giovedì 30 settembre 2010

Al Senato il Pdl è coeso

Voce Repubblicana 1 ottobre 2010
Intervista a Francesco Casoli
di Lanfranco Palazzolo

Al Senato il Pdl è forte ed è coeso. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il senatore Francesco Casoli, vicepresidente del gruppo parlamentare del Pdl a Palazzo Madama.
Senatore Casoli, come ha trovato l’intervento di Berlusconi alla Camera?
“L’ho trovato un intervento di grande respiro, da persona che ha una grande visione politica e che ha le idee chiare su cosa è necessario fare per risolvere i problemi del paese”.
Cosa pensa della debable dell’Udc che ha perso cinque parlamentari?
“L’ho vista come la resa dei conti nell’Udc. Questo partito raccoglie dei moderati. Quando un partito così non ha più una linea coerente con la moderazione che quel partito pensa di difendere, i deputati di quel soggetto politico fanno i conti con le loro convinzioni. Credo che il risultato sia sotto gli occhi di tutti”.
Nelle opposizioni molti hanno parlato di compravendita di voti. Come risponde a queste accuse ridicole?
“I critici di questo atteggiamento dovrebbero fare la stessa domanda all’Udc e ad altri partiti che si sono arricchiti con il cambio di casacca dei parlamentari. Anche nelle Marche il Pdl ha eletto dei rappresentanti che poi hanno tradito il mandato degli elettori. Nel Pdl delle Marche avremmo potuto eleggere altri parlamentari che sarebbero stati fedeli al mandato che gli è stato conferito dagli elettori. Non credo che sia un bel segnale quando qualcuno, che non ha visto soddisfatte le proprie aspettative, scelga di andare dall’altra parte. In quella occasione nessuno mi ha chiesto o ha gridato allo scandalo per questo passaggio. Queste cose in politica avvengono. I deputati non hanno vincolo di mandato. Quindi l’indignazione è reciproca”.
Cosa ha pensato quando Futuro e libertà ha annunciato la nascita di un nuovo partito quando Berlusconi ha finito di parlare alla Camera? Era una scelta pianificata da tempo?
“Questo non posso dirlo con certezza. Come senatore del Popolo delle libertà. Sono legato al Pdl e a Berlusconi. Non saprei dire cosa hanno pianificato gli esponenti di quel gruppo. E’ stata senza dubbio una scelta pianificata ad orologeria. E’ stata una scelta di non perfetto stile, che evidenzia lo scarso rispetto di Futuro e libertà per gli elettori che li hanno eletti nel Pdl”.
Cosa si attende dal Governo? Si aspetta che avrà una vita politica lunga?
“E’ difficile rispondere a questa domanda. Il Governo ha le idee chiare e ha ribadito il suo impegno per il programma. L’Italia vuole una guida chiara. Non potremmo sottrarci a nuove elezioni se il governo non fosse messo nelle condizioni di poter andare avanti nel suo cammino per le riforme politiche”.
Al Senato ci sono problemi di voti?
“Non abbiamo problemi. Il gruppo del Pdl al Senato è forte. E ha un modello organizzativo inusuale per gli standard politici italiani”.

Il moralismo contro di me e quello su Fini

Intervista a Gustavo Selva
Voce Repubblicana del 30 settembre 2010
di Lanfranco Palazzolo

Quando io fui vittima del moralismo di Alleanza nazionale nel partito non mi difese nessuno. Anzi, mi costrinsero a restare senatore solo per non far arrivare al Senato un candidato che era passato al “la Destra” di Francesco Storace. Lo ha rivelato alla “Voce Repubblicana” l’ex deputato di Forza Italia Gustavo Selva, che in passato fu espulso da An per volontà di Gianfranco Fini.
Onorevole Selva, cosa pensa delle vicende del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che certo non si comportò bene nei suoi confronti?
“Ho avuto un’impressione negativa del comportamento politico di Gianfranco Fini. Sono stato una vittima del moralismo di Gianfranco Fini. In effetti è vero che nella storia dell’ambulanza Fini non fece assolutamente nulla per evitare che mi dimettessi dal partito e da senatore. Ma la storia è andata diversamente. Io avevo dato le mie dimissioni da senatore. E poi, da un certo momento si insisteva anche per escludermi dal partito attraverso l’assemblea nazionale. Tuttavia fui pregato da Altero Matteoli di restare al mio posto e di ritirare le mie dimissioni perché al mio posto sarebbe arrivato un sostenitore di Francesco Storace. Altrimenti mi sarei dimesso”.
Cosa pensa del video messaggio di Fini?
“Secondo me, quel messaggio non spiega assolutamente nulla sulla casa di Montecarlo. Ha ragione Ignazio La Russa quando spiega che non c’è nessuna smentita e nessuna conferma che la proprietà di quella casa sia del signor Tulliani. Quindi lascia le cose come prima. Penso che la questione è minima di per se. I giornali e i giornalisti hanno fatto benissimo a seguire questa vicenda per tutta l’estate senza mollare la presa. M penso che la vicenda vada giudicata politicamente in un altro modo. Al massimo, la responsabilità di Fini era quella di non sapere. Ma questo sembra che sia escluso viste le rivelazioni pubblicate da ‘Il Giornale’. L’unica verità sarebbe quella di aver messo i trecentomila euro in un paradiso fiscale. Sicuramente trecentomila euro non è una grande somma. Anche se il principio vale per tutte le somme. Non ne farei un grande caso politico”.
Perché i centristi abbandonano Casini? In cosa ha sbagliato il leader dell’Udc per provocare una fuga di 5 deputati?
“Credo che Casini abbia fatto il calcolo che si potesse raggiungere una maggioranza centrista in caso di elezioni anticipate. Ma credo che sia da escludere un’ipotesi del genere”.
Come ha giocato la sua partita Silvio Berlusconi in questi giorni con Gianfranco Fini?
“L’ha giocata benissimo. L’operazione fatta è stata quella dei giornali della famiglia Berlusconi. Ma Silvio Berlusconi ne è rimasto totalmente fuori. Non è mai entrato nelle scelte editoriali de ‘Il Giornale’, che è entrato solo nelle vicende che riguardavano irregolarità che sono state confermate”.

martedì 28 settembre 2010

Quando la politica cambia nome

Voce Repubblicana, 29 settembre 2010
Intervista a Filippo Facci
di Lanfranco Palazzolo

Non vedo una strategia da parte di nessuno in questo scontro politico. Lo ha detto alla “Voce” il saggista e giornalista di “Libero” Filippo Facci.
Filippo Facci, cosa pensa del video messaggio del Presidente della Camera Gianfranco Fini? Cosa potrebbe accadere mercoledì alla Camera quando Silvio Berlusconi illustrerà i cosiddetti cinque punti?
“Confesso di avere pochissimo da dire su quello che sta accadendo. Come premessa generale tengo a ricordare che tutti, a cominciare dall’oggetto dell’analisi, il governo, e chi dovrebbe o non dovrebbe più farne parte, proseguono al buio. Non vedo una strategia in quello che sta succedendo in questi giorni. Non c’è niente. Vedo l’indecisione più varia. Detto questo, non ho avuto una particolare impressione dal messaggio del Presidente della Camera Fini. Ho trovato il suo intervento ‘poverello’ e velleitario. Fini ha cercato di dimostrare il contegno istituzionale che mostra il Presidente della Repubblica nelle occasioni importanti utilizzando il mezzo di internet. Fini ha cercato di sistemare le cose in ritardo. Questo non impedisce di credere che non ci siano le prove né per smentire, né per confermare una sua responsabilità morale in tutta questa faccenda. Io non riesco a comprendere da cosa è costituito il problema”.
A cosa allude?
“Non riesco a comprendere cosa si rimprovera a Gianfranco Fini. Si cerca di far valere una considerazione di tipo morale nei confronti di Fini? Alla fine potrebbe proprio essere questo l’oggetto del contendere. Forse, a Fini si rimprovera una sorta di ipocrisia di fondo. Visto che egli ha avuto dei comportamenti moralistoidi e oggi non è sostenibile il suo atteggiamento sulla vicenda della casa di Montecarlo. Il problema forse era questo: che si volevano le dimissioni di Fini dalla Presidenza della Camera. Al di là di quello che accadrà domani, si continuano a chiedere le dimissioni di Fini dalla Presidenza della Camera. Penso che sul tavolo della discussione non ci sia ancora altro”.
Non crede che l’ambiguità della vicenda resti ancora in piedi?
“Questa ambiguità c’è. Ma c’è altro. Non si comprende il significato del voto sui cosiddetti cinque punti. A suo tempo, i cinque punti dovevano diventare fondamentali e di convergenza obbligata per la tenuta della maggioranza. A questo punto della polemica non riesco a comprendere a cosa servano questi ‘cinque punti’. Forse potrebbero servire al ‘grande chiarimento’ politico che si intende fare e che potrebbe culminare con le elezioni anticipate. Mi sembra che si voglia arrivare forse a questo. Nessuno ha più voglia di parlare di questo”.
Tutti dicono che la politica è al suo punto più basso. E’ d’accordo?
“Credo che sia sbagliato parlare di politica. La politica non può scendere così in basso senza cambiare nome”.

Il CUD del compagno Michele Santoro

Gianfranco non ha chiarito tutto

Voce Repubblicana del 28 settembre 2010
Intervista a Margherita Boniver
di Lanfranco Palazzolo

L’intervento di Gianfranco Fini non ha chiarito tutto sulla vicenda della casa di Montercarlo. Anzi, mi aspetto qualche abbandono dal gruppo FLI. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” la parlamentare del Popolo delle libertà Margherita Boniver.
Onorevole Boniver, che valutazione sente di fare dopo aver ascoltato il video intervento del Presidente della Camera Gianfranco Fini sulla vicenda della casa di Montecarlo e prima del dibattito che si svolgerà alla Camera sui cosiddetti “Cinque punti”?
“Oggi è prematuro fare un bilancio su quello che è accaduto. Dopo aver ascoltato l’intervento di Gianfranco Fini in audio, credo che dal punto di vista del chiarimento sulla casa di Montecarlo ci troviamo al punto di prima. I contorni della vicenda restano ancora molto misteriosi. Dobbiamo comunque ricordare che c’è un’inchiesta da parte della magistratura. Il Presidente della Camera si è detto fiducioso che la magistratura chiarisca i dubbi su questa vicenda. Questo è l’augurio di tutti. Dal punto di vista psicologico ed umano sono rimasta molto colpita nel vedere un uomo scosso. Fini ha detto che è necessario fermarsi prima di arrivare sul baratro. E che bisogna farlo un attimo prima di arrivarci. Fini ha parlato anche di ‘manganello mediatico’. Non si può non essere d’accordo con lui. Tuttavia, quando il ‘manganello mediatico’ è stato utilizzato contro Berlusconi e contro Craxi cosa aveva da dire Fini?! Credo che questo sia un pensiero che hanno avuto molti ascoltando l’intervento di Fini. Ecco perché sono convinta che molto resta da chiarire. In questa vicenda credo che si giochi anche la credibilità della terza carica dello Stato”.
Cosa si aspetta dal discorso di Berlusconi alla Camera?
“Non conosco i contenuti di questo intervento. Ma posso mettere la mano sul fuoco che quello di Berlusconi sarà un discorso di altissimo profilo, mirato al rilancio dell’azione del governo. Credo comunque che Berlusconi non menzionerà la vicenda della casa di Montercarlo in aula. Ci sono due punti sui quali posso mettere la mano nel fuoco sull’intervento di Berlusconi: l’importanza del profilo politico dell’azione di governo e la necessità di evitare attacchi personali. Anche se molte dichiarazioni dei finiani più accesi non sono state così caute. Sono convinta che molti dei componenti del gruppo di Futuro e libertà non sono contenti di essere guidati da dei falchi così accesi come succede in questo momento”.
Si aspetta altri abbandoni dal gruppo parlamentare di FLI verso il Pdl?
“Non sarei stupita che dopo l’abbandono di Souad Sbai ci fossero altri abbandoni all’interno di questo gruppo parlamentare. Credo che dopo l’intervento di Fini, molti iscritti a questo gruppo potranno fare delle considerazioni politiche che forse li porteranno di nuovo tra di noi”.

lunedì 27 settembre 2010

Rosi Bindi bugiarda

PD: BINDI, DISCORSO LINGOTTO NON MI PIACQUE NEANCHE NEL 2007
RIPROPORLO SIGNIFICA NON CAPIRE DOVE VA IL MONDO
(ANSA) - MILANO MARITTIMA (RAVENNA), 26 SET - Rosy Bindi
boccia il messaggio politico di Walter Veltroni, oggi come ieri.
''A me il discorso del Lingotto non piacque neanche nel 2007'',
ha detto a Milano Marittima nel corso di dibattito insieme al
segretario Bersani, moderato dal giornalista Gad Lerner, al
termine di una tre giorni dell'area Democratici Davvero. ''Pero'
- ha aggiunto - un appiglio perche' potesse avere un minimo di
attualita', in quel momento ce lo si poteva trovare. Riproporlo
oggi vuol dire non avere capito dove e' andato il
mondo''.(ANSA).
GAG/KZS
26-SET-10 13:24 NNNNVELTRONI: BINDI, PECCATO NON CI SIANO DONNE CANDIDATE
(ANSA) - ROMA, 27 GIU - ''Il discorso di Veltroni mi e'
piaciuto, ma non sono contenta che per il momento non ci siano
donne candidate''.
Lo dice il ministro per la Famiglia Rosy
Bindi, intervenendo al tg del La7.
''Le donne sono costrette nel recinto delle liste bloccate -
spiega - questa era invece l'occasione in cui misurarsi''.
Bindi si e' mostrata sicura che Veltroni vincera' la corsa
delle primarie, anche se non ha ancora ufficializzato la sua
candidatura: ''Lui e' candidato - ha detto - sara' il segretario
del Pd, ma io sono tra coloro che ritengono che questo avvenga
attraverso una competizione tra varie candidatura e con una
competizione molto aperta tra liste, naturalmente''.(ANSA).
I53-IA
27-GIU-07 20:43 NNNN

Il Partito Fli solo se il Pdl ci attacca

Il Tempo del 27 settembre 2010
Intervista a Catia Polidori
Di Lanfranco Palazzolo

Fini ha fatto un discorso di grande equilibrio. Non credo che il partito di “Futuro e libertà” nascerà se riusciremo a lavorare bene con il Pdl. Lo ha detto la parlamentare di Futuro e Libertà Catia Polidori.
Onorevole Polidori, come ha trovato l'intervento di Gianfranco Fini sulle polemiche di questi giorni?
“Il mio augurio è che termini ogni polemica. Ho trovato l'intervento di Gianfranco Fini molto franco e schietto. Le parole del Presidente della Camera sono state di una grande umanità”.
In quali parti?
“Credo che tutto l'intervento di Fini abbia mantenuto queste caratteristiche. Dalle parole di Gianfranco Fini si è percepito un grande travaglio per quello che è accaduto in questi ultimi giorni e per questa vicenda. Il Presidente della Camera ha parlato lasciando trasparire tutto il dispiacere e anche il suo dolore personale per quello che è stato detto in questi giorni. Fini ha tenuto giustamente a sottolineare che, in tanti anni di impegno politico, non è mai stato oggetto di un avviso di garanzia e mai di un sospetto o da un dubbio”.
Come ha interpretato il silenzio di Silvio Berlusconi in queste ore? Crede che il Presidente del Consiglio abbia ripensato alle polemiche di questi mesi?
“Noi non abbiamo sentito toni duri da parte del presidente del Consiglio in questi ultimi giorni. Dopo quello che è accaduto il 29 luglio scorso, con l'annuncio dell'espulsione dal Pdl, abbiamo visto quello che è accaduto. C'è un detto napoletano che dice: 'La guerra è stata fatta dalle fodere, mentre le spade sono rimaste a riposo'. Non ho mai sentito toni da guerra combattuta con le spade. Le prime dichiarazioni dopo quello che è accaduto in questi due mesi le ascolteremo il 29 settembre da Silvio Berlusconi”.
Futuro e libertà confermerà la fiducia completa al governo? Cosa le hanno detto i colleghi del gruppo parlamentare?
“Non ho avuto ancora modo di vedere i colleghi del mio gruppo parlamentare. Mi sembra che tutti si siano sentiti confortati dalle parole di Fini. Tutti auspicavamo da tempo un intervento con questi toni”.
Ci sono le condizioni politiche per lavorare insieme tre anni?
“Le parole di Fini prefigurano l'interesse di lavorare per il bene dell'Italia e per completare il lavoro nell'arco dei cinque anni di legislatura. L'invito a lavorare per le riforme di Fini prefigura una richiesta di stabilità politica. Fli non ha mai detto di voler negare la fiducia al Governo”.
Cosa ha pensato del ritorno dell'onorevole Sbai nel Pdl?
“Ho fatto un comunicato per manifestare la mia solidarietà alla Sbai. Avrei preferito che lei restasse, ma rispetto la sua decisione perché ho visto il suo malessere con qualche componente del gruppo”.
Nascerà il partito di Fli?
“Tutto è nato il 29 luglio con la decisione di espellere alcuni parlamentari dal gruppo del Pdl. Quella scelta non fu una differenziazione politica. Il partito di Futuro e libertà nascerà solo se ci sarà la necessità politica di farlo. Se lavoreremo bene con il Pdl non credo che ci sarà questa necessità. In fondo, siamo ancora tutti nello stesso partito...”.

venerdì 24 settembre 2010

Kennedy, quel JFK poco “liberal” con il mito di Fanfani

di Emanuele Gatto
Il Velino cultura
24 settembre 2010

Roma, 24 set (Il Velino) - Una risoluta picconata contro la retorica del politically correct tanto in voga negli ultimi anni. È quella sferrata da Lanfranco Palazzolo, con il libro “Kennedy shock” (Kaos Edizioni), contro il simbolo del progressismo statunitense: John Fitzgerald Kennedy. In quasi duecento pagine l’autore demolisce la “mistificazione mediatica”, alimentata da politici e storici, che perdura da mezzo secolo intorno la figura di JFK, assurto senza alcuna revisione critica a mito liberal del Novecento americano. Andando contro l’ormai dilagante metodo storiografico e giornalistico, attento più all’immagine che all’operato di un uomo politico, Palazzolo scava fino ad arrivare alle fonti primarie, rintraccia discorsi pubblici e lettere, non si ferma alla lettura superficiale del personaggio. E fa traballare il mito progressista. Kennedy, scrive l’autore, “fu un politico opportunista e spregiudicato che per bramosia di potere non esitò ad assumere posizioni destrorse e conservatrici a tratti reazionarie” come testimoniato da numerosi scritti dello stesso presidente americano occultati in Europa. Puntuali nel libro vengono riportati i giudizi favorevoli di JKF sul fascismo risalenti agli anni Trenta, quando girò l’Europa come giovane funzionario diplomatico. Si ricostruiscono i rapporti con lo scienziato tedesco dal passato nazista, Wernher von Braun, al quale Kennedy affidò al principio degli anni Sessanta la responsabilità del programma spaziale Apollo. Si ricordano le prese di posizione al Congresso a favore della spedizione di armi statunitensi al regime di Francisco Franco, nonostante non ci fosse in Spagna un pericolo comunista imminente. Già nel 1972 la scrittrice americana Ayn Rand, analizzando i discorsi di Kennedy, tra cui quelli tenuti al momento dei due insediamenti alla convention democratica e alla Casa Bianca, aveva individuato spunti e analogie rintracciabili nelle idee nazionalsocialiste, fasciste e franchiste.
Ambiguità che si riaffacciano nel capitolo dedicato all’appoggio kennediano alle battaglie per i diritti civili dei neri. Palazzolo ricorda come nella corsa alla presidenza, Kennedy venne sostenuto dai segregazionisti degli stati del Sud ai quali aveva fornito il proprio appoggio quando nel 1957 fu formulato il Civil Right Act. Nello stesso tempo mise sotto controllo Martin Luther King, per sospetto comunismo e si schierò contro la famosa marcia dei neri su Washington dell’agosto ’63, conclusasi con il discorso dell’“I have a dream”, perché un evento così clamoroso gli avrebbe creato problemi con i segregazionisti del Sud. Il cattolicesimo integralista dei Kennedy è un altro aspetto che viene analizzato nel libro. La famiglia ammirava Papa Pio XII e la madre di JKF, Rose Kennedy, fu l’unica contessa papale nominata da Pacelli. Da deputato, John Fitzgerald cercò di far finanziare le scuole cattoliche contravvenendo al primo emendamento della Costituzione americana relativo ai rapporti tra Stato e Chiesa. Un integralismo che arrivava ai confini dell’antisemitismo. Fu JFK a bloccare nel 1959 un libro che stava per uscire nel quale il padre, Joseph, attaccava duramente gli ebrei. Lo stesso John Fitzgerald, nel 1950, si schierò per tagliare i fondi al neonato stato di Israele, nonostante la componente ebraica del partito democratico avesse sollecitato l’invio dei finanziamenti.
E il Kennedy ondivago emerge anche dalle pagine dedicate alla questione cubana. Poco tempo prima dello sbarco alla Baia dei Porci, JFK aveva svolto un panegirico a favore di Fidel Castro definendolo erede del “libertador” dell’America Latina, Simon Bolivar. Ampio spazio viene dedicato chiaramente alla guerra del Vietnam alla quale John Fitzgerald fu favorevole alla pari del fratello Bob. Palazzolo rievoca i tentativi di censura nei confronti dei giornalisti per impedire loro di dare notizie su ciò che stava accadendo nel paese asiatico. A tal proposito viene citato l’episodio del 1963 quando Kennedy cercò di zittire, invano, David Halberstam del New York Times. Già all’indomani del fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci, JKF aveva tentato di limitare la libertà di stampa negli Usa inneggiando alla necessità dell’autocensura da parte dei giornali. E il suo biografo, Ted Sorensen, ricordava come Kennedy provasse invidia per De Gaulle il quale incontrava i giornalisti solo due volte l’anno risparmiandosi in questo modo possibili scocciature.
Il libro è anche ricco di aneddoti e vicende poco note. Come quella relativa all’ingresso di Kennedy nell’agone politico dopo aver letto il saggio di Amintore Fanfani “Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo” celebrativo del corporativismo fascista. A tal proposito viene riportato alla luce il poco conosciuto episodio del 1956, quando alla convention dell’Asinello a Chicago, Kennedy chiamò con il megafono Fanfani, presente in sala, e lo indicò alla platea come colui grazie al quale aveva deciso di dedicarsi alla politica. Inevitabile anche un piccolo capitolo dedicato alle vicende sessuali di JFK, che l’autore recupera da un libro di Traphes Byant, responsabile del canile della casa Bianca, uscito nel 1975 e mai arrivato in Italia. Tante insomma le curiosità e gli inediti offerti da Palazzolo. Che dopo aver “sistemato” John Fitzgerald auspica una simile indagine anche su Bob Kennedy che, a suo giudizio, è stato molto peggio del fratello.

(gat) 24 set 2010 18:39

A Nichi Vendola piacciono le donne


Obsédé Malgré Lui - The Eroticist
Caricato da Roma-eterna. - Film, serie e spettacoli Tv

In questi giorni si è parlato tanto dell'intervista di Nichi Vandola sul presidente del Consiglio gay. Il presidente della Regione Puglia ha parlato di un presidente del Consiglio della Dc che era gay, ma senza pronunciare questo personaggio della Balena bianca. Tra i nomi che sono stati fatti c'è anche quello di Emilio Colombo, che nel 1972 fu oggetto di una dura satira politica con il film "All'onorevole piacciono le donne" di Lucio Fulci, intepretato da Lando Buzzanca. Questo film fu oggetto di una censura durissima da parte della Commissione preposta al vaglio delle opere cinematografiche. La differenza tra il vero Colombo e il finto Colombo è che il secondo era un autentico maniaco sessuale. Ma nonostante questa mania, Giacinto Puppis, così si chiamava l'esponente della Dc, divenne Presidente della Repubblica. Buon divertimento.

Come si smonta il mito di Kennedy

Recensione di Kennedy Shock, di Livio Ricciardelli (Che ringrazio).
Roma. NEL campo della sinistra europea e del progressismo mondiale vi sono simboli, rappresentanti da specifici uomini politici, che rappresentano dei veri e propri punti di riferimento per l’azione politica di molte forze partitiche.
Certi personaggi tra l’altro sono anche un’occasione per avviare una svolta politico-ideologica all’interno delle singole forze politiche, desiderose di mutare una propria linea, considerata anacronistica, e desiderose di intercettare un potenziale elettorato centrista partendo proprio da un lavoro di revisione ideologica che in gran parte dei casi parte proprio dalla mitizzazione di certi personaggi.
E’ il caso dell’esperienza socialista che in molte realtà europee, basti pensare alla svolta del New Labour blairiano e alla fine dei Democratici di Sinistra italiani che hanno dato vita al Pd assieme ad una rilevante componente liberale e cattolico-democratica, che hanno sfruttato alcuni personaggi politici del passato per inserirli nel proprio Pantheon ideale e per poi avviare una svolta politica a 360°.
Uno di questi personaggi è l’indubbiamente carismatico 35° Presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy. La sua giovane età, tuttora risulta essere il più giovane presidente della storia statunitense, la sua immagine e la sua presidenza, collocata dopo otto anni di Eisenhower, hanno reso questo personaggio un’icona del progressismo mondiale. Un’immagine che ha visto nella sua tragica morte, avvenuta per mezzo di un attentato il 22 novembre 1963 a Dallas, la fine di un sogno e una linea politica “spezzata”.
Nonostante Kennedy appaia nel pantheon di gran parte dei riformisti mondiali non poche persone, proprio nel campo progressista, hanno spesso messo in luce elementi controversi del Presidente democratico. In particolar modo il dato politico e storico che vede il conflitto vietnamita avviato proprio nel corso del 1963 ovvero nell’ultimo anno di presidenza Kennedy (anche se l’escalation e le fasi più traumatiche del conflitto sono indubbiamente collocabili nel bel mezzo della presidenza Johnson). Appunto per queste titubanze si è spesso sostituito a John il fratello Bob, che fu segretario alla giustizia per il fratello e candidato alle primarie democratiche per la presidenza del 1968. Quando anch’egli morì tragicamente in un attentato in un albergo californiano.
A rendere ancor più chiaro questo frammentato ed ambiguo quadro, utilizzando però elementi originali spesso non considerati, è l’interessante libro del giornalista di Radio Radicale Lanfranco Palazzolo “Kennedy Shock” (Kaos Edizioni, 178 pag., 18 euro) che intende smascherare la fittizia immagine di Kennedy progressista.
Il grande merito del libro è che non è una critica politica alla gestione e alla presidenza di Kennedy, ma è uno studio documentato sul retroterra ideologico (anche se in certi frammenti pare sussistere solamente un bieco cinismo) e culturale del primo presidente cattolico d’America.
E per farlo si parte da un tema che è un macigno, difficile da non considerare: il legame familiare.
Nel primo interessante capitolo infatti “Le colpe dei padri” Palazzolo analizza al meglio la figura del padre di John, il patriarca Joseph, ricco emigrato irlandese dalla discussa fama: presidente della Sec (la Consob statunitense) prima e ambasciatore a Londra poi, il vecchio Joseph si arricchì gestendo il commercio di superalcolici dal Regno Unito agli Usa sapendo in anticipo che, con il New Deal rooseveltiano, sarebbero state abolite tutte le norme restrittive e protezioniste nei confronti degli alcolici. Quelle stesse norme che negli anni ’20 avevano portato al livello di massimo scontro tra le organizzazioni criminali e la polizia federale (è il periodo della Chicago di Al Capone).
Joseph Kennedy è ritratto come un personaggio di raro cinismo, contrario all’ingresso americano e britannico nella Seconda Guerra Mondiale (pare fosse un fan di Chamberlain, e ciò come si vedrà lo vede diverso dal figlio) proprio per questo motivo perse l’incarico e tornò negli Stati Uniti dove si dedicò ad una sua personale e perversa missione: aumentare il proprio potere familiare.
Un suo figlio doveva entrare in politica. Essendo morto in guerra il primogenito si punta sul giovane John, vivo per miracolo dal secondo conflitto mondiale e desideroso di ben altro rispetto ad una discussa carriera politica.
Dopo l’elezione alla Camera dei Rappresentanti, l’elezione al Senato di Kennedy nello stato del Massachusetts è macchiata dai brogli e dal soccorso del repubblicano conservatore Taft, desideroso di sfavorire il suo rivale di partito repubblicano che lo aveva battuto alle primarie senatoriali.
Dopo aver analizzato “le colpe dei padri”, si continua con un capitolo che rappresenta il succo del messaggio del libro: nonostante sia dipinto come un campione del riformismo internazionale Kennedy in realtà era di idee reazionarie e destrorse.
Per farlo capire si citano due libri dell’allora senatore che effettivamente risultano essere intrisi di ambiguità: in “Perché l’Inghilterra dormì” Kennedy cita ed omaggia il suo mito di gioventù Winston Churchill, criticando la politica dell’appeasement dei governi precedenti (su questo dunque si discosta dal padre) e analizzando cosa portò ad un tardivo intervento britannico in guerra.
Qui forse il libro di Palazzolo pecca di partigianeria: si sostiene infatti che l’anomalia kennedyana sarebbe rappresentata proprio da questo suo amore per Churchill, campione dei conservatori, ma anche sostenitore di certi regimi dittatoriali in primis il fascismo in Italia.
In realtà già il fatto che Kennedy elogiasse un conservatore è di per se un elemento di critica. Ma non sufficiente, in quanto quando si parla di Churchill si parla di una personalità politica riconosciuta ed apprezzata da molti (ricordiamoci che, nonostante Berlusconi non ne sia a conoscenza, in molte cancellerie occidentali e democratiche del dopoguerra si apprezzava la figura di Stalin proprio in merito alla sua lotta contro il nazionalsocialismo) e quindi Palazzolo ha dovuto inserire elementi che collegano Churchill all’esperienza fascista italiana per poi accostare Kennedy a quei regimi per paventare una presunta simpatia. Presunta simpatia dedotta da un aneddoto riguardante Kennedy che un giorno, in pieno regime hitleriano, girò in macchina con dei suoi amici per la città di Berlino stupendosi più che dai roghi dei libri dall’astio con cui era accolta dalla popolazione locale la sua macchina targata Uk.
Più interessante appare l’analisi di un altro libro di Kennedy chiamato “Ritratti del coraggio”. Che cos’è “Ritratti del coraggio”? E’ un libro che in Italia sarebbe impossibile scrivere: il senatore Kennedy omaggia otto grandi senatori che nel corso della storia degli Stati Uniti si sono contraddistinti per il loro coraggio e per essere andati molto spesso contro la volontà del loro partito.
Tra questi otto senatori ci sono personaggi discussi e di simpatie neo-conservatrici, tra cui sempre il famoso Taft che a quanto pare aiutò molto la famiglia Kennedy nella propria scalata politica.
Di grande interesse è la vicenda di “Ritratti del coraggio” nella sua edizione italiana: fu stampata dalla casa editrice di destra de “Il Borghese” (gli stessi che qualche anno più tardi pubblicheranno “Il vero conservatore” di Barry Goldwater) in quanto molto apprezzato dagli ambienti di destra italiana. Per la prefazione al testo si intendeva far scrivere qualcosa all’allora senatore a vita Luigi Sturzo che però morì proprio nel 1959, prima di poter iniziare il lavoro. Fu scelto allora l’ex Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che introdusse, pur ammettendo di non essere un grande esperto, l’opera kennedyana. Il giornalista conservatore Prezzolini era senz’altra uno dei principali sostenitori italiani del giovane candidato alle presidenziali.
Palazzolo continua illustrando alcune strane analogie politiche tra l’azione di John F. Kennedy e i regimi abbattuti nel corso della Seconda Guerra Mondiale: un vigoroso piano di educazione fisica voluto per rafforzare il cittadino medio americano, una produzione cinematografica sulle gesta del presidente Kennedy nel bel mezzo della guerra e un’analisi del discorso sulla “Nuova Frontiera” in cui più che all’individuo si parla di collettività nell’accezione hegeliana ed eccessivamente statalista del termine.
Per non parlare poi dell’analisi sulle incoerenze del Presidente: fervente cattolico, tradì in numerose occasioni la moglie (il matrimonio ovviamente era stato combinato dal padre) Jacqueline e lo stesso padre fu accusato, proprio per il suo intransigente cattolicesimo, di antisemitismo.
Sul tema del segregazionismo invece Palazzolo si concede il lusso del dubbio: Kennedy non votò in Senato numerosi documenti del suo partito in favore dei diritti dei neri. Ma la sessione del Parlamento oggettivamente coincideva con una brutta malattia alla schiena dell’allora senatore che addirittura rischiò di morire in quei mesi. In ogni caso si denuncia un sostegno dei democratici sudisti (allora a favore del segregazionismo) come Coleman e Patterson nei confronti della sua candidatura alla nomination democratica.
Sul mccartisismo invece ad una prima simpatia, nei confronti delle norme contro il Partito Comunista Statunitense, si accompagna un certo scetticismo da parte del senatore.
A tratti, nel quadro d’insieme, Kennedy appare come il continuare di Eisenhower ben più del suo sfidante Nixon che dell’ex generale era il vice! Addirittura Martin Luther King in una prima fase pensava di sostenere Nixon anche perché temeva Kennedy in quanto cattolico. L’opportunismo e una forma di adulazione di Kennedy però portarono il pastore nero a sostenere poi, ma non molto convintamente, il candidato del Partito Democratico.
Il dato più interessante riguarda forse la politica estera e le due vicende dello smacco della Baia dei Porci e dell’inizio del conflitto vietnamita: Palazzolo racconta delle discussioni parlamentari in Italia sui due temi. E il copione è sempre lo stesso: il centrosinistra, socialisti in testa, criticarono l’operato di Kennedy per il suo fallito tentativo della Baia e per la crisi dei missili su Cuba mentre il neo-fascista Movimento Sociale Italiano rivendicava la positività dell’azione kennedyana in quanto tesa a rovesciare un regime comunista come quello di Fidel Castro. Il tutto mentre il governo guidato da Amintore Fanfani (uno dei miti di Kennedy che aveva letto in piena guerra la risposta dell’aretino al weberiano “L’etica protestante” basata sulla tesi secondo cui il capitalismo si era sviluppato in Germania due secoli prima della riforma luterana e che quindi non c’era alcun nesso tra la dottrina della predestinazione e lo sviluppo economico dei paesi riformati) bofonchiava un sostegno italiano ad una risoluzione sostenuta da Argentina e Uruguay e contrapposta ad analoghe mozioni di Messico, Urss e Romania (l’eresia romena si faceva sentire ben prima di Ceasescu…).
Concludono il testo il discorso sulla “Nuova Frontiera”, molto concentrato sui complessi di Kennedy sul suo essere cattolico, e quello per il suo giuramento il 20 gennaio 1961 quasi tutto concentrato sul ridimensionamento dell’influenza sovietica e su quella che poi in futuro sarà denominata “Alleanza per il Progresso” per i governi sudamericani.
Infine una “Kennedyana” sulle massime celebri o significative dell’ex Presidente statunitense.
L’opera di Palazzolo è un’operazione culturale che in quanto tale merita. Ma al tempo stesso deve essere in grado di dimostrarsi immune dal virus del “complottismo”, che molto spesso mette in cattiva luce parte della bibliografia su singoli e specifici temi.
La figura di Kennedy in effetti si presta anche ad un’operazione del genere: al Presidente “morto giovane” e riformatore come non controbattere con la storia della sua famiglia considerata da alcuni al limite del “mafioso”?
Il libro è un’operazione analoga che però si espande fino a teorizzare non solo una forma di conservatorismo di Kennedy (conservatorismo ben presente nella figura del padre Joseph) ma anche una forma di simpatia nei confronti dei regimi propriamente non democratici.
Come si fa per sostenere ciò? Si può parlare della tesi di Kennedy secondo cui, in tempo di guerra, le dittature sono sempre favorite e più pronte all’azione rispetto alle democrazie.
Ma non sono tesi nuove ed in certi casi non sono tesi erronee. E’ noto che in un paese dove non si vota c’è una maggiore predisposizione alla politica estera rispetto ai paesi democratici. Solo per il fatto che si può possedere lo stesso ministro degli esteri per svariati anni (è il caso di Gromyko che fu ministro degli esteri sovietico dal 1957…al 1985!).
E si può parlare di queste cupi simpatie kennedyane facendo l’esegesi dei suoi discorsi. Troppo statalisti ma al tempo stesso intrisi di risentimenti nei confronti del mondo sovietico.
Come insomma ebbe a dire la scrittrice, ora vera e propria icona libertaria anche per i nuovi “Tea Party”, Ayn Rand quella di Kennedy sarebbe una “Nuova Frontiera Fascista”.
Ma per arrivare ad affermazioni di questo tipo non sono sufficienti personalità di parte come la Rand. E forse nemmeno qualche confuso scritto giovanile del futuro Presidente.
Già assodare e riconoscere unanimemente che Kennedy non era un riformista al 100% potrebbe essere una notevole vittoria culturale.
Se ci si avventura nell’entusiasmante strada delle assonanze para-fascista di Kennedy…si rischia di cogliere soltanto qualche verità. Ma anche di naufragare nell’oblio del buon vecchio “complottismo”.

E gli abruzzesi?

Intervista ad Elisabetta Zamparutti
di Lanfranco Palazzolo
Voce Repubblicana 25 settembre 2010

Gli abruzzesi continuano a restare ai margini del progetto della ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. I fatti di questi giorni lo confermano. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Elisabetta Zamparutti deputata Radicale eletta nel Pd. La parlamentare ha criticato la nomina di Antonio Cicchetti a Vicecommissario per la Ricostruzione.
Onorevole Zamparutti perché avete criticato la nomina del Vicecommissario Cicchetti?
“Abbiamo contestato, insieme a tutta la delegazione radicale presente alla Camera, l’ennesima ordinanza che istituisce l’ennesimo commissario. La nostra opinione che questa nomina di Cicchetti è nel segno di una ricostruzione improntata ad una gestione fiduciaria, centralistica e verticistica della ricostruzione al di fuori di un quadro normativo certo e condiviso. Le istituzioni locali e la popolazione locale continuano ad essere escluse, come dimostrano le dimissioni del sindaco Cialente dal suo incarico di Vicecommissario alla ricostruzione e la blindatura del Consiglio regionale di ieri, attraverso un cordone di polizia che ha impedito l'accesso negli spalti del pubblico ai cittadini”.
Perché avete criticato Cicchetti?“Questa nomina è discutibile rispetto all’incarico che gli è stato affidato. Con l’interrogazione parlamentare abbiamo infatti sottolineato che questa nomina sembra essere l'ennesimo tentativo di gestire la ricostruzione attraverso consolidate reti di interessi. Non si vede infatti come altro leggere la nomina di un personaggio a cui la Corte dei conti abruzzese ha addebitato responsabilità nella mala gestione della ‘Perdonanza celestiniana’, che ha causato un debito di 2 milioni di euro al Comune dell'Aquila, che ricopre incarichi dirigenziali nel settore della sanità cattolica, e che è al centro di una fitta rete di interessi anche attraverso la Rio Forcella spa, di cui è presidente, come evidenziato dal Corriere della sera. Insomma, una figura tutt'altro che imparziale per quanto riguarda gli interessi in gioco nella ricostruzione. Questa nomina si inserisce in un assetto normativo poco chiaro, poco condiviso, dove continuano ad entrare in gioco criteri sbagliati di valutazione della situazione”.
Come trova la gestione relativa alla ricostruzione?
“La trovo sbagliata perché è caratterizzata dalle ordinanze e dalla filosofia dell’emergenza, che certo non è quella più giusta per cercare di risolvere i problemi abruzzesi. Quella della ricostruzione è indubbiamente una fase straordinaria, ma è meglio che sia gestita nel modo più democratico possibile attraverso una semplice legge organica come è accaduto nei terremoti dell’Umbria e delle Marche. Ecco perché nell’interrogazione che abbiamo presentato alla Presidenza del Consiglio abbiamo voluto chiedere un chiarimento su questa nomina”.

giovedì 23 settembre 2010

Fini non rappresenta la destra moderna

Voce Repubblicana del 24 settembre 2010
Intervista a Piero Ostellino
di Lanfranco Palazzolo

Gianfranco Fini non rappresenta una “destra moderna”, ma al massimo la destra sociale. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Piero Ostellino, ex direttore ed editorialista del “Corriere della Sera”.
Piero Ostellino, quali sono le sue valutazioni sullo scontro in atto nel centrodestra?
“L’implosione del centrodestra è stata determinata da un errore colossale di chi, in qualche modo, ha espulso – anche se in realtà non è una vera e propria espulsione – Fini dal centrodestra medesimo. Quello tra Fini e Berlusconi era un problema interno al partito. Espellendo Fini, questo atto è diventato un problema istituzionale tra il Presidente della Camera e il Presidente del Consiglio”.
Berlusconi ha sbagliato facendo questa scelta nei confronti dei cosiddetti finiani?
“Credo che quello di Berlusconi sia stato un errore che la vecchia Democrazia cristiana non avrebbe mai compiuto. La Dc, che era un partito talmente articolato, che avrebbe dovuto espellere gran parte dei suoi stessi rappresentanti, non ha mai espulso nessuno per il semplice fatto che cercava di assorbire, di integrare ogni opposizione interna. E, se era necessario, arrivava anche ad annullare le opposizioni interne. Questa è la politica. La politica è mediazione e compromesso. Soltanto nei paesi autoritari c’è una vocazione che porta all’espulsione del dissenso. Quale che sia questo dissenso. Non voglio dire che Berlusconi e i suoi abbiano manifestato una vocazione autoritaria, ma certo si sono comportati ‘come se’: hanno creato un problema all’interno della logica democratica di un partito, che non è certo quella totalitaria. In un regime autoritario il dissidente viene messo nel gulag, in democrazia diventa un semplice oppositore. Questo è l’errore”.
Nella Prima Repubblica il Presidente della Camera svolgeva un analogo ruolo politico?
“Il problema è che il Presidente della Camera, così come il Presidente della Repubblica, sono figure che hanno in se una forte ambiguità: sono sicuramente degli uomini di parte. E queste figure vengono percepite come tali. Se si elegge ad un’alta carica un uomo di parte, non c’è alcun male che quest’uomo lo sia. E’ inevitabile che la controparte lo percepisca come tale. L’oggettività della situazione non consente che l’uomo delle istituzioni non possa più essere considerato uomo di parte”.
Fini è il nuovo uomo politico della sinistra illuminata o il leader della “destra moderna”?
“Fini non è né l’uno, né l’altro. Quest’uomo politico aveva dei problemi di compatibilità con Berlusconi. Fini appartiene al massimo alla Destra sociale, che non si capisce se sia destra o sinistra. Non è un liberale, né un socialista. Si è trovato ad uscire da un partito dove sono rimaste molte persone che, tutto sommato, continuano a pensarla come lui”.

Cosa accadrà in Svezia?

Il grande banchiere che sbaglia

Voce Repubblicana del 23 settembre 2010
Intervista a Francesco Boccia
di Lanfranco Palazzolo

Alessandro Profumo è stato un grande banchiere. Ha avuto il merito di riconoscere i propri errori quando li ha fatti. Lo ha detto alla “Voce” l’onorevole Francesco Boccia del Pd.
Onorevole Boccia, cosa pensa delle vicissitudini di Unicredit?
“La nostra valutazione su quello che sta accadendo è netta e nello stesso tempo siamo preoccupati. Unicredit è il secondo gruppo bancario italiano. Si tratta di una banca con un grande respiro. Questo istituto ha segnato molto il rapporto tra i mercati finanziari internazionali e il mercato italiano. Unicredit ha riscritto il rapporto sulle modalità degli impieghi per le imprese italiane. Alessandro Profumo è stato un eccellente banchiere, ha fatto degli errori, che ha ammesso. Questo comportamento è una merce molto rara in quel mondo. Mai, come in questi ultimi 15 anni, la politica è entrata così pesantemente nelle dinamiche interne di un’impresa bancaria italiana. In queste ore vediamo una contrapposizione velata, ma evidente, tra via XX settembre e Palazzo Chigi. Non vorremmo che l’uscita di scena di Profumo determinasse un ritorno al Medio Evo bancario, quando erano i partiti, i politici e anche i consiglieri comunali ad indicare quale erano le imprese alle quali far credito. Questo ci preoccupa. Non vorremmo che questa uscita così netta di Profumo faccia presagire un ritorno al passato”.
Cosa pensava dell’ingresso dei libici nel capitale Unicredit?
“Credo che nelle modalità di funzionamento delle banche, le relazioni tra banche ed imprese debbano essere interpretate e rispettate. Quando non funzionano tocca allo Stato regolare tutto. I libici hanno fatto un investimento. Se quell’investimento rientra nelle regole fisiologiche che regolano il funzionamento di quell’azienda va bene. Il problema è se uno lascia lo scettro a chi fa strategie che non c’entrano nulla con gli interessi economici delle nostre imprese, dei nostri risparmiatori, degli azionisti della banca. Oggi mi pare che sullo sfondo ci sia il rischio di svendere la banca a tedeschi per consentire a qualche amministratore leghista di poter contare di più e di poter ritenere di utilizzare gli impieghi di Unicredit per alcune parti di territorio italiano. Questo ci preoccupa. Penso che Unicredit deve restare italiana e pensare alle nostre imprese. A me interessa la strategia. E oggi non ne vedo nessuna all’orizzonte”.
Lei si espresso sulla mancata elezione del Presidente della Consob. Pensa che in questi anni la Commissione sulla borsa abbia fatto bene il suo dovere?
“Sono due temi diversi. E’ evidente che ci sono state lacune da parte della Consob. Ma oggi è necessario avere la Consob nella pienezza delle sue funzioni. Ci vuole un organo di controllo per evitare le scorribande dei grandi azionisti in Unicredit”.

mercoledì 22 settembre 2010

Silvio Berlusconi presenta la Relazione sulla Cooperazione

Silvio Berlusconi presenta la relazione sulle Cooperative in Italia. E poi dicono che Berlusconi non fa bene il lavoro di ministro dello Sviluppo economico. I cooperatori di sinistra sono serviti.

Quando la destra toglie voti ai socialdemocratici

Intervista a Monica Quirico
Voce Repubblicana del 22 settembre 2010
di Lanfranco Palazzolo

La destra de i Democratici di Akesson ha portato via tanti voti ai socialdemocratici. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana”, parlando delle ultime elezioni svedesi, Monica Quirico, giornalista e saggista. La studiosa collabora con alcune riviste svedesi. E ha pubblicato numerosi testi sulla politica e la società svedese come il recente “Tra utopia e realtà: Olof Palme e il socialismo democratico” (Editori Riuniti. University press).
Professoressa Quirico, cosa pensa dell’esito “olandese” delle elezioni in Svezia che ha visto l’affermazione del centrodestra, che ha però perso la maggioranza assoluta dei voti? L’esito di questo voto e il successo della destra xenofoba era imprevisto?
“L’esito di questo voto non era imprevisto perché i sondaggi sono stati coerenti e chiari dall’inizio delle elezioni fino alla fine del confronto che ha portato al voto. I sondaggi svedesi sono stati affidabili nel dare la vittoria del centrodestra e nel prevedere l’ingresso dei Democratici di Jimmie Akesson in Parlamento. Non mi aspettavo uno scarto così forte tra centrodestra e centrosinistra. E non mi aspettavo che il partito di Akesson arrivasse quasi al 6 per cento”.
L’affermazione dei Democratici ci induce a pensare che la Svezia è diventato un paese meno tollerante?
“Io non credo che la Svezia stia diventando un paese meno tollerante. Il problema è nato a seguito della concentrazione degli immigrati in alcune aree. In alcune città come Malmoe sono nati dei veri e propri ghetti di immigrati. Un sobborgo di Stoccolma si è trovato ad avere una percentuale di iracheni superiore rispetto a quanti non siano stati accolti negli Stati Uniti. Questa concentrazione di immigrati ha creato indubbiamente un caso. Il leader dei Democratici Akesson è stato molto abile a fomentare l’allarme immigrazione, adducendo statistiche sulla criminalità in quelle zone che poi si sono rivelate infondate e sono state smentite da altri esponenti politici moderati. I Democratici hanno pescato molti voti tra i disoccupati. Pare che il profilo standard del loro elettore sia: maschio, giovane e disoccupato. Ecco perché hanno portato via voti ai socialdemocratici. Il fallimento della politica dei socialdemocratici sul mercato del lavoro si è fatto sentire”.
Come farà il centrodestra svedese a trovare i voti che mancano per trovare una maggioranza in Parlamento? Si tornerà alle urne in tempi brevi?
“Non penso che si tornerà alle urne. E’ probabile che il centrodestra tenti la strada di un accordo con i Verdi. Per quest’ultimo partito sarà davvero imbarazzante spiegare la nuova alleanza con il centrodestra. Ma nello stesso tempo diranno che lo faranno per senso di responsabilità nazionale. E per evitare che i Democratici di Svezia diventino l’ago della bilancia della politica svedese”.

Bettino e i limiti di quel partito debole

Voce Repubblicana del 21 settembre 2010
Intervista a Giorgio Galli
di Lanfranco Palazzolo

Bettino Craxi guidava un partito troppo debole per realizzare una politica riformatrice. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il professor Giorgio Galli, che ha curato l'introduzione di “Dossier Craxi” (Kaos Edizioni).
Professor Galli, cosa ha rappresentato Bettino Craxi?
“E' presto per dare un giudizio storico. Il volume curato dalla Kaos conferma che la storia di Bettino Craxi è stata molto complessa. Nel volume ci sono gli interventi di Craxi in Parlamento, quelli di leader politico, i programmi del Psi durante la sua segreteria. E poi c'è tutta la parte giudiziaria relative alle accuse che gli sono state imputate. Credo che nella vicenda politica di Craxi si siano intrecciate la tradizione riformista del Partito socialista. Craxi è stato il continuatore di una tradizione, di un modo di pensare che ha il suo antecedente più lontano in Turati. E la sua esperienza più recente nel Nenni dopo la rottura dell'alleanza con il Partito comunista. Craxi ha interpretato l'esperienza del riformismo socialista che ha cercato di aggiornare le idee di Proudhon a quelle laburiste del secolo scorso. Questo è un aspetto dell'azione politica di Craxi”.
Come ha realizzato questo progetto politico Craxi?
“Ha cercato di realizzarlo in un partito molto minoritario. Quando ha assunto la segreteria del Psi, Craxi aveva preso per mano un partito che aveva meno del 10 per cento dei voti. Nel corso della sua gestione, Craxi ha portato il suo partito ad una percentuale del 14 per cento. Questo partito non è stato in grado di tradurre questa azione politica con sufficiente peso. Craxi ha ritenuto di ovviare a questa situazione utilizzando al massimo i mezzi finanziari. Ma la crisi involutiva del Psi era cominciata dieci anni prima con la segreteria De Martino. Quel peso politico non era sufficiente ad avviare un'azione riformatrice. I quadri intermedi del Psi ovviarono a questo con una promozione sociale collettiva del gruppo dirigente. Craxi accentuò questa situazione con il ricorso ai mezzi finanziari. Il problema di Craxi fu quello di avere uno strumento politico relativamente debole utilizzando al massimo un tipo di potenziamento basato sulla conquista del potere. Mi pare difficile che nei prossimi anni possano emergere nuovi elementi che possano cambiare questo giudizio”.
Perché nella sua introduzione ha scritto che non ci furono riforme significative negli anni della presidenza del Consiglio di Craxi?
“Nella mia storia socialista dal titolo 'Da Turati a Craxi' ho approfondito meglio questi temi. Il momento più alto della presidenza Craxi fu l'episodio di Sigonella. Non c'è dubbio che Craxi cercò di mantenere alta la dignità nazionale. Ma molti di questi atti, come ad esempio il Concordato, non furono un elemento di azione politica positiva”.

lunedì 20 settembre 2010

E' uscito "Kennedy Shock"

In questi giorni è uscito il mio libro su Jfk dal titolo "Kennedy Shock". L’idea del libro è nata all’inizio del 2008, quando realizzai un’intervista con l’allora senatore del Pd Furio Colombo. Si trattava di un colloquio su Barack Obama. Ad un certo punto Colombo mi disse che Obama aveva tanto coraggio quanto ne aveva dimostrato Kennedy durante la sua presidenza e mi citò il libro di Jfk “Ritratti del coraggio”. Rimasi molto meravigliato perchè non avevo mai sentito parlare di quel libro. E allora decisi di rintracciarlo chiedendomi perchè i cantori di Kennedy non ne avevano mai parlato troppo pubblicamente.Dopo una breve ricerca mi accorsi che il libro era stato pubblicato da una casa editrice di destra “Il Borghese”. Il fatto che una casa editrice così connotata politicamente avesse fatto questa scelta era una sorpresa per me visto che negli ultimi anni Kennedy è stato utilizzato come icona del progressismo italiano. Lessi il libro e lo considerai come un libro conservatore in quanto esaltava la figura degli uomini politici che decidevano di ribellarsi alle scelte del proprio partito. E allora pensai di proporre a qualcuno la ripubblicazione in Italia di “Profiles in courage”. Ma proprio mentre stavo per mettere in pratica i miei propositi mi accorsi che Alberto Gaffi editore aveva pensato di farlo su proposta della bravissima Marina Pescia, che aveva tradotto il libro dall’inglese. La mia idea era sfumata, ma restava in piedi l’idea di fare un libro su "l’altro Kennedy". Il JFK di cui ho voluto parlare in questo libro, e sul quale nessuno ha speso mai una parola, è il Kennedy “nero”. Sono rimasto molto sorpreso nell’apprendere che il giovane Kennedy aveva apprezzato il fascismo e il franchismo, riteneva Pio XII un “grande Papa”, aveva condannato a morte, aveva votato contro molte parti del civil rights act. Inoltre, la popolare scrittrice Ayn Rand aveva denunciato la politica e il linguaggio di Kennedy come fascista (“The fascist new frontier”) e che, in Italia, il Msi era pronto a chiedere la mobilitazione dell’esercito per impedire le manifestazioni della sinistra durante la crisi di Cuba (ottobre 1962). E visto che in Italia nessuno ha avuto il coraggio di farlo, anche io mi sono messo in uno dei ritratti del coraggio di Kennedy. E ho scritto questo saggio che certo non farà la felicità di Furio Colombo e di Walter Veltroni. Ma almeno riporta Kennedy dal firmamento del progressismo mondiale nella sua giusta collocazione.

Televideo Horror: Veltroni e il Papa "straiero"


Ecco un'altra chicca del nostro Televideo.....

domenica 19 settembre 2010

Come si comportano le Regioni italiane (2008-2009)? Relazione della Corte dei Conti


Clikkando sulla cartina geografica italiana potrete scaricare un lunghissima relazione della Corte dei Conti sulla gestione delle Regioni nel biennio 2008-2009. La Relazione è lunga 466 pagine, ma è utilissima leggerla.

sabato 18 settembre 2010

Separati alla nascita: l'ex ministro degli esteri inglese David Miliband e il popolarissimo Mr. Bean

Ecco come l'Ue previene la crisi finanziaria


A fronte dell’aggravarsi della crisi finanziaria della Grecia e del rischio di ripercussioni sull’intera area euro, le Istituzioni dell’UE hanno predisposto, mediante riunioni straordinarie tenutesi tra il 7 e il 10 maggio 2010, alcune misure urgenti, anche di natura normativa e finanziaria.
In particolare, sono state adottate misure per dare attuazione al piano di sostegno finanziario alla Grecia, pari a 80 miliardi di euro ed è stato a istituito un meccanismo europeo di stabilizzazione per l’area euro di ammontare massimo complessivo pari a 500 miliardi di euro.
Anche il Consiglio dei Governatori della BCE ha deliberato una serie di misure per fronteggiare le speculazioni in atto nei mercati finanziari.
Il 30 giugno 2010 la Commissione europea ha quindi presentato una comunicazione che prospetta il rafforzamento della governance economica nell’eurozona (secondo un quadro già delineato in una precedente comunicazione del 12 maggio).


Sostegno finanziario alla Grecia
Il sostegno finanziario degli Stati della zona euro
Con una dichiarazione del 7 maggio 2010 i Capi di Stato e di Governo della zona euro, dando seguito a quanto già concordato dal Consiglio europeo di marzo 2010 e dall’Eurogruppo del 2 maggio, hanno concordato di mettere a disposizione della Grecia 80 miliardi di euro nell’ambito di un pacchetto congiunto con il Fondo monetario internazionale, di ammontare complessivo pari a 110 miliardi di euro.
Ciascuno Stato si e’ impegnato a partecipare al prestito in base alle rispettive quote nel capitale della BCE ed ad intraprendere i passi necessari a livello nazionale per essere autorizzato ad erogare il prestito in tempi rapidi.
Secondo le modalità definite in un accordo firmato il 9 maggio tra la Commissione europea, per conto degli Stati dell’area euro, e il Governo greco, il 18 maggio la stessa Commissione ha erogato una prima tranche del prestito di importo pari a 20 miliardi di euro (di cui 14,5 miliardi in quota UE e 5,5 miliardi in quota FMI). Il prestito ha consentito al Governo greco di far fronte ai pagamenti di titoli di stato, per quasi 8,5 miliardi di euro, in scadenza il 19 maggio.
Il Consiglio ECOFIN del 7 settembre ha adottato una decisone con la quale autorizza il pagamento di una seconda rata del prestito, pari a 9 miliardi di euro.
Il meccanismo europeo di stabilizzazione
Il Consiglio ECOFIN del 9 maggio 2010 ha adottato un pacchetto di misure volte a preservare la stabilità finanziaria nell’UE di ammontare complessivo massimo pari a 500 miliardi di euro. Il pacchetto include un fondo europeo di stabilizzazione e un meccanismo per la mobilitazione di ulteriori risorse.


Fondo europeo di stabilizzazione
Il Fondo europeo di stabilizzazione è stato istituito con regolamento (UE) n. 407/2010 dell’11 maggio 2010, adottato dal Consiglio ECOFIN ai sensi dell'art. 122 del Trattato sul funzionamento dell’UE.
L’attivazione del fondo – per il quale si prevede una dotazione massima di 60 miliardi di euro – è soggetta a termini e condizioni simili a quelle dell'assistenza finanziaria erogata dal Fondo monetario internazionale (FMI). In particolare:
- l'assistenza finanziaria assume la forma di un prestito o di una linea di credito garantita dagli Stati membri interessati. A tal fine, la Commissione europea è autorizzata, per conto dell'UE, a contrarre prestiti sul mercato dei capitali o presso le istituzioni finanziarie;
- l'ammontare dei prestiti o delle linee di credito dovrà essere limitato al margine disponibile sotto la soglia prevista dal sistema delle risorse proprie per gli stanziamenti di pagamento.
- Il tetto massimo delle risorse proprie per il 2010, il 2011 e il 2012 è pari all’1,24% del RNL (in stanziamenti di pagamento) a fronte del massimale delle spese previsto dal quadro finanziario pari all’1% del RNL (sempre in stanziamenti di pagamento) nel 2010, allo 0,96% nel 2011 e allo 0,97% nel 2012; pertanto, il margine massimo disponibile è pari allo 0,24% nel 2010, allo 0,28% nel 2011 e 0,27% nel 2012;
- gli Stati membri che richiedono l'assistenza dell'UE dovranno elaborare con la Commissione europea, ed insieme alla Banca centrale europea, una valutazione delle proprie esigenze finanziarie, e sottoporre alla Commissione stessa e al Comitato economico e finanziario (organo consultivo formato da rappresentanti degli Stati membri, della Commissione europea e della BCE) un programma di risanamento economico-finanziario;
- l'assistenza finanziaria sarà concessa sulla base di una decisione del Consiglio assunta a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione europea.
In aggiunta al Fondo europeo di stabilizzazione, i rappresentanti degli Stati membri della zona euro hanno adottato una decisione (non avente natura di atto giuridico dell’UE in senso stretto) che li impegna a rendere disponibili ulteriori risorse mediante l'istituzione di una Società veicolo speciale (special purpose vehicle), garantita dagli Stati partecipanti sulla base delle quote nel capitale della BCE e in conformità ai rispettivi ordinamenti costituzionali. La società veicolo potrà mettere a disposizione fino a 440 miliardi di euro e scadrà dopo tre anni. E' prevista la partecipazione del FMI con una quota pari ad almeno la metà del contributo europeo (quindi intorno ai 220 miliardi di euro).


Misure adottate dalla BCE
Il 10 maggio il Consiglio dei Governatori della BCE ha deliberato una serie di misure per fronteggiare le speculazioni in atto nei mercati finanziari, che rischiano di minare la politica monetaria della stessa BCE, orientata a garantire nel medio termine la stabilità dei prezzi. In particolare, la BCE ha deliberato di:
· condurre interventi sul mercato dei titoli del debito pubblico e privato, al fine di assicurare la necessaria liquidità, riattivare un appropriato meccanismo di trasmissione della politica monetaria e far fronte al cattivo funzionamento dei mercati finanziari;
· predisporre tre aste di rifinanziamento a lungo termine degli istituti bancari, d'importo illimitato (nel senso che saranno soddisfatte tutte le richieste delle banche), di cui due a tasso fisso a tre mesi (per il 26 maggio e il 30 giugno) e una a sei mesi a tasso variabile per il 12 maggio;
· riattivare temporaneamente gli accordi di swap con la Banca centrale americana, per sostenere la liquidità del dollaro, comprato da chi abbandonava l'euro. Gli interventi si articoleranno in operazioni di liquidità a sette e ottantaquattro giorni.


La nuova governance economica europea
Il 30 giugno la Commissione, facendo seguito alla richiesta del Consiglio europeo del 17-18 giugno, ha presentato la comunicazione “Rafforzare il coordinamento delle politiche economiche per la stabilità, la crescita ed i posti di lavoro - Strumenti per una governance economica più forte in ambito UE” (COM(2010)367). Il documento propone una serie di misure, legislative e non legislative, relative a quattro ambiti di intervento:
· una più forte sorveglianza macroeconomica;
· un quadro nazionale di bilancio più rigoroso;
· un’applicazione più stringente del Patto di stabilità e crescita;
· l’introduzione di un “semestre europeo” che definisca una cornice per le politiche economiche nazionali.
Sorveglianza macroeconomica
La Commissione propone l’introduzione di un sistema articolato in:
· un braccio preventivo, basato su valutazioni annuali, per ciascun Paese membro, dei rischi di squilibri macroeconomici, con particolare riguardo alle debolezze strutturali che inficiano la competitività, tenendo conto di un sistema di indicatori tra i quali il debito del settore pubblico e privato (famiglie e imprese). Laddove un Paese evidenziasse rischi di squilibrio macroeconomico, la Commissione formulerebbe raccomandazioni da sottoporre all’esame del Consiglio dell’UE ovvero invierebbe una allerta preventiva direttamente allo Stato in questione;
· un braccio correttivo. In caso di squilibri macroeconomici particolarmente rilevanti, lo Stato interessato sarebbe sottoposto a procedura per “squilibrio eccessivo”. Il Consiglio indirizzerebbe raccomandazioni politiche al Paese in questione, che dovrebbe riferire al Consiglio ECOFIN e all’Eurogruppo sui progressi conseguiti nell’attuazione delle medesime raccomandazioni, entro 6 mesi e successivamente su base trimestrale. Tale meccanismo si applicherebbe a tutti i 27 Paesi membri, ma con regole più stringenti per gli Stati dell’Eurozona.

Quadro nazionale di bilancio
La Commissione prospetta alcuni interventi nella disciplina nazionale di bilancio di ciascuno Stato membro:
- l’adozione di regole di bilancio che assicurino il rispetto delle norme del Trattato relative al disavanzo e al debito pubblico e che siano coerenti con l’obiettivo di bilancio a medio termine;
- l’introduzione di una pianificazione pluriennale del bilancio, con una indicazione di entrate e spese programmate e degli aggiustamenti richiesti per realizzare l’obiettivo di finanze pubbliche solide;
- il quadro di bilancio nazionale dovrebbe comprendere l’intero sistema di finanza pubblica, in particolare nei Paesi con assetti decentrati;
- gli uffici statistici nazionali dovrebbero essere messi nelle condizioni di espletare i propri compiti in conformità a requisiti stabiliti a livello UE, e l’insieme delle previsioni concernenti il bilancio e la crescita dovrebbe garantire affidabilità ed imparzialità. A questo riguardo, la Commissione propone di specificare la corrispondenza tra i sistemi contabili nazionali ed il sistema ESA95 (sistema europeo dei conti nazionali e regionali), attraverso la fornitura di dati di cassa su base mensile, che verrebbero riportati nel sistema ESA su base trimestrale.
Applicazione del Patto di stabilità e crescita
La Commissione propone sia un’applicazione più rigorosa degli strumenti preventivi e correttivi già previsti dal Patto sia l’introduzione di un nuovo sistema di sanzioni/incentivi.
Con riferimento al braccio preventivo del Patto, si propone:
· di obbligare gli Stati con un livello particolarmente alto di debito o che presentino maggiori rischi per l’evoluzione del debito stesso ad assicurare progressi più rapidi nella riduzione del disavanzo eccessivo verso la soglia di sicurezza del 3% del PIL e verso l’obiettivo di bilancio a medio termine;
· l’imposizione agli Stati dell’area euro laddove che registrino persistenti violazioni nel processo di consolidamento del bilancio concordato a livello europeo, di un deposito fruttifero temporaneo, che verrebbe restituito una volta che lo Stato steso ripristini una condotta virtuosa;
· l’introduzione nella politica di coesione di un principio di condizionalità ex ante, in base al quale l’allocazione dei relativi finanziamenti sia vincolata all’adozione di riforme strutturali mirate ad accrescerne l’efficacia e l’efficienza.
Per ciò che concerne il braccio correttivo, la Commissione propone:
· di introdurre, nell’ambito della procedura per disavanzo eccessivo, un termine di riferimento per definire i progressi nella riduzione del debito pubblico: i Paesi membri con un rapporto debito/PIL superiore al 60% potrebbero essere oggetto di una procedura per disavanzo eccessivo se la riduzione del debito in un dato periodo fallisse l’obiettivo fissato dal termine di riferimento. Allo stesso modo, riportare il disavanzo al di sotto della soglia del 3% potrebbe non essere sufficiente se un Paese non assicura anche un’adeguata riduzione del debito verso livelli più sostenibili (parametri più precisi verrebbero definiti con modifiche al Codice di condotta che accompagna il Patto);
· di fare leva su talune voci del bilancio UE destinate agli Stati membri (essenzialmente fondi strutturali, della politica agricola comune e fondo europeo della pesca). In particolare:
- l’avvio della procedura per disavanzo eccessivo comporterebbe la sospensione degli stanziamenti di impegno connessi ai programmi pluriennali relativi a tali fondi.
- nel caso di mancata attuazione della raccomandazioni adottate nell’ambito della procedura per disavanzo eccessivo, verrebbe disposta la cancellazione degli stanziamenti di impegno;
- altri incentivi potrebbero derivare da una rimodulazione dei tassi di cofinanziamento oppure dall’introduzione di una riserva di fondi (finanziata con gli stanziamenti di impegno cancellati nell’ambito della procedura sopra esposta) a favore degli Stati membri che attuano politiche di bilancio virtuose.
Le proposte di modifica dei regolamenti (n. 1466/97 e 1467/97) che disciplinano il Patto di stabilità dovrebbero essere presentate dalla Commissione europea il 29 settembre 2010.
Avvio del semestre europeo
Il Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010, sulla base dell’esame della comunicazione della Commissione europea, ha approvato le modifiche al Codice di condotta sull’attuazione del Patto di stabilità e crescita correlate all’introduzione del cosiddetto “semestre europeo”, a partire da gennaio 2011.
L’introduzione del “semestre europeo”, prospettata nella sopra citata comunicazione, mira a dare una dimensione ex-ante al coordinamento delle politiche economiche nell’Eurozona e nell’UE a 27. L’obiettivo della Commissione non è sottoporre i bilanci nazionali ad una sorta di valutazione preventiva, prima che vengano presentati ai Parlamenti nazionali, bensì di fornire elementi per una discussione ex-ante sulle politiche di bilancio.
In particolare, la nuova procedura di sorveglianza multilaterale dei bilanci nazionali si articolerebbe secondo lo schema riportato alla pagina seguente:
Il ciclo descritto nello schema comincerebbe dunque ad inizio 2011, con le seguenti fasi:
· gennaio: presentazione da parte della Commissione dell’indagine annuale sulla crescita;
· febbraio/marzo: il Consiglio europeo elabora le linee guida di politica economica e di bilancio a livello UE e a livello di Stati membri;
· metà aprile: gli Stati membri sottopongono contestualmente i Piani nazionali di riforma (PNR, elaborati nell’ambito della nuova Strategia UE 2020) ed i Piani di stabilità e convergenza (PSC, elaborati nell’ambito del Patto di stabilità e crescita), tenendo conto delle linee guida dettate dal Consiglio europeo;
· inizio giugno: sula base dei PNR e dei PSC, la Commissione europea elabora le raccomandazioni di politica economica e di bilancio rivolte ai singoli Stati membri;
· giugno: il Consiglio ECOFIN e, per la parte che gli compete, il Consiglio Occupazione e affari sociali, approvano le raccomandazioni della Commissione europea, anche sulla base degli orientamenti espressi dal Consiglio europeo di giugno;
· seconda metà dell’anno: gli Stati membri approvano le rispettive leggi di bilancio, tenendo conto delle raccomandazioni ricevute. Nell’indagine annuale sulla crescita dell’anno successivo, la Commissione dà conto dei progressi conseguiti dai Paesi membri nell’attuazione delle raccomandazioni stesse.
Nella fase transitoria, in vista dell’avvio del semestre europeo nel gennaio 2011, la Commissione europea propone di procedere come segue:
· autunno 2010: entro il 12 novembre gli Stati membri dovrebbero presentare alla Commissione la bozza dei PNR, focalizzati sui seguenti aspetti:
- scenario macro-economico a medio-termine;
- obiettivi nazionali da perseguire nell’ambito degli scopi della Strategia UE 2020 per la crescita e l’occupazione e le misure conseguenti da adottare;
- identificazione degli ostacoli principali alla crescita e all’aumento dell’occupazione;
· entro aprile 2011: presentazione della versione completa dei PNR, in linea con le procedure prospettate nel nuovo Codice di condotta.
Tra settembre e ottobre 2010 la Commissione europea intende organizzare incontri bilaterali con gli Stati membri (a livello di rappresentanze permanenti) per approfondire questi aspetti procedurali, nonché i contenuti dei PNR.
Il rafforzamento della vigilanza finanziaria nell’UE
Nel settembre 2009 la Commissione ha presentato un pacchetto di proposte legislative che prospetta la creazione di un quadro di vigilanza finanziaria europeo.
Le proposte – che danno seguito alle raccomandazioni formulate da un gruppo ad alto livello (cosiddetto “gruppo de La Rosière”), istituito dalla Commissione nell’ottobre 2008 - prospettano, in particolare, la costituzione di:
· un Comitato europeo per i rischi sistemici (CERS), preposto alla vigilanza macroprudenziale,inteso a controllare e valutare i potenziali rischi per la stabilità finanziaria derivanti da sviluppi macroeconomici e dal sistema finanziario nel suo insieme (proposta di regolamento COM(2009)499);
· un Sistema europeo di vigilanza finanziaria (ESFS), preposto alla vigilanza microprudenziale, incaricato di vigilare sui singoli istituti finanziari e di garantire la tutela degli utenti dei servizi finanziari, nel cui ambito saranno istituite tre nuove autorità di vigilanza europee (ESA) competenti per il settore bancario (EBA), assicurativo (EIOPA) e dei valori mobiliari (ESMA) (proposte di regolamento COM(2009)501, 502 e 503).
L’esame delle proposte sopra richiamate da parte del Parlamento europeo e del Consiglio, secondo la procedura legislativa ordinaria, è stato sinora particolarmente complesso, in ragione della delicatezza della materia e della presenza di diverse posizioni degli Stati membri in merito ad alcuni specifici elementi del nuovo quadro di vigilanza.
Nel novembre 2009, il Consiglio Ecofin ha avviato l’esame del pacchetto in prima lettura, adottando un orientamento generale. In occasione di negoziati informali tra Parlamento europeo e Consiglio volti a definire una posizione comune che consentisse l’adozione del pacchetto in prima lettura, sono tuttavia emerse una serie di divergenze riguardanti in particolare i seguenti aspetti chiave:
· i poteri da affidare alle nuove autorità di vigilanza europee (ESA). Ad avviso del PE per garantire una vigilanza finanziaria efficace è necessario attribuire alle nuove autorità europee il potere di adottare decisioni vincolanti, intervenendo direttamente sugli istituti finanziari dei singoli Stati membri in caso di emergenza, violazione della legislazione UE ed eventuali conflitti che dovessero sorgere tra le autorità di vigilanza nazionali. Tale proposta ha sollevato obiezioni in seno al Consiglio per il timore manifestato da alcuni Stati membri di un’eccessiva ingerenza dell’UE nella sovranità nazionale;
· la creazione di un fondo europeo di stabilità finanziaria al quale attingere in caso di fallimento di un istituto finanziario di importanza sistemica.
Considerate le persistenti divergenze con il Consiglio su questi punti e constatata l’impossibilità di giungere ad un accordo, il 7 luglio 2010 il PE ha esaminato il pacchetto in prima lettura, adottando emendamenti presentati dai principali gruppi politici e rinviando alla seduta plenaria del 20 settembre 2010 l'adozione della suaposizione definitiva in prima lettura. In questo modo, pur ribadendo la propria opposizione ai tentativi del Consiglio di indebolire le proposte della Commissione, il PE ha lasciato alla Presidenza belga la possibilità di negoziare un accordo in prima lettura con il Consiglio al fine di permettere l’entrata in vigore delle nuove disposizioni a partire dal 1° gennaio 2011.
Al fine di fornire una base per il proseguimento dei negoziati, il 13 luglio 2010 la Presidenza belga ha presentato un testo di compromesso sulla proposta di regolamento relativa al CERS e su alcuni articoli chiave della proposta di regolamento relativa all’Autorità bancaria europea (EBA), precisando che un accordo su tali articoli avrebbe costituito il presupposto indispensabile per un accordo sull’insieme delle proposte relative alle ESA.
Il 2 settembre 2010 il PE, il Consiglio e la Commissione sono giunti ad un accordo sulla base di un nuovo testo di compromesso presentato dalla Presidenza belga. Tale accordo, che tiene debitamente conto delle proposte iniziali della Commissione e degli impegni assunti in seno al G20, è stato approvato dal Consiglio Ecofin il7 settembre.
Secondo notizie stampa; sebbene nessuna delegazione abbia sollevato obiezioni sul nuovo testo proposto dalla Presidenza belga, il Regno Unito avrebbe dichiarato di non essere a favore sul punto dell’accordo che prevede che il Presidente della Banca centrale europea sia anche Presidente del CERS per i primi cinque anni di attuazione del nuovo sistema di vigilanza finanziaria; tale decisione dovrà essere rivista fra tre anni.
L’approvazione dell’accordo da parte del Parlamento europeo è prevista in occasione della sessione plenaria del 20 settembre 2010.
I principali punti dell’accordo riguardano i seguenti aspetti:
· il riconoscimento al Consiglio del potere di dichiarare una situazione di emergenza in caso di crisi finanziaria, previa raccomandazione del CERS. Il PE aveva chiesto per sé il riconoscimento di maggiori poteri in circostanze simili;
· il riconoscimento alle autorità di vigilanza europee della facoltà di adottare decisioni vincolanti nei confronti di un’autorità di vigilanza nazionale o direttamente nei confronti di un istituto finanziario in caso di: 1) violazione della normativa UE relativa al settore finanziario; 2) rischio di instabilità finanziaria; 3) disaccordo tra autorità di vigilanza nazionali in seno ai collegi di vigilanza. Inoltre, in caso di crisi le autorità di vigilanza europee potranno vietare temporaneamente determinati prodotti finanziari tossici o determinate transazioni quali le vendite allo scoperto. In tale contesto al PE viene riconosciuto il potere di controllare gli standard tecnici adottati dalle suddette autorità, prima che vengano approvati dalla Commissione L’accordo prevede altresì che singoli aspetti della nuova architettura di vigilanza finanziaria vengano disciplinati da apposite norme contenute nella legislazione settoriale;
· la dislocazione delle tre autorità di vigilanza europee in tre sedi distinte, vale a dire Londra, Francoforte e Parigi, anziché in un’unica sede, Francoforte, unitamente al CERS, come proposto dal Parlamento europeo.
La proposta del PE mirava alla creazione di una cultura comune della vigilanza, a favorire un’interazione efficace fra le tre autorità, a contenere i costi e, in caso di crisi, a reagire più rapidamente.
L’esame da parte della Camera dei deputati
La Camera ha svolto l’esame, ai sensi dell’articolo 127 del Regolamento, della comunicazione relativa al rafforzamento e alla convergenza della vigilanza finanziaria nell’UE (COM(2009)252), adottata dalla Commissione europea in vista della presentazione del pacchetto sopra richiamato. In esito all’esame, la Commissione finanze della Camera ha approvato, il 22 settembre 2009, un documento finale che è stato trasmesso alla Commissione europea e al PE. La Commissione politiche UE aveva espresso il proprio parere il 24 giugno 2009. Nel mese di dicembre 2009 la Commissione europea ha risposto alle osservazioni formulate dalla Camera.
Di seguito vengono illustrate le principali misure contenute nelle proposte della Commissione. Per ogni misura sono riportate le modifiche prospettate dal testo di compromesso presentato dalla Presidenza belga il 2 settembre 2010 sul quale è stato raggiunto l’accordo tra le istituzioni dell’UE. Seguirà, infine, per ciascun punto una segnalazione dei rilievi formulati dalla Camera nel documento finale e della relativa risposta fornita dalla Commissione europea.

Comitato europeo per i rischi sistemici (CERS)
L’istituzione del Comitato, ad avviso della Commissione, risponde all’esigenza di tenere debitamente conto dell’interdipendenza tra i rischi micro e macroprudenziali al fine di individuare e valutare quei rischi che minacciano la stabilità finanziaria, ed è coerente con la creazione, concordata dal G20, del Consiglio per la stabilità finanziaria, incaricato della vigilanza macroprudenziale a livello mondiale, e con l’istituzione negli Stati Uniti di un organismo preposto alla vigilanza macroprudenziale nazionale.
Ruolo e responsabilità del CERS
In base alla proposta della Commissione, il CERS dovrebbe essere investito delle seguenti funzioni:
- valutare la stabilità del sistema finanziario dell’UE alla luce degli sviluppi macroeconomici e delle tendenze generali dei mercati finanziari;
- definire, raccogliere ed analizzare tutte le informazioni rilevanti per l’espletamento dei propri compiti;
- individuare i rischi per la stabilità finanziaria, classificandoli in funzione della loro gravità e fornendo alle ESA le pertinenti informazioni.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che la valutazione del rischio sistemico (vale a dire il rischio causato da un indebolimento dell’insieme o di parti del sistema finanziario potenzialmente in grado di produrre conseguenze negative gravi per il mercato interno e l’economia reale) può variare a seconda dell'ambiente economico ed essere condizionata dall'infrastruttura finanziaria e dalle disposizioni in materia di gestione delle crisi, nonché dalla capacità di far fronte a fallimenti. Ha proposto altresì di considerare come criteri fondamentali per identificare l'importanza sistemica di mercati ed istituti la dimensione (il volume dei servizi finanziari forniti dalla singola componente del sistema finanziario), la sostituibilità (la misura in cui altre componenti del sistema possono fornire gli stessi servizi in caso di fallimento) e l'interconnettività (i collegamenti con altre componenti del sistema) nonché un riferimento alle vulnerabilità finanziarie ed alla capacità del quadro istituzionale di affrontare fallimenti finanziari.
Per quanto riguarda, in particolare, i poteri del CERS, la Presidenza belga ha proposto che il CERS, in collaborazione con le ESA, sviluppi un “quadro operativo dei rischi”, vale a dire un insieme di indicatori quantitativi e qualitativi al fine di assegnare un rating di vigilanza agli istituti transfrontalieri suscettibili di comportare un rischio sistemico. Tale rating, che verrà riesaminato regolarmente al fine di tenere conto dei cambiamenti sostanziali del profilo di rischio di un istituto, sarà un elemento determinante al fine di decidere se controllare o intervenire direttamente in un istituto in difficoltà.
Inoltre, al fine di accrescere la consapevolezza dei rischi e di classificarli in ordine di priorità, consentendo in tal modo alle parti interessate di valutarne meglio la natura, la Presidenza belga ha proposto che il CERS elabori, in collaborazione con l'ESFS, un sistema basato su un codice a colori corrispondenti a situazioni con un diverso livello di rischio. Una volta definiti i criteri di tale classificazione, le segnalazioni e le raccomandazioni emesse dal CERS dovranno indicare a quale categoria appartiene il rischio;
- emettere una segnalazione precoce in caso di rischio importante e formulare raccomandazioni in merito alle misure da adottare. Le segnalazioni e le raccomandazioni potranno avere portata generale oppure essere destinate all’intera UE, ad uno o più Stati membri e alle autorità di vigilanza europee e/o nazionali. Tutte le segnalazioni e le raccomandazioni dovranno essere trasmesse al Consiglio, che potrà formulare osservazioni, e, per quanto riguarda le questioni relative alla vigilanza, anche all’autorità di vigilanza europea competente; potranno essere altresì indirizzate alla Commissione per quanto riguarda la legislazione UE interessata.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che il CERS dovrà emettere segnalazioni e, laddove necessario, formulare raccomandazioni di natura sia generale che specifica indirizzate in particolare a tutta l’UE o ad uno o più Stati membri, oppure ad una o più autorità europee o nazionali di vigilanza, che contengano un termine per l’adozione dei provvedimenti richiesti. Le segnalazioni e le raccomandazioni dovranno essere trasmesse contemporaneamente, oltre che ai destinatari precedentemente richiamati, anche al Consiglio e alla Commissione e, se indirizzate ad una o più autorità nazionali di vigilanza, anche alle ESA.
La Presidenzahaproposto altresì di attribuire al CERS il potere di emanare una segnalazione riservata destinata al Consiglio (il PE aveva proposto che tale segnalazione fosse destinata alla Commissione europea)qualora ritenga che si possa verificare una situazione di emergenza. A tal fine il CERS dovrà fornire un’analisi della situazione per consentire al Consiglio di valutare la necessità di adottare una decisione destinata alle ESA volta a constatare l’esistenza di una situazione di emergenza. In caso di individuazione di rischi significativi alla stabilità finanziaria dell’UE, il CERS, oltre a misure correttive, potrà raccomandare, con decisione presa a maggioranza di due terzi dei voti, anche l’adozione di proposte legislative.
Il documento finale della Commissione finanze della Camera ha prospettato l’esigenza di valutare se la mancata attribuzione al CERS di poteri di segnalazione e raccomandazione vincolanti, consenta a tale organismo di prevenire effettivamente rischi sistemici nei mercati finanziari dell'UE.
- monitorare l’attuazione delle raccomandazioni da parte dei destinatari che sono tenuti a darvi seguito, comunicando le misure adottate a tal fine, a meno che la loro inazione possa essere adeguatamente giustificata (meccanismo “act or explain”, agisci o spiega). Il CERS deciderà, caso per caso, se una raccomandazione debba essere mantenuta riservata o, al fine di accrescerne l’efficacia, resa pubblica, informandone preventivamente il destinatario.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che, se necessario, il CERS dovrà informare le ESA delle risposte ricevute in merito all’adozione di misure per dare seguito alle raccomandazioni o delle eventuali giustificazioni in caso di inazione.Qualora il CERS ritenga che le sue raccomandazioni non sono state seguite e che i destinatari non abbiano fornito adeguate spiegazioni circa la loro inazione, ne informa i destinatari, il Consiglio e, laddove opportuno, le ESA interessate. Nel caso in cui una decisione del genere riguardi una raccomandazione resa pubblica, il PE potrà invitare il presidente del CERS a presentarla; il destinatario dal canto suo potrà chiedere di partecipare ad uno scambio di opinioni;
- al fine di garantire una maggiore interazione tra le attività di vigilanza macro e microprudenziali, stabilire una stretta collaborazione con il Sistema europeo di vigilanza finanziaria (ESFS). Il CERS dovrà ottenere dall’ESFS informazioni microprudenziali armonizzate ed aggiornate, mentre le autorità nazionali di vigilanza potranno accedere alle informazioni privilegiate sui rischi sistemici di cui dispone il CERS.
La Presidenza belga ha proposto di riconoscere al CERS il potere di richiedere informazioni alle autorità europee di vigilanza in forma sommaria o aggregata in modo tale che non si possano individuare i singoli istituti finanziari. Nel caso in cui le suddette autorità non disponessero dei dati richiesti o non li comunicassero a tempo debito, il CERS potrà richiederli al Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), alle autorità nazionali di vigilanza, alle autorità statistiche nazionali o allo Stato membro interessato. Qualora il CERS richieda dati non in forma sommaria o aggregata, dovrà motivare la ragione per la quale i dati sui rispettivi singoli istituti finanziari sono ritenuti di importanza sistemica e necessari alla luce della congiuntura di mercato;
- stabilire un’efficace collaborazione con le istituzioni finanziarie internazionali tra cui il Fondo monetario internazionale (FMI), il Consiglio per la stabilità finanziaria e le corrispondenti autorità dei paesi terzi nel quadro di un sistema di allarme rapido a livello mondiale.
Il CERS, privo di personalità giuridica e di poteri giuridicamente vincolanti, eserciterà, secondo la Commissione europea, una forte influenza sui destinatari delle segnalazioni e delle raccomandazioni grazie all’elevata qualità della sua analisi e alla partecipazione ai suoi lavori dei governatori delle banche centrali, delle autorità di vigilanza dell’UE e della Commissione stessa.
Il CERS sarà responsabile davanti al PE e al Consiglio ai quali dovrà riferire almeno una volta l’anno o, su loro richiesta, più frequentemente.
La Presidenza belga ha proposto che almeno una volta l'anno, e più frequentemente in caso di turbolenze finanziarie diffuse, il presidente del CERS venga invitato ad un'audizione dinanzi al Parlamento europeo in occasione della pubblicazione annuale della relazione del CERS. Il PE potrà chiedere al presidente del CERS e agli altri membri del comitato direttivo di partecipare ad un'audizione delle proprie commissioni competenti. Inoltre, il presidente del CERS potrà procedere almeno due volte all'anno, o più spesso se lo ritiene opportuno, a discussioni riservate a porte chiuse con il presidente e i vicepresidenti della commissione per i problemi economici e monetari del PE sulle attività in corso del CERS.
Composizione del CERS
Secondo la proposta della Commissione, il CERS sarebbe composto da un Consiglio generale - organo decisionale incaricato di adottare le raccomandazioni e le segnalazioni – del quale faranno parte i seguenti membri con diritto di voto:
· i governatori delle 27 banche centrali nazionali;
· il presidente ed il vicepresidente della Banca Centrale Europea.
· i presidenti delle ESA (v. infra);
· un membro della Commissione europea.
La Presidenza belga ha proposto che i membri del consiglio generale con diritto di voto comprendano anche il presidente e i due vicepresidenti del Comitato scientifico consultivo.
Il documento approvato dalla Commissione finanze della Camera ha prospettato l’esigenza di procedere ad un sostanziale riequilibrio nella composizione del CERS, superando la netta prevalenza dei rappresentanti della BCE, delle banche centrali e delle autorità di vigilanza sul sistema bancario.
Rispondendo a tale osservazione, la Commissione europea ha sottolineato che il ruolo di primo piano del Sistema europeo delle banche centrali nazionali (SEBC) è pienamente giustificato in quanto fulcro del sistema monetario dell’UE nonché in virtù delle vaste competenze e del ruolo chiave svolto nella vigilanza macroprudenziale che lo pongono in una posizione unica e privilegiata per valutare ed esaminare i collegamenti tra gli sviluppi nel settore finanziario ed i risultati macroeconomici delle economie dell’UE.
A titolo di osservatori, senza diritto di voto, parteciperebbero ai lavori del CERS:
· un rappresentante ad alto livelloper ciascuno Stato membrodelle competenti autorità di vigilanza nazionali, che potrà essere diverso in funzione degli argomenti esaminati.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che i rispettivi rappresentanti di alto livello delle autorità nazionali di vigilanza parteciperanno a turno in funzione delle questioni discusse, a meno che le autorità nazionali di vigilanza non abbiano concordato un rappresentante comune;
· il presidente del Comitato economico e finanziario (organo consultivo del Consiglio), in rappresentanza dei ministri delle finanze, tenuto conto del loro ruolo nella gestione e risoluzione delle crisi e dell’incidenza delle politiche fiscali e di bilancio sulla stabilità finanziaria. E’ stata invece esclusa unapartecipazione diretta al CERS dei medesimi ministri in quanto ritenuta dalla Commissione suscettibile di nuocere all’indipendenza delle analisi macroprudenziali.
La Presidenza belga ha proposto che del Consiglio generale faccia parte anche il presidente del Comitato tecnico consultivo.
Il documento finale della Commissione finanze della Camera ha prospettato l’esigenza di valutare, in particolare, se risulti giustificata l'esclusione dall'organismo dei ministri delle finanze degli Stati membri e di ogni altra istanza politica nazionale.
Su questo aspetto la Commissione europea ha osservato che il ruolo dei Ministeri delle finanze e del Consiglio dei ministri nel CERS è stato adeguatamente riconosciuto. Infatti, il presidente del Comitato economico e finanziario, di cui fanno parte tutti gli alti funzionari dei ministeri delle finanze dell’UE, farà parte anche del Comitato direttivo del CERS, che svolgerà importanti compiti nel processo decisionale del consiglio generale (preparazione delle riunioni, esame dei documenti in discussione, esame dell’avanzamento dei lavori del CERS). Inoltre, tutti gli avvertimenti e le raccomandazioni dovranno essere trasmessi al Consiglio dei ministri per rafforzare la pressione morale sul destinatario affinché agisca o si giustifichi.
Il Presidente ed il Vice presidente del CERS verranno eletti per un periodo di 5 anni tra i membri del Consiglio generale e potranno essere rieletti.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che il presidente del CERS, che lo rappresenta all’esterno, dovrà essere eletto per un periodo di cinque anni, rinnovabili una sola volta, da e tra i membri del Consiglio generale, membri altresì del Consiglio generale della BCE. Il primo vicepresidente dovrebbe essere eletto da e tra i membri del Consiglio generale della BCE per un mandato di cinque anni, rinnovabile un volta, tenendo conto della necessità di garantire una rappresentanza equilibrata degli Stati membri appartenenti alla zona euro e di quelli che non ne fanno parte.
La Presidenza ha proposto, inoltre, che prima di assumere l’incarico, il Presidente e il primo Vicepresidente del CERS illustrino al PE, durante un'audizione pubblica, come intendono assolvere ai propri compiti. Nel considerando 6bis della proposta di regolamento sul CERS, si sottolinea che il nuovo sistema di macrovigilanza richiederà una leadership credibile e di alto profilo. Pertanto, dati il suo ruolo chiave e la sua credibilità internazionale e interna, il Presidente della BCE dovrebbe presiedere il CERS (il PE in prima lettura aveva proposto di affidare d’ufficio la Presidenza del CERS al Presidente della BCE).

I membri del CERS dovranno operare in piena imparzialità ed indipendenza rispetto agli interessi dei singoli Stati membri, e saranno tenuti al segreto professionale anche dopo la cessazione del loro mandato.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che oltre agli Stati membri, anche le istituzioni dell’UE o altri organi pubblici o privati dovranno evitare di influenzare i membri del CERS nell’esecuzione dei loro compiti; inoltre, i membri del Consiglio generale, con o senza diritto di voto, non potranno svolgere funzioni nel settore finanziario.
Il documento finale della Commissione finanze della Camera ha prospettato l’esigenza di valutare se la composizione del CERS, costituito da circa 60 membri, di cui 28 con diritto di voto, non risulti eccessivamente pletorica, col rischio di non essere in grado di assumere decisioni rapide ed efficaci atte a fronteggiare gravi rischi di stabilità sistemica.
Nella risposta fornita dalla Commissione europea è stata sottolineata la necessità di un’ampia rappresentanza di istituzioni in seno al CERS al fine di assicurare una prospettiva macroprudenziale globale nelle valutazioni del rischio. In tale organismo dovranno essere rappresentati tutti i soggetti che possiedono informazioni e competenze rilevanti (governatori delle banche centrali nazionali, nuove autorità di vigilanza europee, autorità di vigilanza nazionali). Ad avviso della Commissione la presenza delle autorità di vigilanza nazionali aumenterà il flusso di informazioni e consentirà uno scambio regolare di opinioni tra i soggetti che hanno un punto di vista macroprudenziale (BCE, banche centrali nazionali, Commissione, ecc.) e quelli che operano in una prospettiva microprudenziale. In tal modo il CERS sarà in grado di tenere sotto controllo ogni potenziale minaccia alla solidità del sistema finanziario nel suo insieme.
Funzionamento del CERS
Secondo le proposte della Commissione:
· il Consiglio generale si riunirà in plenaria almeno quattro volte l’anno; riunioni straordinarie potranno essere convocate dal Presidente o su richiesta di almeno un terzo dei membri con diritto di voto.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che, se necessario, siano invitati ad assistere alle riunioni del Consiglio generale in veste di osservatori i rappresentanti di alto livello di organizzazioni finanziarie internazionali che svolgono attività direttamente collegate ai compiti del CERS nonché rappresentanti di alto livellodelle pertinenti autorità dei paesi terzi, segnatamente dei paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE). Tale partecipazione dovrà essere strettamente limitata a questioni di particolare rilevanza per essi, fatta eccezione per i casi in cui possa essere discussa la situazione dei singoli istituti finanziari o degli Stati membri;
· le decisioni saranno adottate a maggioranza semplice (in caso di parità, prevarrebbe il voto del Presidente), elevata a due terzi qualora si debba rendere pubblica una raccomandazione o un’allerta.
La Presidenza belga ha proposto che le decisioni in seno al Consiglio generale vengano adottate con una maggioranza di due terzi dei voti (sempre necessaria per emanare una segnalazione o una raccomandazione pubblica). Qualora tale quorum non sia raggiunto, il presidente potrà convocare una riunione straordinaria nella quale le decisioni potranno essere adottate con una maggioranza di un terzo;
· il Consiglio generale sarà assistito da un Comitato direttivo (Steering Committee), composto dal presidente e dal vicepresidente del CERS, da altri cinque membri del Consiglio generale che sono membri altresì del consiglio generale della BCE in rappresentanza delle banche centrali nazionali, dai presidenti delle autorità di vigilanza europee, dal rappresentante della Commissione e dal Presidente del Comitato economico e finanziario.
La Presidenza belga ha prospettato alcune modifiche alla composizione del Comitato direttivo e, in particolare, che sia composto dal Presidente e dal primo Vicepresidente del CERS, dal Presidente e dal primo Vicepresidente della BCE, da altri quattro membri del Consiglio generale che sono membri altresì del Consiglio generale della BCE - tenendo conto della necessità di garantire una rappresentanza equilibrata tra gli Stati membri della zona euro e quelli che non ne fanno parte - da un membro della Commissione europea, dai presidenti delle ESA nonché dai presidenti del Comitato economico e finanziario, del Comitato scientifico consultivo e del Comitato tecnico consultivo;
· la BCE metterà il proprio segretariato a disposizione del CERS, fornendo supporto in materia di analisi, amministrazione e logistica;
· un Comitato tecnico consultivo -composto da un rappresentante della BCE, uno per ogni banca centrale nazionale e per ogni autorità europea di vigilanza, uno (per ogni Stato membro) delle autorità nazionali di vigilanza, due della Commissione europea e uno del Comitato economico e finanziario – elaborerà analisi tecniche particolareggiate sui problemi connessi alla stabilità finanziaria.
La Presidenza belga ha proposto altresì l’istituzione di un Comitato scientifico consultivo composto del presidente del Comitato tecnico consultivo e da 15 esperti che rappresentino un ampio ventaglio di competenze e di esperienze, proposti dal comitato direttivo e approvati dal Consiglio generale per un mandato di quattro anni, rinnovabili. I candidati, che non dovranno essere membri delle autorità europee di vigilanza, verranno selezionati in base alla loro competenza generale ed al loro diverso percorso professionale nel mondo accademico o in altri settori, in particolare nelle PMI e nelle organizzazioni sindacali o in quanto fornitori o consumatori di servizi finanziari. Il presidente e i due vicepresidenti del Comitato scientifico consultivo dovranno essere nominati dal Consiglio generale su proposta del suo presidente e dovrebbero rispettivamente avere competenze e conoscenze approfondite, quali esperienze in campo accademico nei settori bancario, dei mercati e valori mobiliari e delle assicurazioni e delle pensioni aziendali o professionali. La presidenza dovrebbe ruotare tra queste tre persone;
· il CERS potrà chiedere, se necessario, il parere degli operatori del settore privato.


Sistema europeo di vigilanza finanziaria (ESFS)
Composizione dell'ESFS
Secondo le proposte della Commissione europea, l’ESFS sarebbe articolato in un’unica rete a livello UE, basata sulla stretta collaborazionetra le autorità di vigilanza europee e nazionali e costituita da:
1) un Comitato congiunto composto dai rappresentanti delle ESA e della Commissione per favorire la convergenza delle posizioni, la cooperazione intersettoriale e la coerenza dei metodi di vigilanza. Inoltre, ogni ESA dovrà partecipare alle riunioni delle altre autorità europee di vigilanza in qualità di osservatore;
2) tre nuove autorità europee di vigilanza (ESA), competenti rispettivamente per il settore bancario (EBA), assicurativo (EIOPA) e dei valori mobiliari (ESMA). Ciascuna autorità disporrà di:
· un Consiglio delle autorità di vigilanza presieduto dal presidente dell’ESA in questione (il cui mandato avrà una durata di 5 anni) e composto dai presidenti delle autorità nazionali di vigilanza interessate. Parteciperanno ai lavori del Consiglio quali osservatori un rappresentante ciascuno della Commissione, del CERS e dell’ESA interessata di ogni paese dello Spazio Economico Europeo. Il Consiglio si riunirà ad intervalli regolari e, in caso di crisi, con maggiore frequenza. Come regola generale le decisioni verranno adottatea maggioranza semplice, tranne che per gli atti legati all'adozione di standard tecnici, orientamenti e raccomandazioni, nel qual caso si applicheranno le norme in materia di voto a maggioranza qualificata previste dai Trattati, con la stessa ponderazione dei voti in uso in seno al Consiglio dell’UE; il Presidente non disporrà del diritto di voto. Sono previste modalità di voto diverse per le decisioni inerenti alle altre funzioni.
La Presidenza belga ha proposto che l’Autorità bancaria europea abbia sede a Londra;
· un Consiglio di amministrazione composto dai rappresentanti delle autorità nazionali di vigilanza interessate e dalla Commissione.
3) le autorità nazionali di regolamentazione e vigilanza.
La Presidenza belga ha proposto di precisare che l’ESFS dovrà avere il compito di garantire l’adeguata attuazione delle norme applicabili al settore finanziario al fine di preservare la stabilità finanziaria e creare fiducia nell'intero sistema finanziario, assicurando al tempo stesso sufficiente protezione per i clienti dei servizi finanziari. L’ESFS comprenderà oltre alle ESA, al comitato congiunto e alle autorità di vigilanza nazionali, anche la Commissione.
La Presidenza ha altresì proposto di attribuire alle ESA il potere di formulare una raccomandazione all'autorità competente per risolvere problemi rilevati nelle prove di stress e chiedere ulteriori deliberazioni di un collegio in tutti i casi in cui ritenga che la decisione dia luogo ad un'applicazione errata del diritto dell'UE o non contribuisca all'obiettivo della convergenza delle prassi di vigilanza.
Ruolo e responsabilità dell'ESFS
Le ESA, dotate di personalità giuridica, sostituirebbero gli attuali comitati di livello 3 della procedura Lamfalussy: il Comitato delle autorità europee di vigilanza bancaria (CEBS), il Comitato delle autorità europee di vigilanza sulle assicurazioni e delle pensioni (CEIOPS) e il Comitato dei regolatori dei valori mobiliari (CES).
Le nuove autorità sarebbero investite dei seguenti compiti:
· stabilire, secondo criteri definiti dalla normativa UE, un quadro o codice unico di regole armonizzate (single rule book)applicabili a tutti gli istituti finanziari,basato su standard tecnici vincolanti, in particolare in determinati ambiti (norme di vigilanza per i collegi delle autorità di vigilanza, norme tecniche per la validazione di modelli interni) e su orientamenti interpretativi (rilascio di autorizzazioni agli istituti finanziari e vigilanza) che le autorità nazionali competenti applicheranno nelle loro decisioni. Al fine di acquisire carattere vincolante gli standard adottati dalle autorità dovranno essere recepiti in regolamenti o decisioni della Commissione (non potendo le autorità, in base ai trattati vigenti, essere titolari di autonomi poteri decisionali). Peraltro la Commissione potrà solo in casi eccezionali modificare in sede di recepimento le decisioni delle autorità.
La Presidenza belga haproposto che le ESA si impegnino nel monitoraggio e nella valutazione del rischio sistemico, quale elaborato dal CERS, e reagiscano ad eventuali segnalazioni e raccomandazioni emesse da quest'ultimo.A tal fine prospetta i seguenti poteri in capo alle ESA:
a) in collaborazione con il CERS, elaborare un "quadro operativo dei rischi" (vedi supra) al fine di individuare e misurare il rischio sistemico nonché un sistema di prove di stress per individuare gli istituti finanziari che potrebbero comportare un rischio sistemico;
b) adottare orientamenti e raccomandazioni supplementari per gli istituti finanziari allo scopo di tenere conto del rischio sistemico che costituiscono;
c) contribuire attivamente ad elaborare e coordinare piani di ripresa e risoluzione, procedure in situazioni di emergenza e misure preventive per ridurre al minimo l'impatto sistemico di un eventuale fallimento;
d) condurre indagini su un tipo particolare di istituto finanziario, prodotto o condotta allo scopo di valutare le potenziali minacce per la stabilità del sistema finanziario e raccomandare interventi appropriati alle autorità competenti interessate;
e) contribuire a rafforzare il regime europeo dei sistemi nazionali di garanzia dei depositi al fine di assicurare che siano adeguatamente finanziati da contributi degli istituti finanziari e forniscano un elevato livello di protezione a tutti i depositanti in un quadro armonizzato a livello UE;
f) sviluppare metodi di risoluzione dei problemi degli istituti finanziari in fallimento, in particolare di quelli che potrebbero comportare un rischio sistemico, attraverso modalità che evitino il contagio e consentano di liquidarli in maniera ordinata e tempestiva;
g) valutare l'esigenza di meccanismi di finanziamento coerenti, solidi e credibili, con idonei strumenti di finanziamento connessi ad una serie di modalità di gestione coordinata delle crisi nazionali;
h) contribuire ai lavori sulle questioni riguardanti eventuali sistemi di prelievi e contributi a carico degli istituti finanziari per assicurare un'equa ripartizione degli oneri e stabilire incentivi volti a contenere il rischio sistemico nell'ambito di un quadro di risoluzione credibile.
La Presidenza ha altresì sottolineato l’importanza di garantire la convergenza nei settori della prevenzione, della gestione e della risoluzione delle crisi per consentire alle autorità pubbliche di risolvere i problemi degli istituti finanziari in fallimento, minimizzandone al tempo stesso l’impatto sul sistema finanziario e l'uso di risorse del settore pubblico per il salvataggio delle banche, limitando i danni all'economia e coordinando l'applicazione di misure di risoluzione nazionali. A tal fine la Presidenza ha sostenuto la necessità di elaborare norme comuni in materia di prevenzione e risoluzione dei problemi delle banche in fallimento per affrontare in particolare la crisi di istituti di grandi dimensioni transfrontalieri e/o collegati, valutando la necessità di conferire all'Autorità bancaria europea pertinenti poteri supplementari.
Con riferimento a tali aspetti, in un apposito allegato al testo di compromesso della Presidenza sono riportate alcune dichiarazioni della Commissione nelle quali si ricorda che nella sua comunicazione del 26 maggio 2010 sui fondi di risoluzione per il settore bancario, ha sottolineato la necessità di un sistema basato su una rete armonizzata di fondi nazionali legati ad un insieme coordinato di dispositivi nazionali di gestione delle crisi. A tale proposito la Commissione ha preannunciato la presentazione, nella primavera del 2011, di opportune proposte legislative in materia di strumenti di prevenzione e risoluzione dei problemi delle banche in fallimento. La Commissione, inoltre, conferma l’importante ruolo che le ESA dovrebbero svolgere in questo ambito e si impegna a valutare quali poteri dovrebbero essere conferiti loro a tal fine. Precisa altresì che le misure precedentemente richiamate, che costituiscono solo un primo passo, dovrebbero essere riesaminate entro il 2014 allo scopo di creare meccanismi di gestione delle crisi e di vigilanza integrati a livello UE, nonché un fondo di risoluzione UE a lungo termine.
La Commissione, infine, ha confermato il proprio impegno a presentare proposte di revisione delle direttive sui sistemi di garanzia dei depositi bancari e delle assicurazioni nonché di indennizzo degli investitori dei depositi bancari, di indennizzo degli investitori e nel settore delle assicurazioni (tali proposte sono state presentate in 12 luglio 2010).
Il documento finale approvato dalla Commissione finanze della Camera ha prospettato l’esigenza di prevedere, nella legislazione comunitaria in materia di mercati finanziari, la sistematica adozione di standard di vigilanza vincolanti da parte delle autorità europee. E’ stato chiesto altresì di valutare la possibilità, al fine di promuovere più stringenti strumenti di convergenza della regolamentazione e vigilanza, di cooperazioni rafforzate, in particolare tra i Paesi dell'area euro.
Con riferimento a tali osservazioni, la Commissione europea ha condiviso pienamente la richiesta di un’armonizzazione crescente della normativa in materia di servizi finanziari, sottolineando a tal fine il ruolo fondamentale che potrà essere svolto dalle nuove autorità di vigilanza nell’elaborazione di un unico sistema di norme, in particolare per quanto riguarda l’adozione di norme tecniche e di orientamenti interpretativi per assistere le autorità nazionali a prendere le singole decisioni.
· assicurare l’applicazione coerente della normativa UE in materia di servizi finanziari. In caso di palese violazione da parte di un’autorità nazionale di vigilanza, è previsto un meccanismo di intervento articolato in tre fasi: 1) in una prima fase le autorità di vigilanza europee, di propria iniziativa o su richiesta delle altre autorità nazionali o della Commissione, rivolgeranno all’autorità inadempiente una raccomandazione, invitandola a prendere entro un mese le opportune misure al fine di adeguarvisi; 2) nel caso in cui tale raccomandazione sia disattesa, la Commissione, entro tre mesi dalla raccomandazione, di propria iniziativa o su indicazione dell’autorità di vigilanza europea, potrà a sua volta chiedere all’autorità inadempiente di conformarsi alla decisione adottata per assicurare il rispetto del diritto comunitario, comunicando entro 10 giorni lavorativi le misure adottate a tal fine; 3) nel caso in cui l’autorità inadempiente non desse seguito alla raccomandazione o in situazioni di emergenza, le autorità di vigilanza europee potrebbero adottare misure direttamente applicabili agli istituti finanziari;
· svolgere, in presenza di divergenze, attività di mediazione tra le autorità di vigilanza del paese di origine e di destinazione e, in caso di mancato accordo, prendere decisioni atte a comporre la controversia. Il meccanismo previsto a tal fine si articola in tre fasi: 1) nel caso in cui una o più autorità nazionali di vigilanza chiedano l’intervento dell’autorità europea per comporre la controversia, quest’ultima promuoverà un accordo tra le autorità coinvolte, intervenendo se necessario come mediatore; 2) nel caso in cui non si raggiunga un accordo, l’autorità europea assumerà una decisione atta a comporre la vertenza; 3) se l’autorità nazionale non si conforma alla suddetta decisione, l’autorità di vigilanza europea può adottare decisioni dirette agli istituti finanziariprecisando i loro obblighi in relazione al rispetto della normativa comunitaria applicabile nei loro confronti. Il meccanismo di composizione delle controversie potrà essere attivato solo nei casi in cui l’azione o l’inazione da parte di un’autorità nazionale di vigilanza abbia un serio impatto negativo sulla sua capacità di tutelare i depositanti, gli investitori o la stabilità finanziaria degli Stati membri.
La Presidenza belga ha proposto di riconoscere alle ESA il potere di adottare decisioni vincolanti intese a risolvere le controversie in situazioni transfrontaliere tra le autorità competenti. A tal fine si dovrebbe prevedere una fase di conciliazione per favorire un accordo: le ESA potranno chiedere alle autorità interessate di risolvere la questione al fine di assicurare la conformità alla normativa UE. Qualora un'autorità competente non si conformi a tale decisione, le ESA potranno adottare, in ultima istanza, decisioni indirizzate direttamente agli istituti finanziari. Nei casi in cui la pertinente normativa dell'UE attribuisca potere discrezionale alle autorità competenti degli Stati membri, le decisioni adottate dalle ESA non potranno sostituire l'esercizio di tale discrezionalità;
· promuovere una forte cultura comune e pratiche coerenti in materia di vigilanza finanziaria su scala europea mediante l’intensificazione degli scambi e della formazione del personale.
· rilasciare le autorizzazioni a determinati organismi di dimensioni paneuropee, quali le agenzie di rating e le camere di compensazione a contropartita centrale dell’UE, vigilare sugli stessi ed eventualmente partecipare alla valutazione prudenziale delle operazioni di concentrazione e di acquisizione dell’intero settore finanziario;
· coordinare le risposte in caso di crisi, facilitando la cooperazione e lo scambio di informazioni tra le autorità competenti ed aiutando queste ultime ad adottare le decisioni dettate dalle circostanze. In determinate situazioni le autorità europee di vigilanza potranno essere abilitate ad adottare decisioni urgenti sulla base di princìpi definiti dalla normativa UE;
· raccogliere le informazioni microprudenziali utili provenienti dalle autorità nazionali di vigilanza in una banca dati centralizzata a livello europeo. Tali informazioni saranno messe a disposizione delle autorità interessate in seno ai collegi delle autorità di vigilanza e potranno essere trasmesse al CERS.
Il documento finale approvato dalla Commissione finanze della Camera ha prospettato l’esigenza di estendere maggiormente la condivisione tra le diverse autorità delle informazioni rilevanti per lo svolgimento delle funzioni di vigilanza, mediante la creazione di banche dati centralizzate gestite dalle autorità europee ed utilizzabili dalle singole autorità di vigilanza nazionali.
· svolgere un ruolo a livello internazionale mediante la conclusione di accordi tecnici con gli organismi internazionali e le competenti amministrazioni dei paesi terzi e fornire assistenza alla Commissione per le questioni di equivalenza riguardanti i regimi di vigilanza dei paesi terzi;
· l’ESMA sarà inoltre competente per la vigilanza sulle agenzie di rating del credito.
La Commissione ha proposto che presso ciascuna autorità di vigilanza europea venga costituito un gruppo delle parti in causa con funzioni consultive composto da 30 membri in rappresentanza dell’industria, del settore finanziario e degli utenti.
E’ prevista, inoltre, una clausola di salvaguardia in base alla quale qualora uno Stato membro ritenga che una decisione adottata da un’ESA in caso di emergenza o al fine di comporre una controversia sia suscettibile di avere ripercussioni sulle sue competenze in materia di bilancio, potrà comunicare alla Commissione e all’ESA interessata che l’autorità di vigilanza nazionale non intende dare seguito alla decisione in questione, adducendo le debite motivazioni. Entro un mese l’ESA dovrà informare lo Stato membro se intende mantenere la decisione oppure modificarla o revocarla. Se la decisione è mantenuta, lo Stato membro può adire il Consiglio il quale, entro due mesi, con votazione a maggioranza qualificata, deciderà se mantenere o revocare la decisione. Una procedura di urgenza è prevista per le decisioni adottate in situazioni di emergenza.
La Presidenza belga haproposto che qualora uno Stato membro ritenga che le decisioni prese da un’ESA al fine di comporre una controversia tra le autorità di vigilanza competenti incidano sulle sue competenze in materia di bilancio, entro due settimane dalla notifica della decisione all'autorità competente potrà informare l’ESA in questione e la Commissione che l'autorità competente non applicherà la decisione, adducendo le debite motivazioni. In tal caso la decisione è sospesa. Entro un mese dalla notifica dello Stato membro, l’ESA interessata dovrà informare quest'ultimo se intende mantenere, modificare o annullare la propria decisione; se la mantiene, il Consiglio, entro due mesi dovrà decidere a maggioranza dei voti se mantenere la decisione.
Quando uno Stato membro ritenga che una decisione adottata in situazioni di emergenza incida sulle sue competenze in materia di bilancio, entro tre giorni lavorativi dalla sua notifica all'autorità competente può informare l’ESA interessata, la Commissione ed il Consiglio che l'autorità competente non applicherà la decisione, adducendo le debite motivazioni. Il Consiglio entro dieci giorni lavorativi dovrà decidere, a maggioranza semplice dei suoi membri, se revocare la decisione. Qualora il Consiglio decida di non revocarla e lo Stato membro interessato ritenga tuttavia che la decisione in questione incida comunque sulle sue competenze in materia di bilancio, quest’ultimo potrà informarne la Commissione e l’ESA, chiedendo al Consiglio di riesaminare la questione. Entro quattro settimane, prorogabili di altre quattro, il Consiglio dovrà confermare la propria decisione o adottare una nuova decisione.
Valutazione del funzionamento della nuova vigilanza europea
Le proposte originarie prospettano l’obbligo per la Commissione di presentare, dopo tre anni dalla data di entrata in vigore della normativa pertinente, e in seguito ogni tre anni, una relazione sul funzionamento del sistema al fine di determinare, previo parere della BCE, se gli obiettivi e l'organizzazione del CERS necessitano di modifiche.
Inoltre, rispettando le stesse scadenze sopra richiamate, la Commissione, basandosi su un’ampia consultazione che preveda tra l’altro la partecipazione del gruppo delle parti in causa, dovrà pubblicare una relazione – corredata di eventuali proposte - sull’esperienza acquisita grazie all’operato delle autorità di vigilanza europee volta a valutare, tra l’altro, i progressi compiuti verso la convergenza regolamentare e di vigilanza nei settori della gestione e della risoluzione delle crisi nell’UE.
La Presidenza belga ha proposto che la relazione della Commissione sulle ESA valuti tra l’altro:
- la convergenza nelle prassi di vigilanza raggiunta dalle autorità competenti, il grado di convergenza raggiunto nell'indipendenza operativa delle autorità competenti e negli standard equivalenti rispetto alla governance delle imprese nonché l'imparzialità, l’obiettività e l’autonomia delle ESA;
- il funzionamento dei collegi delle autorità di vigilanza;
- i progressi compiuti verso la convergenza nei settori della prevenzione, della gestione e della risoluzione delle crisi, inclusi i meccanismi europei di finanziamento;
- il ruolo delle ESA rispetto al rischio sistemico;
- l'applicazione della clausola di salvaguardia;
- il ruolo di mediazione vincolante;
- l’opportunità di mantenere una vigilanza separata di banche, assicurazioni, pensioni aziendali e professionali, strumenti e mercati finanziari;
- l’opportunità di supervisionare la vigilanza prudenziale e l'esercizio dell'attività in modo distinto o tramite un'unica autorità di vigilanza;
- l’opportunità di semplificare e rafforzare la struttura dell'ESFS al fine di aumentare la coerenza tra i livelli macro e microeconomico e tra le ESA;
- se l'evoluzione dell'ESFS sia coerente con l'evoluzione globale;
- se la composizione dell'ESFS sia sufficientemente diversificata e di alto livello;
- se le sedi delle ESA siano idonee e se sia opportuno riunire le autorità in un'unica sede al fine di migliorarne il coordinamento.
Con specifico riferimento alla vigilanza diretta di istituti o infrastrutture di portata paneuropea e tenuto conto degli sviluppi del mercato, la Presidenza ha suggerito che la Commissione elabori una relazione annuale sull'opportunità di attribuire alle ESA ulteriori compiti di vigilanza in questo settore. La relazione e le eventuali proposte di accompagnamento dovranno essere trasmesse al Parlamento europeo e al Consiglio.
Vigilanza sui conglomerati finanziari
Il 16 agosto 2010 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva (COM(2010)433) con la quale si prospettano modifiche alla normativa vigente (direttive 98/78/CE, 2002/87/CE e 2006/48/CE) al fine di rendere più efficace la vigilanza supplementare sulle imprese finanziarie appartenenti ad un conglomerato finanziario, vale a dire ungruppo finanziario costituito da molteplici imprese regolamentate che possono comprendere banche, imprese diassicurazione e di investimento, nonché società di gestione patrimoniale, operanti in diversi settori dei mercati finanziari. La vigilanza supplementare dovrà aggiungersi alla normale attività di vigilanza su base individuale, consolidata o di gruppo, evitando duplicazioni o interferenze.
La Commissione ricorda che i conglomerati finanziari sono esposti ai cosiddetti rischi di gruppo, che comprendono il rischio di contagio (la diffusione dei rischi da una parte all’altra del gruppo), la concentrazione dei rischi (lo stesso tipo di rischio si materializza in diverse parti del gruppo nello stesso momento), la complessità della gestione di molti soggetti giuridici diversi ed i potenziali conflitti di interesse, nonché il fatto di attribuire il capitale di vigilanza a tutte le imprese regolamentate, evitandone un impiego multiplo.
Ad avviso della Commissione i rischi di gruppo che si sono verificati durante la crisi in tutto il settore finanziario hanno sottolineato l’importanza della vigilanza supplementare sulle interconnessioni all’interno dei gruppi finanziari e tra istituti finanziari.
Le principali modifiche,che dovrebbero entrare in vigore nel 2011, riguardano i seguenti aspetti:
- considerato che l'identificazione di un conglomerato finanziario può incidere in modo diverso sull'applicazione della vigilanza settoriale, a seconda della struttura del gruppo, si prospetta l’inserimento del termine “società di partecipazione finanziaria mista” nelle disposizioni pertinenti sulla vigilanza consolidata/di gruppo delle direttive settoriali che allo stato attuale si applica esclusivamente a società di partecipazione finanziaria/assicurativa;
- per quanto riguarda l’identificazione dei conglomerati finanziari, sarà proposta l'inclusione delle società di gestione patrimoniale, vale a dire i gestori degli OICVM (organismi d’investimento collettivo in valori mobiliari), nel campo di applicazione della vigilanza supplementare in tutti i casi, a condizione che sia accompagnata da orientamenti sui relativi indicatori. Inoltre, al fine di affrontare il problema dell'ambiguità dei parametri e della mancanza di un'identificazione dei conglomerati in base al rischio, verranno proposti standard tecnici sull'applicazione dell'"opzione di esclusione" dei gruppi più grandi e sarà introdotta l'opzione che consente di rinunciare alla vigilanza supplementare per i gruppi nei quali il patrimonio del settore di minori dimensioni sia inferiore alla soglia assoluta di 6 miliardi di euro;
- prevedere un regime specifico in considerazione dei requisiti sulla concentrazione dei rischi e sulle operazioni infragruppo e standard tecnici sul trattamento delle partecipazioni in varie situazioni;
- restringere la definizione di "autorità competente rilevante", per includere esclusivamente le autorità di vigilanza di imprese madri al vertice di un gruppo all'interno di singoli settori e qualsivoglia altra autorità competente che le autorità di vigilanza di tali imprese madri considerino rilevanti;
- l’inclusione delle imprese di riassicurazionele quali, in virtù della direttiva 2005/68/CE in materia, sono state incluse nell'ambito delle imprese regolamentate che possono far parte di un conglomerato finanziario;
- la possibilità che l’Autorità bancaria europea e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali emanino orientamenti comuni mirati alla convergenza delle prassi di vigilanza supplementare sulla concentrazione dei rischi e le partecipazioni del conglomerato finanziario e la coerenza degli accordi di coordinamento delle autorità di vigilanza.
La fiscalità ecologica
Il ricorso alla politica fiscale per il conseguimento di obiettivi ambientali è stato prospettato a più riprese dalle Istituzioni dell’UE nell’ambito delle iniziative relative all’attuazione di misure per lo sviluppo sostenibile e la lotta al cambiamento climatico.
Il principale strumento normativo vigente in materia è costituito dalla direttiva 2003/96 del Consiglio che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità, recepita in Italia con il decreto legislativo 2 febbraio 2007, n. 26.
La direttiva 2003/96 individua, fra l’altro, i prodotti energetici e l’elettricità in relazione ai quali gli stati membri devono rispettare i livelli minimi di tassazione stabiliti nella direttiva stessa (per "livello di tassazione" s’intende l'onere fiscale complessivo derivante dal cumulo di tutte le imposte indirette (eccetto l'IVA), calcolate direttamente o indirettamente sulla quantità di prodotti energetici e di elettricità, all'atto dell'immissione in consumo).
Gli Stati membri possono applicare aliquote d'imposta differenziate a condizione che esse rispettino i livelli minimi di tassazione stabiliti nella direttiva e siano compatibili con il diritto comunitario.
In talune circostanze o in determinate condizioni di natura strutturale gli Stati membri possono concedere esenzioni o riduzioni del livello di tassazione purché siano rispettate le regole comunitarie sugli aiuti di Stato.
L’esigenza di una revisione della disciplina di cui alla direttiva in questione è emersa soprattutto a seguito della fissazione da parte dell’UE, con il c.d. pacchetto legislativo clima-energia, approvato nel 2009, dell’obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra almeno del 20% rispetto ai livelli del 1990 o del 30%, se sussistono le necessarie condizioni, di portare contestualmente al 20% la quota delle fonti di energia rinnovabile e di migliorare del 20% l'efficienza energetica.
In particolare, il quadro politico di riferimento in materia è stato di recente ridefinito con la nuova strategia dell’UE per la crescita e l’occupazione (“Strategia Europa 2020”), approvata dal Consiglio europeo di giugno 2010, sulla base di proposte formulate dalla Commissione.
La strategia – che è incentrata su tre grandi priorità (crescita intelligente, crescita sostenibile e crescita inclusiva) - contempla espressamente la revisione della fiscalità energetica tra gli interventi necessari per attuare l’Iniziativa faro: “un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse” (una delle sette iniziative in cui si articola la Strategia).
In attuazione dell’iniziativa in questione la Commissione intende elaborare, tra l’altro, un piano sulle principali azioni necessarie per conseguire un risparmio di energia del 20% nell'edilizia e nei trasporti.


Le prospettive di revisione della fiscalità energetica
Al fine di dare attuazione all’iniziativa faro “Un'Europa efficiente sotto il profilo delle risorse” previste dalla strategia UE 2020”, sopra richiamata, nel programma di lavoro 2010, presentato il 31 marzo 2010, la Commissione europea ha preannunciato una revisione della direttiva sulla fiscalità energetica allo scopo di tassare i prodotti energetici in funzione del contenuto energetico e del livello di emissioni di carbonio.
In occasione del Tax Forum 2010 (Conferenza annuale organizzata dalla Commissione europea su temi di politica fiscale) che si è svolto il 1° marzo a Bruxelles, il Commissario alla fiscalità e unione doganale, audit e lotta antifrode, Algirdas Šemeta,ha precisato che la nuova proposta legislativa volta alla revisione della direttiva 2003/96 introdurrà un elemento legato alla produzione di CO2 nel calcolo dell'accisa applicabile ai prodotti e servizi non coperti dal sistema di scambio di quote d'emissione di gas a effetto serra.
Secondo recenti notizie di stampa la Commissione europea nella predisposizione della proposta in questione starebbe, in particolare, ipotizzando l’introduzione di una 'carbon tax' di 20 euro su ogni tonnellata di CO2.
Anche nel programma delle tre Presidenze spagnola, belga e ungherese (gennaio 2010 – giugno 2011) viene considerata prioritaria, tra l’altro, la lotta alla frode fiscale mediante l’applicazione del meccanismo d'inversione contabile per prevenire le frodi sui diritti di emissione di gas a effetto serra, nonché la revisione della tassazione dei prodotti energetici.
Tra le priorità della Presidenza belga (luglio – dicembre 2010) rientra anche l’ulteriore obiettivo di una tassazione del lavoro basata su scaglioni di reddito da correlare a comportamenti dannosi per l'ambiente facendo nel contempo in modo che la pressione fiscale generale non aumenti.
La Presidenza inoltre afferma che il raggiungimento di tale risultato potrà essere facilitato da uno scambio di best practices e che seguirà con particolare attenzione la proposta di direttiva sulla tassazione dell'energia una volta che la Commissione la presenterà.