venerdì 30 aprile 2010

Ecco cosa mi è successo per non aver sostenuto Beppe Lumia alle primarie

Voce Repubblicana del 30 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Vladimiro Crisafulli

Beppe Lumia mi ha attaccato solo perché non l’ho sostenuto per farlo diventare segretario del Pd in Sicilia. Lo ha detto alla “Voce” il senatore Vladimiro Crisafulli del Pd, che ha deciso di ritirare la sua candidatura al Comune di Enna termine di un duro scontro nel Partito democratico.
Senatore Crisafulli, perché è stato costretto a ritirare la sua candidatura?
“Il problema della mia candidatura prescinde dagli attacchi che ho ricevuto. Gli attacchi nei confronti della mia persona sono stati consumati, orchestrati dai miei avversari per camuffare la loro difesa del governo regionale dell’onorevole Lombardo”.
In questi giorni sono stati presentati dei documenti contro di lei firmati dall’onorevole Realacci e dal senatore Della Seta.
“Non mi risulta che abbiano una conoscenza diretta delle vicende della politica regionale siciliana e in particolare di quella della politica di Enna. Di questo sono certo. Nel Partito democratico, io sono tra coloro che contestano la scelta di sostenere la giunta regionale guidata da Raffaele Lombardo. E chiunque non sostiene la giunta Lombardo, nel Pd, deve essere messo nelle condizioni di vivere in condizioni di difficoltà. Questa operazione ha determinato l’effetto del ritiro della mia candidatura al comune di Enna. Nei miei confronti c’è stata un’aggressione mediatica sproporzionata. Deve tenere conto che Beppe Lumia è stato il mio capolista nel Pd al Senato alle ultime elezioni politiche senza sollevare alcun tipo di problema”.
Che atteggiamento hanno tenuto gli organi del Pd?
“Il Comitato dei garanti del Pd non ha avuto nulla da eccepire circa la mia candidatura. Per le norme interne del partito non ho violato nessuna norma. Il mio ritiro è legato ad un fatto-politico elettorale. Io sono stato candidato alle elezioni primarie del Pd. E le ho vinte con oltre il 60 per cento dei consensi. E non sono riuscito a convincere tutto il partito sulla mia candidatura. L’area vicina a Franceschini - forse questo è un termine forse improprio - non ha ritenuto di accettare la mia candidatura. A quel punto ho pensato di evitare una doppia candidatura nel Pd per l’unità del partito”.
Quali sono state le accuse che l’hanno riguardata?
“Nel 2003 sono stato sottoposto ad un’indagine per mafia che è stata archiviata in sei mesi. L’accusa specifica riguardava un colloquio che avevo avuto con una persona nella hall di un albergo durante una manifestazione pubblica della Cgil. Tutti hanno visto che ho mandato a quel paese quella persona. C’è anche un video. Quel fatto è diventato un caso solo ora dopo che sono stato candidato altre due volte. Il problema è che non ho sostenuto Beppe Lumia per farlo diventare segretario regionale del Pd in Sicilia. Il problema di Lumia era questo. Ed è scattato l’attacco”.

Ecco perchè ho lasciato il Pd

Intervista a Luciana Sbarbati
Voce Repubblicana del 30 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

E’ giunto il momento di ricomporre la diaspora repubblicana. E lo faremo con Francesco Nucara, con il quale ho un’ottima intesa politica, in un congresso comune per temi. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Luciana Sbarbati, leader del Movimento dei Repubblicani europei.
Onorevole Sbarbati, perché ha deciso di lasciare il gruppo parlamentare del Partito democratico?
“La mia scelta è stata votata all’unanimità dagli organi del Movimento dei Repubblicani europei, che ha riunito la Direzione nazionale e il Consiglio nazionale. Questa scelta non modifica la posizione di schieramento del Mre, che resta quella di una ferma opposizione nei confronti di questo governo e di ciò che produce. Il problema della nostra presenza nel Pd non è nato oggi. Il Partito democratico è nato solo con due soci fondatori rispetto al lavoro che era stato fatto nel passaggio dall’Ulivo al Pd. La componente socialista, laica e repubblicana è stata espulsa dall’atto fondativo del Partito democratico. Nonostante i tentativi ripetuti da parte dei dirigenti del Pd (Veltroni, Franceschini, Bersani), non si è mai arrivati alla precisa volontà di includere il Movimento Repubblicano come soggetto fondante di questo partito. Il Pd doveva essere plurale, inclusivo, sintesi delle migliori culture del ‘900 che si erano combattute, ma oggi dovevano dare una svolta alla politica italiana. E indicare la vera alternativa. Questa è stata una lezione molto sofferta, che ha richiesto un grande tempo di elaborazione. Ma i risultati nei confronti dell’area laica non si sono mai visti. La nostra decisione di uscire dal Pd è stata pienamente condivisa allo scopo di non mortificare la nostra dignità. Il Pd non ha mai apprezzato la cultura repubblicana”.
Quando ha capito che il Pd aveva fallito nel darsi una cultura liberaldemocratica?
“L’atto che ci ha portato a questa scelta è stato l’atto con cui Walter Veltroni ha fatto un patto con Silvio Berlusconi per introdurre lo sbarramento del 4 per cento alla legge elettorale per le europee. Questo atto era stato preceduto dalla modifica della legge elettorale per le elezioni politiche, in cui il centrosinistra ha fatto finta di subire l’iniziativa del centrodestra. In realtà, in quella occasione era stato fatto un accordo che andava bene per entrambe le parti politiche. Questo bipolarismo si è trasformato in un bipartitismo di fatto, composto da due realtà politiche che non sono affatto due partiti. Infatti, questi due grandi soggetti politici non hanno un progetto di alternativa politica. Questi due partiti mancano di quella progettualità laica e liberale che sono elementi fondanti di una forza politica moderna. Ecco perché oggi è necessario realizzare – come avevo già detto in occasione del congresso dello scorso anno – ad una ‘terza via’ della politica italiana in un soggetto liberaldemocratico. Credo che la volontà del Pd e del Pdl di sbarazzarsi di tutti i partiti ‘minori’ ha finito solo per creare un fondamentalismo politico che impedisce il dialogo tra maggioranza ed opposizione. Questa azione ha ucciso le aree politiche di riferimento dei partiti storici. Ecco perché si è affermata un’ideologia orfana di quelle tradizioni politiche. Queste idee sono oggi alla ricerca della collocazione migliore. Credo che bisogna tornare a lottare per le proprie idee, per i propri valori politici”.
Come si materializza questa battaglia?
“Ricomponendo la diaspora repubblicana in un unico partito che ritrovi la ragione profonda dello stare insieme, in un progetto che salvaguardi la democrazia e i suoi valori fondanti, che oggi sono messi in serio pericolo”.
Perché ha scelto il gruppo parlamentare dell’Unione di centro?
“Al Senato ci sono due gruppi misti, di fatto: nel primo troviamo l’Mpa di Raffaele Lombardo e l’Api di Rutelli e alcuni fuoriusciti dall’Italia dei valori; nell’altro c’è l’Udc, la Svp, “io Sud” e le Autonomie. Il gruppo mi ha permesso di aggiungere la denominazione del Movimento dei Repubblicani europei. Questo passo è stato fondamentale per la mia scelta”.
Perché non ha scelto il gruppo con i rutelliani?
“Avevo fatto la scelta liberaldemocratica ancora prima di Francesco Rutelli. Ci sono anche altre motivazioni profonde che mi hanno impedito di fare questa scelta per un percorso politico comune. Credo che Rutelli sia stato uno dei leader che ha avuto l’atteggiamento più negativo nei confronti del mondo repubblicano. Nel gruppo dell’Udc ho ritrovato la soggettività del Mre”.
Quali sono i tempi che il suo Movimento si è dato per ricomporre la diaspora repubblicana?
“Sono convinta che questo obiettivo sia possibile. Tra me e Francesco Nucara c’è un’ampia intesa politica sull’obiettivo da raggiungere, che è la ricomposizione di questa diaspora. Il nostro scopo non deve essere quello di far confluire l’Mre nel Pri o viceversa, ma di riunire tutti i repubblicani nella loro comune identità culturale e politica. Faremo questa scelta in un congresso comune che faremo per temi al fine di trovare delle risposte ai gravi problemi della società italiana, per riunificare la famiglia repubblicana. E per dare un senso alla nostra battaglia politica. E poi faremo un percorso comune con chi rispetta le nostre idee, con chi le valorizza e considera i nostri obiettivi essenziali”.

giovedì 29 aprile 2010

Nella Dc eravamo abituati al confronto

Intervista ad Emerenzio Barbieri
Voce Repubblicana del 29 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Nella Democrazia cristiana questi dibattiti interni erano all’ordine del giorno. Non mi stupisco di questo confronto nel Pdl. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Emerenzio Barbieri (Pdl).
Onorevole Barbieri, cosa pensa dello scontro in corso nel gruppo parlamentare del Partito democratico dopo l’annuncio delle dimissioni di Italo Bocchino come vicecapogruppo?
“Ho saputo delle dimissioni dell’onorevole Bocchino solo questa mattina dai giornali (27 aprile, ndi). Pur facendo parte del Direttivo del gruppo del Popolo delle libertà questo organo non è stato convocato per discutere delle dimissioni. Immagino che questo appuntamento sarà convocato nei prossimi giorni. Come tutte le dimissioni, questo atto comporterà l’avvio di un dibattito interno. Vedremo come si articolerà questo dibattito”.
Questo potrebbe essere il pretesto per la creazione di un nuovo gruppo parlamentare?
“Lo escludo. Dopo aver ascoltato quello che ha detto in questi giorni il Presidente della Camera Gianfranco Fini, mi pare che sia stata esclusa la creazione di un nuovo gruppo parlamentare”.
Come aveva trovato le rivelazioni di Berlusconi, che invece aveva rivelato che Fini aveva intenzione di fare un nuovo gruppo parlamentare?
“Io non sono solito giudicare nei colloqui a due. Quando non si è presenti al colloquio è difficile riuscire a dare una risposta, un giudizio o un parere”.
E’ stato opportuno questo scontro dopo la vittoria delle elezioni regionali?
“Io vengo dalla tradizione della Democrazia cristiana. La cosa non mi ha turbato più di tanto perché questi dibattiti così forti erano un dibattito che accadeva ogni volta che si svolgeva il Consiglio nazionale del partito. Non è che la cosa mi abbia stupito più di tanto”.
Però nella Democrazia cristiana c’erano tante correnti, tante articolazioni politiche. Nel Pdl il discorso appare molto diverso anche per la genesi del partito.
“Finora abbiamo visto poche correnti nel Partito democratico. Credo che da questo momento in poi il dibattito politico interno sarà molto ricco, tra diverse posizioni che si confrontano”.
Una volta posto il problema della conduzione del gruppo parlamentare se ne aprirà un altro su quello del Presidente della Camera Gianfranco Fini?
“Mi pare che sia una cosa possibile. Ma non capisco dove possa approdare l’apertura di questo dibattito. Il Presidente della Camera non può essere sfiduciato. Ho conosciuto direttamente tre presidenti della Camera: Casini, Bertinotti e Fini. Questi presidenti hanno sempre difeso le prerogative del Parlamento”.
Giovanardi si è schierato dalla parte di Berlusconi.
“Io la penso come Giovanardi, il quale ha detto che Berlusconi ha ragione. Ma ha anche aggiunto che nel Pdl è necessario il dibattito. Queste occasioni di confronto mancano ancora nel Pdl”.

martedì 27 aprile 2010

Il 25 aprile come nuovo Risorgimento

Voce Repubblicana del 28 aprile 2010
Di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Francesco Casoli

Le celebrazioni del 25 aprile devono essere un nuovo Risorgimento nel quale superare ogni contrapposizione. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore del Pdl Francesco Casoli.
Senatore Casoli, domenica scorsa ha subito una durissima contestazione da parte di alcuni gruppi di estrema sinistra nel corso di una manifestazione per il 65° anniversario dalla Liberazione. Come spiega queste aggressioni contro esponenti del centrodestra che vengono omologati come fascisti?
“E’ la seconda volta che ho subito una contestazione del genere. Era accaduto anche lo scorso anno. In quella occasione mi ero meravigliato. Stavolta mi sono spaventato. La contestazione è stata violenta. Le forze dell’ordine sono state molto brave nel fermare questi scalmanati. Sono riuscito a portare a termine il mio discorso sotto una selva di fischi e di insulti. L’insulto che mi ha fatto male è stato quello di ‘fascista, scendi da quel palco’. La mia non è una storia di destra. Non mi sento omologato a nessun tipo di appartenenza a destra. La lotta di Liberazione ha permesso a tutti di parlare liberamente. Coloro che hanno fatto questa azione sono i veri fascisti. Se vogliamo ragionare sulla semantica il fascismo è stato sconfitto per garantire il diritto alla libera espressione per tutti. Quello che è accaduto è stato abbastanza grave”.
L’estrema sinistra vuole mantenere una sorta di diritto di esclusiva su questa celebrazione?
“Penso che l’estrema sinistra voglia strumentalizzare queste occasioni per riprendere in mano la situazione, dopo la sconfitta delle elezioni politiche del 2008. Questo atteggiamento sulle celebrazioni del 25 aprile è molto strumentale”.
Qual è il suo rapporto con l’Anpi?
“Mi hanno offerto la tessera onoraria, che ho accettato con grande entusiasmo ed onore. Questo riconoscimento è molto importante. Da quando sono stato eletto senatore, l’Associazione nazionale dei partigiani mi ha sempre invitato alle sue iniziative. Io ho sempre partecipato a queste iniziative con sincero piacere perché rispetto la storia e quelli che hanno sacrificato la loro vita per tutti noi. Il 25 aprile è una bella festa per tutti gli italiani”.
Dopo la vile aggressione contro Renata Polverini a Piazza San Paolo crede che il 25 aprile non sia ancora la festa di tutti gli italiani?
“Domenica scorsa ricorreva il 65° anniversario dalla Liberazione. Sono tanti anni. E’ giunto il momento di pensare con un unico cuore. E’ passato abbastanza tempo per dire che questa è la festa di tutti gli italiani. Lo ha detto anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ecco perché sono convinto che le celebrazioni del 25 aprile debbano essere un nuovo Risorgimento per tutti gli italiani. Ecco perché dobbiamo fare di tutto per evitare queste inutili contrapposizioni”.

Ecco come gli alleati hanno sostenuto la Resistenza italiana

Intervista a Tommaso Piffer
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 27 aprile 2010


Gli Alleati hanno tenuto in vita la Resistenza italiana sostenendola in ogni occasione. Lo ha detto alla “Voce” Tommaso Piffer, autore del libro “Gli alleati e la Resistenza italiana” (Il Mulino).
Tommaso Piffer, nel suo libro lei ha citato molte fonti documentarie relative agli archivi americani ed inglesi sostenendo che non vi fu nessuna diffidenza da parte degli Alleati verso la Resistenza italiana.
“Nel dopoguerra la storiografia ci ha parlato spesso di un movimento partigiano fortemente avversato dagli Alleati, i quali avrebbero fatto di tutto per impedirne il rafforzamento per motivi politici. Al contrario dalla carte risulta che non vi fu alcun pregiudizio ideologico degli Alleati nei confronti della Resistenza, che fu sostenuta in quanto in grado di dare un contributo militare all’avanzata alleata”.
Perché si era affermata questa convinzione?
“Da una parte si voleva mettere l’accento sull’autonomia militare della Resistenza italiana, che si sarebbe sviluppata senza alcun apporto esterno. Dall’altra parte questa immagine era un’importante veicolo di antiamericanismo nel contesto della ‘guerra fredda’. Già alla fine degli anni ’80 gli storici che avevano avuto accesso agli archivi americani avevano ridimensionato questa valutazione. Ora è stato possibile approfondire ulteriormente il tema attraverso i documenti provenienti dagli archivi segreti americani ed inglesi. Gli Alleati fecero di tutto per potenziare la Resistenza senza alcun pregiudizio. Quello delle discriminazioni delle forze partigiane di sinistra si è rivelato un vero e proprio mito storiografico”.
Chi si avvantaggiò maggiormente di questi aiuti?
“I documenti dimostrano che nella maggioranza dei casi furono le brigate garibaldine composte guidate comunisti ad avvantaggiarsi di questi aiuti, perché erano ritenute più aggressive. Questo comportamento fu in linea con la politica degli Alleati verso tutti i movimenti di Resistenza in Europa. Ritenendolo militarmente conveniente, gli Alleati non esitarono a consegnare la Jugoslavia a Tito e a abbandonare movimenti nazionalisti come i cetnici. Lo stesso accadde con i Grecia, dove prima dell’insurrezione del dicembre 1944 i comunisti avevano ricevuto aiuti e armi dagli agenti dei servizi segreti inglesi”.
Come dobbiamo leggere il significato storico del Proclama di Alexander?
“Certamente non come un atto di ostilità nei confronti dei partigiani. Non dobbiamo dimenticare che dopo l’invito del generale britannico di bloccare le iniziative partigiane su larga scala, fu stipulato a Roma un accordo importante per i partigiani che garantiva alle forze partigiane un sostanzioso finanziamento. Lo stesso Ferruccio Parri disse che senza quell’aiuto e altri aiuti finanziari la Resistenza italiana avrebbe dovuto chiudere bottega”.

domenica 25 aprile 2010

26 aprile 1980: l'Unità contro Carter

In questi giorni tutti sono impegnati a ricordare l'anniversario della Liberazione, ma molti dovrebbero ricordare anche i 30 anni dal blitz dell'esercito americano per liberare gli ostaggi dell'ambasciata Usa a Teheran. Per curiosità sono andato a leggere la prima pagina de l'Unità del 26 aprile del 1980 che riportava la notizia del fallimento della missione americana. Il tono del quotidiano del Pci era ostile agli Stati Uniti. Il Presidente degli Stati Uniti Carter era stato bollato come un "irresponsabile" dal giornale del Pci. A quel punto ho avuto il dubbio di andare a dare uno sguardo alla prima pagina del giornale del Partito comunista che dava conto dell'occupazione dell'ambasciata Usa. Beh, non ci crederete, ma il giornale del Pci diede la notizia dell'assalto all'ambasciata solo due giorni dopo l'occupazione della sede diplomatica, avvenuta il 4 novembre del 1979. Inoltre, il quotidiano comunista non diede la notizia con il medesimo risalto che gli avrebbe ridato in seguito per dare contro agli Usa, parlando olo di "aspra tensione" tra Usa e Iran. Ma da chi era stata provocata quell'"aspra tensione"? Nella mancata risposta de l'Unità troviamo la malafede e l'inaffidabilità del Pci di allora.

La segretaria del segretario

Il Tempo del 25 aprile 2010
Di Lanfranco Palazzolo


La segretaria del Segretario. Il matrimonio della segretaria di Berlusconi Marinella Brambilla e la presenza di Rita Marino, segretaria di Gianfranco Fini, nel corso della Direzione del Pdl hanno riaperto l’attenzione sulle collaboratrici dei leader. La Marino racconta di essere al fianco di Fini dalla seconda metà degli anni ’80 e parla da autentica leader: “Mi sembra che fin dai tempi del Msi di lotte ne abbiamo fatte tante anche all’interno del partito”. E su Berlusconi afferma: “Non ci fa paura affrontarlo”. Molte delle storiche collaboratrici dei leader politici hanno contribuito a scrivere una parte della storia politica recente e meno recente, ma non sempre in modo obiettivo. Ad esempio, la segretaria di Adolf Hitler, Taudl Junge, firmando il suo libro sul fuhrer dal titolo “Fino all’ultima ora” ebbe a dire che il dittatore “può sembrare incredibile, ma era un uomo molto affettuoso”. Una delle segretarie da non dimenticare è Cinzia Cracchi, l’ex segretaria-amante di Flavio Delbono, prima che diventasse sindaco di Bologna ed era alla Vicepresidenza della Regione Emilia Romagna. La donna rivelò i segreti del bancomat di Delbono determinando la sua fine politica al comune di Bologna. “Le mando i saluti della signora Cracchi”, disse all’esponente del Pd con tono beffardo Alfredo Cazzola, avversario di Delbono, prima dello scoppio dello scandalo. E sarà difficile dimenticare anche Enza Tomasselli, segretaria di Bettino Craxi per 30 anni, la quale ha recentemente raccontato il suo rapporto umano e di lavoro con Craxi: “Ci capivamo al volo. Era molto esigente. E ti responsabilizzava. Aveva una grande timidezza di fondo e la mascherava con atteggiamenti burberi. L’ho visto aiutare tante persone bisognose. Ma se lo imbrogliavi diventava vendicativo”. Negli Stati Uniti, la segretaria del capo è di lusso. Da quelle parti si chiama “Social secretary”. Barack Obama si è avvalso della collaborazione dell’imprenditrice Desirèe Rogers, prima afroamericana a ricoprire questo prezioso incarico. Ma anche una delle prime a creare qualche grattacapo al Presidente. In occasione del ricevimento alla Casa Bianca in onore del presidente indiano Singh, in cui si imbucarono due stelle della televisione che volevano dimostrare la vulnerabilità del sistema di sicurezza, la Rogers si rifiutò di essere interrogata da una Commissione del Congresso per quel “buco”. Ad avere dei problemi con le segretarie è Antonio Di Pietro. Lui la segretaria stabile non c’è l’ha perché scappano. Su “l’Espresso” del 26 novembre scorso appare questa notizia: “A turbare Antonio Di Pietro c’è anche un problema imprevisto: la ricerca di una segretaria. L’assistente alla Camera del leader dell’Idv ha ricevuto un’offerta vantaggiosa da un altro gruppo parlamentare: il Pdl”. Ma le segretarie migliori sono quelle che non parlano mai. Vincenzina Enea, scomparsa nel 1999, rimase per 30 anni al fianco di Giulio Andreotti, meritandosi l’appellativo de “l’Ombra”. Juliane Weber, segretaria di Helmuth Kohl si meritò la definizione di “anima del cancellierato” al punto che si parlò anche di una storia tra loro. Ma quelle che creano qualche problema ai leader sono quelle che fanno carriera. Ruth Turner fu per anni segretaria di Tony Blair, ma venne arrestata nell’ambito delle indagini per lo scandalo politico “seggi per soldi” facendo fare al suo capo una figuraccia irripetibile. Ma nonostante lo scandalo, Blair le affidò nel 2009 la guida la filiale della “Tony Blair faith foundation” negli Stati Uniti.

Quante sigarette per Arrigo Boldrini!

Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di trovare questa lettera dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) Comitato Nazionale Giunta Esecutiva, datata Roma 9/3/1949 con firma del Presidente Arrigo Boldrini e del vicepresidente Francesco Scotti. La lettera è diretta alla Direzione dei Monopoli di Stato, Roma. Testo interessante: "Ai fini della riscossione della somma di L. 1.716.000 dovuta da codesta Amministrazione a titolo di rimborso delle spese sostenute da questa Associazione in connessione con la progettata distribuzione di sigarette, si comunica che a norma di statuto la firma legale dell'ANPI è devoluta allo scrivente On. Arrigo Boldrini nella qualità di Presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani Italiani". Per quale ragione l'Anpi aveva speso tutti quei soldi alla vigilia del 25 aprile del 1949? All'epoca uno stipendio buono era di circa 25mila lire. Fate conto quanto fosse impegnativa quella cifra per quei tempi. Se volete sapere qualcosa di più sul traffico di sigarette di Arrigo Boldrini con i monopoli dello Stato viconsiglio di leggere "Mi raccomando" di Daniele Martini, edito da Baldini & castoldi. Il riferimento lo trovate a pagina 108. Buona lettura e buon 25 aprile.

sabato 24 aprile 2010

25 aprile: "Gli alleati e la Resistenza italiana"

"100 poesie dalla Ddr"

"Repubblica", l'abbraccio che uccide

Il Tempo, 24 aprile 2010
Pagina 4
Di Lanfranco Palazzolo

“L'abbraccio che uccide”. No, non è il titolo di un film di Alfred Hitchcock, ma la realtà che hanno vissuto gli esponenti politici che hanno avuto la sfortuna di essere sponsorizzati o sostenuti dal quotidiano “Repubblica”. Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini e Gianfranco Fini sono state le vittime illustri delle scelte del quotidiano diretto da Ezio Mauro, che ha sempre puntato sul cavallo sbagliato, provocando una morte politica certa dell'uomo scelto. All'indomani del duello televisivo del 2006 tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi, il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini pubblicò un articolo sulla prima pagina di Repubblica nel quale aveva scritto questo epitaffio contro Berlusconi a vantaggio di Romano Prodi: l'idea politica “di Prodi ha almeno un pregio: guarda al domani con qualche speranza. Non sarà molto, ma è quanto basta, in questo paese stanco e sfiduciato” (15 marzo 2006). Ma la speranza del domani si ferma al pareggio delle elezioni politiche del 2006. Ma il 7 febbraio del 2008 Romano Prodi viene immediatamente bocciato dal partito di Repubblica e dal direttore Ezio Mauro, il quale spiega come Prodi non “ha trovato un'interpretazione dell'Italia capace di parlare al paese, di portarlo e credere e a scommettere su se stesso. Ha dovuto dichiarare fallimento”. Ma il nuovo avanza. Infatti, il 15 ottobre precedente lo stesso Ezio Mauro aveva incoronato Walter Veltroni leader del centrosinistra spiegando come quel fatto fosse “un risultato politico straordinario”, aggiungendo che “da tutto questo Veltroni riceve una forza del tutto inedita nel mondo politico italiano”. Una forza politica così inedita che lo porta nel breve volgere di un mese a perdere le elezioni politiche e a determinare l'effetto politico della sconfitta al comune di Roma. Un autentico tonfo politico inedito. Ma “Repubblica” non si arrende. E dopo la sconfitta alle elezioni regionali parte anche Veltroni. Infatti, il giorno dopo le dimissioni del segretario del Pd, Ezio Mauro scarica immediatamente Veltroni: “Il problema vero – scrive Mauro il 18 febbraio 2009 – è che non c'è stato un vero pensiero in campo oltre quello della destra”. Meglio tardi che mai. Ma per Dario Franceschini si muove niente meno che il padre fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari. Per il nuovo leader eletto di straforo nel Pd, Scalfari scrive che “l'assemblea ha scelto l'orgoglio e la speranza”, dandogli questo consiglio: “Dovrà servirsi della sua oggettiva debolezza politica per farne una forza”. Ma la forza non arriva e il Pd punta su Pierluigi Bersani. Ma il partito di “Repubblica” si fa forza e, in attesa del fallimento di Pierluigi Bersani, comincia a puntare sul Presidente della Camera Gianfranco Fini. Massimo Giannini lo intervista cinque volte tra il 2006 e il 2007 cercando di sfruttare la contrapposizione con Silvio Berlusconi. Il 1 dicembre del 2003 lo stesso Giannini aveva sostenuto che Fini ha la possibilità di “vincere” la successione nel centrodestra contro Berlusconi. Ma Fini diventa Presidente della Camera. E per Massimo Giannini “lui (Fini) è la terza carica dello Stato, può svolgere un ruolo prezioso per il premier sul cammino delle riforme”. Ma appena tre giorno dopo aver scritto queste parole il Popolo delle libertà boccia le sue proposte e anche Fini entra nella galleria degli sconfitti di “Repubblica”.

Quel dissidio da ricomporre

Voce Repubblicana del 24 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Dario Rivolta

Credo che ci siano ancora le possibilità di una ricomposizione tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. E’ ancora possibile trovare un punto di incontro. Lo ha spiegato alla “Voce” Dario Rivolta, ex parlamentare di Forza Italia.
Onorevole Rivolta, cosa pensa dello scontro tra Berlusconi e Fini?
“La ragione più importante di quello che lei ha chiamato scontro sono i malintesi tra i due. Ci sono dei malintesi che sono originati da dei presupposti non chiariti fin dall’inizio delle polemiche. Noto che Berlusconi è da tempo che chiede il ritorno ad una capacità di ottenere un risultato migliore. Noi abbiamo constatato che nelle pubbliche amministrazioni, nel personale dei ministeri, ci sono tante persone valide ed altre meno valide. Ma quella che è spesso l’anima dominante nei ministeri è l’immobilismo. Per procedere con cambiamenti importanti e con le riforme, come lo stesso ministro per la Funzione pubblica Brunetta ha visto sulla sua pelle, occorre avere le buone intenzioni, ma è necessario avere una notevole forza politica. E’ naturale che Berlusconi, per avere questa forza politica, ritiene che sia necessario avere una forte omogeneità di azione all’interno della maggioranza”.
Qual è l’errore del Presidente della Camera Gianfranco Fini?
“Fini parte dal presupposto che deriva da tutta la sua storia politica: ogni decisione politica deve essere maturata, discussa, riverificata, ragionata, magari rimessa in discussione. Ritengo che queste due esigenze non siano facilmente compatibili. Non dico che siano incompatibili, ma non sono facilmente compatibili. Credo che all’origine ci sia tutto questo. Fini chiede da tempo che ci sia una conduzione del partito assemblearista in cui lui ritiene – a torto o a ragione – di avere una parte importante. Berlusconi invece ritiene che il partito debba essere una grande macchina operativa e i momenti assembleari devono essere propedeutici e ridotti nella dimensione”.
E’ insolito che il Presidente della Camera assuma questo ruolo politico?
“Se guardiamo la sacralità delle istituzioni è improprio che il Presidente della Camera si spogli – non certo per un tempo limitato – di garante e di arbitro di tutti per entrare nella vita politica di partito. Devo dire che questo mi dispiace come difensore delle istituzioni. Ma nello stesso tempo posso capire che Fini non ha visto altre persone o gruppi che potessero aprire il dibattito sui temi che ha portato sul tappeto”.
Fini teme di fare la fine di Carlo d’Inghilterra?
“Credo che Fini tema questo”.
Si arriverà ad una pace tra i due?
“Credo che ci siano ancora degli spazi per giungere ad una composizione tra Fini e Berlusconi. Sono convinto che ci sia un punto di incontro tra l’esigenza assemblearista di Gianfranco Fini e quella pratica di Silvio Berlusconi.”.

Il leader resta Silvio

Intevista all'onorevole Di Virgilio
Voce Repubblicana del 23 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Il leader del Pdl resta Silvio Berlusconi. E Gianfranco Fini lo sa benissimo. Le critiche del Presidente della Camera sono positive se hanno uno spirito costruttivo. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” il deputato del Popolo delle libertà Domenico Di Virgilio.
Onorevole Di Virgilio, cosa pensa del dibattito nel Pdl avviato con le polemiche sulla cosiddetta corrente finiana?
“Sono un’ottimista per natura. Credo che se le discussione giungono per costruire ben vengano. Credo che l’unanimismo sia tipico delle dittature. Non mi meraviglio che oggi nel Pdl non ci sia l’unanimismo. Se l’atteggiamento del Presidente della Camera è quello di voler fare un gruppo autonomo con dei preconcetti non lo accetto. In questo senso credo che abbia ragione Silvio Berlusconi nel dire a Fini: ‘sei fuori dal Popolo delle libertà’. Ma ho visto che questi esponenti politici vogliono restare nel Popolo delle libertà contribuendo con il loro spirito critico. Sono contento che i finiani restino nel partito ed auspico che rimangano con spirito costruttivo”.
Nel gruppo parlamentare del Popolo delle Libertà molti hanno criticato l’atteggiamento assunto in alcune situazioni dal Vicepresidente del gruppo parlamentare del Pdl alla Camera Italo Bocchino.
“Il vicepresidente Bocchino è un ottimo politico, conosce bene il regolamento. Forse il suo carattere lo porta spesso a superare il limite dei buoni rapporti. Ma non credo che Italo Bocchino abbia mai agito con spirito distruttivo”.
I finiani vogliono fare la riedizione di Alleanza Nazionale nel Pdl?
“Io parlo con tutti quanti. Non credo che questo sia lo spirito perché altrimenti non sarebbe sorto il Pdl. Il Popolo delle libertà è un soggetto politico che è sorto soltanto da un anno, un partito giovane che si regge su determinati equilibri. I parlamentari di An che hanno aderito sapendo di essere una forza di minoranza nel Popolo delle libertà. Non dico che gli ex esponenti di An siano destinati ad essere sempre la minoranza, ma significa che sono entrati in un nuovo partito”.
Il Presidente della Camera Gianfranco Fini si sta candidando per diventare il leader del centrodestra alle prossime elezioni politiche?
“Il leader indiscusso del Pdl resta Silvio Berlusconi. Il Presidente del Consiglio ha ribadito la sua leadership dopo le ultime elezioni regionali. E credo che questo lo sappia molto bene Gianfranco Fini. Il Presidente Fini vuole un suo ruolo politico. Le sue proposte sono più che legittime. Ma credo che Berlusconi resti il leader del nostro partito”.
L’opposizione, in particolare il Pd, fa il tifo per Fini strumentalmente?
“Non credo che Fini voglia avere relazioni con il centrosinistra o con il Pd. Sarebbe antistorico. Se il Pd pensa questo si illude. Non credo che Fini sia intenzionato ad andare a sinistra”.

Una polemica che non sorprende

Intervista ad Adriana Poli Bortone
Voce Repubblicana del 22 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Non sono affatto sorpresa delle polemica tra finiani e Pdl. Quando ero uscita dal Pdl avevo fatto le medesime valutazioni alle quali è giunto oggi Fini. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” la Senatrice Adriana Poli Bortone, leader di “Io Sud”.
Senatrice Poli Bortone, è rimasta sorpresa delle polemiche tra Fini e Berlusconi nel Pdl?
“Questa polemica non mi ha sorpreso. Se non sono entrata nel Pdl avevo delle buone ragioni per prendere quella decisione. Allora avevo fatto le stesse valutazioni che oggi sta facendo Gianfranco Fini. All’epoca avevo scritto una lettera nella quale manifestavo il mio disagio nello stare in un gruppo parlamentare anche da indipendente, votando per mio conto e secondo le mie idee. In quella circostanza avevo denunciato la mancanza di democrazia interna nel partito. Il patto elettorale di Alleanza nazionale con Forza Italia ha determinato l’annullamento di An in un nuovo contenitore politico. Quello che era il partito di Gianfranco Fini non aveva ‘contrattato’ nessun tipo di battaglia valoriale che fosse particolarmente caratterizzante per Alleanza nazionale”.
Come interpreta la scelta dei finiani di non voler fare un gruppo parlamentare?
“Credo che questa sia solo una fase interlocutoria per vedere un nuovo assetto interno nel partito. Credo che Fini, facendo una sua corrente, potrà raggiungere il 15-20 per cento. Ma credo che nel futuro più o meno prossimo il Presidente Fini vorrà una rappresentanza politico-parlamentare che sia riconducibile alle sue posizioni”.
Pensa che Italo Bocchino abbia provocato dei danni alla componente finiana del Popolo delle libertà?
“Lo scontro che abbiamo visto in televisione non è stato gradevole. Ma è stata l’espressione massima di un disagio che è andato avanti per troppo tempo. Questa situazione ha creato delle tensioni così forti che hanno fatto esplodere persino Adolfo Urso che è una persona così moderata ed educata”.
Questa situazione cambia le sue posizioni politiche?
“Io continuo ad andare avanti con la mia idea del partito del Mezzogiorno. Ci credo sempre di più. Tra le richieste che Gianfranco Fini dovrebbe fare giovedì in Direzione nazionale ci sarà anche quella di una maggiore attenzione al Mezzogiorno. Il problema non è la maggiore attenzione ai problemi del Sud, ma i diritti di questa parte importantissima del Paese. Il Mezzogiorno è 1/3 del territorio italiano e deve essere rispettato. Noi vogliamo che il Sud non sia più un’area sottoutilizzata, come è stata definita dall’Ue”.
Pensa che la politica di Silvio Berlusconi sia al tramonto?
“Berlusconi è ancora forte. Gli ex di An che si sono arruolati nel Pdl lo rendono ancora più forte. Ma i rapporti di forza non mi appassionano. Mi interessano le idee. E le idee possono essere portate avanti anche con poche truppe”.

giovedì 22 aprile 2010

L'onorevole Reguzzoni e il mistero della legge scomparsa

Gianfranco Fini e le correnti

Proprio mentre è in corso la Direzione del Pdl sento la necessità di esporre il pensiero di Gianfranco Fini sulle correnti quando era leader di Alleanza nazionale due legislature fa. Come potete vedere, anche Fini aveva definito le correnti come la metastasi dei partiti. I titoli risalgono agli anni 2004-2005. Buona lettura. Ah dimenticavo, Silvio Berlusconi ha fatto un grande intervento oggi alla Direzione del Pdl.







Un grande odio verso Silvio

Voce Repubblicana del 21 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo
Intervista a Giancarlo Lehner
I finiani provano un odio profondo verso il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Giancarlo Lehner del Popolo delle libertà.
Onorevole Lehner, come finirà lo scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini? Pensa che sia scongiurato il rischio della nascita di un nuovo gruppo parlamentare?
“Questo non lo so. Io sono tra quei parlamentari che amano le situazioni chiare. Ecco perché non sarei proprio ostile alla nascita di un gruppo parlamentare finiano. Se Fini e i suoi non vogliono restare in questo gruppo questo potrebbe essere un bene per loro e per noi. Ho l’impressione che i sostenitori delle tesi di Fini non siano animati dalla necessità di un confronto con il Presidente del Consiglio. La realtà delle cose è che loro odiano il premier. Se quella sollevata dai finiani fosse stata una questione politica, questa sarebbe stata superabile. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini non ha fatto passare un giorno senza lanciare critiche nei confronti di Silvio Berlusconi”.
Ha le prove di questo atteggiamento?
“Certo. Ricordo che nel corso della sua ultima visita a Montecitorio per un intervento in aula, il Presidente del Consiglio entrò nell’emiciclio e si mise seduto nei banchi del Governo. Si voltò per salutare il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini. Quest’ultimo gli fece un gesto con la mano per invitarlo a soprassedere dall’iniziativa di dargli la mano invitandolo a stare seduto. Secondo me questo è odio nei confronti di Berlusconi. Queste sono cose che accadono solo tra marito e moglie”.
Crede che i finiani possano creare problemi al Pdl?
“Non lo credo. Sono quattro gatti davvero”.
Come si sta comportando l’opposizione di fronte a questa lite tra i vertici del Pdl?
“Insisto che non si tratta di una vera e propria lite. Gli unici ad avere qualche problema sono i finiani. E non certo Silvio Berlusconi. Le opposizioni fanno quello che conviene loro. Il loro progetto è quello di appoggiare il Presidente della Camera Fini. E non certo aiutare il centrosinistra. Il comportamento del Pd è normale. Non sono certo scandalizzato per questo avvenimento”.
Cosa frena la nascita di un nuovo gruppo parlamentare?
“Credo che loro hanno una straordinaria paura. Se fossero interessati ad un gruppo parlamentare prenderebbero coraggio e abbandonerebbero le loro cariche, come potrebbe fare il Vicepresidente del gruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino, il quale occupa un posto che non ha più senso ricoprire viste le posizioni che ha assunto”.
Stavolta ci sarà una pace di facciata tra Berlusconi e Fini come è accaduto in altre circostanze?
“Credo che i finiani, per conservare qualche poltrona, faranno di tutto per cercare una pace di facciata pur di dimostrare di essere rappresentativi”.

mercoledì 21 aprile 2010

Camera dei deputati: un "Porcino" di traverso

Per quanto possa sembrarci assurdo ci sono dei parlamentari che quando intervengono in aula non sanno nemmeno di cosa stanno parlando visto. Quello che è successo all'onorevole Porcino dell'Italia dei Valori è incredibile. Guardate.

martedì 20 aprile 2010

Uno scontro inatteso

Voce Repubblicana del 20 aprile 2010
Intervista a Giuliano Cazzola
di Lanfranco Palazzolo

Non mi aspettavo questo scontro nel Pdl. Trovo che sia puro masochismo. Ecco perchè non trovo comprensibile il modo in cui si è mosso il Presidente Fini. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” il deputato del Popolo delle Libertà Giuliano Cazzola.
Onorevole Cazzola, cosa pensa dello scontro Berlusconi-Fini?
“Credo che sia giusto cercare di superare questa fase, anche se vedo che è difficile. Mi pare che il comportamento di Silvio Berlusconi sia quello di superare questo scontro. Sono convinto che tutti coloro che hanno delle responsabilità di partito hanno la necessità di lavorare in questa direzione. Ho visto il programma tv di Paragone al quale hanno partecipato Maurizio Lupi e Italo Bocchino. Sono rimasto sconvolto. Trovo che ci sia un astio diffuso tra queste due componenti del Pdl, che è assurdo e sconvolgente”.
Si aspettava questo tipo di scontro?
“No, non me lo aspettavo. Trovo che questa polemica sia una scelta masochistica ed un errore strategico questo scontro. Se dobbiamo parlare dei temi su cui si sta discutendo devo dire che Fini ha portato nella discussione politica degli argomenti condivisibili. Personalmente sono più d’accordo con lui sui temi dell’immigrazione. Però il Presidente della Camera ha tirato fuori questi argomenti in un modo tatticamente sbagliato. Credo che Fini abbia commesso questo errore negli ultimi tempi”.
Esiste il rischio di un voto anticipato?
“Il Presidente del Senato Renato Schifani ha tutto il diritto di fare una sua riflessione su questo argomento senza ledere le prerogative di nessuno. Mi hanno riferito che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sia arrabbiato. Mi sembra che questa polemica sia esagerata. Non c’è dubbio che la situazione sia molto rischiosa. Non credo che sia così semplice giocare con la composizione e la ricomposizione dei gruppi parlamentari che può portare a sbocchi che non sono immaginabili”.
Come finirà questo scontro politico?
“Alcuni elementi di questa crisi politica mi sfuggono. Trovo incomprensibile il modo in cui si muove Fini. Le opposizioni consentono a al Presidente della Camera Fini, che ha un ruolo istituzionale, di prendere certe posizioni perché a loro fanno comodo politicamente. Fini è fuori del ruolo che la Costituzione gli assegna. Il Presidente della Camera non può essere così presente nella battaglia politica”.
Perché il ruolo di Presidente della Camera, da Casini in poi, si è politicizzato?
“Non dipende dalla carica. Il Presidente Fini ha svolto il suo ruolo di Presidente della Camera bene, come è accaduto sull’abuso dei decreti legge. Adesso Fini rischia di diventare il nuovo Follini di questa legislatura perché sta chiamando attorno a se persone che sono solidali con lui per un retaggio storico più che per una vera solidarietà politica”.

lunedì 19 aprile 2010

L'angolo del Karaoke: "Per un finiano in più"

Non dico che dividerei una montagna
ma andrei a piedi certamente a Montecitorio
per un finiano in piu'
per un finiano in piu'
perche' mi sento molto ricco e
molto meno infelice
e vedo anche quando c'e' poca luce
con un finiano in piu'
con il mio finiano in piu'
non farci caso tutto passa hanno
tradito anche me
almeno adesso tu sai bene chi e'
piccolo grande aiuto
discreto amico muto
il trasformismo cosa vuoi che sia mai
un giorno bene un giorno male lo sai
da retta un poco a me
giochiamo a fare un nuovo gruppo parlamentare
non posso certo diventare imbroglione
ma passerei qualche notte in prigione
per un finiano in piu'
per un fininano in piu'
perche' mi tiene ancor piu'caldo
di un pullover di lana
a volte e' meglio di una bella sottana
un caro finiano in piu'
un caro finiano in piu'

e se ti sei innamorato di un nuovo gruppo parlamentare
io rinuncio anche subito sai
forse guadagno qualcosa di piu'
un nuovo finiano tu
perche un fininano se lo svegli di notte
e' capitato gia
esce in pigiama e prende anche le botte
e poi te le rida'
ah na na na na na
ah na na na na na na
(Instrumental)
per un finiano in piu'
per un finiano in piu'
per un finiano in piu'
per un finiano in piu'
capelli grigi si qualcuno ne hai
e' meglio avremo un po' piu'tempo
vedrai
divertendoci come non mai
ancora insieme noi
non dico che divederei una montagna
per un finiano in piu'
ma andrei a piedi certamente a Montecitorio
per un finiano in piu'
ah na na na na na
ah na na na na na na
forse guadagno qualche cosa di piu'
un vero finiano di farefuturo....

L'angolo del Karaoke: "Un finiano per amico"



Può darsi ch'io non sappia cosa dico, scegliendo te - un finiano - per amico, ma il mio mestiere è vivere la legislatura che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti amo, forte, debole presidente che qualche volta impara e a volte insegna.

L'eccitazione è il sintomo d'amore al quale non sappiamo rinunciare.

Le conseguenze spesso fan soffrire, a turno ci dobbiamo consolare e tu presidente caro mi consoli perché ci ritroviamo sempre soli. Ti sei innamorata di chi? Di Massimo D'Alema! Troppo docile, non fa per te.

Lo so divento antipatico ma è sempre meglio che ipocrita. D'accordo, fa come vuoi I miei consigli mai. Mi arrendo fa come vuoi ci ritroviamo come al solito poi. Ma che disastro, io mi maledico ho scelto te - un finiano - per amico, ma il mio mestiere è vivere la legislatura che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti odio forte, debole compagna che poche volte impara e troppo insegna. Non c'è una gomma ancor che non si buchi. Il mastice sei tu, mia vecchio presidente.

La pezza sono io, ma che vergogna. Che importa, tocca a te, avanti, sogna. Ti amo, forte, debole Presidente che qualche volta impara e a volte insegna. Mi sono innamorato? Sì, un po'. Rincoglionito? Non dico no. Per te son tutte un po' squallide.
La gelosia non è lecita. Quello che voglio lo sai, non mi fermerai Che menagramo che sei, eventualmente puoi sempre ridere poi Ma che disastro, io mi maledico ho scelto te - un presidente - per amico, ma il mio mestiere è vivere la legislatura che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti amo forte, debole presidente che qualche volta impara e qualche insegna.

Nessuno ha mai parlato di nuovi gruppi parlamentari

Il Tempo 19 aprile 2010
Intervista a Silvano Moffa
Di Lanfranco Palazzolo

Nessuno ha mai parlato di nuovi gruppi parlamentari. Il Pdl deve ripartire discutendo ed evitando le risse personali. E’ il pensiero del Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei deputati Silvano Moffa dopo lo scontro televisivo tra Maurizio Lupi e Italo Bocchino.
Presidente Moffa, cosa pensa della polemica interna nel Pdl dopo la polemica a cui abbiamo assistito in televisione tra Maurizio Lupi e Italo Bocchino?
“E’ un grave errore personalizzare e confondere un dibattito politico, che potrebbe essere di alto profilo, per trasformarlo in uno sterile scontro. Le risse sono inaccettabili. Gli elettori hanno un’immagine distorta di quello che dovrebbe essere un confronto civile, fatto su basi politiche e su questioni molto importanti che ha posto il Presidente della Camera Gianfranco Fini dopo le elezioni regionali”.
Cosa è necessario fare in un momento delicato come questo?
“Dobbiamo rendere efficaci questi tre anni che ci separano dalla fine della legislatura. Per questo è necessario individuare delle priorità politiche su cui lavorare. Penso alla necessità di una politica sociale, economica per uscire dalla crisi. Mi riferisco anche al problema delle riforme costituzionali, della giustizia. Questo programma ci ha portato al governo del paese”.
L’elettorato moderato comprenderebbe la nascita di un nuovo gruppo parlamentare finiano all’indomani della vittoria delle elezioni regionali?
“Nessuno ha mai parlato della nascita di un nuovo gruppo parlamentare. L’ipotesi non è mai stata formulata. Sono solo state poste delle questioni politiche. Ritengo che la risposta sia stata molto positiva perché si riunirà la direzione del Pdl. Oggi ci troviamo di fronte ad una grande opportunità per rafforzare il Pdl e non per dividerlo, per rafforzare l’iniziativa del partito sul territorio. Il sistema di alleanza con la Lega ha in qualche modo scompaginato il Pdl nel Nord Italia. Dobbiamo comprendere se il rafforzamento della Lega porterà all’aumento del divario tra Nord e Sud. Il Pdl deve anche farsi carico del rilancio dell’economia nelle aree deboli del paese. E’ un tema da affrontare e sul quale dobbiamo discutere. Il Pdl deve interrogarsi su questo. La Direzione del partito deve dare modo di far crescere il nostro soggetto. Ecco perché mi auguro che ci sia una convergenza all’interno del Pdl. Ecco perché dobbiamo apprezzare lo sforzo di Gianfranco Fini in un momento come questo. Adesso dobbiamo rimettere in marcia il paese per renderlo più competitivo. Nessuno ha messo in discussione il governo e la legislatura”.
Cosa pensa dell’apertura di D’Alema a Fini e della rissa all’interno del Pd che ne è seguita?
“Non mi interessano le polemiche del Pd. Penso solo al Pdl. Trovo che sia importante trovare un’intesa con le opposizioni sulle riforme per evitare il referendum confermativo. In ogni caso abbiamo la maggioranza anche per andare avanti da soli”.
Adesso è necessario lavoare per l’unità del Pdl?
“Non è necessario essere uniti ad ogni costo. La Dc, che è stato un grande partito, aveva tante componenti al suo interno. Ma è sempre riuscita a fare la sintesi di queste diversità. Ecco perché un partito con posizioni diverse non mi spaventa. Mi preoccuperei di più di un partito monolitico. Altrimenti non saremmo rappresentativi dei segmenti di società che ci hanno fatto vincere”.

venerdì 16 aprile 2010

Uccidi gli Italiani - Intervista ad Andrea Augello


Fini-Berlusconi: anatomia di una rissa infinita

Il Tempo del 16 aprile 2010
Di Lanfranco Palazzolo

pagina 2

La storia degli incontri tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini meriterebbe un capitolo a parte nella storia della cosiddetta seconda Repubblica. I giornali hanno dedicato ben 1000 titoli ai due leader politici nei primi due anni di questa legislatura, segno di un rapporto molto tumultuoso. Negli ultimi mesi i rapporti tra i due hanno vissuto in un equilibrio molto precario. Ma stavolta il tono delle ultime settimane è peggiorato. I due si erano visti per ben tre volte a gennaio e avevano promesso una maggiore concertazione all'interno del Popolo delle libertà. I giornali avevano parlato di schiarita tra i due e nei rapporti tra Pdl e Udc. L'incontro sembrava potesse assumere un significato decisivo per stroncare la politica dei “due forni” di Pierferdinando Casini. Ma l'esito non fu affatto risolutivo. Fini disse a Berlusconi: “Non lavoro per te, ma con te. Ti voglio bene, sono leale”. Ma le incomprensioni sono ricominciate fino all'incontro di ieri che certo non ha avuto toni soft visto che si è ventilata l'ipotesi di una scissione dei gruppi parlamentari. Nei mesi scorsi i giornali avversi ai due leader hanno addirittura mosso la loro sezione psichiatrica per dimostrare che il rapporto tra i due non funziona. Alessandro Meluzzi, ex deputato di Forza Italia, spiegò al settimanale “Oggi” la presunta psicopatologia relazionale tra i due: “Silvio è un eterno fanciullo. Gianfranco un vecchio precoce. Non poteva durare”. All'inizio della legislatura i due cominciarono a litigare sulla scelta dei ministeri. Berlusconi lasciò intendere a Fini in un incontro: “I ministri li scelgo io”. Lo scontro si estese nei mesi successivi, dopo la nomina di Fini come Presidente della Camera, al provvedimento relativo alle intercettazioni e al voto per gli extracomunitari. All'inizio della legislatura Fini si pose come mediatore nei rapporti tra il premier e le istituzioni, come accadde nell'incontro del 30 ottobre del 2008, per riforme importanti come quella sulla legge elettorale per le europee. Ma con il passare dei mesi lo scontro prosegui sul ricorso del governo alla fiducia. Lo duello è sempre vinto da Berlusconi ai punti. Alla vigilia della nascita del Pdl i due si videro per l'ennesimo chiarimento: discutere del ruolo del Parlamento il 26 marzo del 2009. La nascita del Pdl sembrò portare via ogni polemica. Anche lo scorso autunno andò in scena lo stesso copione. I due si videro a settembre per discutere sui temi della giustizia a casa di Gianni Letta. Anche in quella circostanza l'assicurazione fu la medesima: maggiore collegialità all'interno del Pdl soprattutto sui temi della giustizia. “Il tempo ci dirà se dalle promesse si passera ai fatti” disse un cauto Gianfranco Fini dopo l'incontro in casa Letta. Ma da quel giorno le schermaglie proseguirono. Il 3 ottobre del 2009 Fini dichiarò di voler rinunciare al Lodo Alfano. Ma il 16 ottobre 2009 i due tornarono in piena sintonia sulle riforme. Il ricompattamento definitivo arrivò quando i due ricevettero le minacce delle nuove Brigate Rosse nella seconda metà di ottobre. Ma il 4 novembre la situazione precipitò perché il vertice tra Fini, Bossi e Berlusconi sull'elezione diretta del premier saltò – secondo Berlusconi - a causa del clima di odio provocato dalla stampa di sinistra. Nonostante questo clima, i due si incontrarono l'11 novembre del 2009 per trovare l'accordo sul cosiddetto processo breve. Ma il gelo ritornò quando in un fuori onda durante una manifestazione pubblica Fini accusò Berlusconi di confondere il consenso con l'immunità. E allora la soap opera ricominciò con il rischio di trasformarsi in un autentico dramma politico in più atti.

Una banca vicina al territorio

Intervista a Maurizio Fugatti
Voce Repubblicana del 17 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Le banche devono essere più attente alle esigenze del territorio. Lo ha detto alla “Voce” il deputato della Lega Nord Maurizio Fugatti, membro della Commissione Finanze della Camera.
Onorevole Fugatti, il leader della Lega ha parlato delle banche spiegando che dovranno andare al Carroccio.
“E’ evidente che i partiti non possano entrare nelle banche. Credo che Bossi abbia voluto lanciare un segnale al mondo bancario che non può essere estraneo alla realtà territoriale nella quale si vive. I banchieri non possono essere degli extraterrestri che pensano solo alla finanza, alla grande impresa e non pensano al territorio. Negli ultimi dieci, quindici anni la perdita delle casse di Risparmio sul territorio padano sono tutte confluite in Unicredit. Questo passaggio ha fatto perdere contatto tra il mondo bancario e il territorio fatto delle piccole e delle medie imprese, dalle famiglie e dai commercianti. Per questa ragione bisogna tornare indietro. Si torna indietro con gli uomini. Gli uomini delle banche devono capire che non possono essere slegati dal territorio, ma devono capire che sono legati ad una realtà dinamica e sociale alle quali queste banche appartengono. Bisogna cambiare il sistema che si è creato in questi ultimi anni. Questo è il segnale che vuole dare Umberto Bossi. In questo clima economico in cui le banche stanno tagliando fondi alle imprese è un’urgenza ancora più attuale”.
Bersani ha attaccato Bossi dicendo che il leader della Lega dovrebbe preoccuparsi dei costi che le banche impongono ai clienti.
“Il centrosinistra tagliava le tasse alle banche. Questo era quello che aveva fatto il Governo Prodi. Invece il Governo Berlusconi ha pensato alla Robin tax sui petrolieri e sulle banche. Quello che dice Bersani non è vero. I grandi banchieri sono amici del centrosinistra. Infatti, alcuni di loro sono andati alle primare dell’Ulivo. Nessuno di loro è andato alle iniziative della Lega. Anzi, il centrosinistra è sempre stato vicino ad una certa finanza. Quelli erano i loro amici e non certo i nostri. I grandi banchieri hanno perso il contatto con il territorio. Le battaglie sui costi delle banche le abbiamo fatte noi in questa legislatura”.
Unicredit ha favorito la deindustrializzazione del nord con i suoi investimenti nell’Est europeo?
“Le banche si sono preoccupate troppo dei rapporti con le grandi imprese abbandonando le PMI. Questo ha senza dubbio favorito la delocalizzazione. Le banche hanno seguito alcune grandi imprese che hanno spostato la loro produzione nell’Est europeo. Ma crediamo che questo sistema stia dimostrando tutti i suoi limiti. Ecco perché è necessario fare marcia indietro. Le parole di Bossi vanno interpretate nella direzione di un maggiore vantaggio per le piccole imprese che operano nel territorio”.

Non vi salverà la Corte

Intervista a Stefano Ceccanti
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 16 aprile2010

La Corte Costituzionale non può stabilire il matrimonio omosessuale. Lo ha detto il senatore del Partito democratico Stefano Ceccanti.
Senatore Ceccanti, quali valutazioni è possibile fare dopo il pronunciamento della consulta sulle nozze gay?
“Non credo che si possa fare nessun ragionamento sensato fino a quando non conosceremo le motivazioni del pronunciamento della Corte costituzionale. Era pacifico che la Corte costituzionale non aveva intenzione di stabilire con le sue ordinanze l’introduzione delle nozze omosessuali. Ci sono diverse linee che la Corte potrebbe seguire. La Corte potrebbe limitarsi a rinviare la decisione al Parlamento, dicendo che la Costituzione non impone e nemmeno proibisce il matrimonio omosessuale. La Corte costituzionale può anche chiedere al Parlamento di fare delle leggi per la tutela delle coppie omosessuali, invitando il Parlamento a non legiferare sul matrimonio omosessuale. Una terza ipotesi potrebbe essere l’invito della Consulta a fare una legge che poi sarà valutata dalla Corte stessa. Ci sono almeno tre soluzioni diverse”.
Pensa che sia stato un errore sollevare la questione di costituzionalità davanti alla consulta?
“Io sono perplesso su questo ricorso perché la Corte costituzionale non può sostituirsi al legislatore. La tesi sostenuta dai ricorrenti era che siccome il divieto di matrimonio omosessuale vieta il principio di uguaglianza, la Corte aveva l’obbligo di ‘dettare’ il matrimonio omosessuale. Secondo me, questa è una concezione dei rapporti tra Corte e Parlamento in cui la Corte costituzionale commissaria il Parlamento in termini estremi. Questa scelta non la giudico sensata. Penso che sia assurdo che la Corte possa considerare costituzionale un riconoscimento di un rapporto omosessuale che si definisca come matrimonio”.
Qual è l’orientamento della Corte in materia?
“La Corte costituzionale ha fatto più volte delle sentenze in cui ha invitato a rilevare l’importanza della coppia omosessuale quando svolgono un compito analogo a quello della famiglia. Ecco perché ho qualche dubbio che abbia senso chiamare matrimonio questo tipo di rapporto”.
Un esponente del vostro partito, Ivan Scalfarotto, ha invitato il Pd ad essere deciso su questi temi. C’è un vostro limite su questo?
“Dipende da quello che vogliamo. Nel nostro ordinamento le coppie di fatto omosessuali non sono adeguatamente tutelate dall’ordinamento. A me sembra che il modo più adeguato da fare sia la tutela dei cosiddetti DICO. Questo è un modo per affrontare il problema. Penso che il centrodestra non vuole affrontare il tema in modo equilibrato. Anche se alcuni settori del centrosinistra dovrebbero evitare di associare il matrimonio omosessuale alla coppie di fatto. Anche questo atteggiamento limita il dialogo.”

Ciao Raimondo


giovedì 15 aprile 2010

Il partito delle elites

Voce Repubblicana del 15 aprile 2010
intervista a Daniele Marantelli
di Lanfranco Palazzolo

Il problema del Partito democratico sono le elites di partito, che non vengono scelte in base alla competenza politica e al consenso. Questa selezione avviene solo in base alla fedeltà a questo o a quell’esponente. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Daniele Marantelli del Partito democratico, che boccia la proposta del Pd federale di Prodi.
Onorevole Marantelli, cosa pensa della sconfitta del Pd a Mantova e in Lombardia alle regionali?
“La sconfitta è il frutto di una tendenza che si era manifestata con la perdita di importanti amministrazioni come Pavia, Cremona e Brescia. Questa tendenza ci ha riservato un’amara sconfitta a Mantova, dove però l’esito è dipeso molto dalle incomprensibili divisioni del centrosinistra. Però ci sono stati alcuni risultati positivi a Lecco e Saronno. In queste elezioni amministrative il centrodestra non ha pagato pegno per una politica economica che non ha affrontato il problema della mancata crescita del Paese. Le mie non sono considerazioni eccentriche. A fronte di questa plateale evidenza il governo ha cincischiato, ma ha raccolto consensi ovunque. Ma questo non dipende dal fattore Lega perché il centrosinistra ha perso anche nel Sud, in importanti regioni come il Lazio, la Campania e la Calabria”.
Cosa pensa dell’astensione degli elettori in questa fase politica? Cosa deve fare il Partito democratico per affrontare la sua crisi politica?
“Noi ci troviamo di fronte ad un paese diviso e frammentato in mille corporativismi. Qualsiasi sondaggio che si fa nei confronti delle principali istituzioni del nostro paese come il Papa, la magistratura e il Presidente della Repubblica collocano implacabilmente i partiti all’ultimo posto. Del resto, il livello di astensione che abbiamo raggiunto anche nelle ultime regionali sono una conferma impietosa. Di fronte a questa crisi del sistema politico, quindi non solo del centrosinistra, un partito come il Pd deve trasmettere valori e ideali chiari e comprensibili. Il Pd non deve pensare alla sua identità, ma trovarla nella cultura che ci ha permesso di ottenere grandi conquiste economiche e sociali”.
Romano Prodi, che non ha mai inciso nelle scelte del Partito democratico dopo averne propiziato la nascita, propone un Pd federale. Cosa ne pensa?
“Ritengo che il Partito democratico non possa che essere organizzato su basi federali perché il pluralismo di un partito conta se ha radici nella società italiana. Il nostro problema sono le cosiddette elites di partito. La necessità del Partito democratico è quella di premiare chi è capace di innovare, di rischiare e di fare dei risultati. Bisogna fare questo. La proposta di Prodi mi sembra di scegliere i 20 segretari regionali e basta. Trovo la proposta dell’ex Presidente del Consiglio molto improvvisata”.

Capezzone, i vecchi tempi giustizialisti

Voce Repubblicana del 15 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

La contraddizione di Daniele Capezzone. L’ex segretario di Radicali italiani è un grande amante del calcio italiano. Le sue apparizioni nelle trasmissioni di Biscardi lo testimoniano ampiamente. In questi giorni Daniele Capezzone ha commentato gli sviluppi dell’inchiesta sul calcio italiano spiegando che, “alla luce del lavoro di ricerca, della vera e propria controinchiesta efficacemente compiuta dai legali di Luciano Moggi, guidati dall’avvocato Prioreschi, quella che fu chiamata ‘calciopoli’ si rivela una campagna parziale, incompleta, e quindi inaccettabile”. Lo afferma proprio Capezzone, portavoce del Pdl, dopo l’udienza del processo di Napoli su Calciopoli. “Per anni, il giustizialismo montante, specialmente nei media, si è basato su un teorema: bisognava colpire Moggi, Giraudo e la vecchia dirigenza della Juve, con ciò salvando troppi altri, improvvisamente proclamati (e in qualche caso anche autonominatisi) onesti e corretti”, prosegue Capezzone in una nota. “Ora questa discutibilissima costruzione sta franando. E tutto ciò accade grazie all’opera della difesa: e, in assenza di questo ‘imprevisto’, tutto sarebbe stato condizionato dalla scelta arbitraria di includere o escludere migliaia e migliaia di intercettazioni rilevantissime. Ma ormai il ‘teorema’ si sta sgretolando, e i tifosi di calcio non sono più disposti ad essere ingannati da campagne mediatiche faziose e a senso unico”, conclude. L’ex segretario di Radicali italiani si contraddice. Il portavoce del Pdl dovrebbe ricordare i suoi strali giustizialisti contro il calcio italiano. Quando, ad esempio, aveva denunciato la mano leggera dei giudici contro il Milan. Nella sua dichiarazione del 15 luglio del 2006 aveva detto, senza avere elementi di prova: “Mi pare che i giudici abbiano usato una mano leggera nei confronti del Milan, a fronte della severità riservata alle altre società. Eppure, dal fronte berlusconiano – aveva denunciato Capezzone in versione anti - Berlusconi - si prosegue sulla linea del pianto: ‘pianto preventivo’ prima della sentenza, ‘pianto successivo’ ora, immagino anche con l’obiettivo di ‘creare un clima’ per il giudizio d’appello”. Volevamo ricordarglielo prima della prossima dichiarazione sulla tangentopoli calcistica.

mercoledì 14 aprile 2010

Ultima chiamata per le riforme

Intervista a Giovanni Guzzetta
Voce Repubblicana del 14 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Questa è l’ultima occasione per la grande riforma della Costituzione. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il costituzionalista Giovanni Guzzetta, che accusa le forze politiche di ipocrisia sulla legge elettorale. Ecco perché.
Prof. Guzzetta, cosa pensa del dibattito sul semipresidenzialismo che si è aperto in questi giorni?
“Il tema delle riforme istituzionali in Italia è sempre stato molo difficile da affrontare. Se ne parla ormai da 40 anni senza che accada nulla. I cittadini sono ormai stufi di quello che sta accadendo. E’ inevitabile che i dibattiti di questo genere, su temi così delicati, producano grandi schermaglie, soprattutto all’inizio del confronto. Nessuna riforma è neutra. Detto questo, ritengo che questa sia l’ultima occasione che abbiamo. La seconda Repubblica è in un equilibrio molto precario anche se è in vita da oltre 20 anni. Se non completiamo la cornice istituzionale che corrisponde ad ogni paese rischiamo di andare a sbattere”.
Berlusconi ha presentato il semipresidenzialismo che vorrebbe attuare in termini sbagliati?
“Vedo molta ipocrisia in questo dibattito. Come lei sa, noi abbiamo votato un referendum che è stato votato lo scorso anno proprio sulla legge elettorale. E siamo stati letteralmente abbandonati da tutti i partiti fatta eccezione del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha coerentemente sostenuto il referendum fin dall’inizio. Invece il centrosinistra è stato praticamente assente. Queste preoccupazioni sulla legge elettorale sanno molto di lacrime di coccodrillo”.
Da parte delle opposizioni vede una certa apertura sul semipresidenzialismo o crede che il principale obiettivo delle forze di minoranza sia quella di mantenere l’attuale forma di governo parlamentare?
“Credo che nell’opposizione siano in tanti a giocare questa partita tatticamente. E’ chiaro dire che dobbiamo confrontarci con delle proposte che non sono state delineate e richiedono un esame molto attento. Il semipresidenzialismo è una forma di governo molto delicata perché si regge su un equilibrio molto delicato. Anche il cambiamento di una virgola rischierebbe di far crollare tutto e di portarci un modello che funziona ancora su schemi parlamentari pur avendo l’elezione diretta del Presidente della Repubblica (l’Austria). Noi dobbiamo preoccuparci di aggiungere nell’architettura costituzionale quello che è stato registrato in questi ultimi anni”.
Lei pensa che la forma di governo parlamentare sia stata abbandonata? In quale tipo di forma di governo siamo?
Oggi ci troviamo in un sistema presidenziale di fatto. Ma un sistema presidenziale di fatto è peggiore di un sistema presidenziale di diritto soprattutto per le opposizioni perché non è costruito con quell’equilibrio determinato da un sistema presidenziale di diritto”.

Nessun conflitto con i Pm

Voce Repubblicana del 13 aprile 2010
Intervista a Luigi Manconi
di Lanfranco Palazzolo

Tra la parte civile e la procura che si occupa della morte di Stefano Cucchi non esiste alcun conflitto. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” il senatore Luigi Manconi, Presidente del Comitato per la verità sulla morte di Stefano Cucchi dopo che è stata presentata la perizia voluta dalla famiglia del ragazzo morto lo scorso anno in condizioni ancora da chiarire all’ospedale Sandro Pertini di Roma dopo il suo arresto.
Senatore Manconi, dopo che sono state rese note le conclusioni dei periti nominati dalla famiglia Cucchi e quelle chieste dai Pm si sta per giungere alla verità sul caso del ragazzo morto all’ospedale Sandro Pertini di Roma?
“Sabato abbiamo presentato la perizia voluta dalla famiglia e realizzata da un’equipe guidata dal professor Fineschi. Quello che è stato reso noto è uno straordinario documento scientifico che porta un contributo importantissimo all’accertamento della verità”.
Cosa emerge da questa perizia?
“Vengono messi in rilievo due fatti importantissimi, che credo siano ormai acquisiti: il primo è che il segno delle lesioni, le fratture subite da Stefano Cucchi, rivelano che si tratta di fratture recenti; c’è una relazione strettissima, intima, indissolubile, tra il pestaggio di Stefano Cucchi nel periodo della detenzione e la sua morte. Finora ha prevalso un’impostazione che riconosceva le violenze avvenute su Stefano Cucchi, ma le isolava, le rendeva scollegate all’agonia di Stefano Cucchi. La perizia dimostra la correlazione tra lo stato di abbandono di Stefano Cucchi e le percosse subite”.
Quali sono le difficoltà che adesso avete di fronte nell’accertare la verità oggettiva su quello che è accaduto a Stefano Cucchi?
“Oggi vedo quello che viene definito comunemente come un polverone. Ogni notizia sulla morte di Stefano Cucchi viene accompagnata da una ridda di interpretazioni, di insinuazioni, di vere e proprie manipolazioni, che tendono ad alterare una vicenda che invece è decisamente limpida nella successione dei fatti, nella concatenazione dei fatti”.
C’è un conflitto con la Procura su questo?
“No, mi guardo bene dal dire questo. Non voglio affatto alimentare questa idea. Vorremmo che tutto fosse indagato con grande attenzione. Credo che sia stato approfondito ben poco della primissima fase del fermo di Cucchi in una caserma dei Carabinieri, quando gli fu impedito di vedere il suo avvocato di fiducia. Da quella prima caserma il ragazzo fu portato in un’altra caserma. Vorremmo sapere con maggiore precisione cosa è accaduto in quelle ore. Tutto questo non è stato documentato. Vogliamo far luce proprio su queste fasi e sul comportamento dei medici che nulla hanno nulla fatto, di fronte ad una protesta esplicita del ragazzo, per metterlo in condizione di difendersi parlando con il suo difensore”.

martedì 13 aprile 2010

Bersani federalista

Il Tempo del 13 aprile 2010
di Lanfranco Palazzolo

Il federalista smemorato. Il Pd non è un soggetto politico federale, ma in compenso è il partito delle parole. La proposta dell'ex Presidente del Consiglio Romano Prodi di creare un partito di tipo federale ha aperto un ampio dibattito nel principale partito di opposizione. Il segretario del Pd Bersani ha scritto sul “Messaggero” di ieri di ritenere “le considerazioni di Romano Prodi un contributo direttamente utile ad illuminare non solo le possibili prospettive di un partito come il nostro, ma la forma stessa degli assetti democratici del Paese”. Tuttavia, lo stesso Bersani dovrebbe ricordare che la proposta di un Pd federale era la sua e non certo di Romano Prodi. Ed è un peccato che lo stesso leader del Pd non si ricordi nemmeno delle sue proposte. Ma da quando è diventato segretario del Partito, Bersani non ha mosso una foglia sul “fronte federalista” del Pd. Basterebbe rileggere l'intervista che l'allora ministro per lo Sviluppo economico rilasciò sul quotidiano economico “Il Sole 24 Ore” del 13 maggio del 2007. In quella circostanza Bersani proposte per la fine del 2007 “La costruzione del partito federale. Nelle platea che eleggeremo per l'assemblea (del Pd, ndr), quelli che verranno eletti nelle Regioni devono diventare, secondo me, i promotori di un appuntamento federale del partito. Appuntamento che va predeterminato già alla partenza”. Bersani aggiunse che “Il Pd sarà un partito decentrato: quindi, mentre si costruisce il partito nazionale – disse al Sole 24 Ore nel 2007 – dobbiamo dire come lo strutturiamo su base federale”. E invece nessuno, Bersani compreso, ha detto qualcosa.

lunedì 12 aprile 2010

Katyn partout et toujours

Certo deve essere stata proprio una beffa del destino l'incidente aereo che è capitato a Smolensk, che ha decapitato il governo polacco e il suo presidente della Repubblica Lech Aleksander Kaczyński . Proprio nel giorno della riconciliazione tra Polonia e Russia su Katyn. Questo significa che Katyin continuerà a dividere i due paesi e a rappresentare un dolore che continuerà a tenere lontana la Russia dall'Europa...

sabato 10 aprile 2010

Il Senato non cade a pezzi

Intervista a Domenico Benedetti Valentini
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 10 aprile 2010

Al Senato si lavora meglio che alla Camera. Altro che Senato che “cade a pezzi”. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore Domenico Benedetti Valentini del Popolo delle Libertà.
Senatore Benedetti Valentini, cosa pensa delle critiche sul Senato che cade a pezzi formulate da un parlamentare del Partito democratico, Luigi Zanda, durante una recente seduta del Senato?
“Non penso che il Senato lavori male o cada a pezzi. Ho lavorato come parlamentare per tanti anni alla Camera dei deputati. Nella mia breve, ma intensa esperienza al Senato posso dire che si lavora meglio al Senato. Non so se questo dipenda dal fatto che siamo la metà dei parlamentari. Inoltre, devo dire che se in questa legislatura c’è stata maggiore chiarezza al Senato nei dibattiti piuttosto che alla Camera dei deputati. Anzi, alla Camera dei deputati le cose sono andate molto diversamente. Posso dire che a Montecitorio sono accadute cose inspiegabili come gli scivoloni della maggioranza su alcuni provvedimenti. Gli elementi a vantaggio del Senato sono superiori rispetto a quelli per la Camera. Anzi, questa esperienza al Senato ha rafforzato le mie convinzioni a favore del bicameralismo”.
Pensa che il Senato debba fare quello che fa la Camera dei deputati nel quadro di quello che viene definito come bicameralismo perfetto?
“Non è corretto porre la questione in questi termini. Non si può dire che il Senato svolge lo stesso lavoro della Camera. Nel porre la domanda c’è una sorta di ipoteca mentale a favore della Camera. La realtà della definizione del Senato ci dice che questa è la cosiddetta Camera alta. Anzi, ritengo che la Camera alta sia la Camera per eccellenza, quella che rappresenta il pluralismo democratico della politica, mentre la Camera bassa potrebbe essere la Camera rappresentativa dei territori e delle categorie”.
Cosa pensa della bozza Violante?
“Non la condivido. La Camera non viene toccata da questa proposta. E il Senato viene cancellato come Camera parlamentare perché la riduce ad una sorta di piccola assemblea di consiglieri regionali che, a mezzo servizio, fanno i senatori. Quello di Violante è un vero pastrocchio. Quindi mi sono convinto dell’utilità del Senato perché molte correzioni di leggi in senso positivo sono avvenute nel passaggio dalla Camera al Senato. Gli esempi non sono pochi”.
E’ giusto che il Senato cominci a lavorare lunedì pomeriggio come accade per la Camera?
“Non mi risulta che alla Camera ci sia un lavoro più intenso rispetto al Senato. Le ricordo che alla discussione generale del lunedì non viene nessuno. Molti parlamentari dovrebbero comprendere che la discussione democratica in aula dovrebbe essere utile a tutti prima del voto. Ecco perché è un’ipocrisia pensare che la Camera lavora più del Senato”.