichi internazionali. Come ha trovato questa richiesta?
“Molto singolare. Fassino si dimetterà dai suoi incarichi s sarà eletto. Perché dovrebbe lasciare ora?!”.
Cosa pensa delle primarie di coalizione?
“Il Pd ha una vocazione maggioritaria. Io stessa sono una veltroniana. Fare questo tipo di consultazione è un errore”.

mercoledì 22 dicembre 2010

La sinistra e la teoria dell'infiltrato

Il Tempo del 21 dicembre 2010
di Lanfranco Palazzolo


Il centrosinistra e la teoria dell'infiltrato. I partiti che si richiamano al vecchio Partito comunista italiano hanno poca fantasia. Quando devono giustificare gli scontri in piazza tirano sempre in ballo la vecchia formula dell'infiltrato. Era successo anche ai tempi delle Brigate Rosse, quando i terroristi di sinistra venivano definiti come eterodiretti dalla destra e dai servizi. I giornali vicini al centrosinistra non hanno fatto altro che rilanciare questa antica teoria, senza peraltro avere il coraggio di portarla fino in fondo. La prima a lanciare il sasso nello stagno è stata la capogruppo al Senato del Pd Anna Finocchiaro, sostenuta dal Comunistissimo Oliviero Diliberto. Il 16 dicembre, due giorni dopo gli scontri, su “l'Unità” Massimo Solani spiega la dinamica sulla nascita delle leggenda dell'infiltrato con la paletta del ministero dell'Interno, il giaccone beige, le manette e il manganello: “Un accusa pesante – scrive il giornale del Pd - fondata, a quanto si dice nei corridoi del Senato, da alcune segnalazioni arrivate direttamente agli uffici del Pd”. Ma ancor prima che il ministro dell'Interno Maroni intervenga in aula, e senza dire da chi sono arrivate le segnalazioni, “l'Unità” risponde agli interrogativi aperti dai sospetti della Finocchiaro: “Difficilmente, però, in quella sede, troveranno risposta i molti dubbi ed interrogativi allarmati che in tutta la giornata di ieri si sono rincorsi in rete attraverso blog e social network”. In questa gara per individuare l'infiltrato si distingue “Il Secolo d'Italia”, che dedica un ampio servizio di una pagina sul tema con un titolo a caratteri cubitali: “Ma chi è quello con la pala? Dalle foto dei tumulti a Roma spunta uno strano studente...”. I puntini del titolo lasciano pochi dubbi ai sospetti avanzati dal quotidiano finiano. Nel servizio del 16 dicembre, il giornale di Futuro e libertà spiega che “nulla impedisce di pensare, quindi, che se ci sono state infiltrazioni le stesse smentite apparse sul portale [di Indymedia] siano a loro volta dei depistaggi”. Infatti, “Il Secolo” punta l'obiettivo su un video sospetto apparso su YouReporter nel quale il ragazzo con la giacca beige partecipa agli scontri senza “mai picchiare un poliziotto”. “Il Riformista” definisce il sospetto sugli infiltrati come “la domanda del giorno”, ricordando che “la Guardia di Finanza ha comunicato martedì, in una nota, la presenza di agenti in borghese sul luogo degli scontri. “Il Riformista” ritiene che alcune foto apparse il giorno degli scontri “non possono non far discutere”. Il quotidiano “la Repubblica” del 16 dicembre non crede alle smentite degli organi preposti all'ordine pubblico: “Arriva una prima, parziale, precisazione della questura di Roma, che non smentisce in assoluto la presenza di agenti provocatori”. Da questo coro di sospetti si dissocia a sorpresa “Europa”. Sulla prima pagina del 16 dicembre, forse per distinguersi dal fratello maggiore “l'Unità”, il giornale di Menichini invita apertamente il Pd a non seguire linea dell'infiltrato: “I miti sulle infiltrazioni [il Pd] li lasci in archivio”. Per accreditare la tesi dell'infiltrato, “l'Unità” mobilita lo psichiatra Luigi Cancrini. Il 17 dicembre, relegato a pagina 20, l'ex parlamentare del Pdci spiega ad un lettore del giornale della De Gregorio: “L'idea che la manifestazione di martedì a Roma sia stata fatta degenerare da alcuni infiltrati non è, purtroppo, un'idea peregrina”. La conclusione dello studioso è questa: “Gli infiltrati vengono fuori proprio in queste situazioni ed eccoli lì. Sbagliato pensarlo?”. I fatti hanno dimostrato di sì.

martedì 21 dicembre 2010

Quel presidente deve dimettersi

Voce Repubblicana del 21 dicembre 2010
Intervista a Marco Beltrandi
di Lanfranco Palazzolo

Gianfranco Fini dovrebbe dimettersi dalla presidenza della Camera. La conduzione dei lavori d’aula risente della sua parzialità politica. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato radicale nel gruppo parlamentare del Pd Marco Beltrandi.
Onorevole Beltrandi, cosa dovrebbe fare il Presidente della Camera Gianfranco Fini dopo le polemiche di questi giorni sulla sua permanenza come terza carica dello Stato?
“La mia valutazione sul Presidente della Camera è semplice: Gianfranco Fini dovrebbe dimettersi. Non esiste un mezzo per far dimettere Fini. Dovrebbe essere lui a farlo. Anche nel corso delle ultime sedute della Camera dei deputati, in particolare quella del giorno del voto di fiducia, sono stati posti dei dubbi sull’imparzialità della presidenza della Camera. Lo abbiamo visto nel corso dello svolgimento dei lavori dell’aula e nel modo in cui si dà e si toglie la parola agli oratori in aula. A prescindere da questo, osservo che il Presidente deve apparire imparziale oltre che esserlo. Gianfranco Fini non è solo dentro la cronaca politica di questi mesi. Ma mentre svolge il suo ruolo di Presidente della Camera riceve il suo gruppo parlamentare dal banco della presidenza. Il Presidente è addirittura sotto la cronaca politica invece di essere al di sopra delle parti. Io credo che questo doppio ruolo sia inedito e che non sia più sostenibile”.
Fini è il vero Presidente ombra del gruppo parlamentare del FLI?
“Fini è l’organizzatore del dibattito sulla sfiducia al governo Berlusconi. Il tentativo di far cadere il Governo Berlusconi è stato orchestrato proprio dalla presidenza della Camera. Anzi, Fini è molto di più di un semplice capogruppo parlamentare: e’ leader politico e capogruppo ombra al tempo stesso. Fini è artefice di importanti iniziative politiche per il Paese. Non credo che questo doppio ruolo serva. E non mi convince nemmeno l’obiezione che viene fatta ogni tanto da qualcuno sul fatto che ci sono stati presidenti della Camera leader di partito. E’ vero. Ma quei presidenti non intervenivano continuamente sulla situazione politica. Ogni tanto c’era qualche intervento. Ma tutto finiva li. Il Presidente della Camera non può auspicare la fine del governo”.
Il comportamento del Presidente della Camera Fini nei confronti del senatore Villari, ai tempi in cui era presidente della Vigilanza, fu corretto?
“Gianfranco Fini pare muoversi nel sistema italiano dell’illegalità politica. Prima si è arrivati alle dimissioni forzate di tutti i membri di quella Commissione e poi alle dimissioni di Villari. Fu un fatto gravissimo senza precedenti. E oggi la politica italiana resta appesa ai suoi umori. Se il 14 dicembre scorso Fini fosse sceso dalla Presidenza e avesse votato contro il Governo avrebbe svolto tutti i ruoli possibili in commedia”.

lunedì 20 dicembre 2010

E' morto l'amico Maurizio Marchesi

Oggi è scomparso all'improvviso il direttore de "Il Velino" Maurizio Marchesi (Al centro con la barba). Ho collaborato con lui per anni al "Velino". Ne serbo un ricordo straordinario. La foto di Marchesi che vedete sopra è stata scattata appena dieci giorni fa a Napoli in occasione dei due anni di vita della redazione napoletana dell'agenzia di stampa in Campania.

Separati alla nascita: il giornalista Enrico Varriale & il capogruppo futurista Italo Bocchino

Il capogruppo dei futuristi alla Camera dei deputati Italo Bocchino Il giornalista sportivo Enrico Varriale

Separati alla nascita: il dittatore bielorusso Lukashenko, il segretario della UIL Luigi Angeletti

Il dittatore bielorusso LukashenkoIl segretario della UIL Luigi Angeletti

Omaggio a Paolo Bacilieri - "Donna"

Pasolini e gli scontri di Valle Giulia

Il Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini. È triste. La polemica contro il PCI andava fatta nella prima metà del decennio passato.
Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo.

Io no, amici. Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera, per qualche malattia, come un uccellino; i tanti fratelli, la casupola tra gli orti con la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati); i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio fureria e popolo.

Peggio di tutto, naturalmente, e lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l'essere odiati fa odiare). Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care. Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.

Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!

I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato, appartengono all'altra classe sociale.

A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici. [...]

Pier Paolo Pasolini

domenica 19 dicembre 2010

In difesa del ministro della Difesa

Io ho sempre parlato male di tanti politici. Di uno di cui non mi sentirete mai parlare male è Ignazio La Russa. Ho avuto modo di intervistarlo una volta per "La Voce Repubblicana" in modo molto avventuroso. Un giorno l'ho incontrato in Transatlantico mentre era in corso una seduta importante. In quel momento La Russa stava parlando con un gruppetto di parlamentari del Pdl. Mi ha guardato con diffidenza e mi ha detto cortesemente, ma con un tono molto fermo: "Sto parlando, mi aspetti qualche minuto!". Io ho aspettato, ma nel frattempo La Russa è stato circondato da alcuni giornalisti che volevano strappargli una dichiarazione. Lo hanno letteralmente circondato. A quel punto ho pensato che l'intervista non l'avrei fatta e che si era dimenticato di me. In quel momento ero particolarmente incavolato perchè nessuno voleva concedermi un'intervista. In quel mentre è accaduto l'imprevedibile. Ho sentito pronunciare da Ignazio La Russa questa frase: "Fermi, prima di parlare con voi, devo fare un'importante intervista con 'La Voce Repubblicana'". La Russa li ha scaricati tutti ed è venuto da me. Non vi dico come mi hanno guardato gli altri. E l'intervista l'abbiamo fatta.....

Matrix e il "Marocchino"


Giovedì scorso, la trasmissione "Matrix" si è occupata della scomparsa di Yara Gambirasio. E lo ha fatto con il tatto minore possibile nei confronti di Fikri, il ragazzo accusato ingiustamente di avere delle responsabilità per la scomparsa di Yara. Ho trovato il titolo della trasmissione offensivo: "Parla il marocchino". Se in questa vicenda fosse stato coinvolto e scagionato un torinese o un bergamasco, dubito che "Matrix" avrebbe titolato "Parla il bergamasco" o "Parla il torinese". E trovo sorprendente che nessuno abbia censurato un simile atteggiamento. Ma al di la di queste spiacevolissime polemiche, mi auguro che questa ragazza possa essere ritrovata viva al più presto. Io ci credo.

sabato 18 dicembre 2010

Quella legge deve essere rivista

Intervista a Filomena Gallo
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana, 18 dicembre 2010

Oggi è necessario fare il punto sulla legge 40 del 2003. Lo ha detto alla Voce Repubblicana l’avvocato Filomena Gallo, presidente dell’Associazione “Amica Cicogna” e vicepresidente dell’Associazione Luca Coscioni.
Avvocato Gallo, venerdì mattina avete fatto un convegno al Senato sulla fecondazione assistita dal titolo “Cosa resta della legge 40”. Qual è il bilancio dell’applicazione di questa normativa?
“Abbiamo fatto il punto sulla realizzazione della legge 40, che in sei anni di applicazione ha visto, il più delle volte, sentenze dei magistrati che ne hanno dato un’interpretazione nel rispetto dei diritti dei destinatari. I giudici non hanno modificato la legge, ma l’hanno interpretata in modo che non fossero lesi i diritti delle coppie infertili e delle coppie fertili, che hanno bisogno di accedere alle tecniche di fecondazione assistita. In questi anni abbiamo effettuato un monitoraggio con associazioni di pazienti. Anche se la legge risulta modificata rispetto al testo originario del 2003, questo è accaduto grazie all’intervento Corte costituzionale. In questo caso, la Consulta ha rimosso i divieti più dolorosi per la salute della donna, che imponevano dei trattamenti invasivi. Di fatto, possiamo constatare che in Italia esiste un’applicazione della legge a macchia di leopardo. Il più delle volte, i centri pubblici non applicano tutte le tecniche. La garanzia di giusto accesso alle tecniche di fecondazione assistita in ogni caso non è rispettato”.
Oggi cosa chiedete politicamente?
“Noi chiediamo soprattutto di modificare la legge. E comunque vogliamo che siano rispettati almeno gli obblighi stabiliti dalla legge, a cominciare dalla revisione delle linee guida. E vogliamo che almeno sia resa effettiva l’applicazione della legge 40 dopo la sentenza della Corte costituzionale, che ha modificato le linee guida sul consenso informato, che viene stabilito anche dal ministero di Grazia e Giustizia. Ecco perché chiediamo nuovi interventi su ciò che resta della legge 40”.
Che ruolo ha svolto la Consulta in questo quadro giuridico a dir poco confuso?
“La sentenza della Corte costituzionale ha cambiato l’applicazione della normativa, perché ha eliminato il limite dei tre embrioni producibili. E il contemporaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti. Si tratta di due punti che producevano un danno per la salute della donna. Infatti, le relazioni al Parlamento hanno evidenziato, in questi anni come, caso unico in Italia, vi sia stato l’aumento del 3 per cento delle gravidanze a rischio. E le relazioni al Parlamento sono degli atti ufficiali prodotti dal ministero della Salute su una raccolta dati effettuata dal registro nazionale sulla fecondazione assistita, che è un organo dell’Istituto superiore di sanità. Il Parlamento doveva intervenire immediatamente. Invece è intervenuta la Consulta…”.