mercoledì 30 giugno 2010

Idee per la politica

Nomine in ritardo del Parlamento

Chi nomina il Governo?

Gli errori (orrori) del televideo


Rieccoci ad un nuovo appuntamento con gli errori del televideo. Qualche giorno fa ho fotografato questo errore di battitura del televideo il giorno della morte del calciatore Roberto Rosato. Ecco cosa hanno scritto i nostri eroi del Televideo: "Si 3/4 spento.....".

martedì 29 giugno 2010

Nessun rancore verso Di Pietro

Intervista ad Elio Veltri
Voce Repubblicana del 30 giugno 2010
di Lanfranco Palazzolo

Non ho nessun rancore verso Di Pietro. Lo ha detto alla “Voce” Elio Veltri, ex vicepresidente dell’Idv.
Onorevole Veltri, cosa può dire delle polemiche scoppiate dopo l’avviso di garanzia ricevuto dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro per truffa, che riguardano l’Associazione Italia dei valori? Da quanto tempo aveva denunciato quei fatti?
“Ci sono stati due fatti avvenuti in tempi diversi. Sono state dette delle inesattezze. Il primo problema con Di Pietro è sorto con le elezioni politiche del 2004, quando un raggruppamento politico con me, Achille Occhetto, Giulietto Chiesa e Diego Novelli, ha fatto un accordo per le Europee con la lista Di Pietro-Occhetto. Le elezioni sono andate male: abbiamo avuto solo il 2,1%. A quel punto abbiamo pensato che il finanziamento pubblico andasse a tutti e due i raggruppamenti. Invece il finanziamento pubblico lo ha preso l’Italia dei valori perché avevamo dato una delega a riscuoterlo all’Idv. Ma la delega non era perché dovevano prenderselo tutto. Io non avrei dovuto presentarmi a quelle elezioni perché ero uscito dall’Idv nel 2001. Per questa vicenda, io, Giulietto Chiesa e Achille Occhetto abbiamo promosso due cause civili non concluse. E questo è un fatto”.
La sua denuncia in cosa consiste?
“Io ho fatto una denuncia penale per la gestione dei finanziamenti dell’Italia dei valori. La gestione viene svolta da un’associazione privata, costituita da tre persone. Nella trasmissione “8 ½” Antonio Di Pietro ha negato che ci sia questa associazione. Basta andare a vedere – non capisco perché i giornalisti non lo facciano – lo statuto di questa associazione, dove c’è scritto tutto chiaramente. L’associazione è stata fondata nel 2000 - nel 2000 io ero vicepresidente dell’Idv - con una delega davanti al notaio. Di quell’associazione a tre non ne sapevo niente. In quell’associazione si può entrare solo con il placet del Presidente, che è anche Presidente del partito. Nello Statuto c’è scritto che i soldi del finanziamento pubblico vanno a questa associazione. A mio parere, e a parere di altri legali, e forse anche dei giudici, questo comporta una sostituzione di soggetto giuridico, anche se il nome è lo stesso, per quanto riguarda l’attribuzione dei fondi. La legge specifica che il finanziamento pubblico è destinato solo ai partiti destinatari. I magistrati giudicheranno”.
Di Pietro dice che lei ha dei rancori verso di lui.
“Io non ho nessun rancore. Non prendo mai posizione per ragioni personali. Nel 1981 ho lasciato il Psi di Craxi. Me ne andai per ragioni politiche. Non ho aspettato ‘Mani pulite’ nel 1992. E allora nessuno era indagato nel Psi. Con l’Idv ho fatto la stessa cosa che feci con Craxi perché ho visto che in quel partito si allargava la forbice tra ciò che si diceva e ciò che si faceva”.

Sulle fondazioni liriche era necessario cambiare

Intervista ad Emerenzio Barbieri
Voce Repubblicana del 29 giugno 2010
di Lanfranco Palazzolo

Sono convinto che il Senato non cambierà una virgola del decreto sulle fondazioni liriche. Il testo non è perfetto, ma è migliore di quello licenziato dal Senato. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Emerenzio Barbieri del Popolo delle Libertà e relatore del disegno di legge sulle fondazioni liriche che è stato approvato la scorsa settimana dalla Camera dei deputati.
Onorevole Barbieri, come è andata la lunga maratona parlamentare che ha visto l’approvazione del provvedimento sulle fondazioni liriche?
“Come tutte le leggi non sono perfette anche, questa legge non è perfetta. Il mio giudizio è che, data la situazione e la necessità, dell’intervento, dalla Camera è uscita una buona legge. Questo è avvenuto anche grazie ad un confronto molto faticoso e fattivo tra maggioranza ed opposizione del Partito democratico e dell’Udc”.
Perché tra le opposizioni non ha citato l’Italia dei valori? Cosa pensa dell’opposizione svolta dal partito di Di Pietro?
“Questo gruppo parlamentare ha assunto una posizione pregiudiziale nei confronti di questo provvedimento. Considerate le posizioni alle quali noi non eravamo disposti a rinunciare, c’era però la possibilità di rinunciare ad un confronto e ad un dialogo. Questo non è accaduto perché i deputati di questo gruppo hanno subito adottato il filibustering. Quando si sceglie quella strada è molto difficile dialogare”.
Con questo provvedimento la maggioranza si è messa contro il mondo della cultura? Quali saranno i danni occupazionali derivanti da questa legge?
“Non ho capito perché il mondo della cultura si sia mosso in termini così pesanti nei confronti di questo provvedimento. Chi è contro questa legge vuole mantenere lo statu quo. Questa situazione non è più possibile. Lo stato finanziava con gli enti locali la maggior parte del bilancio di quasi tutte le fondazioni liriche”.
C’è stata la tentazione di porre la fiducia sul provvedimento durante l’ostruzionismo dei giorni scorsi?
“Fin da quando il disegno di legge è approdato nell’aula della Camera il ministro della Cultura Sandro Bondi ha fatto di tutto per evitare di porre la fiducia su questo provvedimento”.
La maggioranza ha dato una prova di coesione con questa prova parlamentare?
“In questo caso ha funzionato tutto molto bene. La Lega Nord si è astenuta, differenziandosi da noi, su un emendamento soppressivo, presentato da ‘Noi Sud’ che chiedeva l’abrogazione dell’articolo 7 bis sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia”.
Anche in Senato vedremo lo stesso copione della Camera?
“Credo che al Senato non cambierà una virgola sul decreto. Se non altro perché il testo che mandiamo al Senato è migliore di quello che ci è arrivato da Palazzo Madama”.
Lei si è addormentato in aula?
“No, assolutamente. Sono rimasto sempre sveglio”.

domenica 27 giugno 2010

E' morta Rina Gagliardi

Ho avuto occasione di intervistare una volta Rina Gagliardi, che è scomparsa oggi. L'intervista risale all'estate del 2008 alla vigilia del Congresso di Rifondazione comunista, caratterizzato da duri scontri e da brogli elettorali. Buon ascolto.

Chi lo ha visto? Mario Di Carlo

Proprio in questi giorni stavo pensando che alla Radio, alludo a Radio Radicale, non mi capita di fare quasi mai un filodiretto con qualche politico. Allora ho pensato bene di metterne uno, l'unico che ho fatto in questi anni, con l'ex assessore alla Casa della Regione Lazio. Ho un ricordo divertente di questo filodiretto perchè Di Carlo, ogni volta che gli facevo una domanda, mi guardava come se fossi stato un idiota in grado di non fare una domanda con senso compiuto. Alla fine, come faccio sempre, ho cercato di fargli le domande più stronze possibili. E credo di esserci riuscito. Se non altro perchè uno dei primi ascoltatori che lo ha chiamato ha detto ha detto all'assessore uscente che aveva sparato una cazzata colossale. Una delle tante durante cazzate sparate durante la sua onorata carriera.....CLIKKA sul mio scritto per ascoltare il FILODIRETTO.

Zanfo Zanfagni in profumeria

venerdì 25 giugno 2010

Ecco perchè non siamo attraenti

Intervista a Paolo Giaretta
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 26 giugno 2010

Il Partito democratico non riesce ad attrarre l’attenzione degli elettori del Pdl delusi dal centrodestra. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore del Partito democratico Paolo Giaretta.
Senatore Giaretta, in questi giorni il deputato del Pd Arturo Parisi ha criticato i vertici del suo partito all’indomani di un incontro dei vertici dell’ex Margherita al quale ha partecipato anche il senatore Rutelli. Cosa sta succedendo?
“La riunione di cui sta parlando era occasionata da un fatto assolutamente tecnico, che era l’approvazione del bilancio dell’associazione ex Margherita, che è ancora intestataria di trasferimenti sui rimborsi elettorali. Per questo motivo esiste ancora una gestione tecnica della Margherita. Quindi non era una riunione politica occasionata dalla volontà di ritrovarsi come ex Margherita. Nel Pd c’è la necessità di riprendere con maggiore energia il cammino iniziato con la nascita del partito, che aveva tre grandi progetti: un’analisi del paese ottimistica che voleva fare appello alle forze migliori; un chiaro disegno riformista e un chiaro progetto di riforma istituzionale del Paese. Queste proposte si sono indebolite con il tempo. E oggi sembriamo ripiegati su noi stessi. E i nostri riferimenti ideali sono del passato e non guardano al futuro”.
La nascita di queste fondazioni dentro il partito ha dato l’idea di una divisione del partito tra Veltroni e D’Alema?
“No, non sono questi i problemi del Partito democratico. Le fondazioni esistono in tutti i paesi occidentali. E sono uno strumento indispensabile di creazione di un patrimonio di idee e di analisi della società. Non è qui che nasce la divisione del partito. E’ che il partito deve essere in grado di interpretare un progetto di modernizzazione del paese di cui c’è bisogno. L’opinione pubblica si trova in un momento di sospensione perché sta cogliendo la delusione verso il governo di centrodestra. Anche l’ultima manovra non contiene nessuna ambizione di introdurre riforme che ci lascino un paese migliore. Ma questa delusione non si traduce in un’attenzione nei nostri confronti. Il nostro messaggio è abbastanza confuso. Ci sono troppe polemiche sul passato, come ad esempio quella sulla massoneria, quella sui cosiddetti ‘compagni’. E’ chiaro che non abbiamo l’immagine di un partito proiettato sul futuro. Penso che sia quello il lavoro che dobbiamo fare”.
Bersani è un segretario politico legato al passato?
“Non è questo il problema. Rischiano di dare questa immagine la pigrezza di chi sta intorno a Bersani. Nel Partito democratico non esiste il problema della prevalenza di una componente diessina. Avverto una certa stanchezza nella periferia del partito nello stare insieme e questa situazione rischia di far prevalere la nostalgia di dove eravamo prima”.

Non scherziamo sulla sorte di Pomigliano

Voce Repubblicana del 25 giugno 2010
Interivista a Gianni Lettieri
di Lanfranco Palazzolo

La Fiom e la Cgil non possono scherzare sulla sorte dello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Lo ha detto alla “Voce” Gianni Lettieri, il Presidente dell’Unione degli industriali della Provincia di Napoli.
Gianni Lettieri, quali sono le sue valutazioni sul referendum alla Fiat di Pomigliano d’Arco che ha approvato l’accordo sul futuro dello stabilimento?
“Vorrei evitare di fare commenti sui risultati numerici del referendum. Visto che siamo un paese democratico possiamo dire che hanno vinto i ‘Sì’. E la maggioranza dei dipendenti ha scelto di andare avanti. Non ci dobbiamo dimenticare che il settore auto vive una crisi drammatica a livello internazionale. In alcuni paesi, pur di fare andare avanti le proprie attività, hanno fatto accordi di riduzione dei salari dei dipendenti pur di fare andare avanti le proprie attività. Io sono il primo a dire che bisogna salvaguardare l’interesse dei lavoratori. Ma io sono il primo a dire che il primo interesse delle famiglie è quello di salvaguardare il posto di lavoro. Nel 2008 hanno lavorato in Campania 4,8 persone su 10; 27,7 donne su 10. E’ una situazione allucinante. Non ci possiamo permettere di perdere nuovi posti di lavoro. Difficilmente riusciremo ad attrarne dei nuovi. Dobbiamo difendere con i denti i posti di lavoro che abbiamo”.
Cosa ne pensa delle norme sull’assenteismo contenute nell’accordo?
“Le norme sono giuste. In quell’azienda ci sono stati momenti che hanno messo in crisi la produttività dello stabilimento. I singoli lavoratori di quell’azienda sono produttivi. E’ l’insieme dello stabilimento che non lo era. Fortunatamente non si parla di tagli di retribuzione per i dipendenti della Fiat di Pomigliano. L’accordo prevede una nuova forma di organizzazione del lavoro e di poter far girare lo stabilimento 7 giorni su 7 su più turni. E’ chiaro che questo comporta dei sacrifici. Questo è un settore che, pur di prendersi investimenti produttivi, deve stringere nuovi accordi. La Fiat ha deciso di investire qui 750 milioni. Mi sembra giusto che la Fiat faccia un paino per salvaguardare i posti di lavoro”.
La Fiat aveva controllato l’aumento dell’assenteismo?
“I Meridionali hanno generalmente un grande senso di responsabilità, ma l’assenteismo era determinato dalle assenze dei delegati elettorali in vista di qualche consultazione sindacale. In altri casi sono stati proclamati degli scioperi e sono stati mandati dei certificati medici. Ci sono brutte abitudini di pochi, che mettono a rischio il futuro dell’azienda. Noi abbiamo scelto di andare avanti con chi ci sta. Mi auguro che la Fiom e la Cgil si rendano conto che questo non è il momento di scherzare. E due anni dopo l’accordo possiamo valutare insieme ai sindacati se ci sono possibilità di miglioramento dell’accordo”.

giovedì 24 giugno 2010

Non chiedete le sue dimissioni

Voce Repubblicana 24 giugno 2010
Intervista a Lucio Barani
di Lanfranco Palazzolo

Non voglio le dimissioni di Antonio Di Pietro. Io sono garantista. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Lucio Barani del Popolo delle libertà.
Onorevole Barani, cosa pensa dell’avviso di garanzia ricevuto da Antonio Di Pietro per la vicenda del finanziamento pubblico destinato all’associazione Italia dei valori?
“Sono stato un veggente. Già dal 1996-97, quando ero sindaco di Aulla, avevo fatto di questa città il primo comune dedipietrizzato d’Italia. Lo avevo fatto per far sapere all’Italia e agli italiani chi era ‘il lupo cattivo’ negli anni di tangentopoli: Antonio Di Pietro. Mentre la ‘nonnina’ era il vecchio e nobile centrosinistra scardinato da questo essere immondo. All’epoca avevo contestato Di Pietro su tutto e su tutti. Grazie alla toga, Antonio Di Pietro ha preso una laurea e ha fatto carriera. Non aveva qualità, né capacità. Ha lasciato la magistratura per la politica. Chi semina fulmini raccoglie tempesta. La sua è sempre stata una vita di espedienti. Sono tre le procure che lo stanno indagando: Roma, Firenze e Perugia. E qualcuna di queste gli manda anche l’avviso di garanzia. Di Pietro e altri politici hanno trovato nell’Italia dei Valori una Joint-venture. Mi riferisco anche a Silvana Mura, questa fotomodella-indossatrice. Gli ‘amici’ di Antonio Di Pietro sono una vera cricca perché si sono fatti le scatole cinesi: hanno creato un’associazione che si chiama ‘Italia dei valori’, nella quale non c’è nessuna democrazia. E hanno fatto una società che gestisce i soldi del partito. Guarda caso, li gestisce pro domo-loro”.
Perché Di Pietro resta candido come l’arcangelo Gabriele e continua a puntare il dito sugli altri?
“Questo lo pensa solo una ristretta cerchia di giustizialisti. L’Italia e gli italiani garantisti sanno chi è Antonio Di Pietro. D’altronde cane non mangia cane. I magistrati, fino ad oggi, lo hanno sopportato perché molti di loro fanno politica. E chi fa politica non lo ha attaccato perché lo mandano avanti come una testa di ariete. Non dimentichiamo che Di Pietro si è fatto dare una casa come tangente. E’ più o meno come quelli che adesso chiamano la ‘cricca’: si è fatto dare 100 milioni e poi, dice, li ha restituiti. Queste sono cose scritte negli atti processuali”.
Di Pietro dovrebbe dimettersi da parlamentare?
“No, non dovrebbe farlo. Sono un garantista. E non uso due pesi e due misure. Ho sempre detto che non dovevano dimettersi quelli della Prima Repubblica che andavano sulla gogna mediatica, quelli che lui ha ingiustamente perseguitato. Ovviamente chi di spada colpisce, di spada perisce. Questa è la giusta conseguenza delle sue azioni. Di Pietro arraffa i soldi con il finanziamento pubblico dei partiti. E lui dovrebbe dimettersi per quello che dice quando queste cose accadono agli altri”.

martedì 22 giugno 2010

La Chiesa non è all'Anno zero

Voce Repubblicana del 23 giugno 2010
Intervista a Paola Binetti
di Lanfranco Palazzolo

La Chiesa cattolica non è all’anno zero. Anzi, rappresenta la capacità di cambiare della società. Ma la Chiesa è anche una realtà umana, dove esiste, per i singoli, la possibilità di sbagliare Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Paola Binetti dell’Unione di centro.
Onorevole Binetti, cosa pensa di questi scandali che stanno mettendo in crisi l’immagine della Chiesa? Crede che per le istituzioni cattoliche siamo giunti all’anno zero?
“No, non credo che oggi la Chiesa sia all’anno zero. Ritengo che la Chiesa sia all’anno 2010. La Chiesa è l’istituzione sociale che esiste da più tempo e che rappresenta, più di molte altre istituzioni, la sua capacità storica di rappresentare la nostra società e di aiutare la nostra società a stare in un senso alto della sua stessa dignità di vita. Credo che la Chiesa rappresenti quella istituzione che più e meglio è in grado di accettare le aspirazioni degli uomini e di dare più forza alle esigenze dell’uomo. La Chiesa è un mistero. Da un lato abbiamo una grande ricchezza di valori, di proposte molto alte, di sguardo lungo e profondo che guarda al presente. Però non dobbiamo nemmeno dimenticare che stessa Chiesa è anche una realtà umana. E anche per la Chiesa esiste la possibilità di sbagliare. Distinguerei attentamente quelli che sono gli errori di ciascuno di noi e quelli della Chiesa. Ognuno di noi è in grado di impersonare il mistero della Chiesa, ma nessuno di noi incarna il mistero della Chiesa”.
L’attuale pontefice ha intaccato il dogma dell’infallibilità papale?
“Il dogma dell’infallibilità del Papa, da sempre, si estende solo ed esclusivamente a quelle verità a quei dogmi che Lui proclama ex cathedra. Questo dogma ha una collocazione precisa rispetto a concrete verità di fede. Il dogma in cui il Papa impegna la sua infallibilità è quello dell’Immacolata concezione. Questo Papa sta cercando in tutti i modi di rendere trasparente, nella complessità della società in cui viviamo, che ognuno di noi fa il suo cammino verso la santità e la fede. E’ chiaro che questo cammino può indurci anche in errore. Questo è il punto. Il tema vero è non confondere gli errori personali con la prospettiva della Chiesa nella sua complessità”.
Come interpreta le parole del Papa, che ha invitato i sacerdoti cattolici ad evitare la tentazione del carrierismo?
“In questa frase del Papa un’applicazione attualizzata di quella che è l’estensione con cui il Signore, nel Vangelo, dice: ‘Sono venuto a servire e a non essere servito’. E’ una frase antica come è antico il nostro Vangelo. Al sacerdote, che è un altro Cristo, si chiede lo stesso spirito di servizio. Questo è un obiettivo da sempre presente nella Chiesa e che ha bisogno di essere attualizzato. Ecco perché il ricordo del Papa è attuale per tutti noi”.

Un sistema di potere che non tramonta

Voce Repubblicana del 22 giugno 2010
Intervista ad Enzo Raisi
di Lanfranco Palazzolo

Il sistema di potere di Flavio Delbono è rimasto al suo posto in Emilia Romagna. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Enzo Raisi del Popolo delle Libertà.
Onorevole Raisi, nei giorni scorsi lei ha rivolto un duro attacco contro la giunta regionale dell’Emilia Romagna Vasco Errani, sottolineando che i metodi che avevano portato allo scandalo Delbono, l’ex vicepresidente della Regione che aveva utilizzato i fondi della regione per spese personali, non sono finiti. Cosa voleva dire?
“Ho solo sottolineato che alla guida della Regione sono stati confermati gli stessi vertici che avevano governato la Regione nella precedente legislatura regionale. Quei dirigenti erano gli stessi che erano in carica ai tempi di Flavio Delbono. Quando non si cambia il manico della scopa è evidente che il soggetto resta quello di sempre. Il centrosinistra non ha voluto capire è che Delbono non era un soggetto che agiva isolato all’interno di quel sistema di potere. Il problema era che Delbono era inserito in un meccanismo che prevedeva quello che ha fatto l’ex vicepresidente della Regione come routinario. Ho visto che il Presidente della Regione Emilia Romagna ha eliminato il rimborso spese per le trasferte e ha avviato una serie di iniziative che sembrano voler andare incontro ad eliminare degli sprechi in un sistema nel quale Errani è a capo”.
Che cosa ha scritto nell’esposto che ha presentato contro la Giunta in carica?
“Nel mio esposto su ‘Isi service’, la società di servizi ‘Global service’, ho evidenziato degli elementi di illegalità nella costituzione di ‘Isi Service’, che è una società che fattura qualche milione di euro. Errani ha firmato la delibera per la costituzione di questa società. E’ impensabile che non sapesse come funzionano certe cose”.
Cosa ha pensato quando ha visto il Presidente della Conferenza Stato Regioni Errani criticare la manovra?
“Errani è l’unico grande oppositore del governo Berlusconi. Francamente non ho capito perché il centrodestra abbia appoggiato Errani nella riconferma alla guida della Conferenza Stato-Regioni. Non l’ho capito. E le motivazioni con le quali è stato sostenuto in quella carica sono surreali. Ho visto che mentre Errani ha cominciato a criticare il Governo ha fatto dei tagli. Come li ha fatti oggi poteva farli anche prima, quando era chiaro che gli sprechi delle regioni erano tanti”.
Cosa pensa delle modifiche costituzionali in tema di libertà d’impresa?
“Sono favorevole, ma i tempi delle modifiche costituzionali sono molto lunghi. Ma credo stiamo facendo un errore. In Commissione Attività produttive c’è un ddl bipartisan sullo Statuto d’impresa che ho firmato e di cui sono relatore. In quel provvedimento c’è tutto quello che Tremonti e Berlusconi vorrebbero inserire nella Costituzione”.

venerdì 18 giugno 2010

L'Unione non può dividersi

Intervista a Mario Mauro
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 19 giugno 2010

L’Unione europea non è in condizione di dividersi. Lo ha detto alla “Voce” il capodelegazione del Popolo delle Libertà al Parlamento Europeo Mario Mauro.

Onorevole Mauro, l’Unione europea si è presentata divisa al Consiglio Ue del 17 giugno dopo gli attacchi rivolti alle capacità finanziarie della Spagna da parte di alcuni organi di informazione?
“No, l’Unione europea non è nelle condizioni di dividersi perché l’urgenza della crisi, la drammaticità della situazione i doveri dell’impegno verso il contenuto politico dell’Europa unita obbliga l’Ue ad una forte coesione. Certo, è evidente che permangono punti di vista differenti. Su alcuni giudizi relativi alla messa a punto sugli strumenti finanziari con i quali rispondere alla crisi sia a quello che potremmo definire come un trasferimento di poteri delle singole economie alle istituzioni dell’Unione. Credo che l’atteggiamento dei paesi membri dell’Unione europea sia costruttivo”.
E’ preoccupato delle polemiche sotterranee tra Francia e Germania, che due settimane fa hanno rinunciato ad un vertice per evitare uno scontro politico?
“Non sono preoccupato. Oggi dobbiamo comprendere che la crisi che stiamo vivendo oggi è essenzialmente una crisi di fiducia. E non si tratta di una crisi di fiducia che riguarda solo il mercato, ma riguarda anche i fenomeni che investono i rapporti tra mercato e le risposte che le istituzioni dovrebbero dare. A maggior ragione, è plausibile che i paesi di maggior peso, come la Germania e la Francia, paventino la possibilità di utilizzare strategie diverse. E’ assolutamente chiaro che dopo l’Unione monetaria la difficoltà enorme è quella di coinvolgere, in una strategia comune, quelli che sono gli altri strumenti delle politiche economiche. E questo significa mettere in campo le strategie fiscali e quelle previdenziali. Se non si mette in atto questa politica è difficile pensare che per motivi di solidarietà che un signore tedesco, alla fine della carriera, va in pensione con il 43 per cento dell’ultimo stipendio debba considerarsi sulla stessa barca di un signore greco che va in pensione con il 97 per cento dell’ultimo stipendio. Abbiamo fatto l’euro postulando quello che avremmo dovuto fare in seguito. Se questo resto non si vuole mettere in comune è chiaro che scattano le tensioni. Ritrovarsi oggi ha questo significato: si devono trovare le regole per stabilire una nuova convivenza”.
Come ha trovato gli esordi della politica europea del conservatore britannico David Cameron?
“I conservatori inglesi hanno un loro vecchio pregiudizio sull’Unione europea che vedono favorevolmente quando devono concludere accordi vantaggiosi per Londra. Credo che con l’ingresso dei liberali inglesi nel governo questa tendenza muterà. Penso che ci saranno sorprese positive”.

giovedì 17 giugno 2010

Il federalismo fiscale non può attendere

Voce Repubblicana del 18 giugno 2010
Intervista a Massimo Polledri
di Lanfranco Palazzolo

Il federalismo fiscale non può attendere. Lo ha spiegato alla “Voce” l’onorevole Massimo Polledri della Lega Nord.
Onorevole Polledri, cosa pensa delle polemiche sollevate dai presidenti di Regione contro la manovra del Governo?
“Ogni manovra mette in piedi una serie di attori. Ognuno di loro ha il compito di fare la propria parte ed è convinto che a fare dei sacrifici siano gli altri. Effettivamente siamo persuasi che il sacrificio chiesto alle Regioni sia alto. Ma ci sono alcune regioni che hanno i loro conti ridotti all’osso. E poi ci sono altre regioni che sono deficitarie perché hanno dei bilanci inesistenti. Mi riferisco ad alcune regioni del Sud. Detto questo, ritengo necessario accelerare il meccanismo virtuoso secondo il quale chi meglio si comporta meglio viene premiato. E viceversa. Sono convinto che l’introduzione del federalismo fiscale debba procedere più velocemente. D’altra parte capisco anche le difficoltà in si dibattono le nuove amministrazioni come quella di Scopelliti in Calabria e quella della Polverini nel Lazio. Loro sono costretti a fare i conti con la ‘fossa delle Marianne’ che hanno ereditato da Loiero e da Marrazzo. Il loro obiettivo non può essere quello di radere al suolo i loro bilanci”.
Il federalismo fiscale può attendere di fronte ad un crisi finanziaria come questa?
“Abbiamo atteso almeno 40 anni per vedere la realizzazione del federalismo fiscale. E dal 2001, anno in cui fu modificato il Titolo V della Costituzione, che aspettiamo di veder realizzato il federalismo fiscale. Ma non possiamo più attendere. Quello del federalismo fiscale è un meccanismo virtuoso, che obbliga le regioni a mantenere dei costi standard e obbliga a prevedere qualche sanzione di fronte alla mancanza di responsabilità. Mettere l’equivalenza tra potestà legislativa e potestà di imposizione è un principio al quale non possiamo più ritardare”.
Quali sono le regioni in difficoltà, che lei definirebbe di seconda fascia?
“Penso al modo in cui la giunta Loiero ha distrutto la sanità calabrese. E penso anche alla Campania di Antonio Bassolino. In Calabria, la giunta Loiero ha creato i bilanci delle Asl tramandati per tradizione orale. Anche nel Lazio gestito da Marrazzo sono accadute cose incredibili. Si è voltata pagina. Ora nel governo di quelle regioni ci sono persone più responsabili. Ma sono queste le regioni che hanno fatto un ‘buco’ simile a quello greco”.
Cosa pensa del provvedimento sulla Carta delle autonomie, che le opposizioni ritengono sia stato svuotato?
“Il provvedimento non è stato svuotato. Anzi, è stato accelerato con norme transitorie per accelerare il federalismo fiscale. La Carta delle autonomie è attesa dal 2001. Chi è contro questa parte del provvedimento vuole affossare il federalismo fiscale”.

mercoledì 16 giugno 2010

Quella libertà è già tutelata

Voce Repubblicana del 17 giugno 2010
Intervista a Paolo Tesauro
di Lanfranco Palazzolo

La nostra carta costituzionale tutela la libera iniziativa privata. Non trovo che sia necessario fare delle modifiche alla nostra carta costituzionale. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il professor Paolo Tesauro, docente di Diritto Costituzionale all’Università Federico II di Napoli.
Professor Tasauro, cosa pensa della proposta di Berlusconi di modernizzare i rapporti economico e sociali della nostra Costituzione e di introdurre il termine ‘impresa’?
“Se devo dire la verità, ho sempre saputo che nella nostra Costituzione è l’articolo 41 che tutela la l’iniziativa economica privata al quale corrisponde anche l’articolo 43 della Costituzione che consente con legge a determinate limitazioni. Siccome qui non c’è voglia di fare leggi che portano a delle limitazioni, per me, la tutela della libertà, nelle forme che abbiamo inteso fino ad oggi, c’è gi nella nostra Costituzione. Se vogliono dare una maggiore libertà in questo senso?! Allora non riesco a comprendere bene in che senso vogliono farlo. Tutto è possibile certamente. Ma vorrei capire come si vuole fare. Se nella nostra Costituzione è scritto che la l’iniziativa privata è libera, significa che è libera. Se nella nostra Costituzione si vuole dare un’iniziativa di dettaglio questo è certamente possibile. Ma dovrei capire perché”.
Non ritiene che la nostra Costituzione, nella parte che concerne i rapporti economici e sociali, debba essere rivista, come ha sostenuto il Presidente del Consiglio? Nella maggioranza qualcuno intravede un’ipoteca di tipo catto-comunista. Cosa ne pensa?
“Nella nostra Costituzione, il titolo che riguarda l’economia fu certamente il frutto di un bilanciamento all’interno dell’Assemblea costituente. Basta leggere i nostri classici della Costituzione per saperlo. Da una parte si è tutelata la libertà, dall’altra si è data la possibilità, con legge ordinaria, quindi senza la necessità di modificare la Costituzione con legge costituzionale, di fare delle limitazioni. Siccome queste limitazioni non ne vedo, tranne le limitazioni alla Rai o per le fonti di energia. Tuttavia, non credo siano questi i problemi che si pongono oggi per la libertà d’impresa. Io ritengo che la libertà sia tutelata. Certamente, un titolo bilanciato, che consente alla maggioranza, senza fare ricorso alla legge costituzionale, può impedire che siano introdotte delle limitazioni. Ma certamente non è questo il problema. Non capisco perché oggi ci sia necessità di una maggiore tutela costituzionale. Onestamente non lo afferro”.
Non intravede alcun limite in questa parte della Costituzione?
“Questo è un discorso più ampio. Se si vuole ritoccare qualcosa è necessario capire bene qual è il disegno politico di questa scelta. Nessuno ha spiegato perché c’è bisogno di una maggiore tutela”.

martedì 15 giugno 2010

Vogliono solo sfiancare Berlusconi

Voce Repubblicana del 16 giugno 2010
Intervista a Giancarlo Lehner
di Lanfranco Palazzolo

Lo scopo di Fini e dei finiani è quello di sfiancare Berlusconi e il Pdl per farli arrivare a pezzi nel 2013. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Giancarlo Lehner, deputato del Popolo delle Libertà.
Onorevole Lehner, dopo l’approvazione della ddl sulle intercettazioni al Senato il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha detto che il Regolamento della Camera verrà rispettato.
“Ormai non riesco a trovare un senso semantico alle parole del Presidente della Camera. Al di la degli argomenti che vengono trattati, le parole di Fini mi sembrano finalizzate a fare il controcanto a Silvio Berlusconi. L’interesse principale di Gianfranco Fini non è altro che quello di creare imbarazzi e problemi a Berlusconi. Questo è l’unico scopo. Non credo che Fini sia preoccupato del miglioramento del testo della legge sulle intercettazioni. Anche se fosse stata approvata al Senato una legge diversa Fini avrebbe trovato da ridire qualcosa. Bisognerebbe essere solo dei tonti per non capirlo. Purtroppo sono in molti a dare credito a Fini e ai finiani. Il loro scopo è quello di sfiancare il Pdl e Berlusconi per fare arrivare il centrodestra nel 2013 a pezzi”.
Però lei è stato molto critico sulla legge che riguarda le intercettazioni.
“Sono stato critico fin dall’inizio su questa legge. In Commissione Giustizia, nel 2008 dissi che quella legge è un errore perché chi si sarebbe preso la responsabilità di farla approvare si sarebbe messo contro tutto il mondo dell’informazione. Quando i giornalisti ricevono dalla procura degli stralci delle intercettazioni, devono solo preoccuparsi che sia autentico. Detto questo, loro non possono far altro che pubblicare queste intercettazioni se sono giornalisti. Una buona legge avrebbe dovuto colpire, semmai, la fonte e non la ‘foce’. Ma in questo paese fa sempre paura andare a colpire le procure”.
Quale fu la reazione dei finiani alle sue parole?
“Non dissero nulla. Tacquero. Rimasi veramente solo. L’unica persona che capì quello che pensavo fu la Presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno. Ma lei fu l’unica persona, tra i finiani, ad ascoltare quello che pensavo. Ecco perché non credo a quello che dicono oggi i finiani. Per me, quello che dicono Fini & soci vale zero. Non voglio entrare nel merito delle questioni che sollevano persone che parlano strumentalmente, la cui intenzione è solo quella di indebolire Berlusconi”.
Come trova la strategia di Berlusconi verso i mezzi di informazione?
“E’ assolutamente sbagliata. Ma Berlusconi aveva proposto una legge molto più semplice e chiara: le intercettazioni erano consentite solo per reati gravissimi. Ma la legge è stata inpecettata dai giuristi. In gioco non c’era la privacy, ma al circo mediatico giudiziario, che è un vero pericolo per la nostra democrazia”.

Opposizioni divise sul ddl intercettazioni

Voce Repubblicana del 15 giugno 2010
Intervista a Domenico Benedetti Valentini
di Lanfranco Palazzolo

Sulle intercettazioni le opposizioni hanno dimostrato di essere divise. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore Domenico Benedetti Valentini del Pdl, membro della Commissione giustizia del Senato.
Senatore Valentini, cosa pensa del ddl sulle intercettazioni votato dal Senato?
“La valutazione complessiva del nostro lavoro è positiva per il testo finale che abbiamo approvato. Inoltre c’è stata una condivisione sulle finalità che la legge si propone di perseguire e di mettere in equilibrio. Naturalmente il risultato finale non può certamente essere il massimo della soddisfazione per tutti e anche per me. Lo sforzo che abbiamo fatto è stato grande. Non potevamo lasciare tutto fermo al Senato”.
Come ha trovato l’atteggiamento delle opposizioni che, come l’Idv, hanno occupato l’aula, mentre altri, come il Pd, se ne sono andati?
“Ho ironizzato su questo atteggiamento dicendo che in aula abbiamo visto i falchi e le colombe. Naturalmente i falchi erano coloro che hanno occupato l’aula, mentre le colombe sono stati coloro che volevano dare solo voce al popolo isterico ‘viola’ facendo solo ostruzionismo. La loro logica era quella del tanto peggio tanto meglio. Poi abbiamo visto coloro che hanno fatto un semiopposizione strisciante. E quelli che se ne sono andati dall’aula. L’opposizione ha fornito un quadro disorganico, per nulla responsabile. La maggioranza non ha fatto altro che accettare quello che poteva accettare dall’opposizione. Ecco perché abbiamo fatto bene ad andare avanti”.
Cosa ne pensa del “Vietnam” annunciato alla Camera?
“Chi si prende la briga di scatenare un Vietnam significa che ha delle ragioni per scatenare il Vietnam. Penso che ciò non dovrebbe avvenire. Chi lo farà si prenderà le sue responsabilità. Io credo di aver dato, da uomo libero, un esempio di lealtà, di concretezza e di personalità. Al Senato ho cercato di fare la mia battaglia per migliorare questa legge ed evitare un errore: quello di conferire il potere di autorizzare le intercettazioni al Gip del tribunale procedente. A mio giudizio, questo potere doveva essere attribuito al tribunale in composizione collegiale del capoluogo del distretto. Quella che è stata scelta è una politica di accentramento che paralizzerà gran parte dei tribunali, rompe il sistema, creando gravi problemi di disuguaglianza non so quanto costituzionalmente accettabili. Era una norma da cancellare. Ho portato avanti questa battaglia senza scatenare nessun Vietnam o Delta del Mecong”.
Cosa pensa della reazione della Stampa sulla legge?
“Il mio giudizio è negativo. Fanno il gioco delle tre carte. Parlano tanto di autodisciplina e di etica. Ma nessuno è disposto a sanzionare quei comportamenti dei giornalisti che sulle intercettazioni si comportano scorrettamente”.

sabato 12 giugno 2010

Speciale intercettazioni. Il voto al Senato






I don't remember

Il Festival di Gabicce a mare

Quando la Vigilanza non si impegna

Voce Repubblicana del 12 giugno 2010
Intervista a Marco Beltrandi
di Lanfranco Palazzolo

Il Contratto di Servizio che abbiamo approvato è peggiore di quello precedente. I parlamentari della Commissione di Vigilanza sulla Rai tv non però non si sono impegnati abbastanza. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato radicale eletto nel Partito democratico Marco Beltrandi, membro della Commissione di Vigilanza sulla Rai tv.
Onorevole Beltrandi, cosa pensa del Contratto di Servizio Rai che la Vigilanza ha approvato in questi giorni?
“Questo nuovo Contratto di servizio migliora molto il testo debolissimo che era stato presentato dal Governo. Si tratta di un miglioramento sotto tanti punti di vista. Tuttavia, anche se il parere venisse integralmente accolto dalla Rai e dal Governo ci troveremmo di fronte ad un contratto molto più inadeguato di quello che è in vigore. Questo nuovo contratto di servizio non corrisponde alle necessità del servizio pubblico radiotelevisivo”.
Perché Berlusconi ha detto di non voler approvare il Contratto di servizio Rai?
“Credo che quella di Berlusconi fosse semplicemente una battuta. Sarei molto contento se lui non firmasse il Contratto di servizio e rimanesse in vigore quello attuale. Il Contratto attuale, per quanto sia violato dalla Rai, è comunque superiore al Contratto che abbiamo approvato in questi giorni. Anche se verrà recepito in pieno il parere della Commissione di vigilanza”.
Che clima avete registrato in Vigilanza nel corso dei lavori sul Contratto di servizio?
“Il clima in cui abbiamo lavorato è stato pessimo. I parlamentari della Commissione di Vigilanza sulla Rai hanno lavorato poco sul Contratto di Servizio. E non si sono impegnati come sarebbe stato necessario fare. In fondo, è stato grazie a me se i lavori sul Contratto di servizio non si sono chiusi in 20 giorni come avrebbero voluto. Invece, abbiamo fatto le audizioni, abbiamo ascoltato tante associazioni, tanti soggetti interessati. E, alla fine, io che avevo presentato più di 100 emendamenti sono stato giudicato male perché sembrava che volessi far perdere tempo alla Commissione. Nel Contratto di servizio c’è scritto tutto quello che la Rai deve fare per onorare il pagamento del canone da parte dei cittadini”.
In questi giorni si è parlato tanto dei compensi dei conduttori Rai. Adesso i compensi verranno messi nei titoli di coda dei programmi?
“Io sono favorevole alla scelta di rendere pubblici i compensi di chi lavora in Rai. E’ giusto far sapere queste informazioni in modo completo, a 360 gradi. E sarebbe stato molto più serio farlo sul sito Internet della Rai. E invece è prevalsa questa trovata dei titoli di coda, che trovo piuttosto ridicola e imbarazzante. Non saprei come definirla. Alla fine mi sono detto che rispetto al segreto assoluto su tutto poteva andare bene anche questa soluzione”.

venerdì 11 giugno 2010

Dov'è la libertà d'impresa?

Intervista a Giuliano Cazzola
Voce Repubblicana dell'11 giugno 2010
di Lanfranco Palazzolo

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ragione nel dire che nella nostra Costituzione manca un principio preciso sulla libertà d’impresa. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Giuliano Cazzola del Popolo delle Libertà.
Onorevole Cazzola, cosa pensa delle parole del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sull’assenza di un riferimento preciso nella nostra Costituzione sulla libertà d’impresa?
“Sono d’accordo con le parole di Berlusconi. Il Presidente del Consiglio ha sollevato un problema importante. Nella nostra Costituzione si parla molto di lavoro, ma il concetto di impresa è molto sacrificato. Infatti, l’articolo 41 parla di proprietà, che è una cosa diversa dall’impresa. Poi ci sono diversi articoli che parlano del potenziamento di alcuni settori come il credito e la cooperazione. Il concetto di impresa è presente nel Codice civile, ma è abbastanza assente nella Costituzione nonostante il Codice civile sia del 1942”.
Bisogna cambiare la Costituzione?
“Non mi sono mai scaldato per le modifiche alla Seconda parte della nostra Costituzione. Infatti, sono sempre stato convinto dell’urgenza della modifica della Prima parte della costituzione, in particolare quella sui Rapporti economici e sociali. Trovo che questa parte sia assolutamente datata. Se si dovesse intraprendere la strada di una revisione costituzionale questa parte, che va dall’articolo 35 all’articolo 47, verrebbe cambiata. Se oggi si dovesse riunire nuovamente un’assemblea costituzionale, questa parte non sarebbe più riscritta così. Alcune parti dei Rapporti economici della Costituzione sono rimasti inattuati. Penso all’articolo 39 della Costituzione che riguarda i sindacati. M riferisco anche all’articolo 46 sulla partecipazione dei lavoratori all’impresa. Credo che questa sia una parte che merita di essere rivisitata per intero. Se poi sia necessario fare dei procedimenti di revisione costituzionale questo è un altro discorso. Credo che la strada della modifica delle norme è nell’interpretazione delle norme stesse”.
In un clima come questo è possibile un dibattito del genere?
“Trovo che le opposizioni hanno un approccio poco critico e difensivo che non depone a favore di queste modifiche. Viviamo in un clima politico assurdo. Lo testimonia il modo in cui viene celebrato il Risorgimento. A 150 dall’unità nazionale si potrebbe avere una visione critica e realistica di questo periodo ricordando che Cavour avrebbe voluto ammazzare Mazzini e che il Padre del nostro Risorgimento morì sotto falso nome e con un cumulo di condanne superiore a quello di Bettino Craxi. Questa è una verità storica che viene cancellata. Un paese forte è capace di cambiare le sue regole se ha una visione realistica della sua storia. Ed oggi io non vedo questa consapevolezza”.

giovedì 10 giugno 2010

Quando Santoro mobbizza la Rai

Voce Repubblicana del 10 giugno 2010
Intervista a Francesco Casoli
di Lanfranco Palazzolo

Sulle presunte dichiarazioni di Berlusconi sul Contratto di servizio Rai l’opposizione cerca solo di attaccare personalmente il Presidente del Consiglio. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore Francesco Casoli, vicepresidente del gruppo parlamentare del Popolo delle Libertà al Senato, che accusa Santoro di fare il mobbing alla Rai.
Senatore Casoli, cosa pensa degli attacchi contro Silvio Berlusconi, al quale sono state attribuite delle frasi contro il Contratto di servizio Rai. Il presidente del Consiglio, che ha l’Interim dello Sviluppo Economico è tentato davvero dal non firmare questo documento?
“Le dichiarazioni che sono state rese note dimostrano quanto gli avversari di Berlusconi cerchino ogni giorno di portare la politica sul piano personale. La sinistra non vuole ragionare sulle soluzioni politiche da dare ai problemi del paese. Il Contratto di servizio è un documento molto importante, ma è assurdo associare questa vicenda al conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi. Mi sembra che l’opposizione stia cercando di confondere tutto”.
Cosa pensa del Contratto di Servizio Rai?
“Lo stiamo votando in Vigilanza. La mia valutazione è che c’è stata indubbiamente una mediazione da parte nostra. Noi siamo la maggioranza e alcune idee le abbiamo sostenute con forza. Però non nascondo che ho trovato all’interno della Commissione di Vigilanza un clima di condivisione. Non scordiamoci che il relatore è un rappresentante dell’Udc. Noi abbiamo le nostre idee su questo documento. Non ho trovato in questa discussione la polemica che ho visto su Berlusconi. Quindi fatico a comprendere questa reazione contro Berlusconi su parole che non sono nemmeno state pronunciate”.
E’ giusto che Berlusconi conservi l’interim di ministro allo Sviluppo Economico?
“Credo che su questo ministero il governo debba prendersi il tempo che ritiene necessario. La vicenda dello Sviluppo economico è molto delicata. Non stiamo parlando di un ministero di primo livello. Io ritengo che l’esperienza del Presidente del Consiglio e la sua storia personale non mettono l’Italia in pericolo se l’interim durerà nel tempo. Credo che Berlusconi ha sempre dimostrato di saper fare gli interessi del paese. Oggi si stanno giocando delle partite internazionali molto importanti come dimostra l’accordo tra Finmeccanica e Boeing. I nodi da sciogliere sono molti. Non vedo nessuno scandalo in questo interim”.
Cosa pensa della conferenza stampa di Michele Santoro, che ha accusato la Rai di mettere in atto una sorta di mobbing contro di lui?
“Credo che Santoro abbia voluto fare una sparata sulla fine del suo rapporto con la Rai. Ma quando la Rai si è dichiarata disponibile all’uscita dall’azienda Santoro si è spaventato. Ma credo che ad essere vittima del mobbing sia la Rai e non Santoro”.

mercoledì 9 giugno 2010

Una risposta comune alla crisi

Intervista a Pierluigi Mantini
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana del 9 giugno 2010

Di fronte alla crisi in corso è necessario dare una risposta politica comune ai problemi del paese. Lo ha spiegato alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Pierluigi Mantini dell’Unione di Centro. Ecco quali sono le intenzioni dell’Udc verso l’esecutivo.
Onorevole Mantini, in questi giorni si è parlato con insistenza di un riavvicinamento tra Udc e Berlusconi. Cosa vuole fare l’Unione di centro con il Governo Berlusconi?
“Noi andiamo avanti con il progetto che abbiamo presentato a Todi, e che si è rafforzato: il partito della nazione. E dunque non sarà la presunta offerta di qualche ministero a farci deviare da questo progetto politico. Noi ci facciamo carico della necessità della manovra economica e finanziaria, dell’esigenza di ridurre il debito pubblico. E d farlo nel modo meno iniquo possibile. Sulla manovra presenteremo i nostri emendamenti. Su alcuni temi abbiamo presentato le nostre proposte. Ricordo la nostra proposta sulla liberalizzazione delle società pubbliche locali, il nostro emendamento per l’eliminazione delle province che abbiano almeno 500mila abitanti, alcune misure per risolvere il conflitto d’interesse fiscale. E’ destituita di fondamento ogni ipotesi di un affrettato ingresso nel Governo”.
Chiedete un nuovo Governo e con chi pensate di farlo?
“Noi chiediamo una cosa molto chiara: dinnanzi alla gravità della crisi occorre una risposta comune. E quindi chiediamo un’intesa sulle riforme che coinvolga il Pd, l’Unione di centro e l’attuale governo. Chiediamo un governo di larghe intese e di solidarietà nazionale. Questo è il momento della solidarietà nazionale”.
Come giudica quello che sta accadendo in Francia dove, senza ricorrere a governi di unità nazionale, l’opposizione ha fatto passare la manovra per salvare l’Euro con i voti favorevoli dei socialisti?
“In Italia, l’attuale maggioranza di governo è divisa al proprio interno con la Lega che, su molti punti impone la propria politica. Non è solo un problema di festeggiare l’Unità d’Italia, la nazionale italiana di calcio o quella padana. E’ un problema di politiche su cui la Lega, dalla cittadinanza, alla famiglia, alle province, impone i suoi diktat. Il Pdl è diviso al suo interno con i finiani. Questa è una maggioranza debole, che non è all’altezza delle necessità del momento. Ecco perché il paragone con la Francia è inappropriato. Noi vorremmo una forte convergenza del centro sulle politiche necessarie per battere la crisi. E non il condizionamento delle forze politiche radicali ed estremiste per battere la crisi. Questa è la posizione che l’Unione di centro sta portando avanti in questo momento difficile per il paese. E che richiede il contributo di chi può sostenere gli sforzi del paese per superare la crisi economica e finanziaria a cui stiamo assistendo”.

Daniele Pace - Black-out (1980)

martedì 8 giugno 2010

I biechi nemici della tradizione repubblicana

Voce Repubblicana dell'8 giugno 2010
di Lanfranco Palazzolo
Intervista ad Aldo A. Mola

Coloro che nel Pd attaccano la massoneria sono biechi nemici della tradizione repubblicana che ha fatto grande l’Italia. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Aldo A. Mola, uno dei massimi studiosi italiani della storia della massoneria italiana.
Professor Mola, cosa pensa di questa offensiva nel Partito democratico contro gli iscritti alla massoneria? A cosa è dovuta questa caccia alle streghe?
“Trovo questi attacchi surreali. Uso questo termine perché non sta né in cielo, né in terra che qualcuno presenti la massoneria come un’associazione segreta, paracriminale o occulta. Questo comportamento ha anche un effetto fatale sul Partito democratico. Il Pd è formato da un vecchio spezzone del Partito comunista, che viene dal marxismo e dall’ala sinistra di Hegel, il quale era un filosofo serio. Ma nel Pd c’è anche una componente della vecchia sinistra democristiana, veteroclericale, e che ha sempre ritenuto la massoneria la ‘Sinagoga di Satana’. Ed è questa la sedicente componente del Partito democratico che sta ponendo questo problema bizzarro e buffo della legittimità, della regolarità della massoneria oggi in Italia. Ho l’impressione che questi politici parlino a vanvera della massoneria perché non si capisce se ce l’hanno con il Grande Oriente d’Italia, con la Gran Loggia d’Italia, con la Gran Loggia Regolare d’Italia, con tutto questo variegato mondo massonico, paramassonico. E questa componente veteroclericale, che oggi parla attraverso Castagnetti, Fioroni ed altri, non è che il punto di arrivo di una politica che ha sempre demonizzato la massoneria. Certo, alcuni esponenti della massoneria hanno contribuito ad alimentare il mito della pericolosità della massoneria dopo la vicenda sopravvalutata della Loggia massonica P2”.
Questo è un regolamento di conti tra laici e cattolici nel Partito democratico?
“Non li chiamerei né laici, né cattolici. Sono – torno a dire – veterostalinisti, residui della Terza Internazionale e biechi nemici della tradizione repubblicana, che ha fatto dell’Italia un paese moderno. Sono solo dei fondamentalisti”.
Il segretario del Pd Bersani si è tenuto fuori da questa polemica. Dove si andrà a finire con questo scontro?
“Bersani viene da una tradizione politica di buon senso. Quindi non credo che veda nella massoneria un pericolo per la democrazia italiana. Se fosse così, il partito di Bersani diventerebbe davvero sedicente democratico. I partiti che hanno vietato la presenza di iscritti nelle logge massoniche sono il partito socialmassimalista di Benito Mussolini, il partito nazionalista, il Partito nazionale fascista e poi la Repubblica sociale italiana. E infine il Pci allineato sulle posizioni di Mosca. Credo che tutto questo appartenga ad un passato remotissimo che forse oggi è meglio dimenticare”.

venerdì 4 giugno 2010

Francesco Barbato SHOW in stile Vasco Rossi

L'assoluzione di Rino Formica vista dalla Camera e dal Senato



Ecco come è stata vista l'assoluzione di Rino Formica alla Camera e al Senato. Vi invito a vedere con attenzione l'intevento dell'onorevole Baran (pdl) alla Camera e la reazione della vicepresidente dell'assemblea Rosi Bindi, che certo non ha brillato per signorilità. Giudicate voi.

Una crociata inutile contro la massoneria

Intervista a Sandro Gozi
Voce Repubblicana del 5 giugno 2010
di Lanfranco Palazzolo

Il Partito democratico non deve mettere all’indice né ostracizzare nessuno, nemmeno chi è iscritto ad associazioni legittime come la massoneria. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato del Partito Democratico Sandro Gozi.
Onorevole Gozi, nel Pd si è sviluppata un’accesa polemica contro la massoneria. A cosa sono dovute queste critiche?
“Ho avuto modo di dire che queste polemiche mi sembrano poco utili. Sono ormai diversi giorni che nel Pd si dibatte su questo. Ritengo che ci siano problemi ben più rilevanti, sui quali dobbiamo dare delle risposte alternative a quelle del governo in carica. La questione della massoneria deve essere affrontata nella sede adeguata, negli organismi del partito, senza andare a finire sui giornali per quattro giorni con queste vicende. Se ci sono delle cose da chiarire sulle condizioni per aderire al Partito democratico si chiariscano. Ma senza farne un dibattito pubblico, che è lontano anni luce dai problemi della gente. E lontano da quello che la gente si aspetta dica e faccia in questo periodo”.
Non crede che il Pd stia facendo passare l’idea che l’iscrizione alla massoneria sia qualcosa di poco lecito? Esiste il rischio che si possa generare questo pericoloso luogo comune?
“Questa polemica non contribuisce a sfatare dei luoghi comuni. E a fare maggiore chiarezza. Mi sembra anche un dibattito strumentale. E soprattutto non ho l’impressione che vengano chiariti i termini della questione. Io credo che il Pd non debba mettere all’indice e ostracizzare nessuno. Il Pd deve solo chiedere a ciascuno, per esigenze di trasparenza, di dichiarare l’elenco delle associazioni di cui fa parte. Secondo me, il problema non è aderire alla massoneria o aderire ad altre associazioni. La questione che deve essere posta è quella della segretezza delle associazioni. Ma questo discorso non vale solo per la massoneria. L’articolo 18 della Costituzione vieta l’iscrizione ad associazioni segrete. Su questo non c’è bisogno di aprire un dibattito interno al Pd, né di un codice etico del partito. Sappiamo bene che le associazioni segrete sono vietate dalla Costituzione. Trovo che sia evidente la strumentalità di questo dibattito”.
Trova giusto che un esponente del vostro partito sia stato cacciato per la sua appartenenza alla massoneria?
“Vorrei che il mio Partito democratico fosse una forza politica plurale, democratica, aperta, che ostracizza nessuno, nemmeno chi è iscritto ad associazioni massoniche pienamente legittime, né chi appartiene ai boy-scouts o all’Opus dei. Ritengo che sia opportuno chiarire meglio le regole interne ed essere tolleranti”.
Questo è uno scontro tra laici e cattolici nel Pd?
“No, non credo. I cattolici del Pd possono essere rappresentati da chi si è espresso contro la massoneria nel partito”.

Evviva le regioni a due velocità

Intervista a Nicolò Zanon
Voce Repubblicana del 4 giugno del 2010
di Lanfranco Palazzolo

Oggi non sarebbe sbagliato proporre uno schema a due velocità per le Regioni Lo ha detto alla “Voce” il costituzionalista Nicolò Zanon.
Professor Zanon, quale bilancio possiamo tracciare dei 40 anni delle Regioni?
“Il bilancio non è negativo. Dal 2001 le Regioni hanno ampliato le loro competenze. Il loro limite è che non tutte le regioni hanno avuto la stessa crescita. La velocità di sviluppo e di efficienza di alcune regioni è stata superiore ad altre. Ci sono diverse situazioni presenti sul territorio. Credo che non sia sbagliata l’idea di proporre un regionalismo differenziato secondo quanto è previsto dall’articolo 116 della Costituzione per consentire alle Regioni con maggiore capacità di avere maggiori competenze. L’uniformità di regole prevista per tutte le regioni è un tema che mostra la corda in un momento come questo. Ci sono situazioni molto diverse, ci sono regioni che hanno capacità dirigenziali, amministrative, particolarmente forti. Mentre ce ne sono altre che non hanno queste caratteristiche. Le regioni più sviluppate ed efficienti sono costrette a seguire la lentezza delle altre regioni. Se dovessi dire qual è il problema delle Regioni, direi che il tema della differenziazione dovrebbe essere affrontato”.
Perché ci fu il grave ritardo per l’istituzione delle Regioni?
“Durante i lavori dell’Assemblea costituente, i più diffidenti nei confronti delle Regioni furono le sinistre perché temevano la creazione di poteri limitati che frenavamo l’azione riformatrice, la quale non doveva trovare ostacoli territoriali nella sua realizzazione. Poi ci fu una resistenza centrista perché si sapeva che in alcune zone del nostro paese le sinistre erano praticamente forti. Le ragioni furono molte. Dopo 40 anni questi problemi sono stati superati. Anche se un problema sul tappeto resta sempre: la conflittualità tra Stato e Regioni, dovuta a diverse cause come la complicazione per il sistema delle rispettive competenze. E poi anche a causa della conflittualità politica, per cui regioni che si oppongono al governo nazionale sono più disponibili al contenzioso con la Corte costituzionale”.
La finanza pubblica vive un momento drammatico. Il federalismo fiscale è realizzabile?
“Questo è difficile dirlo. Non ho un quadro preciso dei costi. Andrebbe innanzitutto fatta un’operazione di pulizia linguistica. Parlare di federalismo fiscale è improprio. Spazi per l’imposizione fiscale delle regioni ce ne sono pochi. E’ difficile trovare basi imponibili libere per le scelte delle regioni. Non sarà un federalismo tributario. Si tratta di capire se questo passaggio porterà dei benefici. Il passo più importante di questo processo sarà il federalismo demaniale. Ma la congiuntura e la riduzione della spesa pubblica sono aspetti che preoccupano molto”.

martedì 1 giugno 2010

Quando il regionalismo non è effettivo

Voce Repubblicana del 2 giugno 2010
Intervista a Raffaele Bifulco
di Lanfranco Palazzolo

In Italia non possiamo dire ancora che esiste un regionalismo effettivo. Lo ha detto alla “voce Repubblicana” il professor Raffaele Bifulco, docente di diritto costituzionale all’università Partenope di Napoli.
Professor Bifulco, il prossimo 7 giugno le Regioni a statuto ordinario compiono 40 anni. Cosa possiamo dire sull’introduzione di quella norma costituzionale?
“Se escludiamo la precedente esperienza delle Regioni a Statuto Speciale, possiamo dire che l’esperienza del regionalismo italiano non è stata esaltante. Non voglio fare una distinzione precisa tra regioni del Nord e quelle del Sud. Ma se facciamo un esame complessivo possiamo dire che l’esperienza delle nostre regioni non è stata molto positiva. Questo giudizio è dato dal fatto che il processo di autonomia delle regioni non è ancora completato. A mio giudizio mancano ancora dei pezzi importanti per poter dire che c’è in Italia un regionalismo effettivo”.
Perché ci fu il grave ritardo dell’applicazione del regionalismo in Italia, che giunse a compimento solo nel giugno del 1970? Questo gap era dovuto alla scarsa fiducia riposta nella nostra classe politica?
“Credo che la responsabilità di questa situazione debba essere individuata in una sorta di deficit originario al momento del compimento dell’Unità d’Italia nel 1861. In quel periodo ci fu qualcuno che, come Marco Minghetti, che propose una riforma in senso autonomistico dello stato, progetto appoggiato anche da federalisti come Giuseppe Montanelli. Però quella idea ebbe grosse difficoltà e non passò. Da allora le nostre istituzioni si sono portate dietro un grave deficit. Dopo la nascita della Costituzione Repubblicana si è aspettato fino agli anni ’70 per far partire le regioni ordinarie. Questo ritardo fu causato dal comportamento delle forze politiche italiane. I partiti avevano altri interessi. Ma non avevano intenzione di dare vita alle regioni. Il sistema partitico italiano ha sempre avuto l’interesse a non far decollare effettivamente le regioni”.
Cosa pensa della Conferenza Stato-Regioni? Lo considera un sistema di consultazione positiva?
“Trovo che sia un sistema che funzioni bene. Anzi, molto bene. Credo sarebbe nell’interesse di tutti rafforzare questo tipo di consultazione periodica”.
Le regioni hanno dato un pessimo esempio nella gestione della spesa pubblica?
“Il processo del federalismo fiscale imporrà nuove responsabilità alle Regioni. Questo è un processo che costa. Anche se questo non è certo il momento migliore per dar vita ad un processo del genere. Se si vuole realizzare un regionalismo compiuto, il federalismo fiscale è un passaggio fondamentale”.
Quale esempio danno le regioni nel nostro ordinamento?
“Ci sono regioni che funzionano bene come la Lombardia. E altre che non funzionano come la Campania”.

Il potere politico non deve toccare la GdF

Voce Repubblicana del 1 giugno 2010
Intervista a Roberto Speciale (Pdl)
di Lanfranco Palazzolo

Il potere politico non ‘toccherà’ più la Gdf. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Roberto Speciale (Pdl).
Onorevole Speciale, come ha accolto la nuova legge che cambia le regole per la nomina del Comandante generale della Guardia di Finanza?
“Ho accolto questa legge positivamente. La Guardia di Finanza era rimasto l’unico corpo disciplinato con le vecchie regole di nomina dopo che erano state modificate le norme per l’elezione del Comandante dell’Arma dei Carabinieri. Gli altri corpi avevano ormai un comandante eletto al proprio interno. Ho trovato molto giusta questa riforma che concerne l’elezione del Comandante della Guardia di Finanza”.
Perché questa riforma è stata fatta prima per i Carabinieri e solo in un secondo tempo sia stata pensata anche per la Gdf?
“Questo è dipeso dal potere contrattuale dei Carabinieri, ovviamente. Ai tempi della riforma per il Comandante generale dei Carabinieri, quest’Arma era molto più forte di fronte all’opinione pubblica e al potere politico”.
Perché c’era questa regola che permetteva l’elezione di alti ufficiali che erano espressione di altri corpi? Da cosa dipendeva questo tipo di scelta?
“Un tempo, i legislatori guardavano lontano. Se devo essere sincero, il Corpo dei Carabinieri e la Guardia di Finanza sono dei corpi militarizzati troppo potenti. In passato, la nomina di un Comandante esterno poteva rappresentare una caratteristica di indipendenza rispetto al corpo. All’epoca poteva essere una scelta giusta”.
Adesso cosa è cambiato per determinare questa nuova scelta? La Guardia di Finanza appare più affidabile?
“L’affidabilità della Guardia di Finanza non è mai mancata. La Gdf si è sempre distinta per l’alto senso del dovere e per il suo attaccamento alle istituzioni. La Guardia di Finanza è un corpo altamente specializzato. Ed è bene che lo guidi un uomo che ne conosce i meccanismi a perfezione”.
Qualcuno ha accusato il parlamento di aver fatto una legge che garantisce una permanenza troppo breve ai comandanti e che mantiene la figura del vicecomandante. Cosa ne pensa?
“Se vogliamo proprio dirla tutta, il Vicecomandante della Gdf è un surplus. Questa figura era giusto che ci fosse ai tempi in cui c’era il Comandante esterno alla guida della Gdf”.
I cambi ai vertici della Gdf sono troppo frequenti?
“Trovo che sia necessario che il tempo per la guida di questa e di atre armi debba essere armonizzato. Ma c’era una norma che stabiliva che la carica dovesse durare almeno due anni. Abbiamo portato questa durata a norma di carattere generale”.
Pensa che il potere politico proverà ancora a mettere le mani sulla Gdf?
“Il potere politico non metterà mai le mani sulla Gdf. Ci avevano provato con me. Ma non ci sono riusciti (E ride). Le istituzioni non si toccano. E la Gdf è un’istituzione di prim’ordine”.