sabato 2 gennaio 2010

Una lezione di Guido Calogero nel 1969 sul decennio che verrà

Mi dispiace molto che Guido Calogero non abbia visto arrivare gli anni '90 dello scorso secolo, il 2000 o il 2010. Sarebbe stato un piacere leggerlo oggi per capire qualcosa di più sui nostri tempi, anzi sul passaggio del tempo. Ma rileggendo i suoi articoli del passato possiamo trovare tanti spunti e capire che molte delle cose che scriveva sono attuali ancora oggi. Ecco perchè all'inizio dell'anno ho pensato a lui ripubblicando un suo articolo del passato, che ritengo più utile di qualsiasi lezione di storia....Buona lettura.

Il Passaggio dei decenni, di Guido Calogero

Non solo alla fine di ogni decennio, ma anche a quella di ogni anno (e chi avrà la ventura di essistere al passaggio di un secolo, o addirittura a quello di un millennio, come del resto capitera alla maggior parte dell'odierna generazione, non sentirà, probabilmente, gran ch'e di diverso) avvertiamo che i nostri problemi non si aprono e non si chiudono in esatta coincidenza con le suddivisioni principali del tempo del calendario. Tante date importanti si iscriveranno prima, e altre si iscpiveranno più tardi, rispetto a quei convenzionali traguardi cronologici. Viene fatto perciò di ricordare come certe esattezze quantitative della nostra natura appaiano tali solo perché, a rovescio, su di esse noi abbiamo fondato il nostro sistema di numerazione. Abbiamo dieci dita non perché l'evoluzione biologica abbia inteso fornircene' un tale bel numero tondo, ma perché, a rovescio, sul numero delle nostre dita è fondata la struttura della nostra aritmetica, a ricorrenza decadica. Quando entriamo in un nuovo secolo, o in un nuovo decennio, non varchiamo una qualunque soglia oggettiva della realtà, ma constatiamo soltanto un mutamento di cifra nella sua numerazione. Proprio perché abbiamo capito ciò, del resto, ci avviciniamo alla soglia del Duemila senza alcuno dei terrori medievali ché invece provocò l'approssimarsi del Mille. L'arcaismo di quei terrori è infatti lo stesso arcaismo dell'identificare paurose realtà in certe date in cifra tonda.
IL MODELLO ANGLOSASSONE
Da ciò deriva anche il fatto che, nelle nostre periodizzazioni della storia, noi sempre più veniamo considerando come facenti epoca (cioè segnanti una sosta, un punto di passaggio nella evoluzione storica) certe date che non più coincidono con le cifre tonde del calendario. Eppure, chi di noi non continua anche a considerare in certo modo una realtà a sé il Settecento nella sua distinzione dall'Ottocento, o quest'ultimo nella sua diversita dal Novecento? Nulla di strano, quindi, che, data la sempre maggiore attenzione pubblicistica per tutto quanto accade, oltre che il passaggio dei secoli si consideri ora anche quello dei decenni. E ci si domandi, allora, alla fine di ciascuno di essi, che cosa sembri averla particolarmente caratterizzata.
LA CRISI DELLE LEGISLAZIONI
Che cosa ci hanno portato gli anni Sessanta, che cosa ci porteranno gli anni Settanta? Intanto, direi, il decennio uscente ci ha portato proprio il consolidamento di questa nuova abitudine periodizzante, col suo corrispondente schema di designazione, ricalcato sul modello anglosassone. Chi ormai, per tradurre in the Sixties, ricorrerebbe alla perifrasi "nel decennio fra il 19ó0 e il 1969"? Piuttosto, in luogo dell'ormai accettato "negli anni Sessanta", si potrebbe adesso semplificare ancora e dire senz'altro "nei Sessanta". Purché non ci si abitui troppo, con ciò, all'idea che la storia proceda sostanzialmente per periodi decennali. Avremo verosimilmente sempre più bisogno di programmazioni economico-politiche, e non è detto che queste debbano regolarsi solo secondo certe cifre tonde del calendario. Quanto ai contenuti, non si riassume certo in una pagina quanto di meglio è stato fatto in un decennio. Tutt'al più si può tentare il giuoco di scegliere l'evento più importante, non foss'altro per suscitare l'altrui gusto di diverse scelte. Resteranno, i Sessanta, come il decennio inaugurale della astronautica? È probabile, ma non è certo. Può anche darsi che certi mutamenti del costume, che si sono manifestati in questi ultimi dieci anni, siano destinati a affermarsi come la più importante novità di tale periodo. Dieci anni fa, prevaleva il convincimento che ancora per molto tempo si sarebbe dovuto insistere nella battaglia contro certi tabù del costume civile. Ancora preoccupava, per esempio, il problema della censura. Non che si auspicasse l'abolizione di qualunque freno critico ognuno doveva pur sempre fare valere il limite del buon gusto, anche se aveva il diritto di pretendere che non fosse vietato senz'altro come cattivo gusto tutto ciò che non coincideva col presunto buon gusto dei giudici. Ma, soprattutto, quel che importava era che questi giudici fossero, appunto, i critici dell'arte, i critici del costume, i critici operanti con l'arma della persuasione attraverso l'universale scambio delle esperienze umane, e non già i magistrati impugnanti l'arma della coercizione giuridica, che in tal caso avrebbe finito per far rientrare la figura del delitto di opinione in un quadro costituzionale in cui esso era per principio inammissibile. In ogni civiltà più evoluta, il fronte della censura era ormai in ritirata da molto tempo. Ma solo in quest'ultimo decennio è cominciata la vera crisi delle legislazioni censorie, e in certe nazioni si sono avute le prime abolizioni integrali. D'altra parte, questo stesso sempre maggiore affrancamento dalla censura ha reso non solo più vivace, ma anche più responsabile il dibattito sulla sostanza della cosa, cioè sulle regole che devono pur disciplinare il comportamento sessuale ciegli individui, anche dopo che siano caduti certi criteri tradizionali di giudizio. I mutamenti nel costume. che da tutto ciò risulteranno, caratterizzeranno forse, ancora più di ogni altro evento, il decennio che si è chiuso e quello che si apre in questi giorni.

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